Qualche «nuova esperienza»



    (NPG 2000-01-18)


    Qui di seguito presentiamo alcune esperienze che individuano luoghi e modalità di presenza nuova tra i giovani. (Richiamiamo anche, come scheda di analisi, quella che segue).
    Sono ovviamente solo esempi, alcuni tra i tanti già in atto. Ce ne sono tante altre che ci rammarichiamo di non poter presentare per carenza di spazio (esperienze nella notte, sulle piazze e strade, nelle discoteche... fino allo spazio dei nuovi bisogni espressivi, musica e internet). Non sono «modelli ideali» o paradigmatici, ma semplici esperienze e tentativi, con i loro lati di ombra e di ambiguità, ma che mostrano almeno il desiderio di prendere sul serio la vicinanza ai giovani e l’impegno di annuncio e testimonianza. Alcuni li abbiamo presi dal Quaderno del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile n. 15, che riprende un Laboratorio a Sargiano (AR) a fine maggio 1997.

    Presenti dove sono i giovani...
    Modelli teorici di «azione» delle istituzioni ecclesiali a favore dei giovani

    Criteri di analisi

    – autopercezione di sé dell’istituzione ecclesiale (Chiesa per sé; Chiesa per il Regno);
    – definizione dei suoi obiettivi e della sua azione nei confronti dei giovani (salvezza: catechesi e sacramenti; lettura globale-educativa dell’esperienza giovanile: tutti i bisogni...);
    – apertura/chiusura verso le altre realtà sul territorio che si interessano dei giovani (demonizzazione, diffidenza, collaborazione).
    nb. nell’analisi dei modelli, prendiamo come caso esemplare e paradigmatico l’oratorio-centro giovanile, come «struttura» globale che comprende ambiente, soggetti articolati, progetto aperto, attività specifiche, in una dimensione educativa globale.
    Anche perché è questo «ambiente» con mura e spazi che subisce maggiormente la «concorrenza» di altri spazi e ambienti con offerte similari sui medesimi giovani che l’oratorio per vocazione popolare accoglie. Ed è entrato in crisi...
    Al posto di oratorio si può-si deve comunque leggere: istituzione ecclesiale o comunità cristiana...

    Modelli

    1. Oratorio «è l’unico e resta il migliore»
    1.1. Oratorio «struzzo». Far finta di niente, tanto o le cose non si possono cambiare o tutto alla fine tornerà come prima. Parola d’ordine: andare avanti come sempre
    1.2. Oratorio «rinserrare le file». Ricompattamento attorno alla propria identità ecclesiale rinforzando le proposte forti: catechistiche, liturgiche, spirituali
    1.3. Oratorio «ti faccio vedere io». alla caccia dei giovani con offerte ancora «migliori»
    1.4. Oratorio al di là del ponte:
    – Annuncio shock fuori le mura (il camion col vescovo che gira la città; tende e sit-in nelle piazze; il prete in discoteca o in TV: preti e suore che «testimoniano» con una presenza «in loco delicti»...)
    – Luogo di rilettura seria e globale dei bisogni dei giovani e dell’offerta di attività e percorsi di risignificazione della loro vita.

    2. Oratorio «chiudere la baracca»
    «tanto i giovani non vengono più»; «l’oratorio non serve più»; oratorio svenduto, affittato, lasciato in balia di chiunque chiede spazi e paga:
    – il suo progetto è non avere un suo progetto;
    – perdita del senso di presenza ecclesiale al mondo giovanile; al massimo la comunità tiene duro sulle cose di chiesa (catechesi, sacramenti)
    (qualche oratorio megagalattico del Nord?)

    3. Oratorio «da soli non ce la facciamo»
    3.1. L’oratorio su fa promotore sul territorio della preoccupazione per i giovani raccogliendo su progetti concreti collaborazioni (primus inter pares)
    3.2. L’oratorio è uno dei componenti dell’attenzione educativa territoriale, che assieme ad altri pensa a dei progetti comuni in cui porta la sua specificità (par inter pares)
    3.3. Altre istituzioni si fanno promotrici dell’azione per i giovani e chiedono collaborazioni specifiche (spazi, animatori...) all’oratorio (secundus-tertius-ultimus inter pares).


    PASTORALE SU QUATTRO RUOTE
    Gino Arcudi

    Non si può improvvisare un annuncio in luoghi insoliti se non si è prima riconosciuto a quegli stessi luoghi una valenza comunque educativa ed educante. Occorre costruire e organizzare una rete di relazioni utili e di convergenze in direzione dei luoghi frequentati dai giovani.
    Dare identità ad un Ufficio istituito per manifestare l’attenzione della Chiesa verso i giovani non è impresa facile, se l’intenzione è affermare il desiderio della comunità ecclesiale di andare oltre le strutture e opere (dove magari i giovani non vengono più) per andare verso loro, nei loro spazi di vita.
    Un ufficio pastorale senza porte né finestre, anzi un ufficio che ha come massima ambizione muoversi su quattro ruote per far camminare la proposta evangelica lì dov’è nata, sulle strade, sulle piazze negli ampi spazi delle polis moderne così come pure nelle periferie depresse.

    Una presenza organizzata sull’ascolto

    Allora bisogna organizzare questa presenza porgendo l’orecchio per recepire le esigenze che hanno portato quei giovani in quell’aeropago anziché in un altro.
    - Acquisire informazioni utili perché un Progetto di Pastorale Giovanile potesse diventare non un elenco di buone intenzioni, ma uno strumento di fiducia nei riguardi dei luoghi e dei momenti dove i giovani sono presenti e che tenesse conto delle esperienze fin qui vissute per poter contagiare quanti, operatori, educatori, parroci, istituzioni, avessero a cuore le variegate realtà giovanili, che a nostro modo di vedere si presentano come un interessante laboratorio dove i giovani, se accompagnati, possono individuare e costruire la propria vocazione.
    - Rendere visibile e concreta la sollecitudine e la speranza di tutta la Chiesa locale verso le nuove generazioni perché giunga loro la proposta evangelica in modo da proporgli di leggere la loro vita e la loro storia alla luce di Cristo Salvatore e Signore.
    È questo uno degli obiettivi, e allo stesso tempo ne definisce la natura, dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Giovanile della Diocesi di Reggio Calabria-Bova nato nell’ottobre 1996.
    Su questa linea e su altre precise indicazioni dettate anche dalla particolare struttura che si è voluta dare all’Ufficio, ci si è chiesti con quale progettualità si poteva rispondere alle innumerevoli richieste più o meno mute di un mondo giovanile verso il quale la Chiesa diocesana voleva assumere la propria paternità responsabile.
    Con la istituzione dell’Ufficio si è passati da una gestione dell’esistente (coordinamento di attività delle Associazioni e dei Movimenti) ad una visione pastorale maggiormente legata alla realtà e alle esigenze della Diocesi. Due convegni diocesani, il Convegno di Palermo e le continue riflessioni, proposte, e indicazioni offerti dal Servizio Nazionale per la Pastorale giovanile della CEI, hanno contributo alla costruzione dell’identità di un Ufficio che deve rendersi visibile per la passione che nutre nei confronti del mondo giovanile.
    È stata abbracciata subito la linea dell’insolito per dare dei segnali di simpatia verso il mondo giovanile. Si è tessuta una rete di relazioni utili alla progettazione di un’azione pastorale che fosse in un certo senso «innovativa» consentendo, sulle basi di questa esperienza, di mettere mano alla individuazione di un serio progetto di Pastorale Giovanile.
    Per cui l’obiettivo era ed è costruire un Progetto di Pastorale Giovanile dopo aver sperimentato metodologie possibili per poter essere accompagnato e realizzato nei suoi contenuti.
    Nascono una serie di iniziative giocate tra l’acquisire fiducia nell’andare verso i giovani da cui siamo distanti (fiducia da far crescere nei presbiteri, educatori e laici che hanno a cuore la crescita dei giovani) e lo sperimentare che alcune modalità possono essere rappresentate nel progetto di pastorale giovanile offrendole come modi possibili a chi rivolge una proposta di evangelizzazione al mondo dei giovani.

    Radio e musica

    La radio: arrivare alle orecchie e al cuore, ovvero capire e utilizzare gli strumenti di comunicazione usati dai giovani.
    Promuovere un protagonismo giovanile in una radio locale che si è detta disponibile ad accogliere delle trasmissioni fatte da giovani e che descrivevano il loro mondo. Il tutto con tanta musica «ragionata». La radio ci ha consentito di intervistare dei giovani partendo dai loro interessi chiedendogli di esprimere le motivazioni che li hanno condotti a fare scelte come la danza, la politica, lo sport, la professione. Accogliere i loro disagi in ordine ai problemi scolastici, alla disoccupazione, alle situazioni familiari. Ascoltarli su cosa hanno da dire in ordine alle relazioni di coppia e di amicizia. Chiedere come loro vedono la Chiesa e come la vorrebbero. I giovani che abbiamo portato in radio li abbiamo avvicinati per strada dicendo loro chi eravamo e soprattutto quale era la nostra idea. Facendo questo non abbiamo incontrato giovani con pregiudizi, ma giovani che chiedono una Chiesa più vicina alle dinamiche della loro crescita. La radio quindi strumento e modo di avvicinare i giovani dando loro modo di esprimersi.
    Attraverso la conoscenza più dettagliata di questi spicchi di tempo della loro vita e al desiderio di volere la Chiesa più vicina ai loro luoghi ci ha fatto andare in strada. Nasce così la prima esperienza di apertura giocata in una piazza sulla quale si affacciano i palazzi delle più importanti istituzioni: la Prefettura, il Comune e la sede del Consiglio Regionale e il palazzo della Provincia.
    Un villaggio costruito dalle Associazioni e promosso con uno spot televisivo e radiofonico che aveva come sottofondo musicale una famosa canzone di Adriano Celentano «Azzurro» che ha ispirato il titolo della iniziativa: NEANCHE UN PRETE PER PASSEGGIAR.
    Un venerdì e un sabato che hanno portato i giovani delle Associazioni a raccontare ai loro coetanei il senso della loro esperienza.
    Ci hanno lasciato 160 messaggi dai quali emerge il loro bisogno di dialogare sui problemi della loro vita futura accogliendo la presenza della Chiesa come presenza credibile e capace di entrare in relazione con i problemi della loro vita.
    Nella giornata dei giovani seguita a questo incontro, recependo quanto ci avevano comunicato qualche mese prima, abbiamo fatto incontrare i giovani su temi che ruotano intorno alla loro vita. Sono nati 18 Forum realizzati in luoghi importanti della città.
    Abbiamo anche capito che non sempre bisogna inventarsi cose nuove, ma si possono raggiungere obiettivi importanti riuscendo a cogliere quelle esistenti e al Sud sono tante le occasioni che i giovani perdono solo perché non ne vengono informati dagli enti preposti oppure non trovano nessuno con la voglia di metterli insieme. Intorno alle tematiche dell’occupazione, confortati da ciò che la CEI (Ufficio Pastorale per il lavoro, Caritas e Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile) sta proponendo alle regioni del Sud con le iniziative che si concretizzano attraverso gli incontri di Policoro.
    Forti delle intenzioni di una Chiesa che manifesta la propria volontà a raggiungere i giovani nei loro bisogni, siamo scesi in campo per chiedere per loro conto.
    Due in particolare le iniziative dove l’Ufficio si è fatto carico di promuovere: IG-STUDENTS e i PARCHI LETTERARI.
    Con la prima siamo riusciti a inserire da subito la città di Reggio Calabria in un programma di intervento rivolto alle scuole offrendo a circa 100 ragazzi di 4° superiore l’esperienza di una simulazione in ambiente di impresa e a molti educatori delle nostre associazioni di entrare in relazione con il mondo del lavoro dando loro l’opportunità di comprendere le realtà dei giovani non associati.
    La seconda ci ha visti riunire 10 Associazioni culturali per redigere il progetto di un Parco Letterario orientato a promuovere lavoro al Sud. Sono molti i giovani dietro agli strumenti musicali, e grazie a Hope music siamo riusciti a raggiungerne un numero significativo, e l’aver curato la pubblicità della rassegna musicale su tutto il territorio ci ha fatto accorgere che sono centinaia i giovani che amano riunirsi nelle cantine intorno ad interessi musicali, ma quello che si è rivelata una sorpresa è che non si limitano a riprodurre i brani famosi, ma affidano alla musica ciò che pensano componendo brani e musica che non sempre trovano palchi e piazze per poter essere espressa e accolta.

    In piazza

    Accompagnare iniziative di altri quando non abbiamo la possibilità di produrne di proprie vuol dire non accettare alibi di ogni sorta, e la collaborazione con il CSI ci ha portato ad aprire una riflessione comune scaturita nel 1998 lavorando insieme all’iniziativa «Lo Sport incontra la Piazza». Chiedere piccoli spazi dentro grandi manifestazioni vuol significare il desiderio di essere, ancora una volta, accanto ai giovani non solo in momenti tristi della loro vita. La presenza in città dello Street Ball, manifestazione sportiva organizzata da alcuni sponsor nazionali e che ha fatto il giro di alcune grandi città italiane, ci ha portato ad essere presenti semplicemente con la distribuzione di un biglietto formato visita dove era riportata la frase di San Paolo: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!» (1 Cor 9, 24), che è stato il modo di far partire un dialogo con tanti giovani che ci interrogavano che senso e che scopo avesse la nostra presenza lì. Abbiamo accolto nel nostro gazebo anche i giovani di Amnesty International che ci hanno chiesto di condividere l’esiguo spazio messo a nostra disposizione. È stata una cosa messa su nel giro di poche ore, ma in quella serata abbiamo chiacchierato con decine di giovani che hanno accolto con simpatia la nostra presenza. Qualcuno ci chiesto se tra di noi era presente un prete.
    Altre piccole esperienze ci hanno dato indicatori utili per comprendere che il luogo ideale per proporre Gesù e la sua Vita è lì dove Lui stesso abita: il cuore di ogni uomo, il vero tabernacolo della sua presenza. E noi continueremo ad andare nei luoghi dei giovani (abbiamo acquistato tre gazebo che ogni mese a partire dal 10 settembre saranno nelle strade della Diocesi per scandire le varie fasi del cammino della GMG del 2000) nei modi in cui Lui stesso ci suggerirà perché noi per primi abbiamo voglia di incontrarLo per passare con Lui un po’ del nostro tempo.


    PER UNA PASTORALE DI SLANCIO GIOVANILE
    Giacomo Ruggeri

    «Ragazzi io vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l’istruzione e che vi dirò sempre la verità d’ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta, sia che le faccia disonore» (Don Lorenzo Milani).
    Mi viene chiesto di parlare della mia esperienza con i giovani e subito alla mente viene il Priore di Barbiana, don Lorenzo Milani, un prete e uomo di Dio che ha dato tanto alla chiesa fiorentina in bene e in sofferenze, che ha speso totalmente la sua vita (terminata a 44 anni) per e con i giovani.
    La citazione dal suo libro Esperienze Pastorali mi dà il «la» per dire in apertura il leitmotif che segnerà questo semplice contirbuto: «vi dirò sempre la verità», dice don Milani.

    La verità mi fa male lo so...!

    Quante volte anche noi abbiamo canticchiato «nessuno mi può giudicare, nemmeno tu...», la mitica canzone degli anni ’60 che porta con sé una verità grande: i giovani non amano essere giudicati, fatti oggetti di statistiche e indagini, ma in fondo in fondo sono anche contenti, perché protagonisti (nel bene e purtroppo anche nel male) in uno scenario che non sempre gli appartiene. Un giovane, uno studente del II liceo classico, dove insegno, in un lavoro scritto sul rapporto tra giovani e rapporto con la chiesa, così ha scritto: «Per questo soprattutto la chiesa deve svecchiarsi, abbandonare la sua inutile austerità per raggiungere i giovani, accompagnarli ed educarli. Pensare meno al Dio della Bibbia per occuparsi del bisognoso di ogni giorno (il vero Cristo, no?), che talvolta non è solo il solito mendicante, ma che siamo noi ragazzi sballottati qua e lì da un mondo che sembra non appartenerci e che per questo non comprendiamo». (Michele, 18)
    Come prete sto scoprendo l’importanza, la grandezza e la bellezza di essere sempre onesto e sincero con i giovani. Importante perché è prioritaria la trasparenza in un rapporto interpersonale soprattutto tra giovani e adulti; su quale base si può costruire se manca la sincerità, la verità allo stato puro, cristallino, come ci si guardare negli occhi con verità? Allora ha ragione don Milani quando dic:e vi dirò la verità.
    Da quando sono prete e in parrocchia (cinque anni) ho capito una cosa, grazie al rapporto appassionato con i giovani: che a distanza di tempo due cose fondamentalmente rimangono fisse nel cuore delle persone, con il passare del tempo: primo, che ci si è voluti bene. Secondo, che non ci si è mai nascosti la verità. Tutto questo grazie alla Parola di Dio e la figura di Gesù di Nazareth, che ci ha insegnato ad amare e ad essere persone vere che vivono alla luce della Verità.
    Dire la verità ai giovani, significa dar loro semi di Verità, la Parola di Dio: una Parola che aiuti ad interpretare in modo vivo e presente la loro giovane vita, «farcita» (mi si passi il termine!) di esperienze colorate e grigie, belle e brutte, di gioia e di sofferenza. Che il rapporto tra fede e vita sia sempre più intrecciato e che il giovane nella sua quotidianità vissuta possa dire: «Maestro, dove abiti?».

    Adulti-giovani: una partita che va giocata...

    Estrapolo questo titolo (non mio) da una botta e risposta in «Lettere al Direttore» sul quotidiano Avvenire. È verissimo: il «problema» dei giovani il più delle volte sono gli adulti. In che modo e in che senso?
    È verissimo che non bisogna fare di ogni erba un fascio, ma la superficialità di fronte alla quale ogni tanto si assiste è davvero disarmante.
    Superficialità di genitori nei confronti dei figli, concedendo tutto e sempre.I no di una volta, dove sono andati a finire? Superficialità dei professori nel rapporto con gli studenti. Quante volte a scuola (visto e sentito di persona) l’alunno è diventato un numero e lui stesso ha sempre più sete di voti e mezzi voti in più...!
    «Siate più significativi, sappiate lasciare il vostro segno in noi». Frasi come queste le ho sentite più di una volta, in parrocchia, a scuola, per strada, per lettera, ecc... Ebbene sì: i nostri giovani ci vogliono vedere in campo e giocare con loro la partita-avventura della vita. Sì, essere sempre più autentici compagni di viaggio della loro vita. I giovani lo avvertono subito se camminiamo con loro o facciamo finta!
    Adulti in gioco per una comunità parrocchiale tutta che scende in campo. Noi preti per primi aiutiamo i laici a crescere e maturare questa mentalità nei confronti dei ragazzi. Ragazzi sempre più amati affinché loro stessi diventino amanti della vita.

    Don, suona le campane...

    Funerali, matrimoni, feste patronali, processioni varie, ecc... queste sono alcune delle occasioni in cui il don suona le campane della propria parrocchia. Con la campana si annuncia, si convoca, si avvisa che...
    Quale il nesso con i giovani? Presto detto. Quando una parrocchia saprà far festa con i giovani, a quella parrocchia si può benissimo dire con un pizzico di follia: «non morirai mai». Una parrocchia che sogna i sogni di giovani sarà sempre amata dai propri ragazzi.Una comunità che progetta con loro e non su o per loro.È vero che in parrocchia non ci sono solo i giovani, ma è sempre vero che sono loro che danno vita alla comunità.
    Peregrinando per le 74 parrocchie della diocesi, quante volte ho sentito ripetere dai miei confratelli – quasi come una espressione salmodiale di invocazione a Dio – «devo ripartire con i giovani»... «il gruppo giovani lo ho abbandonato»... «la fascia più scoperta è quella dei ragazzi»... «con i giovani è difficile, ma non posso rinunciarci»... e avanti così.
    Non nascondo che c’è timore nei confronti dei ragazzi: rompono, sporcano, lasciano in disordine, ecc...sono figli del tempo?!! Mah, non so, forse.
    Sta di fatto che molte volte le corde delle campane per i giovani sono legate.
    In occasione di una indagine sul tema «I giovani e la notte» realizzata direttamente nei luoghi che fanno da sfondo alla notte dei giovani, alla domanda «perché dopo un certo periodo hai abbandonato la parrocchia, ti sei allontanto/a?», si possono sintetizzare le molteplici risposte nella seguente frase: «troppo freddo e formale l’ambiente della parrocchia, poco, pochissimo calore, affetto; basterebbe che fossi amato/a per quello che sono. È vero che a volte si sbaglia, ma quando ho tentato di ritornare in parrocchia, non sempre ho trovato – nonostante tutto – quelle braccia aperte, buttate al collo con tanto di bacio».
    Lc 15, 11ss dice: «e cominciarono a fare festa...». Più festa (non solo più feste) in parrocchia alla vista dei giovani.
    La furbizia del prete? Essere un uomo che contagia agli adulti questa passione per i giovani, più che dirgli «guarda che c’è da fare il turno in oratorio; ci puoi stare te...!». Non funziona.
    Le cose nella vita si fanno per amore e non per dovere.
    Delusioni possibili? E chi le nasconde. Ma tutto ciò non deve frenarci e farci arenare nell’«abbiamo fatto tutto il possibile». Mai dire oramai.
    Altro aspetto.La pastorale giovanile se è in funzione di tirare a tutti i costi i ragazzi in parrocchia è già fallimentare in partenza. Quale il mio impegno come prete? Tutt’altro che tirare i ragazzi in parrocchia, anzi far sì che i giovani prendano il volo da questa. Il mio impegno come educatore è far sì che i giovani si realizzino nella vita, che portino a compimento ciò che hanno nel cuore. E se non ci riescono, un po’ di responsabilità è anche mia.
    I giovani che passano per la parrocchia possono far la «scorta» (così la chiamo!) di ciò che poi gli potrà servire nella vita. Cercare allora di lavorare non per una pastorale di contenimento giovanile, ma di slancio giovanile. Nella vita si cresce nella misura in cui si sceglie. I giovani questo lo chiedono in tante «salse»: non lasciamoli mai a bocca asciutta.
    Ci sarebbe tanto altro da dire, ma rischierei di essere retorico; ciò che ho scritto è il vissuto. Ciò che non vivo, non mi va di scriverlo. Sempre in «tensione» comunque verso i giovani.


    COMUNICARE IL VANGELO AI GIOVANI A TEMPO DI ROCK
    Nicola Sangiacomo

    Raggiungere i giovani nei luoghi dove vivono, un obiettivo perseguito da tante iniziative ecclesiali, talora raggiunto in forme a dir poco originali. È accaduto in modo esemplare qualche tempo fa a Livorno quando, in un sabato pomeriggio di inizio primavera, un camion musicale ha percorso le principali vie cittadine a ritmo di rock. La scena, già così piuttosto singolare, diventa straordinaria se si considera che sopra questo camion, nel nome del Sinodo con i giovani, era salito il vescovo della chiesa locale, Alberto Ablondi, accompagnato dal suo ausiliare Vincenzo Savio.
    Era la vigilia dell’inizio della Settimana Santa e la chiesa livornese stava percorrendo il tratto più impegnativo del suo cammino sinodale con i giovani: dalle piazze cittadine, luogo di ritrovo preferito dai giovani livornesi, era già partito una sorta di laboratorio di dialogo pastorale avviato dalla diffusione di una lettera del vescovo. I giovani avevano apprezzato la lettera e il gesto del vescovo di scendere in piazza per distribuirla personalmente, come avrebbe potuto fare un loro coetaneo; era piaciuta così tanto la spontaneità dell’atteggiamento e la sincerità che lo animava da suscitare una serie notevole di risposte dei giovani che avviarono un dialogo ricchissimo di cui ora rimane testimonianza nel libro del vescovo Ablondi No, una predica no! (edizioni Borla).
    Ma il dialogo per essere tale doveva trovare alimento in incontri personali, diretti, privi di formalismi: ed ecco allora l’idea di avvicinare i giovani utilizzando uno dei linguaggi da loro preferiti, la musica, e di farlo nei luoghi che scelgono spontaneamente per incontrarsi e stabilire relazioni di amicizia, le piazze del centro cittadino.
    «Se vogliamo farci ascoltare – scrisse in quell’occasione monsignor Ablondi – prima dobbiamo metterci nella condizione di accogliere l’ambiente in cui l’ascoltatore vive, salvo naturalmente ciò che è sostanzialmente negativo. In questo caso la musica è stata il linguaggio nel quale si è inserito il messaggio evangelico».
    Certamente quel camion rock con sopra due vescovi che sfilava nelle vie cittadine creò molto stupore nei passanti, non solo giovani; ma presto lo stupore si trasformò in attenzione per quanto veniva annunciato da quel pulpito così particolare.E così qualche migliaio di giovani, poco abituati al fumo delle candele in una città tradizionalmente non bigotta come Livorno, per qualche tempo venivano raggiunti da un messaggio evangelico, detto con le parole semplici e dirette di chi, pur non essendo del tuo branco, sa farsi capire. I «santuari» cittadini dell’aggregazione giovanile rimanevano colpiti da un vescovo che invitava i giovani a non dire la parolaccia più brutta: attimi interminabili di silenzio trascorrevano nell’attesa e nella curiosità di ascoltare dalla viva voce del vescovo la parolaccia; poi, finalmente, eccola: «Ormai!», lo slogan di chi pensa di non farcela più, di chi è deluso o disperato.È la parola che non ha mai detto Gesù e che stona in modo evidente con la speranza pasquale. «Dimenticando questa parolaccia – proseguì Ablondi – sarete uomini e donne di speranza per tutti quelli che incontrate».
    Un messaggio evangelico, lanciato a ritmo di rock tra una canzone e l’altra, che lasciò il segno tanto che nell’ultimo tratto del percorso, quello che portava sulla piazza dove ha sede la Cattedrale, si formò spontaneamente una «processione ballante» di giovani che, a tempo di musica, suscitavano un entusiasmo genuino in chi li vedeva passare.
    Un’idea originale, tutta da sperimentare si era trasformata in celebrazione religiosa della vita quotidiana: vi era certamente presente l’aspetto celebrativo di trovarsi indieme a far festa, ma non mancava l’aspetto religioso nell’annuncio della speranza pasquale, presente nelle parole del vescovo e nella testimonianza dei giovani musicisti; la celebrazione avveniva tuttavia in un luogo non tradizionale ma sicuramente molto significativo per la vita quotidiana, le piazze e le strade dove i giovani amano trascorrere i momenti più sentiti della loro esistenza, quelli dove nascono le amicizie, fioriscono le speranze, maturano i progetti personali.
    È in questi luoghi che la Chiesa livornese ha scelto di incontrarli, ascoltarli, provocarli, prima di convocarli negli spazi e nei tempi che tradizionalmente vengono sentiti più consoni all’esperienza ecclesiale. Sulla coerenza di realizzazione di questa scelta, certamente coraggiosa, si gioca il futuro di tanti orientamenti ecclesiali sulla pastorale giovanile, emersi anche nelle conclusioni del Sinodo livornese con i giovani.


    LE TIFOSERIE DELLO STADIO
    Suor Paola D’Auria

    Anche se sono impegnata con i giovani delle periferie di Roma e svolgo attività nel carcere di Regina Coeli dove arrivano i ragazzi che hanno appena compiuto 18 anni, adesso vorrei parlare dei giovani dello stadio: un mondo che, dobbiamo dire la verità, non è mai stato preso in considerazione dal punto di vista pastorale. Anzi, lo stadio è sempre stato ritenuto un luogo dove si consumano le violenze, anche se in effetti in parte è vero.
    Ecco: lo stadio è un luogo privilegiato, secondo me, per una pastorale, per un approccio immediato con i giovani. Specialmente la curva, dove ci sono i giovani che possono spendere poco, è il luogo in cui si ritrovano i giovani che vengono da tutte le estrazioni sociali (c’è anche il giovane per bene che vuole stare nella curva, perché lì si appassiona). I giovani della curva sono i più accaniti.
    Lì avviene di tutto: si scambiano la droga, addirittura si drogano, si scambiano cose, oltre a fare il tifo.
    Da un po’ di tempo a oggi parte di queste cose sono venute a cadere: anche perché dappertutto ci si sta interessando sempre di più al calcio come uno sport che aggrega. Lo stadio è pur sempre lo spazio di un grande incontro di giovani, anziani, bambini, adulti. Da luogo di perdizione sta diventando sempre più umano.
    Il 20% dei giovani dello stadio non hanno mai parlato né come un prete, né come una suora. Per cui il mio primo impatto nello stadio è stato proprio con gente che mi guardava stupita e mi toccavano, mi palpavano per vedere se ero vera in carne ed ossa.
    Qualcuno mi diceva: «Guarda, ti prometto che non bestemmio più, ti prometto che non faccio più questo, quello» perché mi vedevano tra loro, perché «professavo» la loro fede di laziale.
    Per parecchio tempo ho vissuto questa situazione, finché tutti quanti hanno cominciato a sentire la mia presenza come una presenza amica, una presenza che sorride, parla con tutti in uguale modo. Sono giovani che tante volte vengono un po’ messi da parte dalla società, giovani con grandi problemi, e persone che in qualche modo non conoscono la storia della Chiesa, non conoscono Gesù Cristo, sanno dell’esistenza delle suore, ma non le avevano mai avvicinate. E così la loro frase: «Ah! non mi credevo che le suore... fossero così».
    Questi giovani nello stadio che cosa fanno? Come vivono questo momento sportivo?

    Un momento di aggregazione

    – La preparazione.
    Innanzitutto lo vivono come un momento di aggregazione. Infatti sono divisi in parecchi gruppi di tifoserie e quando devono organizzare negli stadi i cori, le varie manifestazioni, oppure le coreografie si incontrano e si preparano. Si ritrovano per un mese, due mesi di seguito insieme per preparare la coreografia. Sono coreografie che si consumano in un’ora, ma loro hanno impiegato due o tre mesi per prepararle.
    È bello stare con loro, vivere questi momenti, perché al di là di quello che possono essere le loro aspirazioni, le loro confusioni mentali in quel momento c’è vera vita di aggregazione che si prepara a degli eventi con determinazione.
    – La partita.
    Come vive il giovane il momento dello stadio, il momento del tifo? Prima di tutto per qualcuno, per i «giovani più normali», è un momento di svago della domenica, di gioia, di amicizia; un momento in cui si sta bene, si tifa per la propria squadra, per i propri colori. Incominciano già il lunedì a parlare di quello che è successo la domenica, cominciano a fare pronostici per la prossima partita, a giocare in nero, a scommettere, ecc... Per cui tutta la settimana la vivono proprio in attesa di questo momento domenicale. È veramente una ragione di essere.
    Andando allo stadio, stando insieme possono magari trovare risposta a tutte le loro aspettative e le vogliono vedere proprio nella squadra che vince, che gioca, che si comporta ad un certo modo, vogliono trovare lì la risposta alle aspettative cui la vita e la società non risponde.
    Ci sono giovani senza lavoro, che vanno lì e si sfogano. Se sono primi in classifica, si sentono importanti. Se la squadra gioca bene, se vince, sembra loro di poter valere di più, perché nella vita di tutti i giorni si sentono un po’ messi da parte, perché non hanno lavoro, o perché non fanno parte di nessun gruppo. Sono giovani spesso che girano a vuoto e che hanno avuto a che fare con la giustizia, per cui sono un po’ guardati a distanza.
    Altri fanno parte del mondo dei tossicodipendenti, per cui questo momento dello stadio per loro è un momento che li fa vivere, un momento distensivo, anche se talvolta portano un po’ all’esasperazione.

    La solidarietà

    Un altro aspetto con caratteristiche sia positive che negative, a seconda di come vanno le cose, è la solidarietà che c’è tra i tifosi. Solidarietà non nel senso che si fa qualcosa per gli altri, solidarietà intesa proprio come solidarietà di te che mi stai vicino, nel senso che tutti tifano per la stessa causa, un giocatore sbaglia tutti gli dicono parolacce a catena, proprio cantandole, quindi una solidarietà particolare, un senso di appartenenza che unisce tutti, anche se non si conoscono.
    Se uno comincia a lanciare cose, le lanciano tutti. È una solidarietà che prende spunto nello stadio, ma è una realtà che loro hanno già nella vita di tutti i giorni.
    Tante volte, io mi sono presa la briga di osservare questi giovani che sfilano in corteo. A tanti chiedevo: «Per che cosa state sfilando?»; non lo sapevano nemmeno. «Stanno sfilando tutti, vado pure io perché... cioè». Non è che hanno delle ragioni, lo fanno per solidarietà. Questo tipo di solidarietà se è ben orientata riesce bene anche per altro «più serio».
    A volte però è una solidarietà che spiega tutti quei disordini.

    Allora che cosa ci sto a fare io nello stadio?

    Prima di tutto ho iniziato ad andarci 30 anni fa; non ho iniziato adesso a frequentare gli stadi, adesso che mi si vede pure in televisione. Ho iniziato con il portare i ragazzi che non si potevano pagare il biglietto. Allora mi ero appena fatta suora e stavo con un gruppo di giovani baraccati. La domenica prendevo i ragazzi che durante la settimana si erano dimostrati più meritevoli e andavo a vedere la Lazio che già conoscevo.
    Chiedevo se mi facevano entrare con i ragazzi e mi davano questo permesso; ogni domenica ne facevano entrare una decina.Naturalmente chi erano i più meritevoli? Erano quelli che anziché farsi trovare in strada a dire parolacce e bestemmiare, o cose del genere, si interessavano ai più piccoli, e li andavano a raccogliere nella strada, li portavano a giocare. Per cui, chi aveva dato di più agli altri riceveva il premio di venire allo stadio. Ed era un po’ a gara che si faceva tutti i giorni fra ragazzi poveri che aiutavano quelli della stessa condizione.
    Insomma è stato questo interessarmi ai giovani che mi ha portato a frequentare questo mondo del calcio.
    Poi piano piano questa presenza è diventata un po’ più frequente; ho iniziato addirittura ad organizzare dei tornei con le periferie di Roma. E per parecchi anni abbiamo fatto così. Solo alla fine sono arrivata per caso in tv e attraverso le telecamere sono diventata riconoscibile da tutti.
    Ora un po’ per curiosità, un po’ per altro i giovani si avvicinano a me, e la cosa che mi ha maggiormente colpito, la mia presenza ha innescato un cambiamento della tifoseria. Questa è una cosa positiva per me. E poi per non parlare delle persone che si avvicinano, che ti chiedono: «Dove ti posso trovare? ho un problema...» oppure «Dove ti posso rintracciare?» Non a tutti naturalmente do l’indirizzo di casa mia altrimenti le mie suore mi caccerebbero.Spesso do loro appuntamento davanti al carcere o davanti allo stadio, insomma in questi luoghi dove ci si trova comunemente.

    Valorizzare i giovani e coinvolgerli

    Addirittura a qualcuno do appuntamento su un campo da calcio dove ci troviamo a giocare con un gruppo di giovani.La maggior parte dei giovani che mi cercano sono persone che hanno bisogno di un lavoro, molte hanno difficoltà in famiglia, molti hanno delle difficoltà a livello o di malati o di lutti in famiglia che li ha lasciati sconvolti, per cui cercano solamente un appoggio o un conforto spirituale.
    In particolare ho visto che quando si dà fiducia alle persone, anche se non hanno niente da fare o da dire, la sola presenza per loro è importante. Stiamo cercando di fare dei gruppi di volontariato per questi giovani e ho visto che hanno aderito in parecchi. Lanciamo iniziative e vi aderiscono tutti i club, tutti i fans. La cosa importante che ho notato è che bisogna dare spazio, far sentire ogni giovane importante. Tante volte ti chiamano e ti dicono: «Guarda, vorrei fare anche io quelle cose che fai te».
    Ad ogni ragazzo, che dice che vuole fare qualcosa, non nego la possibilità di partecipare, anche se so che il suo supporto non sarà positivo, nel senso che non ha vissuto fino a qual momento dei valori.
    Con pazienza cerco di renderlo responsabile di qualcosa, anche solo in qualche momento; qualcuno mi dice: «Io ho un’ora a settimana, un’ora il lunedì, un’ora il martedì...». Vedo che facendo in questo modo si sentono talmente coinvolti e importanti, da credere di aver spostato le montagne. Per i giovani questo è importantissimo: occorre farli sentire utili, mentre la società chiude loro le porte alle attese di lavoro, alle attese di valori. È importantissimo coinvolgerli e far sentire che gli altri hanno bisogno di loro.Non mi scorderò mai una giovane la sera in cui siamo andati in una comunità di handicappati che stiamo seguendo a Roma. La sera mi dice: «Suor Paola, sono felice». Saltava, non l’ho mai vista così. Era la persona più felice del mondo perché si sentiva in quel momento utile a fare qualcosa.
    Ultimamente i club hanno aderito a tutte le iniziative di solidarietà che abbiamo fatto; ogni anno noi ci poniamo un fine e cerchiamo di realizzarlo.

    Il convegno annuale

    Ogni anno con tutti questi giovani organizziamo un Convegno ad Assisi, aperto a tutti, a chi crede e a chi non crede, per riflettere un po’ sulle ragioni dell’essere giovani, sulla speranza, sulla gioia di dare.
    L’anno scorso abbiamo riflettuto sul come ci si sente importanti nel dare qualcosa agli altri; quest’anno sarà sulla speranza. Mi chiamano un po’ nelle parrocchie a fare una testimonianza, e così i giovani che incontro li invito poi a venire ad Assisi a fare questi tre giorni.
    Ci vengono anche giovani di altre tifoserie. Non ho ancora chiaro dove porterà tutto questo. Potrebbe essere una iniziativa che riunisce le tifoserie.
    La mia esperienza è stata dura: quando ho incominciato ad apparire in video, mi sono saltate contro tutte le gerarchie perché era strano vedere una suora fare questo. Ma io dico che ci vorrebbe una suora in ogni stadio, è uno slogan che vorrei lanciare contro la violenza negli stadi.


    I RAGAZZI DEL MOTORINO AI CANCELLI DELL’ORATORIO
    Piero Marchetti

    Provo ad inquadrare alcune esperienze che stiamo vivendo in oratorio.
    Un paio di anni fa, fummo provocati da un gruppetto di adolescenti: tra il venerdì sera e il sabato sera, più di quattrocento ragazzi con il motorino ronzavano per strada attorno all’oratorio. La prima reazione della gente fu quella di sentirsi disturbata perché «quei ragazzi» – dicevano – «creano problemi, danno fastidio». Questo fatto ha provocato una riflessione anche all’interno dell’oratorio e della sua comunità educativa. La riflessione avviata aveva l’obiettivo di superare, da una parte, il rischio di ridurre l’oratorio ad una comunità chiusa e arroccata in se stessa, che si difende nei confronti della realtà esterna e, dall’altra, andare fuori, per la strada, poteva nascondere la minaccia di perdere l’identità educativa dell’oratorio stesso. In quest’ultima direzione ricordo ancora l’intervento di qualche persona adulta: «l’oratorio non deve preoccuparsi di queste persone, deve semplicemente garantire quelli che vivono al suo interno». D’altro canto però ci rendevamo conto che i giovani col motorino non erano poi tanto diversi dagli altri: ponevano gli stessi problemi, provocavano allo stesso modo e, più di ogni altra cosa, invocavano una casa o un luogo ove potersi fermare per incontrarsi. Il problema, anche per l’oratorio, fu quello di accogliere la richiesta e tentare di dare una risposta. Un esempio penso possa servire. Un giorno, tornando a casa, verso sera, ho incontrato un giovane che mi ha tenuto con lui fino alle tre. Un tipo alticcio, veniva dalla birreria e incontrandomi, con l’intento di provocarmi, dice: «Ecco, noi giovani andiamo sempre in giro, di qua e di là; però, non so perché, finiamo sempre davanti a questa birreria. Qui è come se ci sentissimo in qualche modo protetti. Anche voi dell’oratorio – rilanciava – dovreste creare degli spazi dove i giovani possano incontrarsi e parlare, anche perché andiamo insieme in discoteca, ma non riusciamo a parlarci; andiamo in birreria, ma la musica troppo alta ci sovrasta.
    Chiaramente non si tratterebbe di dare luogo alle solite conferenze: AIDS, droga e quant’altro si possa inventare». Ho riportato questa provocazione in oratorio e dopo un po’ è nato il Progetto Sonda: trovare un gruppo di persone disponibili e vicine alla comunità educativa dell’oratorio che provano ad inserirsi dentro queste aggregazioni spontanee ed informali per tentare di leggere il loro vissuto e di attivare, mediante un’adeguata comunicazione, una relazione interna.
    Questa semplice esperienza ha cambiato, oserei dire inevitabilmente, la vita e la struttura interna dell’oratorio: abbiamo creato degli spazi dove, al sabato sera, alcuni gruppi musicali possono esprimersi. Abbiamo dato luogo ad alcuni campi estivi differenziati generando, con nostro stesso stupore, tanta voglia di incontrarsi e di stare insieme.
    Inoltre, dopo aver constatato che ai ritiri mensili non veniva più nessuno, decidemmo di investire le nostre energie nel sabato notte: fino alle due in un pub della città, dalle due alle tre in piazza a chiacchierare, alle tre e mezzo andammo ad incontrare la comunità di volontariato per arrivare alle cinque da Anna Ferrari (una ragazza in carrozzella che ci ha parlato di Gesù Cristo, della sua fede, dei suoi problemi) e dopo il cappuccino tutti a casa.


    NEL CARCERE MINORILE
    Domenico Ricca

    Come premessa dico subito che lavoro nel carcere minorile da diciotto anni. Chiaramente, rispetto ai problemi che stiamo ponendo, il carcere minorile è un’altra cosa: è una struttura dello stato, con una sua legge e un suo codice, anche se non ancora provvisto del suo ordinamento penitenziario. Sia lo stato che gli enti locali praticano un grosso investimento in questa struttura. Rispetto a tante altre esperienze, posso dire che noi, invece, viviamo nel paradiso, proprio perché molti interventi sono di competenza dello stato o dell’ente locale. Anche se i ragazzi del minorile sono 100, la struttura vede vivere, al suo interno, da 250 a 300 persone. I ragazzi sono di diversa provenienza etnica: 30 marocchini, 10 albanesi, 30 italiani e 30 slavi. La competenza di diverse etnie scatena altri fenomeni: a volte si amano e a volte si pestano (e quando si pestano si pestano di brutto). La presenza degli operatori della struttura è sovrabbondante perché il ragazzo va guardato a vista 24 ore su 24. Il mio essere lì è stato un essere in compagnia, essere uno di quelli con i quali si lavora insieme, un lavorare insieme anche con quei volontari arrivati tardi, abituato come sono a non gestire niente da solo.Infatti, oggi la parte più importante del mio lavoro è animare gli animatori e sostenere il personale. In alcuni casi, l’esperienza del lavorare insieme ha aperto le strade di una nuova amicizia, vera ed arricchente. Uno dei direttori che si sono succeduti nel tempo è diventato uno dei miei migliori amici. Ricordo ancora ciò che mi disse il giorno del nostro primo incontro: «Caro Reverendo, io non sono in grado di insegnarle a fare il prete, ma lei non è in grado di insegnarmi a fare il direttore».
    * Nella mia opera pastorale, il mio primo obiettivo, all’interno di quella struttura, fu quello di migliorare la qualità della vita e, nello stesso tempo, garantire a tutti, sia al marocchino che all’italiano, l’acquisizione degli stessi diritti e il rispetto degli stessi doveri.
    * In un secondo momento abbiamo cercato, attraverso l’elaborazione di un progetto e il sostegno morale e finanziario dell’amministrazione comunale, di superare e di vincere i pregiudizi della città in vista di un’osmosi piena tra il carcere e la città stessa. Abbiamo chiesto la collaborazione di tutti gli enti di volontariato esistenti in città, senza preclusione alcuna.Nello stesso tempo, però, a tutti abbiamo chiesto di non utilizzare il carcere solo per aggiungere qualche punto in più alla personale graduatoria di volontario, ma semplicemente di essere disposti ad andare in carcere per incontrare i ragazzi.
    * Oggi stiamo ancora lavorando nel tentativo di raggiungere un terzo obiettivo: chiedere alla città che si faccia accogliente, mettendo a disposizione posti di lavoro, risorse associative e quant’altro è nelle sue capacità.
    * Comunque occorre dire che nel carcere il discorso dell’evangelizzazione è legato alla testimonianza della mia persona. Secondo la normativa vigente io dovrei assicurare la mia presenza nella struttura per due o tre ore lavorative al giorno, ma il mio essere presente per tutta la giornata, l’esserci di un prete diventa una relazione capace di assumere il volto dell’evangelizzazione. Su questo tema mi ha particolarmente colpito l’esperienza dei nuovi arrivati i quali, non appena giunti nella struttura, una volta individuato il prete, chiedevano subito di confessarsi (tante volte la richiesta avveniva il giorno stesso dell’arrivo). Chiaramente, non accettavo di esaudire immediatamente la richiesta, proponevo di giungere a soddisfare la domanda dopo una preparazione adeguata da realizzarsi nei giorni a seguire e, magari, ad arrivare ad una buona confessione dopo quattro o cinque giorni. Tra l’altro, sapevo anche che nella loro struttura mentale dire prete voleva dire «potere». Essere amico del prete poteva voler dire essere amico del potere (per uno che sta in carcere essere amico del prete voler dire una seria possibilità di ottenere delle agevolazioni). Col passare del tempo feci capire loro che l’equazione prete = potere non era esatta, e il rapporto si rivestì subito di normalità. Credo che sia questo il vero motivo che mi ha fatto presenziare alle nozze di tanti ex. Infatti, il discorso esplicito sulla fede e sull’evangelizzazione trova il suo contesto più vero ed efficace non tanto nel carcere ma nella vita di tutti i giorni, quando i ragazzi sono fuori e sono inseriti nella vita normale. Del mio lavoro di salesiano vorrei fare solo un brevissimo accenno che ritengo comunemente illuminante. In un capitolo generale della nostra congregazione, abbiamo chiamato anche i laici-salesiani perché potessero dire la loro.Un intervento su tutti mi è parso particolarmente significativo: «Noi inizialmente siamo venuti a lavorare con voi non tanto perché fummo attratti dall’etichetta di S.G.Bosco o di Gesù Cristo, ma siamo venuti semplicemente perché ci avete chiesto di darvi una mano in favore dei poveri, e da quell’esperienza poi abbiamo imparato ad apprezzare altre cose».