Stefano Lupi
(NPG 2002-05-56)
Carissimi «globalizzatori»,
c’è qualcosa che non torna.
Di quelli che sarebbero i vostri scopi siamo un po’ spaventati, e pensiamo bene che non vi si possa lasciare indisturbati mentre Mcdonaldizzate il mondo.
Mcdonaldizzare è un termine che abbiamo imparato da poco, ma lascia chiara l’idea di un desiderio di colonizzazione che si è dato nuovi connotati ed ha cambiato modo di esprimersi senza però smettere di essere meschino e di rapina.
E a questo desiderio si aggiunge anche il tentativo di omologazione verso il basso: rimbambiamo tutti con la cultura dell’occidente opulento e presuntuoso magari sul modello americano. Chissà perché ci torna tragicamente alla memoria la dichiarazione di Bush senior: «Lo stile di vita americano non si tocca».
Allora non si tocca neanche quello degli indigeni della foresta Amazzonica e delle Isole Marchesi. Tanto per dirne un paio.
E poi che dire della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Europeo, certo che nomi imponenti, quanta soggezione. E dietro? Dietro mille interrogativi che noi ci poniamo senza che nessuno, uomini politici o economisti prestati alla politica, riesca a darci una risposta oltre che sensata anche credibile.
Per esempio, perché questa banca grande grande e così importante presta volentieri e generosamente denaro a paesi poveri, Brasile e Indonesia e Romania, quando sono sotto i regimi autoritari e diventa invece improvvisamente avaro quando quegli stessi paesi hanno conquistato finalmente con fatica e sangue dei governi democratici? E perché questa Banca approva prestiti a grandi società di costruzioni per creare strade in mezzo alle foreste senza preoccuparsi di controllare l’impatto ambientale e sociale di simili iniziative?
Lo sapete che non è vero che gli altopiani del Lesotho sono senza acqua. L’acqua c’è ma serve ad alimentare i poli industriali del Sudafrica piuttosto che per spegnere la sete dei bambini. Beh, davvero un altro tipo di guadagno!
E per passare al Fondo Monetario Europeo, perché non provate a spiegare cosa realmente siano i piani di aggiustamento strutturale che impone a tutti i paesi poveri, che improvvisamente non sono più padroni di se stessi come se con il denaro il mondo ricco gli avesse comprato l’anima e non invece regalato la speranza del futuro. Il Fondo presta denaro e il debito aumenta. Il debito aumenta e la libertà diminuisce. Strani principi, non vi pare? e soprattutto strano, veramente strano modo di aiutare.
E poi ci siamo caduti anche noi nel tranello di chiamare i paesi del sud del mondo «poveri». Non sono paesi poveri: sono paesi sfruttati, rapinati e massacrati di lavoro per non guadagnare nulla. Tenuti sotto il tallone della forza, affogati nell’ignoranza e nella miseria perché neanche loro si accorgano dei tesori che le loro terre nascondono.
A forza di ripetergli che sono poveri e valgono poco, hanno finito per crederci.
Cari «globalizzatori»: il mondo non potrà mai essere ridotto al mercato globale che voi tanto rincorrete. I sentimenti, le tradizioni, le culture, l’orizzonte che vediamo da che siamo nati e le foreste nelle quali abbiamo imparato a seguire le tracce degli animali o a percepire l’odore dell’acqua, tutto questo e molto di più non sarà mai trattabile come merce. Sarà senz’altro difficile da capire, ma il denaro non sta bene soltanto nelle tasche dei ricchi. Fin quando l’85% delle ricchezze sarà gestita dal 15% della popolazione mondiale, di quale false illusioni volete parlarci?
L’ideale del profitto non può essere il punto di riferimento della vita dell’universo. State attenti perché è senz’altro vicino il punto di rottura di un andamento che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nell’era delle comunicazione di massa e del grande fratello non siete ancora riusciti a distrarci fino al punto di farci ignorare i bambini che in India lavorano nelle vetrerie e quelli che in Pakistan tessono tappeti con le loro agili, piccole dita, e quando un filo sottile taglia la carne interviene il guardiano del lavoro a bruciare la ferita con un fiammifero. Non dimentichiamo i bimbi che cuciono i palloni, quelli che nelle nostre case si ammucchiano negli stanzini, tre o quattro, di mille colori.
Avete cercato di spaventarci con lo spettro della perdita dell’agiatezza perché per voi deve essere veramente difficile da capire che l’idea di un mondo che muore di fame sia diventata insopportabile anche a chi naviga nell’oro al confronto.
E a proposito di denaro volevamo informarvi che ogni bombardamento in Afghanistan costa 17 milioni di dollari. Calcolando che in un giorno ci saranno circa otto o dieci bombardamenti, poiché non siete i soli a fare bene i conti, ogni giorno per i bombardamenti aerei vengono spesi 170 milioni di dollari. La Banca Mondiale non vi ha mai detto, perché sono dati suoi, che con 13 miliardi di dollari si potrebbe risolvere il problema della fame e della sanità nel mondo per un anno?
Non riuscirete mai a farci credere che esistono guerre giuste, necessarie, di difesa, che possano rendere il mondo migliore.
La guerra è una follia alimentata dal denaro che potrebbe trasformare il mondo in paradiso ed invece semina l’inferno.
Siamo molti e diversi, nell’enorme folla colorata dove, senza perderci, ci ritroviamo; è inutile cercare destra o sinistra, siamo tutti insieme, laici e credenti, associazioni storiche e gruppi spontanei, commercio equo e solidale, ambientalisti, pacifisti, non violenti assoluti e così così.
Abbiamo tutte le età del mondo, giovani e vecchi, bimbi e donne e uomini mossi dal sentimento che sia possibile, non solo inevitabile la costruzione di un mondo su regole più giuste.
Sembriamo confusi e chiassosi in confronto ai vostri abiti doppiopetto, grigio canna di fucile, ma questo soltanto perché le nostre teste, che pure sono tante, lavorano infaticabilmente alla ricerca di una strada. Non siamo mossi dall’unico ideale del guadagno e del denaro. Certo sarebbe tutto più facile.
Il Social Forum di Genova ha impiegato davvero poco per mettere a nudo gli otto grandi della terra e il vuoto dei loro discorsi. E l’appuntamento a Porto Alegre ci vedrà ancora più uniti e forti nei nostri propositi. Siamo il popolo di Seattle, di Praga, di Washington, di Genova, siamo il popolo del mondo che di questo mondo vuole riappropriarsi. In molti si stanno dando da fare per costruire una piattaforma minima di lavoro e un minimo anche di organizzazione al movimento no global. Pensate, una delle anime principali ha un nome che vi farà di certo sorridere: Lilliput, i piccoli uomini che cercarono di costruire una rete per immobilizzare il gigante. La rete che consentirà a tutti noi di tenerci per mano per essere più visibili e per gridare insieme e a grande voce: Not in my name.
Cari «globalizzatori», se tutto quello che avete da dire è ciò che abbiamo sentito finora, se quello che progettate è davvero un mondo supermercato pieno di luci e vetrine e il naso dei poveri schiacciato sopra, sia chiaro una volta per tutte: non farete questo nel nostro nome.
Francesco 18 anni, Fabiana 21 anni, Simona 17 anni, Gianluca 25 anni, Giovanni 40 anni, Marcella 36 anni, Gaetano 68 anni, Rossella 53 anni, Anna 72 anni.

