Parole di vocazione: un viaggio nell’immaginario giovanile


    Virginia Di Cicco

    (NPG 2002-04-13)



    Il termine vocazione, come è sentito e con che parole dai giovani?

    La domanda gira nella mia testa da qualche settimana e non sembra per niente facile e continuo a domandarmelo mentre sparecchio lentamente la tavola del buffet e gli amici dei miei nipoti sono comodi sul divano, pigri e abbandonati come alla fine di ogni festa.
    Approfitto di un istante di silenzio e mi butto, pronta ad essere fischiata:
    «Se dovessi dire la parola vocazione, tu cosa sentiresti?» getto lì guardando mio nipote.
    Francesco sorride come chi la sa lunga e risponde senza neanche esitare: «La musica».
    La risposta mi lascia un momento interdetta. Forse mi aspettavo altro. Qualcosa di più tradizionale, più luogo comune, più stereotipo, qualcosa di religioso insomma. Glielo faccio presente e lui, quasi a tranquillizzarmi, mi dice di sentirsi proprio un «sacerdote» della musica, e mi spiega meglio che questo sentimento prescinde dalla sua persona e dalla sua volontà e che la sua vocazione esisteva ancora prima che lui stesso ne fosse a conoscenza. «Andavo in giro con questo potenziale nel cuore e non lo sapevo». Dice esattamente così: potenziale.
    Cerco di indagare su questa parola e Francesco si presta, tranquillo, diventa preciso. Potenziale perché non sapeva certo di essere nato per suonare e se per assurdo fosse nato su un pianeta senza musica magari non avrebbe mai scoperto certe emozioni, quelle che si muovono come girandole dentro il suo cuore ogni volta che si incontra con un pentagramma e neppure avrebbe mai saputo cosa sarebbe stato capace di creare giocando con quelle emozioni.
    Gli sarebbe rimasto tutto nella testa e nelle mani, non sarebbe uscito nulla fuori, nessuna voce di questa passione, nessun frutto. Forse ognuno possiede una vaga sensazione che in lui esista una sorta di serbatoio di passione che ribolle, ma non accade niente finché non si incontra proprio quella cosa che ci apparteneva senza che lo sapessimo e alla quale noi apparteniamo senza saperlo.

    Il pensiero è faticoso e le parole importanti cominciano a diventare troppe, cerco di rallentare.
    «Dunque arriva un momento nella vita in cui c’è bisogno che avvenga un incontro?» gli dico, e subito sgrana gli occhi come se avessi appena pronunciato la più scontata tra le banalità.
    Certo – questa volta interviene Daria – e come altrimenti ci si innamora?
    Un giorno mentre stai camminando come ogni altro giorno, poggi gli occhi su qualcosa e tutto diventa chiaro. Fino ad un attimo prima non sapevi cosa avresti incontrato e invece in un istante lo riconosci: è tuo. Quella sensazione di necessità che avevi dentro trova finalmente soddisfazione. Quella voglia indefinita acquista una fisionomia propria e diventa la risposta ad una chiamata. È lì che stavi andando, ora lo sai. Era quello che volevi, ora lo sai. Il potenziale, la pentola che ribolliva, può diventare realtà. La cosa straordinaria è che tu non sei affatto preparato all’incontro e quando ci sei è un’esplosione, una tracimazione d’amore, che non si arresta.

    «La vocazione allora è una vocazione all’amore?», continuo io.
    Sempre, mi risponde Stefano e lo fa in un momento, quasi prima che io finisca la domanda. Secco, direi duro. Poi continua spiegandomi che il male non può innescare un meccanismo simile a quello di cui stiamo parlando, perché al male manca questo potere eccezionale. Il male non ha né la forza né le capacità. Non ci si avvicina al male come si risponde ad una voce che chiama, piuttosto si cade in un gorgo dove il rumore impedisce di pensare e sentire. Nessuno può avere vocazione al male, può accadere di perdersi, questo sì, mentre ci si avvicina al luogo dell’incontro.
    Smette di parlare ma continua a scuotere la testa: l’idea di una vocazione alla malvagità proprio non gli vuole entrare.
    «E se quell’incontro non dovesse mai avvenire?» insinuo con cautela.
    Mi dice che sarebbe terribile, che ciascuno di noi porterebbe con sé una sgradevole ed opprimente sensazione di incompletezza. Un’insoddisfazione che metterebbe a dura prova l’esistenza, che toglierebbe gusto e profumo ad ogni cosa, come uno che mangiasse inutilmente.
    Non credo che possa avvenire – insiste testardo – a meno che qualcuno non abbia veramente tanta paura da cercare inconsapevolmente di evitare l’incontro.

    «Perché ci vuole coraggio?», incalzo.
    Morena riflette un momento e poi annuisce. Mi racconta che all’inizio è anche normale provare timore perché ci si sente come inghiottiti da un ciclone che una volta avvinghiati non ci abbandona più. Qualcosa che sembra travolgerci, annullarci, che rivoluziona in un attimo tutto il nostro modo di vivere, i nostri punti di riferimento, quello che mettevamo prima e quello che mettevamo dopo, i valori e il fine e i mezzi. Una schiavitù della quale non potremo fare più a meno, da difendere perché in molti potrebbero non capire e magari cercherebbero perfino di distoglierci, di allontanarci come se dovessero assolutamente salvarci da una follia. La verità è che la voce che chiama viene da dentro e difficilmente può essere udita anche da chi è fuori. E pensandoci bene, i più accaniti in questa missione di persuasione sono proprio quelli che non hanno avuto il coraggio di rispondere alla propria di chiamata, e tale è la sensazione di aver fatto la cosa sbagliata che, magari involontariamente, cercano di portare con sé anche gli altri. Temono che qualcuno riesca ad essere veramente felice abbracciando una cosa dalla quale loro sono fuggiti per paura. La loro rinuncia diventerebbe così insopportabile.
    Dicono sempre di farlo per il tuo bene e che quando sarai grande capirai, ma se il destino è diventare grandi come loro sono diventati, a quel punto non ci sarà niente da capire.
    Nel tentativo di convincerti investono un’enorme quantità di forza che invece non sono stati capaci di investire in quello che avrebbe dovuto essere il loro progetto. Così facendo poi, sbagliano due volte perché credono che la voce dell’animo sia come un treno che una volta perso è perso. La voce è sempre lì, bisogna soltanto decidere di ascoltarla e l’età davvero non conta. A contare è solo la paura.

    Fermo un istante la conversazione perché un’altra parolina interessante mi ha solleticato l’orecchio: «Dunque la vocazione sarebbe un progetto?».
    Questa volta è Emilio che con pazienza mi spiega che per rispondere ad una voce che chiama e raggiungerla c’è bisogno certamente di una specie di cartina. Qui ci sono io e lì c’è il mio obiettivo, più o meno. Allora comincio a tracciare la via più breve e magari anche più semplice, insomma la strada che mi sembra sensato seguire. Un’idea di massima, certo, perché durante il percorso alcune coordinate potrebbero cambiare, e così le distanze e le direzioni. Il progetto è indispensabile: chi si addentrerebbe nella giungla del futuro, da dove una voce chiama proprio lui, senza avere con sé almeno un foglio con un abbozzo? In questo modo diventa anche più semplice gestire la forza e le energie che serviranno per affrontare gli ostacoli e gli imprevisti, e i momenti di delusione o di abbattimento, e la stanchezza. È come fotografare il futuro. Ti guardi allo specchio a venti anni e pensi di avere un’idea di come sarai a cinquanta, con qualche possibilità di variare certo, capelli lunghi piuttosto che corti, ma sarai comunque tu. Questa cosa vale anche per il tuo futuro, provi a fargli un ritratto e poi lo metti nel portafoglio e lo porti sempre con te. L’importante è fare ogni scelta con attenzione, poi qualche maglia cade sempre.

    Lo interrompe ed insiste Patrizia: «L’importante è proprio la scelta, fondamentale per riuscire. Guardare la vita non come la risultante di una combinazione il cui processo e le cui leggi non ci sarà mai dato conoscere e delle quali invece ci tocca solo vivere il risultato. Né tantomeno guardare la vita come calcolo insensato di un’entità mai ben definita, che chiamano destino e che di solito ha tutte le colpe e qualche raro merito. Io sono Patrizia e per me non può andare bene una vita qualunque, quella che trovo, come fossero i saldi di fine stagione o le rimanenze di magazzino. Una specie di abito, magari troppo largo, che cade da tutte le parti, che non copre e nel quale inciampo senza riuscire non dico a correre ma neanche a camminare. Come potrei amare un’esistenza così, come potrei amarmi se avessi mai accettato un simile compromesso?
    Riprende Emilio: «È necessario che ognuno di noi scelga la propria destinazione e il modo per raggiungerla».

    Approfitto di un altro istante di silenzio: «E dove porterebbe la vocazione? D’accordo che possa essere solo al bene, ma nel concreto?»
    «Nel concreto – ritorna Francesco – io vado verso la musica, ma potrei andare verso il sacerdozio o il volontariato o la medicina o la famiglia o la scienza e via così. Noi viviamo all’interno di un mondo che ha bisogno di tutto e questo tutto può riceverlo solo da noi ed è un dovere questo al quale nessuno può sottrarsi. È indispensabile che ognuno dia il suo contributo a un progetto che è il progetto per antonomasia e che raggruppa nel seno tutti i nostri singoli progetti: costruire un mondo, il migliore possibile, dove la gente viva nel modo migliore possibile. Non è neppure lecito distrarsi troppo dai processi che coinvolgono il nostro mondo e a volte rischiano di trasformargli i connotati che invece non dovrebbero essere mai diversi dai connotati di chi lo abita. Il cuore del mondo è tutti i nostri cuori insieme. Se i nostri cuori saranno pavidi, il mondo avrà paura. Se saranno aridi, il mondo morirà. È l’assunzione di responsabilità che ci qualifica come uomini e non come incidenti naturali, gente di passaggio, che non dà e non toglie, superflua.
    La creazione del mondo non è mai finita. Il progetto è in movimento eterno e non sono previste interruzioni. La creazione continua perché noi continuiamo a tentare, tutti insieme».

    Intervengo ancora: «Tutti insieme? Quindi la vocazione è personale e non isola? Le strade diverse non dividono?».
    Mi rispondono in coro che è vero assolutamente il contrario, che la vocazione unisce, che lo scienziato, il medico, il volontario, il sacerdote, una madre sono legati da un filo fortissimo anche se non visibile. Il filo dell’impegno, della scelta, della risposta, del coraggio, dell’amore, della voglia di far parte del mondo cercando di curarne i mali ognuno con il proprio talento, ognuno facendo quello che sa fare meglio. Chi sente tutto questo dentro di sé avrà sempre un enorme rispetto per il cuore degli altri, e nessuno sarà mai solo sulla strada perché si cammina tutti a vista, come chi naviga con mezzi di piccolo cabotaggio.
    Il rischio di sentirsi soli c’è, ma quando la strada che si percorre è stata scelta per motivi diversi dalla propria vocazione. Quando qualcuno ha scelto per noi, strappandoci la possibilità di fare parte di questo esercito miracoloso e riducendoci a soldati isolati che sparano contro le ombre.

    Decido di averne abbastanza anche se volentieri mi tratterrei ancora con loro. Così li lascio finalmente a parlare delle loro cose e mi sorprendo un poco quando mi accorgo che il discorso sembra continuare anche senza di me.
    Forse le risposte non sono state troppo precise, le metafore invece troppo libere, e qualche affermazione ne contraddiceva qualcun’altra, ma devo dire che il risultato mi è sembrato davvero bello.
    Chi scrive è intervenuto qualche volta per mettere un po’ di ordine in un pensiero o per ingentilire un’espressione, ma non ha aggiunto nessun contenuto che non fosse stato realmente espresso, né ha eliminato alcun esempio portato a significare.
    Quasi nessuno di questi giovani è caduto nella trappola del luogo comune, dello stereotipo che ti risparmia di ragionare e ti regala opinioni preconfezionate che neanche devi scartare più. Questo però non significa certo che ci si sia liberati definitivamente di tutto questo. Probabilmente sparse ovunque allignano ancora vecchie idee e modi di dire senza più significato. Un passo avanti però è stato fatto in modo evidente se idee fresche e fertili cominciano a circolare tra la gioventù. Se la parola vocazione non suscita più comicità o sprezzo e non rimanda a vecchi fantasmi di costrizioni unghiate e querule o di reclutamenti forzati, al sacrificio di una vita solo di privazioni e non alla massima espressione di un’esistenza che abbia tutto e si innamori rigogliosa.
    Un passo è stato fatto se la vocazione, con un significato che è laico e religioso al tempo stesso, sembra invece diventare il cavallo di battaglia delle nuove leve con entusiasmo che, chissà, potrebbe anche contagiare le vecchie, in quel riflusso continuo e imprevedibile che porta l’umanità a progredire senza che niente e nessuno possa fermarla.