Stefano Lupi
(NPG 2003-05-7)
Caro figliolo,
ora che manca poco all’evento e tra breve anche tu dovrai indossare gli stretti panni di un padre, penso di doverti dire due parole, tanto per fare il punto di una situazione così complessa che, nonostante la mia età, ancora non ho capito del tutto. Tagliamo corto. Farti da padre non è stato facile e non c’entra con questo la voglia, la volontà o l’amore perché il mio cuore era pieno della gioia di averti. Il problema era come crescevamo noi uomini, in quale mondo e con quali convinzioni e soprattutto l’esempio che avevamo avuto nelle nostre case con i nostri genitori. Vedi, nessuno ci aveva mai parlato di come si potesse essere padri, era proprio l’idea a non essere presa in considerazione. L’uomo era il “capo di casa”, quello che si preoccupava che alla famiglia non mancasse niente sulla tavola, che avesse abiti dignitosi da indossare, che i bimbi potessero andare a scuola; era quello che doveva affrontare e risolvere qualunque problema si presentasse in casa, infondere tranquillità e sicurezza. Al padre spettavano le ultime decisioni e il diritto della punizione se necessaria, padri cui bastavano solo gli sguardi e consideravano le parole superflue. “Quando torna, lo dico a papà!”, e tutti diventavano di colpo più buoni. E queste dovevano essere le preoccupazioni. Fatto questo, fatto il proprio dovere.
Non c’era posto per le parole. I pochi discorsi scambiati con mio padre giungevano nei momenti cruciali delle scelte importanti. Più che discorsi, più che vicendevoli scambi di idee e consigli, erano indicazioni precise che difficilmente ammettevano una replica per non parlare di un’obiezione.
Non c’era posto per le tenerezze. Ricordo rarissime carezze di mio padre, una mano ruvida che passava sui capelli e subito si ritirava come si vergognasse di quella debolezza. La tenerezza infatti si pensava indebolisse l’autorità, mettesse in pericolo la forza della disciplina e il dovere dell’ubbidienza. Una cosa inutile, da fragili. Una cosa da donne, in sostanza.
Per le donne era diverso. Dovevano essere pazienti e silenziose. Intelligenti e bravissime a nascondere di esserlo. Gestivano la casa, spaccando in quattro il soldo e educavano i figli finché il problema non sembrava così grande da richiedere l’intervento del padre. Sembrava non desiderassero altro. Sembrava non ci fosse altro da desiderare. Fiere di questi mariti che dedicavano tutte le loro forze al lavoro. Ricambiavano questo sacrificio con una famiglia che profumava di pulito e si muoveva con educazione.
Sembrava che loro nascessero già madri. Cresciute ed educate per questo e per niente altro. Sembrava quasi che molto fosse già nel loro dna, nella loro natura che da sempre le predispone perfettamente a questo compito. Loro tengono il bimbo nel loro ventre per nove mesi, portandone i disagi, le fatiche e vedendo il loro corpo trasformarsi. Loro sentono da subito la presenza del figlio, con due cuori che vanno all’unisono, con dei movimenti che a sentirli dentro sembrano battiti di ali di farfalle. Per lo meno così diceva tua madre. Ed io ascoltavo, anche un po’ geloso. Io che avevo deciso di fare il padre come mio padre non aveva fatto. Senza farne una colpa a lui che aveva investito senz’altro il meglio di sé. Era un desiderio che sentivo e non ne conoscevo le ragioni e neppure perdevo troppo tempo a domandarmele. Mi sembrava che la diversità imposta dalla natura, pur nell’assoluta parità del concepimento, mi privasse di qualcosa di molto importante. Io dovevo immaginare quello che tua madre sentiva chiaramente. Quella diversità avrebbe potuto creare la falsa e ingannevole convinzione secondo la quale la donna è madre subito e l’uomo invece diventa padre al momento della nascita. Ho messo tutto me stesso per non cadere in questa trappola e non è stato neanche troppo difficile. Trovato il coraggio di spalancare il cuore alla meraviglia di quell’amore, non ci si pente mai.
Così mi sono sforzato di fare cose che nessuno mi aveva mai insegnato, seguendo soltanto il mio cuore. Ti ho riempito di coccole, forse troppe e mi sono sempre tenuto lontano dagli schiaffi visto che portavo addosso ancora le mortificazioni di quelli che avevo ricevuto io. Ti ho rimbambito di parole, cercando un confronto continuo, probabilmente portandoti sul limite dello sfinimento. Devi capire, per me era importantissimo parlarti, serviva a riempire i silenzi che mi portavo dietro dall’infanzia. Ho cercato di consigliarti, senza impormi mai, soprattutto quando sei cresciuto e la tua personalità, naturalmente diversa dalla mia, chiedeva spazio e libertà. Ho detto “no” quando la paura di qualche pericolo che vedevo incombere su di te mi toglieva qualunque briciola di coraggio per osare. Forse egoismo ma, credimi, un figlio è una cosa talmente preziosa che il tremore non ti abbandonerà mai.
Ho cercato di dedicarti tutto il mio tempo libero, ti ho insegnato ad andare in bicicletta, a giocare a pallone, ad andare sui pattini. Tutte cose che io non sapevo fare ma ero certo che tu le dovessi imparare perché ogni cosa che avresti saputo in più ti avrebbe reso più forte e libero. Per questo ho insistito, forse troppo, perché studiassi tutto il possibile. Tu dovevi parlare meglio di me. Scrivere meglio di me. Essere più intelligente di me. Tu dovevi essere il meglio perché un omino come me ti voleva gigante.
Ti chiedo scusa di tutte le volte che, nell’intento di fare il bene, ho permesso che tu ti sentissi solo, tradito o costretto in un posto, in un’idea che non avresti scelto. Diciamo per farla prima che ti chiedo scusa di tutto.
E adesso, smetto di scriverti, esco dallo studio e corro ad abbracciarti.
Coraggio figliolo, essere padre sarà una cosa meravigliosa.
Tuo padre
Caro papà
al tuo gigante tremano davvero le ginocchia. Perché sai, un conto è ragionarci sopra, scoprire di desiderare un figlio, pensare che sarà bellissimo vederlo camminare, sentirlo balbettare, o abbracciarlo tenero tenero mentre poggia la testina sulla nostra spalla. Poi, quando si finisce di ragionare e il bimbo c’è, allora la gola è stretta da mille paure, dalle più sciocche alle più sensate: avrò davvero scelto il momento giusto? mi sento preparato, ma lo sono davvero? forse ho sottovalutato la difficoltà della cosa? e così via. Improvvisamente non trovi più neanche un briciolo di quella serena consapevolezza che ti aveva accompagnato fino ad un attimo prima.
È che i figli oggi sono troppo “ragionati”. Non sono scontati, non sono più l’evoluzione naturale di un matrimonio. Ieri lo erano. Erano l’unico motivo per cui affrontare una vita troppo simile ad una durissima fatica e i sacrifici e le privazioni e il lavoro che non era ancora chiaro dovesse nobilitare l’uomo.
Oggi c’è anche la carriera, la realizzazione di se stessi, i viaggi per conoscere il mondo, e poi la palestra, il calcetto, il cinema e i week-end in moto. Allora si deve riuscire a fare spazio, a centrare il momento, a fare in modo che tutto s’incastri. Qualcuno dice: prima di fare un figlio devo assestarmi economicamente. Qualcun altro che è necessario mettere su una bella casa. Qualcuno ancora che prima deve divertirsi un po’ e godersi la vita. Una cosa è certa: se la vostra generazione avesse ragionato così e se lo avesse fatto anche quella dei vostri padri, probabilmente oggi il mondo sarebbe vuoto. Hai ragione tu, papà: più che cambiato il mondo è cambiato quello che c’è dentro: gli uomini e le donne. I miei amici già padri si fanno sempre molto belli di questo loro essere padri presenti, che contribuiscono in modo evidente all’educazione e alla crescita dei figli. Anche a me piace questa nuova sensazione, ma ogni tanto mi fermo a riflettere su quanto questo mutamento sia stato spontaneo e quanto invece sia stato indotto dal profondo cambiamento delle donne. Vedessi le donne, oggi, papà! Non sono più gli angeli del focolare, le sacerdotesse della casa in perenne attesa del rientro del marito. Quello che ai vostri giorni sembrava naturale, come dicevi tu, già prestabilito, è stato spazzato via insieme ai pregiudizi e alle limitazioni che questo principio trascinava con sé. Le donne, oggi, sono quello che hanno voglia di essere e sono meravigliose. Frenetiche, instancabili, impazienti, e molto intelligenti senza bisogno di nasconderlo. Escono di casa con i loro mariti per andare a lavoro e spesso rientrano dopo di loro. Così la spesa, le faccende domestiche e l’educazione dei figli, tutto rientra in una gestione comune. Non esistono più compiti assegnati: chi lavora e chi amministra la casa. Tutto è affidato alla giornata, tutto si organizza momento per momento. Ed è un trillare di telefonini. Ecco, quando tutto cambia, cambia anche il modo di gestire i ruoli, non c’è altra possibilità.
Niente è più scontato: a volte le donne guadagnano perfino più dei mariti. Cosa considerata impossibile e nel caso insopportabile fino a qualche tempo fa.
Beh, anche oggi c’è qualcuno che non lo sopporta granché bene: le rivoluzioni non riescono in venti o trenta o quaranta anni, ci vogliono generazioni e probabilmente neanche quella di tuo nipote sarà sufficiente.
Così gli uomini hanno cercato di adeguarsi alle novità anche quando era difficile comprenderle e hanno cominciato a fare i padri: a cambiare i pannolini, ad alzarsi di notte per preparare il biberon, a lavarli e vestirli per portarli a scuola, a fare i compiti insieme, ad accudirli malati. Molti hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Molti invece hanno lasciato che questa nuova consapevolezza li arricchisse con emozioni e sentimenti che altrimenti non avrebbero mai scoperto.
Io ho cercato di fare così e lo devo a te, papà. Devi sapere che le cose che tu hai scritto nella lettera che mi hai indirizzato, io le ricordo tutte ed anche molte di più. E il loro ricordo mi scalda il cuore così tanto che non potrei desiderare altro se non che mio figlio mi guardasse come io guardavo te mentre mi medicavi il ginocchio, attento e delicato, con lo sguardo buono. A volte ho pensato, senza mai dirtelo, che non avrei mai potuto essere bravo come te. Il gigante che ha studiato e conosciuto il mondo non potrà mai uguagliare l’omino che inventava i giochi senza che avessimo troppi giocattoli. Quante risate senza sapere neanche cosa fosse la play station, le video cassette o quei terribili mostri che oggi costano un capitale e vanno per la maggiore. Probabilmente la verità è che se ai figli si regala molto di noi stessi, non c’è bisogno di regalare continuamente nuovi giochi.
Se tu desideravi che io fossi un gigante, io vorrei che mio figlio fosse Atlante e portasse sulle spalle suo nonno e suo padre. Non avrò paura ad essere tenero perché anche questo ho imparato da te, ma cercherò anche di dire qualche no. Oggi si rischia di cadere nell’errore contrario a quello della tua generazione: ai figli dire sempre sì. Perché si torna stanchi dal lavoro, alla fine della giornata, e non si ha voglia di sopportare capricci e grida facendo l’educatore. Perché si è rosi da un silenzioso e nascosto ma profondo senso di colpa quando si riflette alla minima quantità del tempo che gli concediamo e niente di più. Perché andiamo di fretta e non c’è tempo per discutere. Insomma agli errori si trovano sempre mille perché.
Sono costretto ad interrompere questa nostra strana “conversazione” perché accompagno Silvia a fare l’ecografia. È un’invenzione molto simile alla magia: vedere il proprio figlio magari di profilo con il nasino a patatina e il dito in bocca, il piedino a cavallo dell’altro, nell’acqua. Ai tuoi tempi non esisteva questo occhio indiscreto nella pancia della mamma, ma so che se fosse esistito tu saresti impazzito dalla gioia. Per questo prima di andare allo studio medico, ti passeremo a prendere.
Grazie infinite, papà.
Tuo figlio.

