Gioia Di Cristofaro Longo
(NPG 2003-02-06)
La riflessione sui diritti umani pone in termini ineludibili l’esigenza della presa di coscienza che esiste un profondo divario tra le elaborazioni teoriche e le pratiche quotidiane. Anzi le pratiche quotidiane che i mass media presentano ogni giorno sono la testimonianza di una drammatica realtà: quella della sistematica violazione di tali diritti.
Si pone a questo punto l’urgenza di una scelta in termini chiari e responsabili. È infatti insostenibile l’accettazione passiva di una tale realtà rispetto alla quale vanno, invece, individuate carenze culturali, politiche, sociali, economiche e al contempo assunti impegni volti al superamento di questo divario, pur nella consapevolezza e realistica accettazione della limitatezza dei singoli interventi. Una goccia nel mare, forse, ma il mare senza gocce non esisterebbe!
Dal concetto di cultura a quello di cultura dell’interculturalità
Il processo di mondializzazione e la conseguente dilatazione degli orizzonti di riferimento sia a livello politico che economico, l’affermarsi di una realtà tecnologica e multimediale che ha cambiato e sempre più cambierà modalità di rapporto, concetti e percezioni di vicinanza/lontananza, pertinenza/afferenza, possibilità/impossibilità, intimità/estraneità pone con urgenza la definizione del concetto di cultura dell’intercultura attraverso la quale stabilire principi, valori, sentimenti, orientamenti e comportamenti che rispondano alla finalità di una promozione dell’interculturalità.
Se il termine multiculturalismo ci consegna in una prospettiva semplicemente descrittiva una realtà nella quale si trovano a convivere più culture, il termine intercultura supera il dato descrittivo e pone di fronte ad una scelta: quella di gestire i rapporti con le nuove culture in termini di impegno reciproco, relazioni interdipendenti, messa in gioca “bilaterale”.
L’obiettivo di grande attualità, ma al contempo essenziale, per un corretto processo di conoscenza, è quello di recuperare la duplice e contemporanea dimensione della reciprocità, intendendo per reciprocità l’assunzione contemporanea e paritaria della dignità dei due punti di vista e, quindi, delle prospettive interagenti attraverso le quali stabilire rapporti, scambi, assunzioni di responsabilità, processi di crescita e cooperazione.
Tale realtà comporta processi di riformulazione profondi a livello identitario sia sul versante personale, sia su quello collettivo.
Intendiamo per identità culturale quei valori, orientamenti, atteggiamenti che generano sentimenti e convinzioni alla base di comportamenti per cui un soggetto sente di appartenere ad una realtà.
È bene tenere presente lo stretto, inscindibile rapporto tra identità e cultura.
Se la cultura è quell’insieme di valori, norme, credenze e fantasie che orientano le scelte dei singoli, in sintesi il modo di pensare, sentire e agire di ciascuno inserito nel suo o nei suoi gruppi di riferimento, l’identità è la forma che la cultura assume nel momento in cui, in seguito ad un processo di inculturazione e di socializzazione, entra a far parte del sistema culturale di riferimento del soggetto. Si viene, cioè, a precisare la prospettiva, il punto di osservazione da cui parte l’analisi che comunica una determinata visione del mondo.
L’identità è, dunque, la cultura analizzata tenendo conto del soggetto o dei soggetti rispetto ai quali si interagisce.
L’identità, come la cultura, è di per sé processuale e dinamica, è la testimonianza cioè di un percorso ininterrotto che parte da un punto, il sé, che dal primo giorno della propria esistenza vive in continua interazione con gli altri, a cominciare dalla propria realtà familiare, assumendo nelle varie situazioni un’identità corrispondente (figlio/figlia, studente, ecc.) fino ad arrivare ad una dimensione, la più larga, nella situazione data, comune ad altri individui e, come tale, riconosciuta.
Ogni individuo vive contemporaneamente più identità culturali: quanto più tali identità sono ritenute compatibili a livello della propria cultura di riferimento, tanto meno si innescano processi di crisi.
Ciò comporta ancora una rilettura del rapporto identità/alterità.
È importante, infatti, capire che nella definizione dell’identità, l’io è compreso nel concetto di alterità/altro: se io sono io a me, sono contemporaneamente altro ad un altro che, a sua volta, è io a se stesso e, ancora, altro a me, ecc.
Proprio nella mancanza di consapevolezza dell’alterità compresa nell’identità può essere individuata l’origine dei drammatici etnocentrismi culturali che minacciano i rapporti tra le persone e i gruppi nella vita di tutti i giorni.
L’incontro con l’altro, infatti, per essere vero, deve essere frutto di comunicazione, trasmissione di conoscenza, effetto di esperienza, risultato di riconoscimento.
L’operazione culturale di grande rilevanza che si ha di fronte è quella di attivare procedure attraverso le quali essere messi in grado di scoprire come tra le singole identità specifiche e quelle più globali non esista frattura, bensì continuità: la più ampia comprende (e quindi non esclude) quelle meno estese e tutte insistono nello stesso soggetto come cerchi concentrici. Si tratta di innervare, innestare la dimensione globale in quella specifica.
L’interculturalità diventa, infatti, un terreno di negoziazioni, di percezioni di realtà colte nella loro diversità, vissuta come ricchezza di flussi comunicativi attraverso i quali stabilire rapporti, scambi, realizzare processi di crescita e cooperazione, in una parola, rendere sempre più ricca di significati la parola che tutti ci accomuna: umanità.
Si viene, quindi, a definire il concetto di cultura dell’intercultura, intendendo con tale denominazione quel complesso di valori, orientamenti, atteggiamenti e comportamenti ai quali ispirare le scelte individuali e collettive di soggetti appartenenti a culture diverse che convivono in una stessa comunità.
Caratteristiche della cultura dell’intercultura sono:
– l’interdipendenza: l’elemento che caratterizza ogni tipo di relazione e ne descrive i livelli di interazione. Ogni identità, infatti, stabilisce un rapporto ineliminabile con l’alterità, intesa sia a livello individuale che collettivo;
– la reciprocità. all’interno dell’interdipendenza si stabiliscono rapporti reciproci.
La reciprocità, infatti, coglie l’interdipendenza partendo dall’esplicitazione del punto di vista, della prospettiva dalla quale si conduce l’analisi e, insieme, i suoi riflessi complementari nei soggetti e da parte dei soggetti che interagiscono nella stessa relazione reciproca.
L’aspetto peculiare da tenere in considerazione è che nella relazione interdipendente e reciproca i soggetti, pur riferendosi a una medesima situazione, la interpretano con un apparato simbolico, normativo e strumentale che genera orientamenti e comportamenti diversi, come diversi sono i mondi culturali, gli interessi e i punti di vista che rappresentano, pur nella convergenza del rapporto che li vede legati ed interagenti in un determinato contesto temporale e spaziale.
In questo contesto appare decisivo individuare i contenuti che vanno a caratterizzare l’incontro e il dialogo tra le culture.
Tra le eredità del secolo trascorso, senz’altro è da annoverare il lungo, faticoso, accidentato percorso che ha condotto all’elaborazione di un corpus innovativo internazionale che va sotto la denominazione complessiva di diritti umani. Una rottura culturale di portata rivoluzionaria a cui corrispondono, però, altrettante resistenze più o meno esplicite.
La storia di tale processo giuridico e politico, al contempo, è illuminante, sia delle tensioni “universalistiche” che ne sono alla base, sia delle difficoltà più o meno note ad esso connesse; rottura, quindi, di portata planetaria da una parte, ma allo stesso tempo, resistenze esplicite ed implicite.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo emanata dall’ONU nel 1948 realizza l’obiettivo di mettere sulla “Carta” quei principi ed orientamenti che le ceneri, ancora non spente del secondo conflitto mondiale, suggeriscono con urgenza e con particolare convinzione.
Illuminante in questa prospettiva il Preambolo della Dichiarazione dalla quale si evince la consapevolezza della drammaticità del momento storico e l’avvertenza di un pericolo sempre in agguato.
Proprio le considerazioni contenute nel Preambolo offrono la testimonianza della verità delle motivazioni e delle intenzioni degli estensori della Dichiarazione, che reca senz’altro l’impronta occidentale nella storia della sua estensione, ma che, una volta approvata, dalla quasi totalità dei Paesi del mondo, inizia un difficile cammino di inculturazione nelle varie realtà.
Sono testimonianza di questo difficile e certo ancora lontano obiettivo, le carte islamica (Cairo 1990), araba (Cairo 1994), e africana (Nairobi 1981), promulgate successivamente.
Il corpus dei diritti umani è andato in questi cinquanta anni sempre più precisandosi e specificandosi anche su settori nuovi, quali, tra gli altri, l’ambiente e la questione femminile.
Emblematici di questo cammino i Congressi mondiali che scandiscono le tappe dello sviluppo di elaborazione intorno a questioni che arrivano ad essere considerate prioritarie tanto da giustificare, appunto, l’organizzazione di Congressi mondiali dell’ONU.
A titolo puramente esemplificativo, ricordiamo il Congresso Mondiale di Rio de Janero del 1992 sull’ambiente e quello, ultimo di quattro, a Pechino nel 1995 sulle donne.
I valori che ispirano i diritti umani sono generalmente e genericamente condivisi, ma recepiti come utopici e, quindi, lontani.
Proprio nel termine genericamente può essere individuata una prima spiegazione alla base del divario tra parole e fatti. Genericità che si coniuga con astrattezza, semplificazione, livello puramente dichiaratorio.
È innegabile che oggi esista una forte discrasia tra il piano delle affermazioni teoriche e la sua traduzione nelle scelte concrete.
Rispetto ai diritti umani, infatti, tale divario è ancora più grave in quanto la stessa conoscenza teorica è quasi del tutto assente.
Dalla dichiarazione alla cultura dei diritti umani
La sfida che si pone oggi allora è proprio quella del passaggio dalla dichiarazione alla cultura dei diritti umani. Parlare di cultura dei diritti umani significa fare riferimento a quella operazione culturale attraverso la quale tali diritti si traducono in valori, norme, attitudini, orientamenti che ispirano i comportamenti delle persone considerate sia singolarmente sia collettivamente, in una parola, un sistema culturale di riferimento complessivo.
Tale ragionamento va contestualizzato nella realtà odierna che ridefinisce aspetti, contenuti, tipologia di rapporti, nelle relazioni interpersonali.
Elementi costitutivi di una cultura della mondialità possono essere considerati proprio i diritti umani che costituiscono la novità dell’ultimo secolo, non ancora percepita in tutta la sua portata rivoluzionaria.
L’aspirazione a valori universali sanciti in Carte è antica.
A titolo esemplificativo citiamo la Magna Charta inglese dell’11 febbraio 1225, il Bill dei diritti del 1689 da cui sono nati i Trattati sul governo di John Locke, nonché le Dichiarazioni dei Diritti della rivoluzione americana del 1776 (Virginia Bill of Rights) e quella della rivoluzione francese del 1793.
La novità che introduce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, solennemente adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, è quella di costituire il primo tentativo riuscito di elaborazione a livello mondiale.
Primo e, per fortuna, non ultimo atto perché può legittimamente affermarsi che molti altri ne sono seguiti a cominciare dai Patti, rispettivamente dei Diritti Civili e Politici, il primo, dei Diritti economici, sociali e culturali, il secondo, ambedue del 1966 ed in vigore dal 1976, ratificati dalla stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite.
Fino al Congresso Mondiale dell’ONU tenutosi a Vienna nel 1993 che segna un momento di riflessione complessiva sull’intero corpus dei diritti umani, al quale sono poi succedute nuove importanti iniziative fino ad arrivare alla Costituzione del Tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra del luglio 1998, la comunità internazionale si è incontrata sistematicamente e con sempre maggiore frequenza, avvalorando in tal modo un orientamento, anche se non sufficientemente percepibile a livello generale, che coglie l’urgenza di assumere, in termini di verità e necessità, il problema della attuazione dei diritti umani.
È qui che si ripropone il problema del rapporto tra specifico e universale.
Il corpus dei diritti umani appare, infatti, generale, con valenza quindi universale, spesso percepito in termini alternativi, se non proprio oppositivi, al particolare, locale, specifico. Appare cioè come una realtà sovranazionale con scarsi punti di raccordo con persone, stati, comunità, venendo così a minare profondamente la convinzione della loro efficacia.
Una prima considerazione appare fondamentale ed è collegata al rapporto cultura-diritto. Un rapporto strettissimo di interdipendenza nel senso che è la cultura a creare il diritto e viceversa.
Perché, infatti, una norma arrivi ad essere stabilita, vuol dire che i convincimenti della comunità, nelle espressioni legittimate all’emanazione, vanno nella direzione dei contenuti della norma stessa. Possiamo più correttamente affermare che esiste una cultura in senso antropologico orientata in quella direzione, cultura che si ritrova ad essere confermata dall’esistenza della norma stessa e ribadita dalla sua applicazione.
Ora, rispetto alla normativa internazionale relativa ai diritti umani, si deve onestamente prendere atto che alla dichiarazione non è seguito il processo di inculturazione nelle diverse culture.
Già Pietro Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana, affermava che non deve esistere alternatività e oppositività tra diritti umani e Stato, costituendo, anzi i primi, la sostanza stessa dello Stato.
“I diritti di libertà – afferma Calamandrei – non devono concepirsi, in regime democratico come il recinto spinato entro cui il singolo cerca scampo contro gli assalti della comunità ostile, ma piuttosto come la porta che gli consente di uscire dal suo piccolo giardino nella strada e di portare di lì il suo contributo al valore comune: libertà, non garanzia di isolamento egoistico, ma garanzia di espressione sociale”1.
Proprio qui sta il punto. Va capovolta l’ottica con la quale si deve affrontare il problema: non in termini difensivi, bensì propositivi e, quindi, in grado di creare una nuova realtà liberando il processo in tutta la sua dinamicità e complessità.
Va quindi recuperata nella sua valenza complessiva la dimensione antropologica, quella capacità cioè di svelare i “ragionevoli convincimenti”, come li definisce Lev N. Tolstoj, o la “cultura dei sentimenti” di cui parla Walter Benjamin, presenti e diffusi, anche se scarsamente ri-conoscibili, che hanno portato e portano il mondo, anche se con difficoltà e conflitti, ma in continuità, a riflettere insieme, dialogare, elaborare, decidere in termini sempre più precisi, rivelando la consapevolezza della necessità di un impegno sistematico per la diffusione della conoscenza dei diritti umani a cominciare dalle istituzioni scolastiche che sono esplicitamente e ripetutamente invitate, in numerose Risoluzioni e Documenti internazionali, ad includere “diritti umani, diritto umanitario, democrazia come materia nei curricola di tutte le istituzioni educative formali ed informali”. Per tutte citiamo: la Risoluzione n. 41 del 1978 del Consiglio d’Europa e la Dichiarazione Finale della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani, tenutasi a Vienna nel 1993.
Esiste, quindi, una grave lacuna da colmare nel processo di costruzione e trasmissione dei diritti umani in modo da consentire il passaggio dalla dichiarazione alla cultura dei diritti umani.
È importante sottolineare l’aspetto sistemico collegato al concetto di cultura. Non si tratta, infatti, di inserimenti sporadici: i nuovi contenuti devono trasformarsi in principi coerenti, interdipendenti che devono produrre opportune conoscenze, abilità, attitudini, non rimanendo relegati a sterili affermazioni.
La proposta deve avvalersi di metodologie idonee a sviluppare forme di apprendimento cooperativo volte a promuovere l’acquisizione di valori quali la solidarietà, la cooperazione, la responsabilità, la democrazia.
Operare, dunque, per la promozione di una cultura dei diritti umani significa, innanzitutto, fare una scelta di campo nella consapevolezza, anche questa non assolutamente scontata, dell’impossibilità di un atteggiamento di neutralità: o si sta da una parte, o si sta dall’altra.
I problemi, le contraddizioni, i conflitti che possono sorgere sono di natura ben diversa se si iscrivono in un orizzonte culturale esplicitamente impegnato all’interno di un progetto per la promozione dei diritti umani: si tratta di cadute che non compromettono la possibilità di attuazione del progetto complessivo.
È opportuno a questo punto chiarire le caratteristiche antropologiche collegate a questo processo.
La cultura dei diritti umani non è ancora scritta. Si tratta, dunque, non di una realtà statica, già definita, ma di un processo continuo rispetto al quale i contenuti dei diritti umani fungono da “leva” e contemporaneamente da “obiettivo”, un processo che sempre più deve dispiegarsi in termini di verità e di possibilità di attuazione nel tempo, nello spazio, nel concreto di vissuti esperienziali di donne e di uomini. Un processo, quindi, da proporre, alimentare, riconoscere, riproporre avendo attenzione ai soggetti interessati, alle attitudini da promuovere, alle attività realizzate e realizzabili.
Diritti umani tra specificità e universalità
Un altro aspetto si pone sul piano teorico: quello del rapporto tra specifico ed universale che investe, in particolare, la relazione tra le culture, aspetto reso ancora più attuale dalla transizione culturale accelerata che caratterizza i nostri tempi e che è alla base di conflitti, contraddizioni, incertezze.
Un rischio, in particolare, si pone, proprio a livello di identità culturali, e riguarda la possibilità che si innestino cortocircuiti nei processi di inserimento di nuove identità all’interno della propria personalità collegati ai processi di planetarizzazione in atto.
Dimensione planetaria, realtà oggi e non domani: realtà a livello economico, massmediologico e politico, ma – questo è il punto – non ancora a livello antropologico di cultura di riferimento.
L’insufficiente attrezzatura culturale a gestire la novità di una planetarizzazione di molti aspetti dei rapporti umani fa sì che specificità e globalità non siano in grado di convivere armonicamente, anzi spesso si pongano in termini di opposizione e vera e propria alternatività. Il riesplodere dei conflitti etnici scoppiati in tutto il mondo (ex Iugoslavia, curdi ed iraniani, armeni ed atzeri, tamil e cingalish, hutu e tutsi, ecc.) è una drammatica realtà che interpella tutti e tutti richiama al massimo della responsabilità. L’intreccio tra globale e locale è talmente complesso ed intrecciato da far ipotizzare una nuova dimensione, da alcuni definita “glocal”, proprio ad indicare l’esigenza di un superamento di concezioni alternativiste tra appartenenze plurime e relative cittadinanze.
Un aspetto fondamentale del processo di mondializzazione riguarda proprio l’elaborazione sistematica dei diritti umani al quale, però, non corrispondono orientamenti culturali e comportamenti coerenti sufficientemente codificati. Si realizza, cioè, la discrasia della quale si è fatto cenno all’inizio e che può essere riassunta nei seguenti termini:
– nessuno mette in dubbio la validità dei diritti umani, frutto dell’elaborazione culturale di quasi tutti gli Stati del mondo;
– moltissimi sono altrettanto convinti della loro quasi impossibile praticabilità;
– ne consegue una realtà di sospensione culturale per la quale entrambi gli atteggiamenti precedenti convivono, pur nella loro intrinseca, profonda contraddittorietà.
La prima sensazione che se ne ricava riguarda l’assenza di una cornice entro la quale disegnare le nuove compatibilità tra le identità coesistenti in un soggetto.
La trappola che rende difficile avviare il processo di interiorizzazione dei diritti umani è quella dell’incapacità di cogliere la loro contemporanea dimensione specifica e globale. La globalità viene percepita in termini antitetici alla specificità.
In questa logica, le differenze sembrano destinate ad essere cancellate a tutto vantaggio di una dimensione globale che sembra di per sé altra rispetto a quella specifica che, bene che vada, viene considerata genericamente assorbita in quella globale.
L’operazione culturale di grande rilevanza che si ha di fronte è quella di attivare procedure attraverso le quali essere messi in grado di scoprire come tra le singole identità specifiche e quelle più globali non esista frattura, bensì continuità.
In questa prospettiva è facile comprendere come la dimensione globale non solo non venga colta in termini di alternatività, ma anzi si moltiplichi per quante sono le identità specifiche con le quali si trova ad interagire. Sarà così più esatto parlare non di una sola identità planetaria, ma di tante culture di identità planetarie tra loro interagenti che saranno in grado di coniugare, in modo originale e irripetibile, specificità e universalità.
Anche l’universalità, in altri termini, diventa una dimensione specifica. Se ciò è vero, la costruzione di culture di identità planetaria avviene attraverso il processo di identificazione, per il quale un contenuto di valenza planetaria da identificante diviene identificato: entra cioè, nell’orbita della cultura di identità dei singoli appartenenti a gruppi più o meno ampi.
Il carattere personale della cultura di identità di un soggetto, infatti, non può mai essere negato: costituisce sempre il punto di partenza e, contemporaneamente, il punto di arrivo di un processo culturale ampio e complesso che, nel caso della cultura di identità planetaria, trova nella persona il suo unico, ineliminabile punto di riferimento.
In questo quadro la cultura di identità planetaria documenta il punto di incontro, colto nella concretezza di un vissuto, tra l’esperienza di un soggetto e la cultura planetaria che si traduce in un preciso orientamento operativo che, in medias res, consenta nelle diverse situazioni di mettere in opera comportamenti specifici coerenti e, sul piano della ricerca, metodologie idonee a rilevare le interdipendenze delle prospettive alla base delle scelte e delle azioni umane.
Questo significa, da una parte, la rottura e il superamento del centrismo culturale, e dall’altra, l’unica premessa valida ad un dialogo effettivamente interculturale che dia conto dei seguenti aspetti:
– della storicità del processo, della sua individuazione, cioè, nel tempo e nello spazio;
– della concretezza di orientamenti e comportamenti per i quali è possibile individuare soggetti, attività materiali ed immateriali, rapporti.
Dalla cultura alle culture dei diritti umani
Si pone a questo punto il problema del rapporto tra diritti, cultura, culture.
È un aspetto particolarmente delicato che incrocia un problema antico, ma sempre attuale che riguarda la legittimità dell’ipotesi di valori universali, valori cioè validi in ogni luogo e per ogni persona.
La realtà dei diritti umani, così come ci viene consegnata dagli eventi degli ultimi cinquant’anni, porta ad una duplice considerazione: la prima riguarda l’assoluta novità nella storia dell’umanità di una elaborazione collettiva a livello di governi (e, più recentemente e parallelamente, di organizzazioni non governative), entrata a far parte a tutti gli effetti, attraverso ratifiche, dei sistemi legislativi dei singoli stati; la seconda rimanda alla necessità di impegnare, superando il livello dichiaratorio, tutte le agenzie interessate da quelle educative a quelle politiche, sociali ed economiche, alla creazione delle condizioni di praticabilità e attuazione dei singoli diritti umani.
Emerge, quindi, l’esigenza e l’urgenza di promuovere un processo di inculturazione dei diritti umani nelle singole culture. Un’ispirazione comune, ma cento, mille, un numero indefinito e indefinibile di attuazioni, esperienze, progetti che leghino il passato al presente e al futuro.
Diritti, culture ispirate ai diritti che ci consegnano una scelta di campo precisa all’interno della quale sono possibili infinite realtà creatrici che sostanziano una pluralità di culture.
In questo senso si può parlare di principi, universalizzabili, intendendo con tale termine l’indicazione di un processo che parte da un’opzione condivisa che si traduce in una scelta comune in quanto elaborata e definita in sedi comuni, ma che necessita di inveramenti nelle singole culture.
Non, quindi, sovrapposizioni, ma inculturazioni specifiche con valenza generale in quanto espressione di un consenso esplicito sull’ispirazione di fondo e il conseguente orientamento operativo comune.
Se si riflette, questo processo è già realtà per altre espressioni dell’umanità: l’arte, ad esempio, traduce la capacità di interpretazione di ogni artista del bello, ma le espressioni che ne conseguono sono innumerevoli e le più varie; l’amore, nelle sue varie forme, è valore universale ed esperienza comune di tutte le persone di ogni tempo che trova in ognuno forme di espressione diverse, ma tutte riconoscibili e riconducibili al valore stesso.
La proposta che si avanza, quindi, è quella di promuovere processi di universalizzazione e vitalizzazione dei contenuti dei diritti umani, condizione necessaria perché ogni cultura si muova concretamente per la loro promozione e sperimentazione.
Un esempio di percorso educativo
A titolo puramente esemplificativo, si ritiene opportuno riferire circa un’iniziativa promossa nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che ha impegnato, in un progetto comune di antropologia interculturale, Università, UNESCO e Scuole di ogni ordine e grado2. L’obiettivo è stato quello di creare condizioni concrete di conoscenza, approfondimento, gestione sulla base di una scelta, nel campo dei diritti umani: un esperimento, pur limitato, di concretizzazione di un impegno.
Il progetto ha preso spunto dalla positiva esperienza dell’adozione di Monumenti storico-artistici da parte delle scuole (ad esempio, Roma e Napoli e moltissimi altri comuni) proponendosi di passare ad un altro tipo di adozione e, precisamente, all’adozione dei diritti umani.
In concreto, si è ipotizzato che, all’interno di una classe, corso o scuola, si decida l’Adozione di un diritto umano con esplicita dichiarazione della motivazione della scelta, delle modalità di espletamento della ricerca e con l’indicazione dei percorsi storici, letterari, economici, artistici, mass mediologici, ecc. scelti al fine di:
– comprendere in tutta la sua estensione il significato del contenuto compreso nel diritto scelto;
– riandare alla sua genesi storica;
– approfondire la portata culturale, sociale, politica, educativa;
– calare il suo significato nelle vicende note e in quelle meno note, o del tutto sconosciute sia a livello individuale, personale, sia a livello collettivo, sociale.
Pertanto nella proposta di adozione di un diritto umano si intende stimolare un processo che comporti di:
– operare una scelta sulla base di un interesse;
– assumere una responsabilità;
– prendersi “in carico” e “cura” di persone, situazioni, problemi vicini e lontani;
– stabilire un’appartenenza e vivere un’esperienza affettiva;
– ampliare i propri saperi: memoria del passato, conoscenza del presente, progettazione del futuro;
– stabilire connessioni, interdipendenze, reciprocità mettendo in relazione la propria realtà con gli “altri”;
– favorire un processo di presa di coscienza che impegna alla crescita;
– creare eventi;
– moltiplicare relazioni, incontri, confronti;
– liberare la propria creatività;
– vivere un impegno in prima persona caratterizzato da continuità, fantasia, volontà, nella prospettiva di una concreta promozione di una cultura della pace;
– dare mente, cuore, braccia, gambe alle proprie speranze.
Il progetto è nato dalla semplice ma incontrovertibile considerazione che i diritti umani, pur da tutti ritenuti importanti, non sono conosciuti, né tanto meno insegnati.
Di essi si parla soprattutto per la loro sistematica violazione. Questo è senz’altro un fatto molto positivo, ma è altrettanto vero che si tratta di una conoscenza monca. È evidente che oltre alle loro violazioni sarebbe prioritario conoscere ogni singolo diritto sia come contenuto che come area di applicazione.
Il progetto ha voluto inserirsi in questa realtà cercando di portare un modesto contributo al superamento del divario esistente tra una generica aspirazione e una pratica “non praticata”. L’obiettivo è stato quello di promuovere processi che consentissero il passaggio dalla dichiarazione alla cultura dei diritti umani.
Sono state più di trecento le scuole italiane coinvolte nel progetto che hanno già elaborato una quantità di materiali scritti, iconografici e multimediali assumendo, coerentemente con le finalità del progetto, impegni precisi e di iniziative concrete estese anche al territorio. Tali materiali sono stati esposti in due mostre a Roma: una presso il Museo di Arti e Tradizioni Popolari e l’altra presso l’Ara Pacis prima del restauro.
La risposta positiva al progetto, i significativi risultati del lavoro, offrono un’indicazione che contribuisce a confermare l’ipotesi che esista una potenzialità di idee, energie, abilità che attende solo di trovare i canali adatti di espressione e sperimentazione.
Il discorso vale, ovviamente, non solo per l’ambito scolastico, ma investe tutta la società.
Si profila, quindi, l’esigenza di superare l’atteggiamento difensivo – pur necessario – nei confronti dei diritti umani per impegnarsi prioritariamente per la loro promozione avendo consapevolezza che essi costituiscono un orientamento che deve attraversare tutti i campi della vita sociale, culturale, e economica e politica.
Un debito di riconoscenza
Last, but not least, voglio testimoniare un debito di riconoscenza che devo al mio viaggio di ricerca in Ciad.
Nei colloqui informali che sempre costituiscono la trama essenziale della ricerca stessa, ho appreso con sorpresa che le adozioni a distanza di bambini, viste nella prospettiva del paese dei bambini “adottati”, potevano anche costituire un problema. A una mia richiesta di chiarimento mi è stato spiegato che la formula dell’adozione a distanza in un certo senso, oltre a costituire indubbiamente una forma di solidarietà, esporta però una logica di selezione, omogenea alla cultura occidentale che la pratica.
Un bambino/a adottato ha sicuramente un buon numero di fratelli e sorelle ed è inserito in una classe con numerosi altri bambini con scarsa probabilità di essere adottati.
In questo contesto la differenza tra lui o lei e gli altri bambini si caratterizza in termini netti e imbarazzanti. A questa realtà i missionari o operatori delle ONG che gestiscono queste adozioni, cercano di ovviare “spalmando” il contributo ricevuto anche ad altri bambini venendo così, però, ad indebolire fortemente le potenzialità dello stesso.
Proprio riflettendo su questa situazione ho pensato che un possibile correttivo, sempre purtroppo parziale, poteva essere quello di promuovere una sorta di “adozione” tra una scuola italiana e una scuola di un Paese in difficoltà.
Questa soluzione offre senz’altro alcuni vantaggi:
* le scuole italiane sono spesso impegnate in iniziative di solidarietà. La cifra che sono in grado di raccogliere è tale da consentire, rapportando il valore del denaro alle realtà locali, un aiuto non indifferente in termini di materiali scolastici, stipendi agli insegnanti, banchi, ecc. L’aiuto, quindi, va a migliorare la condizione di tutti gli studenti di quella scuola;
* il rapporto che viene a stabilirsi impegna le due scuole a livello istituzionale. È, quindi, un assunzione di responsabilità bilaterale che coinvolge entrambe le strutture scolastiche nella loro totalità;
* si tratta di un intervento che contribuisce al mantenimento della scuola in quanto tale e, quindi, il beneficio, per quanto limitato, va oltre gli aspetti immediati. È un contributo che, se ripetuto negli anni, come è auspicabile, contribuisce tout-court al diritto fondamentale all’istruzione.
Ho cercato di verificare già in loco la validità di questa ipotesi, ricevendone subito significative conferme.
Il diritto all’istruzione: una proposta di antropologia interculturale
Proprio la considerazione del diritto all’istruzione ha dato la chiave per il Progetto nato in Ciad e oggi esteso in 110 realtà del mondo in difficoltà. In una prospettiva di sviluppo sicuramente l’istruzione gioca un ruolo centrale e irreversibile. Impegnarsi per favorire un accesso all’istruzione il più ampio possibile significa lavorare per il futuro affidando alle scelte dei soggetti interessati la responsabilità della progettazione del proprio futuro.
L’operazione culturale che nasce dal collegamento delle due scuole favorisce contestualmente due risultati: quello di una conoscenza libera e creativa di un’altra realtà culturale attuata in una dimensione di normalità e quotidianità, e quella, originalmente non prevista, ma rivelatasi molto efficace, di lettura, spesso per la prima volta, sistematica della propria identità culturale.
Identità e alterità opportunamente gestite in termini di contemporaneità e di complementarietà e non di opposizione o, comunque, alternatività come purtroppo spesso oggi accade.
Nell’evoluzione della messa a punto del progetto ho preferito superare il concetto di adozione con quello di incontro, in quanto ho ritenuto che l’occasione di un rapporto tra due scuole non dovesse limitarsi all’atto di solidarietà, ma che dovesse avere come centro la comunicazione reciproca e paritaria delle rispettive concezioni culturali.
Un’esperienza preziosa per gli studenti di entrambe le realtà aderenti al progetto di conoscenza non inquinata da tendenze ispirate al pregiudizio, un’esperienza, dunque, di alterità portata avanti in termini di protagonismo, creatività, impegno personale.
Si tratta, dunque, di un progetto che si prefigge lo scopo precipuo di favorire il diritto all’istruzione.
In collaborazione e con il Patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma, in partnership con la Banca Mondiale, con il Patrocinio della Commissione Nazionale UNESCO e della Federazione Nazionale Clubs e Centri UNESCO è nato nel 2000, Anno Internazionale della Pace, il progetto: “Scuola Incontra Scuola. Un ponte per un dialogo tra le culture”.
La metafora del ponte dà una chiara indicazione di un percorso a doppio senso.
Per i ragazzi il doversi “raccontare” diventa un’esperienza nuova di costruzione e rafforzamento della propria identità culturale, e il confrontarsi con giovani di altra cultura si traduce in una concreta esperienza di pratica interculturale e sperimentazione di scambio nella prospettiva di un dialogo tra le culture e di reinterpretazione di sé e della propria cultura in termini di confronto critico.
In concreto il progetto “Adottare i Diritti Umani: Scuola Incontra Scuola” si propone di:
– mettere in collegamento due istituti scolastici, uno italiano ed uno appartenente ad una realtà del mondo in difficoltà;
– attraverso un contributo finanziario modesto (_ 5,00/10,00 all’anno per studente) mettere in opera un’esperienza di solidarietà, consentendo nel contempo agli insegnanti di elaborare progetti, percorsi educativi nei vari ambiti disciplinari;
– stabilire flussi comunicativi bilaterali, una sorta di “viaggi permanenti” che sviluppino nuovi saperi, sensibilità, atteggiamenti. Attività e abilità, in una parola nuova cultura, offrendo un’esperienza che si inscrive nella duplice direzione dell’universale e dello specifico. Si tratta di promuovere scambi culturali, comunicare e confrontare le reciproche visioni del mondo e della vita e le rispettive pratiche a livello personale e collettivo;
– attuare una metodologia della comparazione che aiuti e contestualizzi il proprio sé in rapporto all’altro e in rapporto al sé, cogliendo senso, direzione, effetti delle proprie azioni, elaborando progetti e creando eventi;
– fare leva sulle proprie potenzialità e capacità creative a partire da una precisa opzione, sperimentando in prima persona l’entusiasmo e la soddisfazione che possono derivare da un’azione concreta ed originale che si muova nella direzione della solidarietà e dello scambio.
SCUOLA INCONTRA SCUOLA, un progetto, dunque, che a pieno titolo si inserisce nella Decade per una Cultura della Pace proclamata dalle Nazioni Unite (2000-2010).
Una cultura intesa come sistema, processo continuo, patto bilaterale o multilaterale, azione, frutto di un’inequivocabile scelta di campo.
Il progetto è stato accolto attualmente da 250 scuole di ogni ordine e grado di cui 170 scuole secondarie superiori. Sono, invece, 110 le scuole del mondo in difficoltà in rete e collocate in Africa (Eritrea, Camerun, Congo, Mozambico, Angola, Costa D’Avorio, ecc.), America Latina (Brasile, Argentina, Bolivia, Colombia, ecc.), Est Europeo (Romania e Moldavia), Asia (Vietnam, Cambogia, India).
Il progetto è senz’altro impegnativo perché presuppone la collaborazione e corresponsabilità dei rispettivi dirigenti scolastici, dei docenti delle due scuole in partenariato che devono individuare percorsi didattici comuni attraverso i quali rendere possibile il processo di conoscenza reciproca e comparazione.
L’utilizzazione dei materiali più vari, scritti ed iconografici, le diverse forme di comunicazione (lettere, e-mail e video-conferenze dove è possibile, scambi di video, fotografie, ecc.) costituiscono un altro aspetto importante di sperimentazione di creatività per rendere possibile il dialogo e l’incontro interculturale.
Per un più ampio approfondimento dei temi trattati si può far riferimento ai seguenti testi:
* G. Di Cristofaro Longo, Identità e cultura. Per un’antropologia della reciprocità, Ed. Studium, Roma, 1993, 1996 (seconda ed.)
* G. Di Cristofaro Longo e A. Morrone (a cura di), Cultura, salute, immigrazione, Armando Ed., Roma, 1994.
* G. Di Cristofaro Longo, “Per un’antropologia della pace” in A. Santiemma (a cura di), Diritti umani. Riflessioni e prospettive antropologiche, Euroma, Roma, 1998.
* G. Di Cristofaro Longo, “I fondamenti antropologici dei diritti umani” in Annali della Pubblica Istruzione, n 3-4, Roma, 1998.

