Giacomo Ruggeri
(NPG 2003-05-42)
“Uniformare le risorse”
Diciamo che trovo assurda la possibilità di uniformare l’economia, la cultura, le risorse del mondo intero. La trovo assurda come proposta non solo a livello di attuazione, ma anche a livello di “giustizia”. A livello di attuazione non credo che ci sia una volontà a venirsi incontro: nessun paese sviluppato rinuncerebbe ai propri vantaggi economici per far progredire un paese del terzo mondo (e lo si capisce dalla mancanza di organismi addetti alla salvaguardia dei principi su cui dovrebbe fondarsi questo concetto). A livello di giustizia credo semplicemente che sia la diversità un valore da valorizzare. La cultura economica, intellettuale, societaria di ogni paese deriva da miliardi di giorni, di vite, di pensieri. Qual è il senso che mi piacerebbe dare alla parola globalizzazione? Eccone uno: l’uniformità delle risorse, per dare la possibilità ad ogni paese di far evolvere la propria cultura nazionale. Ma in quest’ottica diventa sinonimo di utopia...
(Ottavia Trufelli, impiegata)
“Globalizzazione? Rimettiamoci i sandali ai piedi e…”
Sapete qual è il problema? L’economia e la politica hanno sempre usato le opportunità create dalla globalizzazione per il raggiungimento dei loro fini; soltanto la società civile è arrivata tardi all’appuntamento con questa opportunità e per questo ancora non riesce a vederla di buon occhio. Dobbiamo saper cavalcare questa occasione per far tornare al suo originario scopo la globalizzazione ad uso dell’uomo e di tutto l’uomo per il suo bene.
Certo questa mia riflessione non vuole togliere niente all’uso tremendo del mercato globale utilizzato per impoverire i poveri, per arricchire i ricchi, per far viaggiare beni e notizie in modo incontrollato e senza regole al sol fine di speculare su chi non ha niente. Non voglio di certo giustificare o coprire le grandi multinazionali o i mercati finanziari che tramite la rete globale impongono regole economiche inique e crudeli ai paesi impoveriti, né tanto meno dire che internet (tanto per citarne una) sia la cova dei santi: dalla pornografia alla tratta delle ragazze ai viaggi del piacere, insomma c’è tutto dentro a questo scatolone. Purtroppo globalizzare vuol dire aprire gli orizzonti anche al male che dilaga.
Questo, per noi cristiani, deve essere un campo di “battaglia” dove smascherare i delinquenti e far proliferare il bene, pensate che i dodici discepoli avevano davanti il mondo intero a cui portare un messaggio di speranza. Se avessero avuto loro internet e le reti telematiche, i cellulari, se avessero avuto i circuiti interbancari per fare arrivare gli aiuti alle comunità cristiane o i collegamenti satellitari ... quanta fatica si sarebbero risparmiati! Ma loro sono i pionieri della globalizzazione e sul loro esempio dobbiamo rimetterci i sandali ai piedi e incamminarci sulle vie del mondo per continuare a dire che nel mondo siamo tutti veramente fratelli.
(Marco Gasparini, geometra)
“I grandi capi chiederanno mai il mio parere?”
La globalizzazione è utile quando fa sì che la medicina o la comunicazione arrivi ovunque, non quando il più forte vince sul più debole. Non credo che l’economia mondiale debba essere gestita da chi punta solo a guadagnare il più possibile, e non credo a chi dice che senza globalizzazione probabilmente i bambini che fanno i palloni non avrebbero neanche quel dollaro al giorno. Quei bambini non devono lavorare, devono giocare. La globalizzazione deve globalizzare la libertà, i diritti umani, la democrazia, ecc. Cercando di evitare guerra e sofferenza. Adesso mi sembra che si stia cercando di globalizzare il capitalismo e la nostra cultura, ma chi ha detto che la nostra cultura e il capitalismo siano la miglior cultura e il miglior sistema economico?
E poi: sono cose che vanno imposte? Non ho molte risposte, ma non vedo grandi cose intorno a me... Io posso solo dirti che non voglio globalizzare la guerra, e che ho bisogno di garanzie dall’alto. Garanzie da chi può fare qualcosa di concreto, io mi posso impegnare nel mio piccolo, ma di certo so che nessuno dei grandi capi verrà a chiedere il mio parere! Loro decidono e secondo me non per il bene dell’umanità, e per umanità non intendo i pochi privilegiati, intendo tutti! Quindi direi che si dovrebbe pensare di più a rispettarsi, invece di predicare la pace per poi lanciare missili intelligenti.
(Ylenia, studentessa al liceo artistico)
“Quale conversione per la globalizzazione?”
Da una parte, in ogni parte del mondo, dalla Guinea Bissau alla Manciuria, dalle Isole Tonga all’Islanda, ci sono delle costanti in quello che riguarda alcuni stili di vita, di consumo. In ogni parte del mondo, tranne rarissime eccezioni (forse la Corea del Nord), si possono trovare la Coca Cola, le Nike, gli apparecchi Sony, le auto Toyota, si parla sempre più inglese… e l’elenco sarebbe lunghissimo. Negli ultimi anni poi, con il proliferare di Internet e delle TV satellitari, le stesse informazioni possono viaggiare in tutto il mondo ed essere conosciute da tutti (tanto che gli stati che si oppongono alla libera circolazione delle idee, stanno correndo ai ripari con censore, oscuramenti e leggi restrittive). Ma se le idee politiche e quelle considerate “sovversive” vengono bloccate da qualche governo, molte altre idee, mode e stili di vita vengono veicolati attraverso i beni di consumo e il mondo dello spettacolo. Dall’altra parte stiamo assistendo a quella che viene definita delocalizzazione della produzione: sempre più spesso scopriamo che prodotti che credevamo italiani, o americani, o giapponesi, vengono prodotti in paesi diversi e spesso inaspettati. Così (tutto vero) io possiedo scarpe italiane prodotte in Vietnam, un telefono svedese prodotti in Malesia, uno scooter giapponese prodotto in Spagna, con un motore italiano, e commercializzato con un marchio francese. Il punto non è se si è a favore o contro la globalizzazione, perché è evidente che la globalizzazione c’è e ce la teniamo. Il problema è se va bene così oppure va cambiata; se va lasciata svilupparsi in modo incontrollato, perché è inevitabile e inarrestabile in quanto gli eventuali effetti negativi sono inevitabili e trascurabili di fronte agli enormi benefici per l’umanità, oppure è bene portare dei correttivi e delle limitazioni, per aumentarne i benefici e diminuirne gli effetti negativi. Non esiste una risposta univoca e certa al fenomeno della globalizzazione, quel che è certo è che si dovrà “combattere” per aprirsi al nuovo, indirizzando gli sforzi per massimizzare gli aspetti benefici del fenomeno (sia sociali, che economici) senza pensare utopisticamente che il mercato e il mondo economico saranno in grado di autocorreggersi, e diminuire il peso degli aspetti negativi, aumentando i benefici per il maggior numero di popolazioni (soprattutto nei paesi del terzo mondo) e garantendosi dall’appiattimento culturale.
(Paolo Giommi, impiegato Ministero del Tesoro)
Scheda per il lavoro di gruppo
A partire da queste testimonianze, dopo il confronto di gruppo, provate a redigere una specie di “decalogo delle scelte” dove si tenta di tradurre in concreto quanto letto, ascoltato e discusso. Dall’acquisto di un bene di consumo ai capi di abbigliamento, dall’alimentazione all’utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa. In una domanda: io e la globalizzazione, che scelte faccio?
Il passo successivo può essere quello di confrontare tale decalogo in ambito scolastico, coinvolgendo i professori.

