Luisa Perotti
(NPG 2003-05-21)
Povero padre! Sembra che la logica seguita nella letteratura psicodinamica e psicoanalitica sia quella del “tertium non datur”, dell’esclusione, dell’estraneità, dell’ombra.
Eppure il padre è parte della propria figlia dal momento del concepimento in poi, vive dentro di lei. Tutti gli altri uomini con cui la ragazza prima e la donna poi intratterrà un rapporto di qualsiasi tipo, siano essi parenti, professori, fidanzati, mariti, amici, riattiveranno le tracce di questo antico legame.
Tuttavia non è facile informarsi sui padri: soltanto negli ultimi venti anni sono stati considerati dagli psicologi qualcosa di più che non l’“altro” genitore, sempre a grande distanza dalla madre.
Inoltre pare che l’idea di padre rinvii maggiormente all’idea di un modello di ruolo o ad una funzione. Esiste tutta una serie di libri, disseminati lungo l’arco di vari decenni, che si occupano di singoli aspetti della paternità, dal ruolo del padre alla sua funzione, materiale od affettiva.
Invece è una relazione che si dimostra, quando l’esito è positivo, proficua per entrambe le parti: la giovane donna avrà un’esperienza positiva della realtà maschile e l’uomo adulto ricaverà la possibilità di un ulteriore maturazione personale ed affettiva.
Su questi temi ha indagato una ricerca, di valore esplicativo, che qui intendiamo presentare. L’ipotesi di fondo è che l’analisi del rapporto padre e figlia possa completare il discorso sulla psicodinamica familiare, e dimostrare come la figura paterna determini con la propria influenza un passaggio cruciale nello sviluppo psicologico della figlia: l’accettazione della femminilità e l’orientamento delle sue future scelte sessuali ed affettive.
L’obiettivo della ricerca esplorativa è stato quello di comprendere le relazioni esistenti tra padre e figlia, legate particolarmente allo sviluppo psicologico dell’identità della figlia, individuando il tipo di rapporto specifico presente ed analizzando la corrispondenza tra tipologia di padre e tipologia della figlia.
La ricerca, che ha coinvolto un campione di 30 studentesse nubili dell’età compresa fra i 18 ed i 20 anni, economicamente dipendenti dalla famiglia e con genitori entrambi viventi, è stata condotta attraverso interviste semistrutturate sottoposte successivamente ad analisi del contenuto.
La griglia di riferimento seguita nel porre le domande prevedeva le seguenti cinque direttrici di massima:
– descrizione della tipologia del proprio padre, valutando anche i cambiamenti nel tempo;
– descrizione della tipologia della figlia, valutando anche i cambiamenti nel tempo;
– descrizione del rapporto padre-figlia, valutando anche i cambiamenti nel tempo ed eventuali somiglianze e differenze;
– descrizione del rapporto con altre figure maschili significative;
– descrizione del proprio padre ideale.
I cambiamenti di rapporto padre-figlia nel tempo della crescita
La prima nota distintiva che appare è un’evoluzione e un cambiamento nel rapporto che le figlie intrattengono con i propri padri, che segue un cammino parallelo allo sviluppo dell’identità e alla maturazione delle stesse.
Le tre tappe di questo cammino, comuni a tutte, abbracciano il periodo iniziale dell’infanzia e, attraverso il periodo critico della preadolescenza, portano a quello attuale dell’adolescenza.
Nel periodo infantile il rapporto con il padre è dipinto in modo estremamente positivo, quasi fiabesco, descritto come il Paradiso perduto, o ricordato con i toni del mito dell’età dell’oro. La relazione si struttura nella dimensione ludica del gioco, dello scherzo e del divertimento e si caratterizza per una forte intimità psichica e, soprattutto, fisica. Il rapporto è diretto e spontaneo, naturale, esclusivo, profondamente investito sentimentalmente ed eroticamente. Il padre rappresenta appunto il Principe azzurro delle fiabe, fonte e meta del desiderio, la figura del padre è quella dell’eroe “senza macchia e senza paura”. La funzione del padre è quindi quella affettiva.
È importante che il padre protegga ed aiuti, funga da guida, consigliere, rifugio emotivo, ed inoltre svolga anche una funzione normativa, facendosi interprete e portavoce delle regole di rispetto, diritto e dovere.
Con la preadolescenza, proprio il momento che segna il passaggio tra la fanciullezza e l’adolescenza, dai 10-11 anni di età ai 14 anni, il panorama cambia. Inizia quel graduale e lento processo di disillusione che si protrae poi nell’adolescenza. È la fase della separazione, della individuazione dei limiti paterni, del riconoscimento, accanto alla figura mitica dell’eroe, della persona con i suoi pregi e i suoi difetti. Questo processo si accompagna ad una maggiore crescita in autonomia e responsabilità da parte della figlia, che inizia a giocarsi la sua emancipazione sul terreno neutro degli orari di rientro. Ora si fanno chiare le richieste di maggiore autonomia, di uno spazio fisico dove esprimere i nuovi interessi emergenti ed investire la propria vitalità a distanza dallo sguardo paterno. Attraverso lo svago e l’uscita con gli amici, senza bisogno di tante rivendicazioni, la figlia sottrae direttamente le sue esperienze alla tutela del proprio padre, pur rimanendo sotto le sue ali protettive. Emergono anche richieste di uno spazio per sé, per l’espressione delle proprie idee, anche su progetti futuri, e delle proprie prese di posizione in caso di rimprovero o osservazione fatte dal padre. Nascono i bisticci, la difficoltà di dialogo, l’allontanamento fisico.
Si arriva così al periodo dell’adolescenza, periodo che attualmente, nella sua fase finale, le ragazze stanno vivendo, caratterizzato da sentimenti e comportamenti di ribellione, verso regole, doveri, uscite serali. L’autonomia ricercata ancora prevalentemente in modo inconsapevole in età preadolescenziale diviene ora prospettiva e risultato di un processo maturativo consapevole che trova appunto nell’adolescenza il suo naturale sbocco. Questo periodo si caratterizza anche per un temporaneo allontanamento emotivo da parte di entrambi, legato alla sessualità evidente della figlia, oramai fattasi donna. Da questa condizione iniziale segnata da un maggiore disagio relazionale e pratico con il proprio padre deriva un relativo rasserenamento di clima al momento conclusivo di questa fascia di età, che può così conoscere un tempo di relativa stabilizzazione relazionale con il padre, appunto. Emergono infatti nella figlia anche sentimenti riparatori verso quegli atteggiamenti aggressivi prima manifestati ed ostentati.
La riuscita o meno di questo processo sembra dipendere da due fattori paterni che hanno una ricaduta immediata dal punto di vista educativo: la propensione al cambiamento e a “rivoluzionarsi” da una parte e, dall’altra, dall’accettazione e dalla conseguente valorizzazione dell’essere donna nella figlia. Solo così si rende possibile nella figlia l’autoaccettazione e l’autostima necessarie per interagire con i coetanei di sesso diverso con meno difese e maggiore soddisfazione, ed inoltre la progressiva responsabilizzazione così desiderata ed attesa di cui si trattava prima. Ciò significa, per il padre, superare i condizionamenti sociali e rendersi disponibile ad una forma di dialogo affettivo basato su di un atteggiamento critico ma incoraggiante ed orientativo, un atteggiamento di ascolto sia passivo che attivo, di condivisione dei problemi, collaborazione, contatto e vicinanza. In altre parole un accoglimento emotivo, dentro di sé, dell’aspetto femminile della propria vita. Il padre che non ha invece sviluppato un’adeguata funzione paterna, specialmente se abituato a nascondere i propri sentimenti, più o meno consciamente, pensa che tormentare o ignorare la figlia sia la più sicura arma di difesa contro una possibile attrazione sessuale, come se la femminilità della figlia fosse un deliberato tradimento nei suoi confronti. Inoltre in questi casi può accadere che il padre reale sia rifiutato da parte della figlia o che si originino difficoltà di carattere affettivo-relazionale con il mondo maschile, per cui la figlia ricerca altrove, nella fantasia o nella realtà, quei sostituti paterni che corrispondono nella sua immaginazione alla figura del padre ideale.
Tipologie della figlia, tipologie del padre
Il versante della figlia
Alla luce di queste evidenze si è così proceduto all’approfondimento dell’analisi della eventuale corrispondenza tra tipologia del padre e tipologia della figlia.
In riferimento alla figlia sono state individuate le seguenti quattro tipologie:
– figlia sottomessa;
– figlia brava;
– figlia ribelle positiva;
– figlia ribelle negativa.
Le tipologie sono equamente distribuite nel campione preso in considerazione: le ragazze stanno infatti attraversando un momento, se non il momento, cruciale nel lungo processo di costruzione della propria identità, di cui appunto il veicolo principale sembra rappresentato dalla dimensione affettivo-relazionale con il proprio padre. Alcune dimostrano di avere raggiunto la fase iniziale di riavvicinamento e recupero del rapporto con il proprio padre, tuttavia i risultati sembrano dimostrare come questi siano in verità tentativi più o meno riusciti di costruzione della propria identità da parte delle figlie.
La presente ricerca tende ad avvalorare l’immagine di un insieme diffuso e variegato di adolescenti dall’identità incompiuta e, dal punto di vista del processo formativo, imperfetta.
Scendendo nello specifico, la brava figlia corrisponde ad una ragazza ubbidiente e rispettosa, che come tratto caratteriale preminente mostra timidezza e chiusura, responsabile, che ricerca risultati positivi in ogni settore, sia scolastico sia extrascolastico, con il fine di non deludere le aspettative paterne. Quasi sempre la brava figlia idealizza il padre, non riconoscendo i suoi limiti, ma esclusivamente i meriti, secondo un vero e proprio meccanismo di difesa di negazione. Il rapporto che c’è tra padre e figlia sembra quindi buono, anche se è comunque presente una conflittualità, a tratti manifesta come indisponenza, scontrosità o chiusura, legata alla consapevolezza inconscia che un simile rapporto non è costruttivo, anzi, blocca o fa regredire la figlia a modalità precedenti, infantili, in cui le differenze generazionali sembrano cancellate e in cui prevale la dipendenza affettiva da attaccamento e rifornimento affettivo, per un bisogno di contatto e di sicurezza in sé, legato allo sviluppo dell’identità, che in questo modo rimane “congelata”, incapace di procedere nel suo normale processo di costruzione, priva di quella fortificazione che deriva dalla triangolazione edipica. Regolatore della relazione è quindi uno vero e proprio scambio affettivo, condizionato e vincolante.
La figlia sottomessa è invece una ragazza che, all’opposto, non si definisce “una brava figlia”, ma bugiarda, è consapevole di giocare un doppio ruolo, in famiglia e fuori, nello sforzo cosciente di evitare il conflitto con il proprio padre, mettendo in atto un meccanismo di difesa di razionalizzazione con lo scopo della libera manifestazione solo di alcune parti di sé, per un migliore adattamento reciproco.
Il rapporto tra padre e figlia è superficiale, a tratti assente, passivo, piatto, “a senso unico” si potrebbe dire, accomodante, sicuramente non costruttivo, che segnala un mancato affrancamento dalla figura paterna, una relazione quindi in ombra, in cui la persona manifestata dalla figlia impedisce in realtà il processo di individuazione della stessa.
La figlia ribelle negativa è invece distante, distaccata emotivamente dal padre, ostile, difficile di carattere, scontrosa, insofferente ed indisciplinata, che fa del rifiuto e dell’isolamento il proprio meccanismo di difesa elettivo. La relazione tra padre e figlia è irrigidita nel conflitto, sterile, fine a se stesso, infruttuoso, sul quale la figlia si illude di costruire una propria indipendenza, falsa, in verità, perché poggiata sul terreno instabile della controdipendenza, e non a partire dalla dipendenza stessa: non reale autonomia ma semplice autosufficienza.
Un rapporto distruttivo, in cui la parola è un libero strumento di sfogo: l’unico canale comunicativo è quello “economico”, non quello affettivo. A volte, poi, il contrasto rende impossibile ed inesistente il rapporto stesso.
La figlia ribelle positiva, al contrario, fa del confronto con il proprio padre un utile mezzo di crescita: il conflitto è quindi positivo, mediato da un forte legame emotivo, costruttivo.
Il rapporto è buono, affettuoso, spontaneo, sincero, un rapporto alla pari, educativo, rassicurante, di reciproca fiducia e di aiuto, estremamente coinvolgente, di stima reciproca, aperto al dialogo. La figlia ribelle positiva è una ragazza onesta nei confronti del proprio padre, affettuosa, disponibile, aperta, caparbia, ostinata e testarda, poiché cerca comunque di affermare il proprio io e la propria personalità.
Il versante del padre
Anche sul versante paterno sono emerse quattro differenti tipologie così distinte in percentuale equa nel campione:
– padre idealizzato;
– padre normativo;
– padre assente;
– padre presente.
Il padre idealizzato è un padre che non è realmente riconosciuto per ciò che è, ma sul quale la figlia proietta l’immagine fantasiosa che ha di lui. Gli aggettivi per qualificarlo sono sempre positivi, la sua figura è avvolgente, omnicomprensiva, totalizzante.
Il padre normativo invece intrattiene con la propria figlia un rapporto infantile, teso alla negazione della parte “matura” della stessa a favore di quella ideale. Un rapporto positivo finché rimane nella dimensione ludica del gioco o del divertimento, in cui la figlia accetta, più o meno consapevolmente e in modo passivo, il ruolo di bambina. Più precisamente è possibile distinguere tra le due sotto-tipologie del padre normativo protettivo e padre normativo rigido.
Il padre normativo protettivo è un buon consigliere ma a patto che la figlia incondizionatamente giuri a lui “amore eterno”, il padre normativo rigido è una persona estremamente autoritaria, rigida, chiusa, introversa, che richiede alla figlia di meritarsi il suo affetto, sotto condizione.
Il padre assente non è appunto presente in alcun modo nella vita della figlia, né dal punto di vista fisico né dal punto di vista affettivo. Una persona totalmente disinteressata alla vita della figlia, un mondo a sé, a parte.
Al contrario il padre presente ha una significativa relazione emotiva ed affettiva con la propria figlia. È una presenza anche con una funzione genitoriale normativa positiva, dà cioè regole e limiti. Una persona interessata, comprensiva, comunicativa, disponibile, che funge da guida nello sviluppo della propria figlia.
L’analisi della possibile corrispondenza tra tipologia della figlia e tipologia del padre ha portato, come ultima tappa della riflessione, a considerare la relazione padre-figlia, che in verità sembrerebbe dipendere in maggior misura dal tipo di padre.
Dove vi sono un padre presente e una figlia ribelle positiva, il rapporto che ne deriva è costruttivo. Esiste una maturità nel rapporto di accettazione e considerazione dei limiti paterni, un riconoscimento in sé di ciò che il padre è, comunque diverso dalle altre figure significative, complementare ad esse, diverso anche da sé e non idealizzato. All’opposto, nel caso in cui vi siano un padre assente e una figlia ribelle negativa, il rapporto che ne deriva è distruttivo, negato a favore di una ricerca spasmodica di sostituti adeguati che possano assumere una funzione compensatoria e che abbiano allo stesso tempo una funzione di appoggio altrimenti deficitaria o mancante, mentre il padre ideale è rappresentato dall’opposto di quello reale. Un caso particolare si presenta quando vi è un padre normativo-rigido e una figlia ribelle negativa. Il rapporto è conflittuale, e sembra comunque evolvere verso un carattere distruttivo.
Tra questi due estremi c’è il rapporto aconflittuale, in cui vi sono da una parte il padre normativo, protettivo o rigido, o idealizzato e dall’altra una figlia sottomessa o brava. Nessuna altra presenza maschile importante sembra affiancare quella del proprio padre.
È infine possibile collocare le diverse tipologie di relazione individuate su un continuum che vede nel conflitto il momento cruciale della relazione tra padre e figlia nella fascia di età che va dai 18 ai 20 anni.
Ciò che caratterizza questa fase e che assume il valore di mediatore della relazione è il processo di riorganizzazione della stessa, sia da parte dell’adolescente figlia sia da parte del padre.
In questa fase di separazione un’importante svolta è rappresentata dallo sviluppo di un vero senso di autonomia e di responsabilità personale nelle figlie, in cui la ribellione da un lato e la compiacenza dall’altro sembrano essere le due facce della stessa medaglia. Sembra comunque che più sia stato salutare il raggiungimento della separazione durante i primissimi momenti critici della preadolescenza, più è presente armonia nel rapporto padre-figlia. Il modo in cui le figlie si separano dal padre dipende dal tipo di crescita: ragazze che hanno ricevuto messaggi ambivalenti sono loro stesse ambivalenti e riluttanti a separarsi.
Questo processo sembra concludersi con l’accettazione, nella figlia, delle responsabilità che derivano dalla separazione
Si rende così possibile da parte delle figlie la costruzione della propria individualità attraverso proprio la revisione del rapporto e, nel padre, lo sviluppo di una propria adeguata funzione paterna.
Bisogna comunque ricordare che la ribellione e la compiacenza cui si accennava prima non bastano a garantire questa “rivoluzione” nella psicodinamica della relazione padre-figlia: è necessario per la costruttività del rapporto che la ribellione si caratterizzi come positiva e non come negativa, ed inoltre che la compiacenza non si traduca in una rinuncia consapevole ad una parte di sé.
La ricerca effettuata sembra quindi confermare che nella crescita personale della donna, nelle tappe fondamentali del suo sviluppo psicologico, la psicodinamica dei suoi rapporti con il padre è di massima importanza.
La consapevolezza di una ragazza di essere donna dipende solo in parte dall’identificazione con la propria madre, poiché è da entrambi i genitori che essa acquisterà la sua identità di base.
La relazione della madre con la figlia si basa su leggi naturali, materiali, mentre la relazione del padre con la figlia ha caratteristiche più ideali e meno corporee, ma tuttavia di primaria importanza, già dai primi di anni di vita della bambina
Il più forte impatto sulle scelte sentimentali di una ragazza, futura donna, e sulla sua capacità di sentirsi a suo agio nel vivere la sua sessualità, è il modo in cui il padre l’ha trattata durante l’infanzia e nei periodi successivi.
Il padre è la prima esperienza che una donna ha del maschile. Il padre dà un modello importante per il modo in cui la figlia si metterà in rapporto con gli uomini, con l’Altro e con il proprio aspetto maschile interiore. Il lavoro, l’ideologia, la socialità di una donna, consciamente o inconsciamente, sono legati alla figura del padre.
La figlia beneficia delle scoperte paterne e viene alimentata dalle esperienze che il padre spontaneamente le dona. Il padre, dal canto suo, può maturare insieme alla figlia se è disposto ad accettarla, osservarla, ascoltarla, amarla. Un padre che ama non solo dà, ma si dà, coinvolgendosi in prima persona nella relazione affettiva.
Le tipologie comportamentali dei padri si possono riunire in schemi generali, con estremi di “buono” e “cattivo” nella capacità educativa di fare i genitori.
Alcune di queste categorie si sovrappongono, altre si applicano ad una fase della vita della figlia per cambiare quando lei raggiunge l’adolescenza o il padre si trasforma.
In generale si può affermare che cattivi rapporti con il proprio padre portano la figlia ad essere timida, schiva, oppure, per reazione, esibizionista, ipercritica, aggressiva. Al contrario una figlia che ha potuto godere di un buon rapporto con il proprio padre si mostra fiduciosa, espansiva, aperta, allegra, comunicativa e spontanea.
La revisione del rapporto con il proprio padre da parte della figlia vuol dire la trasformazione di questo rapporto, significa acquisire, da parte sua, il proprio senso interiore di valutazione. Alla fine riscattare il padre implica dare una nuova forma al maschile interiore, facendo da padre a quella parte di se stessa interiorizzata. Riscattare il padre richiede anche il riscatto del femminile in se stessa, trovare lo spirito femminile in se stessa. Ne deriva che il processo di individuazione e lo sviluppo completo della femminilità nella figlia nasce dal confronto con il proprio padre e dall’interiorizzazione di quella funzione paterna che la guida nelle sue scelte.
Terminare lo sviluppo emotivo e raggiungere un’identità precisa per la figlia significa reale separazione, costruzione e ricostruzione, significa comunque trovare la perla nascosta, il tesoro che può offrire il padre.

