Sylviane Salzmann – Ambroise Binz
(NPG 2003-04-16)
Ci è stato chiesto di tracciare alcune linee per l’iniziazione cristiana del futuro, in una dimensione prospettica, intuitiva, profetica. Domandando a due voci complementari di disegnare queste prospettive – voce femminile e voce maschile, quella di un prete e quella di una laica – si è voluto forse sbilanciare sul versante profetico? Nel presentare le nostre riflessioni che partono dalla pratica, proveremo a suonare una musica polifonica con gli strumenti di cui disponiamo, ivi comprese le nostre sensibilità particolari. Siamo da molti anni impegnati entrambi nella formazione degli adulti che si preparano ad un servizio nella Chiesa, e questo fatto interferirà necessariamente sulle nostre riflessioni. Il nostro orizzonte dunque è il mondo degli adulti e in pieno accordo con quei documenti che presentano la fede degli adulti come la forma adulta della fede. [1]
Non ci soffermeremo dunque su quello che bisognerebbe trasmettere del messaggio cristiano, che secondo noi mantiene tutta la sua vitalità e la sua forza trasformatrice, ma affrontiamo le modalità con cui tale messaggio può essere trasmesso nelle condizioni attuali e in quelle future, mettendo in luce le sfide e le chance che la situazione ci offre. Proveremo a chiarire anzitutto, anche se brevemente, cosa intendiamo per iniziazione e processo iniziatico. Delineeremo poi alcuni elementi del contesto culturale contemporaneo che, secondo noi, disegnano le prospettive del futuro. Infine, proveremo ad abbozzare le piste e le poste in gioco per l’iniziazione cristiana di domani.
QUANDO SI PARLA DI INIZIAZIONE
Una chiarificazione s’impone: quando si parla di iniziazione ci viene in mente il modello delle società tradizionali. Il confronto con l’etno-antropologia ci informa di alcune costanti del processo iniziatico, precisamente quelle che si ritrovano in altri contesti culturali. Si tratta in primo luogo della matrice comune relativa ai tre momenti, che sono la separazione o la prova, la vita ai margini o l’“affrontamento” e la reintegrazione con uno statuto nuovo ovvero il superamento. Notiamo di passaggio che questa triade ha permesso a Propp [2] di analizzare la maggioranza delle fiabe delle quali ha messo in evidenza la dimensione iniziatica. La triade accompagna anche molti racconti di vita e di formazione segnati da un processo iniziatico.
L’altro tratto permanente di questo processo, che incide in maniera rilevante nel quadro dell’iniziazione cristiana, è il suo carattere collettivo. In effetti, l’iniziazione non è un fatto individuale, ma piuttosto un processo collettivo in cui il gruppo nasce come gruppo. Questo processo lascia una traccia profonda nella vita in cui si impara facendo. Cosicché, essere iniziati è apprendere la verità non nel senso di una esattezza intellettuale, ma nel senso di una saggezza e di un adattamento di relazione. Essere iniziati è diventare uomini e crescere.
Volgendoci ora al cristianesimo, constatiamo che da sempre il credere poggia su e viene prodotto da processi di iniziazione. Entrare nel mondo del credere al seguito di Gesù è un processo attraverso cui la comunità continua a garantire e a ricevere questa tradizione “che risale fino al Signore” nella sua trasmissione (traditio – receptio – redditio).
Se dal punto di vista umano l’iniziazione è un processo nel quale si avanza a forza di passaggi, allora, dal punto di vista teologico, non si può parlare di fede cristiana senza evocare l’iniziazione. Perché non si può entrare nel credere senza convertirsi, e questo in effetti è un processo iniziatico. Non c’è altra maniera di entrare nel mistero di Dio che accettando di lasciarsi trasformare e di lasciarsi prendere da lui, perché è un bene vivere in lui. Ora, questo è un movimento globale che tocca tutto l’essere e che lo trasforma, alla stessa maniera in cui il processo iniziatico nelle società tradizionali coinvolge la persona nella sua dimensione di corpo, di cuore e di intelligenza. Per cui si capisce che l’iniziazione cristiana non può fare a meno della corporeità, in virtù del principio di incarnazione, come del resto non può esagerare l’importanza del fattore emotivo a scapito della lettura e rilettura di senso che è lavoro dell’intelligenza. La fede cristiana in effetti sposa strettamente questa logica di crescita lenta nell’orizzonte dell’Esodo e del mistero pasquale. Nello stesso tempo, l’iniziazione al credere si radica alla stessa maniera in cui Dio si è rivelato progressivamente nella storia della salvezza. Questa storia s’incarna nella storia di vita di ciascuno. Così i piccoli racconti iniziatici della nostra biografia si fondono nel grande racconto di Dio con gli uomini. Perché il nostro Dio non si manifesta altrimenti di come lo si può percepire nell’itinerario di una vita. Lui stesso ha intrapreso questo cammino (cf Inno ai Filippesi) e conserva i segni della sua umanità che si è per sempre inscritta nella carne di Dio. Al contempo si comprende che non si può ridurre l’iniziazione alla fede e la sua dinamica all’iniziazione sacramentale. Del resto, quest’ultima mantiene pochi punti in comune con i processi iniziatici. Poiché i ragazzi che vengono preparati alla prima comunione e alla prima confessione, raramente si trovano ad un tornante della loro vita e sarebbe difficile affermare che abbiano poi acquisito un nuovo status che li integri in qualche modo nella comunità cristiana. Alla stessa maniera si può dire, non senza ironia, che se il sacramento della confermazione comporta una nota iniziatica, è perché si presenta in numerosi casi come il sacramento dell’uscita dalla Chiesa: “una volta preso tutto quello che c’era da prendere, non c’è più nessun bisogno di andare in Chiesa”, sottinteso “ci si può considerare adulti”.
Nella fede cristiana, il processo d’iniziazione dunque è strettamente legato alla trasmissione. Ora noi siamo convinti che nella situazione attuale non c’è una perdita della trasmissione, ma piuttosto una trasformazione.
Oggi la trasmissione cristiana è più vicina a quella del cristiano testimone che racconta cosa gli è successo, che racconta come Cristo gli si è fatto vicino anziché centrarsi sulle cose da credere. Il primato dell’esperienza, caratteristico dei nostri contemporanei (“è vero quello che ho potuto sperimentare”), costituisce un terreno particolarmente favorevole a questo nuovo tipo di trasmissione. Sta in questo l’opportunità e il kairos del momento presente e dei tempi a venire.
NON SI PUÒ TRACCIARE L’AVVENIRE CHE A PARTIRE DALL'OGGI
Inventare del nuovo è necessario, ma non è mai una sorta di creazione ex nihilo. È bene cogliere alcuni cambiamenti e mutazioni nel corso dell’ultimo decennio per immaginare in quale direzione potrebbe andare il movimento. Vorremmo semplicemente attirare l’attenzione su tre spostamenti che concernono più particolarmente i processi di iniziazione e di trasmissione nella società occidentale contemporanea. Non cercheremo di abbozzare dunque un panorama generale: per questo rimandiamo ad altri studi.
Noi constatiamo che da alcuni anni si è passati dalla società alle reti, dai grandi insiemi alla dinamica della prossimità. Dieci anni fa potevamo, per esempio, osservare l’infatuazione per la costruzione della nostra grande casa europea e ci si focalizzava su questa casa unica. Solo di recente si evoca con sempre maggiore insistenza l’Europa delle regioni proprio perché entità più piccole delle nazioni, più vicine ai cittadini delle grandi macchine statali. In Francia, ma non solo, l’indispensabile ristrutturazione pastorale che tocca la quasi totalità delle diocesi ha spinto a costituire “nuove parrocchie” o “unità pastorali” fatte da una decina, o più, delle antiche piccole parrocchie. Ma al contempo viene con forza la questione di sapere come assicurare una presenza ecclesiale di prossimità nel cuore di questi più grandi insiemi. Si ritrova in loro un interesse per la micro-storia e i racconti di vita individuali. Lo si percepisce bene, da qualche tempo si è tornati a concentrarsi sul “micro”.
Questo ritorno verso il comprensibile e il gestibile colora necessariamente il processo iniziatico del credere, perché influisce in modo particolare sull’identità personale. Si teme di perdere l’identità fintanto che siamo assorbiti in un grande insieme.
Un altro spostamento può essere constatato a livello delle scienze umane. Si è passati dal cognitivo alle rappresentazioni. E così si cerca di capire meglio come la persona si rappresenta il mondo, come costruisce il proprio itinerario. Sarà interessante sapere dunque come in futuro la persona produrrà e troverà il senso nell’articolazione del suo itinerario umano e credente.
Il terzo spostamento è quello che viene abitualmente evocato a proposito della modernità o post-modernità. È il passaggio dal modello unico al pluralismo. Piuttosto che compiangere l’unità fittizia nel passato, questa situazione apre un nuovo rapporto col sapere, meno arrogante, più umile e prudente, che accetta il rischio di tanti modelli interpretativi quanti sono gli interpreti.
La situazione contemporanea è una chance e una sfida per l’iniziazione: di fatto può essere difficile iniziare alla fede in un mondo che privilegia l’autoreferenzialità ad un gruppo ristretto.
Oltretutto lo stesso corpo sociale si presenta in mutazione costante. E quando tutto è in movimento, i processi di trasmissione e di iniziazione subiscono conseguenze. Non si tratta soltanto di sapere che cosa e come trasmettere, ma dove e per chi farlo. Certo l’iniziazione come quella che si conosceva un tempo sembra attualmente difficile da spiegare, si è creduto perfino che non solamente in regime cristiano ma più globalmente nella società, il filo della trasmissione si fosse interrotto.
Eppure si assiste alla proliferazione di numerosi luoghi investiti da nuovi processi di iniziazione, ma questo abitualmente ai margini e al di fuori delle autorità tradizionalmente legittimate per farlo. Per la trasmissione del credere cristiano la posta in gioco è enorme, perché non c’è comunque una contro-società cristiana in quanto tale, anche se il pluralismo ha ormai attraversato l’insieme dei gruppi cristiani e ci sono sempre stati dei contestatori che mettevano in piazza il proprio modello di trasmissione, sovente refrattario alla novità!
E SE SI POTESSE SOGNARE...
Quale forma potrebbe prendere da questo momento il trasmettere? Quale potrebbe essere il volto del costante divenire cristiano se si adottasse il modello iniziatico? Riprendendo alcune costanti del processo di iniziazione sopra evidenziate e tenendo conto dei mutamenti ai quali assistiamo, abbiamo provato a sognare l’avvenire su tre assi, quello del vivere e del fare che precede il dire, quello di un processo in una dinamica continua e quello di una comunicazione simbolica ove la corporeità possiede il suo diritto di cittadinanza. Abbiamo cercato di evocare alcune piste attorno ai centri di interesse che ci erano stati suggeriti: il corpo, la ritualità, il tempo, il racconto, la comunità, la formazione.
* Divenire cristiani oggi e domani in luoghi e attraverso modalità in cui si fa quello che si dice, al posto di dire quello che si fa (o si dovrebbe fare).
Nel nostro sogno, l’iniziazione del futuro riguarda in primo luogo gli adulti. E non solo quelli che sono già bene integrati, ma soprattutto quelle donne e quegli uomini che si dicono distanti, non da Dio e dalla sua proposta di salvezza, ma dalla Chiesa. L’insistenza dei testi ufficiali a proposito del primato degli adulti è ridondante. Ma non potrebbe essere giunto il momento di manifestarlo anziché parlarne? Questo non significa che siamo contrari alla catechesi dei ragazzi e dei giovani. Il fatto è che sogniamo per l’avvenire una iniziazione intergenerazionale, come quella che i vescovi di Francia proponevano più di venti anni fa: “questo luogo raccoglie ragazzi, genitori, animatori e preti. Può assumere diverse forme: gruppo scolastico, gruppo di quartiere, ecc. (...) Esso si definisce come un luogo di accoglienza in cui le realtà vissute dagli uni e dagli altri sono tenute in conto; è un luogo in cui i desideri profondi e i progetti dei partecipanti sono considerati per se stessi; è un luogo in cui la Buona Novella di Gesù Cristo è espressa in funzione della vita di ciascuno; è un luogo ove la testimonianza di quelli che vi partecipano permette una reale condivisione della fede”. “Nel luogo catechetico si stabilisce un rapporto originale con la Parola di Dio. Le persone che vi si radunano, la ricevono, l’accolgono, la scoprono, sono invitate a rispondervi. Nello stesso tempo nel dire la fede, esse constatano che questa parola le oltrepassa sempre: la fede è dono e si origina al di fuori del gruppo. Le persone imparano a leggere la Parola nella comunità ecclesiale”. [4]
Così, la trasmissione potrebbe finalmente liberarsi delle due figure esclusive in cui è stata confinata per lungo tempo: la famiglia e l’organizzazione istituzionale legata all’ambiente parrocchiale o scolare. L’iniziazione non è più esclusivamente confinata al modello familiare; essa si vive nei gruppi di appartenenza con i quali si è in rete. Questi gruppi possono riappropriarsi della trasmissione.
Ecco a questo proposito qualche pista più concreta. Quali luoghi inventare o promuovere, se essi già esistono, in cui degli adulti possono mettersi a contatto con Colui che non cessa di offrirci un’alleanza con noi? Non si può trattare che di luoghi aperti, spesso delle soglie e dei setacci, in cui le persone possono dire le loro esperienze, ma anche le loro grida di indignazione, i loro desideri di felicità e di vita compiuta, luoghi in cui si può verbalizzare l’esperienza fondamentale dandogli uno spessore umano. Sono sempre dei luoghi di prossimità e molto sovente dei luoghi “altri”, non marcati istituzionalmente. Proviamo a fare alcuni esempi, altri restano da inventare. Ci vengono in mente i gruppi che si formano a partire da un interesse comune, come per esempio: educare il proprio figlio, condividere una parte del tempo libero, ritrovarsi insieme per vivere un tempo forte, far parte di uno stesso quartiere che si desidera abbellire o animare, avere una preoccupazione comune a proposito dell’ecologia, ecc. Così, noi sogniamo che nei numerosi gruppi impegnati a rendere questa terra più abitabile e più umana, dei cristiani siano attivi in forza del loro battesimo al fianco di altri. Sogniamo, per esempio, come abbiamo già visto, un comitato di quartiere che abbia tra i suoi membri un responsabile della parrocchia. Vi si trovava un delegato ufficiale della parrocchia, che era lontano dall’essere il solo parrocchiano attivo nel comitato, ma che era mandato per assicurare visibilmente questo legame. Sogniamo questi numerosi raggruppamenti e comunità di interesse dove i valori del Regno diventano visibili grazie alla presenza dei battezzati. E se degli operatori pastorali vi si trovano e sono chiamati a prendere la parola, è forse all’inizio in nome del loro battesimo. Ma sogniamo anche dei gruppi di appartenenza che perseguano degli obiettivi specificamente legati alla loro fede e presentati come tali: per esempio dei gruppi biblici, un gruppo che cerca di comprendere meglio tale o tal altro aspetto della fede, un gruppo in cui i membri, in un cammino ispirato al vangelo, apprendano ad affrontare un matrimonio fallito, la perdita di un figlio, una violenza di cui si è stati vittime. Sogniamo, per esempio, dei “café” teologici a immagine dei “café” filosofici. Sì, il nostro desiderio è che la teologia possa scendere per strada come la filosofia ha fatto da tempo, e non più confinata nei salotti-bene. Da quando Il mondo di Sofia è diventato un bestseller mondiale, il “consulente filosofo” vede arrivare una clientela sempre più numerosa nel suo studio, e la filosofia ha acquisito diritto di cittadinanza nei programmi televisivi e fa ormai parte dei programmi di formazione nelle imprese. Senza confondere la proposta cristiana con una semplice saggezza di vita, perché l’iniziazione cristiana non potrebbe rischiare la scommessa che la proposta cristiana possa interessare? Tutta la posta in gioco si situerà nel passaggio dall’interesse per la proposta cristiana al vivere insieme la fede. L’elemento distintivo della comunità cristiana non sarà il fatto che si parla di chiesa, ma la sua maniera di vivere “le regole della tavola del Regno”. [5]
In questi gruppi, si guadagna in prossimità e si diventa testimoni e partner dell’iniziazione appunto per il vivere insieme a partire dalla esistenza concreta. Questi gruppi d’appartenenza si formano e si rompono, sono il frutto di una cooptazione, che costituisce a sua volta la loro forza e la loro fragilità. L’adulto vi partecipa per l’attrattiva e la ricchezza che ne ricava per sé, e non anzitutto e unicamente perché il responsabile pastorale ha invitato a riunirsi. Segnaliamo qui una tentazione della pastorale tradizionale riguardo agli adulti. In occasione della sacramentalizzazione dei figli in genere si mettono in atto proposte di catechesi degli adulti. Ma se questa forma di catechesi è ovviamente legittima, è anche vero che essa non può bastare. È indispensabile che gli adulti possano ritrovarsi non solamente a partire dai loro obblighi di genitori, ma anche a partire dalle loro preoccupazioni di adulti. I gruppi di appartenenza che noi sogniamo possono nascere benissimo ed esistere senza che siano sotto la responsabilità immediata di un operatore pastorale. La trasmissione sotto forma iniziatica può avere luogo sia che il gruppo si qualifichi esplicitamente per una ricerca di fede sia che desideri semplicemente incontrarsi per un cammino di maturazione umana. La cosa non avviene automaticamente, perché il cammino iniziatico non è mai dato per scontato: per certi membri del gruppo potrà esserci una iniziazione, per altri no.
Anche in questo caso si tratta di dare prova di flessibilità. e di grande rispetto a riguardo degli itinerari personali. Non escludiamo il rischio di creare tanti modelli d’iniziazione quanti sono i gruppi di appartenenza. Ci torneremo fra un istante.
A titolo di esempio, la lunga amicizia con una coppia ci permette di illustrare questo nuovo processo di iniziazione. Dopo una educazione cristiana tradizionale, la coppia (intorno alla quarantina) ha preso le sue distanze dalla Chiesa Cattolica. Delle esperienze deludenti sono all’origine di questa presa di distanza. Secondo loro la Chiesa non ha saputo rispondere ai loro bisogni e alle loro domande di senso. Le numerose ore passate in loro compagnia ci hanno permesso di affrontare le questioni che si pongono nel corso di una vita di coppia e di famiglia: educazione dei figli, malattia e perdita di un parente, impegno politico, solidarietà con i più poveri, crisi e crescita della vita di coppia, preoccupazione della perdita di un impiego, ecc. Al cuore degli avvenimenti concreti della vita, le questioni di senso sono emerse e si sono formulate nel corso degli anni. È così che in modo naturale s’è posta la questione dell’impegno cristiano di noi due e con essa quella di Dio, della Chiesa, della fede. L’accompagnamento di molti anni ha condotto questa coppia a riscoprire che era possibile credere in Gesù Cristo senza rinnegare per questo il senso critico e i desideri umani. I loro scambi frequenti hanno permesso ad uno di loro di dire un giorno: “Io credevo che l’appartenenza alla Chiesa presupponesse che uno mandasse giù tutto quello che essa dice e bisognasse sottomettersi senza fiatare. Attraverso te ho scoperto che era possibile essere contemporaneamente umani, critici e credenti”. Questa presa di coscienza è stata resa possibile solo al seguito di un vivere insieme nel cuore delle piccole e grandi cose della vita quotidiana. Questo esempio pone la questione lancinante della comunità: quale comunità è capace di accogliere pienamente degli adulti non praticanti, ma che vivono la loro esistenza secondo valori umani anzi evangelici? Queste ricche personalità, portatrici di esperienza umana matura nel corso degli anni, non sopportano più di essere trattate come bambini nell’ambiente ecclesiale. Esse sono aperte e al contempo avide di una proposta di fede che possa dare senso alla loro vita rispettando in tutto la loro umanità e il loro itinerario di maturazione.
* Diventare cristiani oggi e domani nell’orizzonte di un processo (pedagogia?) del desiderio aperto alla saggezza del vivere insieme nella fraternità del popolo di Dio.
Ciò che è primario nell’iniziazione non è la trasmissione di un sapere già costituito, ma la messa in contatto e in presenza di Colui che vuole fare un’alleanza con me.
Orbene, ogni battezzato, grazie alla sua maniera di vivere e di essere, è in grado di “trasmettere”. Nel nostro sogno si realizza la profezia di Gioele secondo la quale “tutti profetizzeranno” e ove il sensus fidelium non si oppone al sensus ecclesiae, ma si trova assunto e riconosciuto dalla funzione magisteriale. L’acquisizione di conoscenze, indispensabile, avviene solo in un secondo tempo e prende di colpo il colore di una saggezza e non di un insieme di “verità da credere”.
Se si volesse privilegiare la trasmissione delle conoscenze, l’avvenire dell’iniziazione cristiana apparterrebbe ad Internet. Ora, l’accesso all’informazione, la più completa possibile, fa volentieri a meno di un processo comunitario, in cui di volta in volta, gli uni sono iniziatori degli altri.
Non si potrebbe in questo caso che parlare di una rete virtuale; ma una comunità cristiana non si può accontentare di essere virtuale, e la comunione dei santi ha senso solo se poggia su reti di appartenenza iscritte nella realtà sociale ove il credere può incarnarsi. Una condizione è indispensabile: in tale prospettiva, l’istituzione deve accettare di cedere il proprio potere e il suo desiderio di voler controllare tutto, perché molte iniziative sfuggiranno senza dubbio ai piani pastorali più forbiti. Radunare e far vivere nell’unità appartiene a una logica diversa rispetto al verificare e giudicare.
In questa visione dell’iniziazione resta una questione: come riappropriarsi del passato ed entrare nella grande storia del popolo di Dio? Il modello del pasto pasquale nella tradizione ebraica ci indica la pista da seguire. Vi si celebrano le meraviglie di Dio prima di spiegare le ragioni e il senso di questa celebrazione.
E quando la spiegazione si impone, perché nel cammino rituale cristiano la parola viene sempre a precisare il gesto, allora essa è dell’ordine del racconto: “perché facciamo questo?” domanda il più giovane dei convitati, e il responsabile dell’iniziazione che presiede la tavola inizia a raccontare: “Mio padre era un Arameo errante...”. È grazie a questa pratica che sarà possibile situarsi nella linea delle generazioni che prima di noi hanno vissuto processi simili e che ci permettono di affermare: “Sì, anch’io appartengo a questo popolo liberato dalla schiavitù”.
Questo è possibile solo se con tutti i partecipanti si avvia un lavoro sulle risonanze profonde della fede nella loro esistenza personale. Poiché la fede cristiana incrocia la mia esperienza e la mia aspirazione alla felicità, senza che le due si confondano.
Lo sappiamo: Dio non è ai margini dell’esperienza. Noi sogniamo, per dirla in termini tecnici, che la catechesi mistagogica possa di nuovo trovare i suoi titoli di nobiltà come nei primi tempi dell’avventura cristiana.
Essa accompagna e prolunga il rito di iniziazione anziché precederlo, in un modo in cui la narrazione e il discorso si articolano. Sogniamo che le necessarie elaborazioni teologiche si trovino di nuovo incastonate tra i due racconti. [6]
Una sfida importante perciò è lanciata alla formazione. Nel processo iniziatico una delle missioni più importanti degli iniziatori è questo lavoro di rilettura dei racconti dei partecipanti, con una pertinenza nell’analisi e una sana presa di distanza. Si tratta della capacità di articolare questa rilettura col grande racconto della storia di Dio con gli uomini e la grande iniziazione che è l’Esodo. Nel modello classico della trasmissione, il formatore è colui che sa dare e trasmettere un contenuto chiaro, completo e organico e lo fa con arte. Il formatore attento è colui che sa raccogliere l’esperienza dei partecipanti, li sa aiutare a riformularla e a metterla in rapporto con la buona notizia di Gesù Cristo, consentendo così ai piccoli racconti di una vita di annodarsi col grande racconto. Il formatore per eccellenza sarà colui che, ricco di questa storia, della quale non è proprietario, ma della quale può testimoniare, dischiude il gruppo e lo colloca nello spazio e nel tempo della Chiesa.
Alcuni presupposti o condizioni fondano questa prospettiva. In primo luogo, c’è la fiducia incondizionata nell’altro. Anche se non ricorda più nulla del suo catechismo dell’infanzia, egli ha qualcosa da dirmi di Dio e di Gesù Cristo. In seguito, c’è la convinzione che la tradizione è un processo vivente nel quale siamo invitati ad entrare: si tratta di proporre la fede e non di imporla. [7] Entrare così nella storia della salvezza è riconoscere, nei due sensi del termine, l’omologia dei processi. In effetti l’avvicinamento e l’iscrizione nel grande movimento di liberazione da parte di Dio non si fa a livello dei contenuti e della loro somiglianza con la nostra situazione, per esempio affermando che anche al tempo di Gesù si è dovuto affrontare il problema della malattia, della morte, del bisogno, della felicità. Questo accostamento e questa articolazione avvengono lungo il cammino quando, in una situazione particolare, ci viene da dire: “Se sei tu, allora credo che tu sei il Messia, l’inviato di Dio”. È chiaro che si tratterà da quel momento di lottare contro la tentazione di irrigidire la tradizione nelle forme e nei contenuti. Il rapporto con la tradizione nell’iniziazione è quello che ci rivela il racconto della Bella addormentata nel bosco. È il bacio del ricercatore abitato dal desiderio amoroso che risveglia alla vita la principessa addormentata. Così solo il bacio del credente lungo il percorso può, nel cristianesimo, ridestare alla vita il dormiente che sono le Scritture e i condensati dogmatici di una tradizione.
Un’altra condizione riguarda la comunicazione. Il regime dell’iniziazione è quello della comunicazione vivente ove la parola è presa : Nella catechesi il Simbolo della fede è donato al fanciullo (ma questo riguarda solo il ragazzo?) perché diventi la sua parola di fede nella Chiesa. Esso è l’espressione ecclesiale del contenuto della Scrittura, esso traccia un itinerario in cui la fede si scopre, si dice e si cerca ancora... Né oggetto di possesso, né programmazione di un contenuto, esso è l’asse sul quale vengono ad allacciarsi le diverse espressioni della fede”. [8] In effetti, il senso scorre; non lo si può rinchiudere in una posizione istituzionale, o un testo biblico. Io non posso mai tirare in ballo Dio per colui col quale cammino. Un limite o uno scoglio va tenuto presente a questo proposito: qualsiasi produzione e lettura di senso non è ipso facto una lettura cristiana di senso. Il criterio ultimo sarà sempre: questo senso contribuisce all’umanizzazione e alla salvezza? Perché il senso è sempre senso per l’uomo, un senso che mi costruisce in umanità; detto in altra maniera, il senso dovrà misurarsi col metro del “per noi e per la nostra salvezza”.
L’ultimo presupposto e l’ultima condizione è il cammino che si iscrive nel processo stesso della maturazione umana. Entrare così nella saggezza di un popolo vivente, un popolo di Dio, significa seguire l’itinerario della crescita umana e credente, individuale e collettiva che giustamente procede secondo una logica iniziatica. Lo sviluppo umano e la maturazione credente non avvengono in modo lineare. Alla maniera di un corso d’acqua e dei suoi meandri, delle sue rapide e dei suoi momenti pacifici, perfino quasi stagnanti, l’itinerario di vita conosce regolarmente questi tempi di prova, di scontro e di superamento verso una nuova maniera di vivere e di essere. In questo senso, essere iniziato, iniziarsi, lasciarsi iniziare è sempre nello stesso tempo maturare.
* Diventare cristiani oggi e domani in un agire sul modo simbolico e iscritto nella nostra corporeità.
Si può condividere l’opzione di una vita profonda con gli altri, impegnarsi con loro, senza mai toccarsi, senza che i sensi siano implicati, senza fare festa insieme e ritrovarsi per condividere il pasto? Noi sogniamo un cristianesimo che prenderà ancora sul serio i piccoli dettagli della vita quotidiana come tante parabole del Regno. Sogniamo che come per Gesù i piaceri della tavola e l’attenzione per tutta la nostra corporeità siano il luogo simbolico in cui si radicano le modalità conviviali di tutto un popolo, per cui rendere grazie (“eucaristizzare”) nasce naturalmente dalla convivialità. Nel nostro sogno, il piacere ha diritto di cittadinanza in ogni comunità e gruppo in veste di invitato permanente: piacere di essere insieme, piacere di essere presi sul serio e anche di poter ridere insieme, piacere di scoprire da se stessi e piacere di sapere che “Dio vide che tutto questo era cosa buona”.
L’esempio del rito dei funerali ci permette di comprendere come la corporeità è convocata nel processo iniziatico. In questo rito, il presidente invita l’assemblea a raccogliersi “pensando a quello che la persona è stata per noi e a quello che è stata per Dio”. In effetti al momento di entrare nell’eternità non sarà importante quello che io so su Dio, ma quello che lui è stato per me e quello che io sono stato per gli altri e loro per me. Questi ricordi dell’affettività, di un sapere di un altro ordine, questa memoria corporale, mi accompagnano. È con questa corporeità che ho vissuto, è con essa che io sto per entrare definitivamente in Dio. Essa è allora anche ciò che sta per sussistere di me, in particolare il desiderio profondo di vita e di vita autentica. Così una fede che prende corpo è quella che viene radicata nel divenire umano e aperta su Dio e gli altri nella totalità del suo essere.
La corporeità mette anche in gioco la comunità. Se l’itinerario iniziatico può essere paragonato alla traversata di un fiume da una riva all’altra, questo passaggio non è quello di un “me” solitario verso un nuovo “me” ugualmente tutto chiuso su di sé. Non bisogna certo dimenticare che se il cammino iniziatico è sempre personale, nel senso che nessuno può fare la traversata al mio posto, non è meno vero che su ciascuna riva e nel fiume, ci sono molte altre persone. L’iniziazione non solo integra in un gruppo, ma è un processo di gruppo. Non posso dunque andare che verso un “noi” e raggiungere gli altri che hanno fatto la traversata prima di me. Lo constatiamo nelle nostre pratiche di formazione. Coloro che sono “passati” attraverso l’iniziazione, hanno vissuto certamente una esperienza personalissima e individuale nel cuore stesso delle loro fragilità e forze. Nello stesso tempo, ciascuno ha bisogno degli altri.
Ci si impegna nell’itinerario iniziatico con le singolarità solidali che si incoraggiano; si va avanti perché anche gli altri vanno avanti e si attendono che noi andiamo avanti. Come non si è soli quando si inizia, non si è soli nel nuovo stato. L’itinerario di maturazione umana e credente ne è testimone. Man mano che si avanza attraverso le tappe della vita, le solidarietà si allargano. Ma ciò suppone, e noi lo sogniamo, delle comunità di passaggio e passeggere.
Il gruppo di formazione può diventare, a certe condizioni, una tale comunità passeggera. Un buon esempio di iniziazione reciproca è l’itinerario di due persone con cui siamo venuti in contatto. Si tratta di due donne tra i 35 e 45 anni: la prima è madre di un ragazzo e si prepara a diventare catechista; la seconda è religiosa e si avvia alla catechesi specializzata. La loro storia e stato di vita fanno sì che le difficoltà incontrate durante la loro formazione siano state differenti. Per l’una la sfida è consistita nel dover gestire dei problemi di ordine personale e professionale, mentre per l’altra la sfida è stata di superare delle fragilità importanti e imprevedibili a livello della salute. Senza essersi accordate, l’una e l’altra hanno affermato spontaneamente che senza la compagna di formazione non avrebbero retto il colpo. Questo esempio mostra che l’iniziazione personale è unica perché si iscrive in una esistenza originale. Tuttavia, non è solitaria: il passaggio personale può accadere grazie alla compagnia di altri iniziati che attraversano la loro prova personale iniziatica originale.
Un’altra sfida è lanciata all’iniziazione cristiana dai tempi che verranno. L’iniziazione cristiana non è un processo unico che ha luogo una volta per tutte. Questo sdogana le pratiche pastorali singolari, particolarmente la catechesi, da una missione impossibile, quella di dare il “viatico” per tutta la vita. Ma come tenere questa tensione tra un processo a tappe chiare prova, affrontamento e superamento – e l’esigenza di una progressione e di una continuità? Lo sguardo sulla maturazione umana e credente ci offre, anche qui, delle indicazioni preziose. In tutta la vita umana ci sono passaggi iniziatici. Sono i periodi di transizione da una tappa di maturazione all’altra. Gli studi hanno mostrato che abitualmente essi durano alcuni anni, in media da tre a cinque. Se vengono denominati tempi di crisi, è nel senso del passaggio da uno stato verso l’altro, proprio come il “momento critico” in fisica. Questi tempi forti di una vita vanno considerati come matrici che diventano da quel momento paradigmi di una esistenza. Del resto questi passaggi non sono necessariamente quello che vi è di più doloroso e di più forte in una vita. Ma diventano la trama sulla quale i fili della vita possono tessere altri motivi. Sono sempre una risorsa importante nella quiete del senso. Ma questo implica anche che uno venga iniziato al processo di iniziazione. Vale a dire, bisogna essere disposti a rinnovare il processo nella propria esistenza umana e credente fino all’ultimo passaggio che è la concretizzazione corporale del battesimo, quello in cui si muore veramente per risuscitare alla pienezza di vita.
E così alcuni anni fa, una donna che aveva attraversato la propria formazione sul modello iniziatico è stata indotta a rinnovare questo modo di trasformazione al momento di una grande crisi nella propria vita di coppia. Quando essa entrò in formazione, la sua identità si definiva anzitutto a partire dai servizi che offriva agli altri: madre di famiglia, sposata, catechista, volontaria in parrocchia, ecc. La formazione le ha permesso di sviluppare altre dimensioni del suo essere, e nel suo processo iniziatico si è liberata di tante immagini di sé soffocanti. Lo spazio iniziatico della formazione l’ha fatta morire ad una immagine di se stessa per farla rivivere in una maniera più ricca e più umana. Quando una decina di anni dopo la sua coppia è andata in crisi, ha potuto ripetere il processo iniziatico. Le sfide che le imponeva la sua nuova situazione di donna sola erano molto diverse da quelle della formazione. Tuttavia, è tuffandosi nella sua esperienza iniziatica che lei ha potuto attraversare questa prova e conquistare un nuovo equilibrio. Questa stessa esperienza può essere egualmente sperimentata al momento di altre situazioni limite: perdita di un figlio, incontro di un nuovo amore, nascita di un figlio, ecc... Gli effetti di questa esperienza avranno delle ripercussioni sulle sfide future della loro avventura umana.
Se l’itinerario iniziatico è contrassegnato dalla ritualità, alcune precisazioni si impongono anche in questo ordine. Il rito è ciò che dà spessore umano in un agire che lo concentra e che ne è, in qualche modo, il precipitato. I riti sul cammino dell’iniziazione cristiana sono da inventare e da riabitare. Così ci si dovrà domandare quale gesto concreto permette di simbolizzare ciò che ci è capitato nella vita e di esprimere come abbiamo incontrato Gesù Cristo in quello che ci è capitato nella vita. Bisogna allora necessariamente inventare di nuovo? Non lo pensiamo; ci fondiamo, al contrario, sulla grande libertà che è lasciata dai rituali rinnovati dal Vaticano II.
Così, ad esempio, uno di noi due ha recentemente imparato a conoscere meglio il rituale dei malati. Vi ha trovato una grande apertura e un invito alla creatività. E se ci si mette a studiare attentamente le note pastorali dei nostri rituali, vi si trova sempre questo invito ad adattare la celebrazione alla situazione. Sogniamo, quindi, che questo spirito sia costantemente presente per celebrare riti che siano al servizio delle persone e di quello che vivono. A questo riguardo, ci sia permesso di aggiungere che non bisogna confondere riti e sacramenti. La pastorale dei “lontani” ci mostra che queste persone desiderano spesso un rito per celebrare quello che loro accade in un certo legame con Dio, anche se non intendono far proprio il senso teologico che noi mettiamo nei sacramenti e nella loro celebrazione.
Pensiamo ad esempio a un rituale di riconciliazione inventato nel Sudafrica, che permette ai carnefici e alle vittime di incontrarsi in un processo che non cerca di colpevolizzare, ma di umanizzare i due partner. In casi come questo la condizione indispensabile sarà l’apertura e la flessibilità sufficiente da parte dei responsabili. Essa permetterà alle persone ingaggiate nel processo di iniziazione di inventare a volte e a certe condizioni, i loro riti, o di “ri-abitare” a loro modo i riti venerabili che ci hanno trasmesso i nostri predecessori nella fede. La posta in gioco sta in questa possibilità di riappropriarsi dei riti a partire da quello che ciascuno e il gruppo vivono, anziché obbligarli a entrare in un quadro totalmente prestabilito e irrigidito. Ben inteso, siamo coscienti del rischio dell’individualismo e del soggettivismo. Ma il rito non può giustamente rappresentare un vincolo di unità – e non di uniformità – nella diversità? A condizione, certamente, che ciascuno possa entrare alla sua maniera, con la sua comprensione, nella celebrazione del nocciolo rituale di sempre sul quale si possono anche intrecciare nuove forme. Pensiamo, per esempio, ai riti eucaristici nelle zone di missione e ancora alla reinvenzione della concelebrazione in seguito al Vaticano II.
Ma questo suppone degli iniziatori, perché senza di loro non si dà iniziazione. Questa funzione può essere assunta da una persona, e la storia della chiesa è ricca di esempi notevoli. Sogniamo tuttavia una iniziazione in cui non solamente delle persone particolarmente carismatiche, ma dei gruppi cristiani possano assumere questa funzione indispensabile.
La missione consiste nell’aiutare a passare da una riva all’altra. Nel futuro i molteplici gruppi e reti cristiane si saranno formati e riconosciuti in questa missione primaria? Pensiamo semplicemente a un gruppo liturgico o di catechisti, a una comunità catecumenale o a una comunità di base. Questo gruppo si fa garante della continuità mentre allo stesso tempo è passeggero per i suoi membri. Il sensus fidelium riproposto dal Vaticano II incita ogni gruppo cristiano ad essere testimone privilegiato della trasformazione vissuta dalla persona.
Esso rimanda a questa persona come in uno specchio il suo passaggio unico che si iscrive nel grande movimento dell’Esodo che fa di noi un popolo. Assicura la sua presenza ospitale alla persona nel centro della burrasca, perché fintantoché uno si trova nella tempesta non può percepire che delle istantanee. Il gruppo, ricco dei passaggi operati, può affermare: “quello che tu vivi noi lo abbiamo vissuto prima di te”. Ed è questo ruolo indispensabile che gioca l’iniziatore e il gruppo iniziatore allorché inscrive tale momento particolare vissuto dalla persona nel grande movimento della storia credente che lo oltrepassa.
Per terminare, possiamo invitarvi a sognare alla maniera di Luther King: noi abbiamo fatto il sogno che in un futuro non lontano... Perché come diceva lui: “finché sogna uno solo, quel sogno è un’utopia, quando molti sognano insieme, quel sogno comincia a diventare realtà”.
[1] Cf Directoire Général de Catéchèse (1997), n. 171. Il direttorio riprende l’affermazione del Direttorio del 1991, n. 20.
[2] Nella sua opera principale, La morphologie du conte, Vladimir I. Propp (1895-1970) mostra che i racconti seguono la sequenza fondamentale dell’iniziazione.
[3] Conferenza Episcopale Francese, La catéchèse des enfants, texte de réfèrence au service des auteurs de publications catéchétiques et des responsables de la pastorale, Lourdes, 1979; Paris, Centurion, 1980, n. 311.
[4] Ibid., n. 312. È sorprendente constatare come questa visione è si accorda molto bene con le nostre osservazioni circa i mutamneti di oggi, in particolare l’insistenza sulla prossimità e il ruolo dell’esperienza nella costruzione del senso.
[5] Cf G. Lohfink, Braucht Gott die Kirche?, Freiburg, Herder, 1996.
[6] Cf il modello raccomandato da E. Jungl per il quale ogni elaborazione dogmatica si radica in un seguito di avvenimenti vissuti dal popolo di Dio e lì trova la sua sorgente. Tale elaborazione, per essere vitale, deve annodarsi con la storia di vita di ciascuno.
[7] Cf Vescovi di Francia, Proporre la fede nella società attuale, Elledici, 1996.
[8] La catéchèse des entants, texte de référence, cit. n. 212.

