I cambiamenti e la scommessa



    Giuseppe Berretta

    (NPG 2004-07-71)


    Cambia la scuola. Cambiano le filosofie, i modelli progettuali, le impostazioni e le tecniche didattiche, ma cambiano anche i protagonisti e gli scenari. Nel dibattito sulla complessa problematica intorno alla scuola di oggi, si rischia di trascurare un dato essenziale, cioè il fatto che l’azione scolastica – chiave di volta culturale delle società civili – si sostanzia nella relazione tra insegnante e alunno, e assume il senso preciso che in tale contesto relazionale le persone dell’insegnante e dell’alunno riescono a darle. Per ciò vorrei distrarre l’attenzione dei lettori di questa rubrica, Una scuola che cambia, dai cambiamenti di stagione delle politiche e delle metodologie, ai mutamenti profondi dei modi di essere degli attori principali della situazione scolastica, ragazzi e insegnanti.
    È un discorso difficile, che non può prescindere da uno sguardo d’insieme sugli sfondi in cui si muove la scuola. Si tratta di un mondo variegato e sfuggente, un mondo di infinite possibilità e di pochi sentieri percorribili, di una casa senza regole nella quale ognuno è chiamato ad essere genitore e figlio insieme, di un universo proteiforme in continua evoluzione che non consente approdi definitivi, di un terreno di cultura globalizzato e indefinito, sulle cui sabbie mobili giovani e adulti devono costruire il proprio destino e quello delle generazioni che verranno. Basti appena pensare alla spietata condanna di dover sempre raggiungere, a qualsiasi costo, il più e il meglio a conferma della propria identità, in un inseguimento continuo dei miti della bellezza e della giovinezza perenne, della ricchezza, della notorietà e del successo, oppure al sogno dell’avere come surrogato dell’essere, o all’imperante dittatura dell’immagine e del vaniloquio che ottundono la capacità umana di articolare il pensiero sui parametri delle logiche elementari.
    La scuola vive oggi drammaticamente, nello scenario di queste realtà, il sorpasso dell’homo technologicus sull’homo sapiens. E accade di osservare che i figli di questa generazione sono sicuramente in grado di maneggiare con abilità sofisticati strumenti di comunicazione, ma paradossalmente non sanno più comunicare. Le infinite applicazioni della tecnica hanno certamente reso il mondo più vivibile e la condizione umana più comoda rispetto alle aspre durezze dei tempi passati, ma hanno spalancato le porte a grandi illusioni, come quella di poter affidare alle macchine la decisionalità personale e la coscienza stessa delle proprie scelte.
    Chi è vissuto in mezzo ai ragazzi tanto a lungo da poter cogliere i segni delle trasformazioni, se osserva soltanto il segmento dell’ultimo mezzo secolo, non può non notare come al progressivo mutamento degli scenari sia corrisposto a specchio, non un cambiamento delle abitudini o delle forme di vita, ma un nuovo radicale modo di essere dei giovani.

    * Lo spazio e il tempo
    Nel villaggio globale in cui tutte le distanze tendono a ridursi e nel quale è assai facile mettersi in comunicazione verbale con l’altro, anche la dimensione del tempo si fa puntiforme, l’esperienza del presente fagocita il prima e il dopo, e appare sempre più inutile spingere lo sguardo sia sul passato – che viene relegato nei magazzini della memoria – sia su un futuro improbabile. Il sogno che brucia e si consuma non chiede più ai giovani l’investimento sull’ideale e l’impegno della progettazione.

    * L’autorità e le regole
    Il tramonto della figura del padre nella cultura postmoderna ha travolto i punti cardinali che hanno costituito, fino a qualche tempo fa, le piste di orientamento per le giovani generazioni. Le regole e la stessa morale, perduto il carattere dell’assolutezza, tendono ad essere riconsiderate nella loro funzione strumentale di norme utili alla convivenza civile. Una società maternale (nel senso più tradizionale del termine) sviluppa dominanti culturali di tipo affettivo generatrici di dipendenze sociali e sincretismi morali, che nel breve e nel lungo termine finiscono con l’inibire la crescita dell’autonomia e della responsabilità, con conseguente amplificazione del sentimento del diritto rispetto al senso del dovere.

    * Le parole e le immagini
    La cultura del colore e dell’immagine ha invaso a tal punto il mondo della comunicazione da compromettere seriamente i dinamismi di base dei processi linguistico-verbali. I grandi veicoli iconici – primo fra tutti la televisione, poi la stampa, la pubblicità, internet, ecc. – codificano il pensiero in forme estremamente semplici, imprigionando i discorsi in slangs fatti di stereotipie elementari che non pongono domande e non aspettano risposte. Il messaggio verbale acquista diffusamente il suo senso sull’onda portante dell’immagine che ne determina finalità e intenzione. E quando le parole perdono pregnanza, incombe la minaccia di un mostruoso analfabetismo che, come la notte delle vacche nere, induce il sonno della ragione e il decadimento culturale.

    * La realtà e la fantasia
    Non è difficile cogliere la fragilità dei nostri giovani in alcune loro particolari modalità di vivere. Coltivano grandi sogni, ma non riescono a svegliarsi dal sogno. L’entusiasmo ardente con cui disegnano il proprio domani si trasforma in delusione disperata al sorgere delle prime difficoltà di realizzazione. Pensano di poter misurare il mondo con il proprio metro, e si stupiscono e si crucciano e protestano, quando si accorgono che il mondo incommensurabile non è facilmente addomesticabile al loro volere. Scambiano il gioco dello stare insieme, dell’affermazione dell’io sull’altro, per relazione interpersonale, per confronto reale. È così che il reality show televisivo o la fiction, diventano parvenze di realtà i cui confini con la realtà sfumano e si confondono nell’immaginario collettivo.

    * Le competenze e la scienza
    Oggi le richieste del mercato puntano sulla specificità delle competenze personali. Ai medi livelli, non si vogliono menti analitiche capaci di flessibilità intellettuale e di elaborazione di modelli sintetici: si cercano piuttosto buoni operatori, dotati di intuizione mirata alla soluzione dei problemi e svelti nell’agire. La macchina produttiva non ha bisogno di pensatori, ma di tecnici esperti. Lo stesso concetto di scienza si va modificando: nozioni e conoscenze, che fino a ieri rappresentavano i fondamenti del sapere, sono considerati oggi materia da telequiz, dal momento che qualsiasi nozione è sempre a portata di mano mediante gli strumenti tecnologici. La scuola depositaria del sapere e gli insegnanti trasmettitori di conoscenza sono ormai sbiadite immagini del passato, e sempre più spesso accade che gli alunni, su determinati settori, abbiano sviluppato abilità e competenze dalle quali il mondo dei maestri è incredibilmente lontano. Pure, tra le nuove povertà, la povertà scientifica è una delle più diffuse e rischiose: a tale povertà dilagante la scuola deve far fronte non tanto riproponendo gli antichi nozionismi, quanto riconsiderando il proprio compito nella cultura di oggi, che è quello di guidare i ragazzi a saper organizzare l’intelligenza della realtà sul filo rosso di un metodo di studio e di ricerca in grado di aprire la mente alla scienza.

    * Visibilità e trasparenza
    Per sopravvivere ad una delle angosce più forti del nostro tempo, la dispersione dell’io, i giovani (e non soltanto i giovani) inseguono il mito della visibilità. Inglobato nella cultura di massa, l’individuo non ha speranza di rappresentare se stesso se non conquistandosi qualche spazio di visibilità sulla scena pubblica. È l’antico bisogno di identificazione con l’eroe che si ripropone con l’illusione, tipica della società dei consumi, che un ruolo di primo attore si possa comprare al supermarket a prezzi d’affare. Apparire comunque, con il vestito, l’orologio o le scarpe griffate, con il piercing, i tatuaggi o la nudità, apparire in una competizione sportiva o in un concorso o nell’elettrodomestico televisivo, in tutti i luoghi della visibilità nei quali è possibile esorcizzare quell’ansia di trasparenza che minaccia di morte sociale l’uomo e la sua persona. Appaio dunque sono, potrebbe essere l’assioma di base del mondo dell’immagine che non riconosce più ai giovani il diritto ad essere se non attraverso l’apparire.

    * Famiglia e scuola
    Le due istituzioni cardine, terreno di cultura naturale della formazione dei giovani, sono oggi lacerate da profonde divisioni ed incomprensioni. La famiglia – sempre meno numerosa – protettiva e instabile, delega alla scuola gran parte dei suoi compiti. La scuola, investita da cumuli di responsabilità improprie e impreparata ai repentini mutamenti, arranca sui crinali del pedagogico senza equilibrio e senza sicurezza. I genitori rimproverano agli insegnanti di non essere al passo coi tempi, di pretendere troppo, di agire in modo autoritario, di non essere abbastanza psicologi, assistenti sociali o balie asciutte. Gli insegnanti avvertono la lontananza delle famiglie e la mancanza di collaborazione come un indebito disimpegno educativo, si sentono abbandonati a se stessi nell’emergenza della maleducazione dilagante e nella consapevolezza di essere rimasti i soli a cui è demandata, per dovere d’ufficio, la formazione delle generazioni future. In questo caos di sentimenti e di risentimenti, i ragazzi sguazzano come nella città dei balocchi, prolungando all’infinito un’infanzia vuota e grottesca, una festa di carnevale durante la quale tutto è permesso e tutto è dovuto. Nel dissidio scuola-famiglia può radicarsi un micidiale cambiamento nella mentalità dei giovani, dalle proporzioni delle mutazioni genetiche. La pretesa della difesa assoluta e del diritto indefinito ai viveri da parte della famiglia, la riduzione della scuola a luogo d’incontro e di scontro con il gruppo dei pari e con gli adulti, possono generare pericolosissime metastasi destinate a compromettere l’integrità del domani prossimo e ad accelerare una decadenza culturale i cui segni sono già presenti nella nostra storia.

    * Tristezza e speranza
    Una grande malinconia pervade oggi gli ambienti giovanili. A fronte di certi raduni oceanici che sorprendono e incoraggiano, c’è l’ordinario grigiore di una depressione strisciante, di una anossia che non dà respiro all’ideale, di una quotidianità abulica che inchioda i nostri ragazzi per terra e non li fa volare. Come il cavallino Artex nelle Paludi della Tristezza, nell’opaca penombra di un cielo senza orizzonti in cui anche il tempo sembra immobile, essi sentono che non ha senso andare avanti, che stanno inseguendo qualcosa che è solo nel sogno e, affondati nella palude fino al collo, non fanno alcuno sforzo per risollevarsi. È la condizione di tanti giovani, prigionieri delle paludi della tristezza: le discoteche e gli stadi anonimi, la giungla dei posti di lavoro, la casa come luogo dell’indifferenza e del disamore, le relazioni che non riconoscono legami e l’amicizia tradita. Eppure “in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio” una quindicenne ebrea, Anna Frank, nascosta con la famiglia in una soffitta segreta di Amsterdam nel tentativo di sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva cuore di scrivere sul suo diario: “Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.
    Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo tramutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace, la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui saranno forse ancora attuabili”.

    I giovani cambiano col mutare degli scenari, il mondo si trasforma e i giovani sono sempre più diversi da noi. Le analisi attente e rigorose della realtà di oggi non devono indurre la sterilità del pessimismo. La via indicata dall’adolescente ebrea – le cui speranze si spensero nel lager di Bergen Belsen nel marzo del ’45 – è tuttavia quella luminosa della speranza contro ogni speranza. Il credere nell’intima bontà dell’uomo è un investimento totale di fede. L’educatore il maestro l’insegnante, nel turbinio dei cambiamenti, nel dolore e nella solitudine, colpito dallo schiaffo degli insuccessi e del fallimento, quando si sente un padre che non sa più riconoscere i suoi figli, proprio allora è chiamato a guardare il cielo e dare la sua prova d’amore: scommettere sulla perfettibilità dell’uomo.

    NOTE

    [1] Il racconto è di Michael Ende, in “La Storia Infinita”, Longanesi ed. Milano, 1981 pp. 61-62.

    [2] Dal Diario di Anna Frank, Einaudi ed., Torino, 1954 (alla pagina del 15 luglio 1944).