Giuseppe Berretta
(NPG 2004-03-54)
I fenomeni culturali che caratterizzano la vita di oggi ci rivelano un mondo preso in un vortice di rapidissime trasformazioni. La scienza e la tecnologia, in particolare, hanno determinato fin dal XIX secolo profondi mutamenti nei modi del vivere civile e di intendere la tradizione e la storia, ma anche nella letteratura e nell’arte, mentre nuove possibilità e inaspettati orizzonti si sono aperti all’esperienza umana con l’avvento del volo, della comunicazione a distanza, della cattura dell’immagine mediante la fotografia e il cinema, della trasmissione radiofonica e televisiva, delle infinite applicazioni dell’informatica e della navigazione in rete in un villaggio globale.
La scuola è figlia di questo mondo e di questa cultura. Ne riflette l’immagine e ne vive drammaticamente i contrasti e le turbolenze. Una scuola neutra, asetticamente avulsa dalla realtà effettuale, collocata nell’olimpo della sapienza ideale, non è più pensabile. Come non è pensabile un modello di educazione in cui maestro e discepolo – sia pure in un gioco asimmetrico – non siano entrambi coinvolti nello stesso processo formativo e nel continuo sforzo di ristrutturazione personale, di cambiamento e di crescita.
Sulla scuola si proiettano quindi le luci e le ombre della cultura attuale. Ed è per questo che la scuola, nel ripensare criticamente il passato, non può che filtrare il disagio del mondo contemporaneo, che pure è chiamata a superare attraverso nuove progettualità e nuovi esperimenti. Perché ciò sia realizzabile, l’azione della scuola deve muoversi su un difficile crinale: per un verso deve essere attenta e sensibile ai segni dei tempi e a tutte le loro manifestazioni, per un altro deve ancorarsi saldamente ai principi fondanti che è chiamata a testimoniare; allo stesso modo con cui i genitori devono saper ascoltare e cogliere nelle più sottili sfumature le istanze dei figli – anche quando queste provocano turbamento e frustrazione – senza tuttavia abdicare alla propria identità e senza cedere alla tentazione distruttiva di rinunciare a quei valori che devono essere vissuti con fermezza, affinché possano rappresentare per i giovani elementi di riferimento e di confronto.
Quando si intraprende la strada delle riforme scolastiche, si sa che bisognerà percorrere un cammino lungo, faticoso e accidentato. Non si tratta infatti di riformulare programmi o di riscrivere percorsi segmentali: si tratta di ripensare l’essenza stessa della scuola, la sua funzione pedagogica, l’orizzonte ideale verso cui sono orientate le sue strategie didattiche. È un’impresa che la scuola italiana sta tentando di attuare, da quasi un decennio.
Dopo un periodo di ardite esperienze, che di fatto hanno modificato, sia pure a tratti, l’assetto gentiliano risalente agli anni Venti (si pensi alle riforme della scuola elementare, all’istituzione della scuola media unica e alla legge 517 del ’77, alla costituzione degli organi collegiali, alla riforma dell’esame di maturità e alle sperimentazioni Brocca nelle scuole secondarie superiori), negli anni Novanta i governi in carica hanno riservato una grande attenzione alla scuola, nella consapevolezza che le miniriforme non sarebbero state più sufficienti a far fronte alle mutate esigenze culturali, e che occorreva pensare ad un complessivo riassetto di tutto il sistema scolastico nazionale. Ai ministri Luigi Berlinguer e Letizia Moratti, rappresentanti di governi di colore diverso, bisogna riconoscere il merito di aver perseguito con determinazione l’idea della grande riforma della scuola. Dall’autonomia alle istituzioni scolastiche, al riordino dei cicli ancora oggetto di vivace dibattito, molta strada è stata fatta. È stato tracciato, a grandi linee, il disegno della scuola che verrà: una bozza provvisoria su cui tutti, operatori scolastici, governanti, utenti del servizio, sono chiamati a confrontarsi, poiché su questo disegno futuribile si gioca il patrimonio dell’identità culturale che intendiamo lasciare in eredità ai nostri figli.
Al momento il dibattito è aperto e duro. Si vuole far bene e in fretta. Costruire il nuovo senza rinunciare al passato: rispondere alle istanze di oggi ma conservare quel che resta del buono di ieri. Non è cosa agevole nel groviglio delle emergenze sociali e nel marasma politico ed economico che tormentano il mondo contemporaneo. Di fronte a istanze varie e spesso contraddittorie si chiedono risposte equilibrate e lungimiranti, risposte che in un clima di grande incertezza e disorientamento non è sempre facile riuscire a immaginare. Non è perciò scandaloso – come avviene nelle svolte critiche della storia – che si proceda per tentativi ed errori. Così nel nostro Paese avanza la grande riforma della scuola.
Ma qual è la situazione attuale? Proviamo a fare il punto.
Sulla base di una delega al governo, il ministro Moratti ha elaborato uno schema di riforma che, riprendendo e modificando il progetto del precedente governo, ha già introdotto radicali innovazioni nella scuola dell’infanzia (ex scuola materna), nella scuola primaria (ex scuola elementare) e nella scuola secondaria di primo grado (ex scuola media): innovazioni mirate alla realizzazione di una struttura ordinamentale del sistema scolastico che sarà completata con la riforma degli indirizzi e dell’organizzazione della scuola secondaria di secondo grado. Gli interventi innovativi si susseguono con ritmo incalzante, e troppo spesso non preceduti da opportuni collaudi sperimentali sul campo e confortati dalle dovute verifiche. Il disorientamento dell’utenza e lo straniamento degli operatori scolastici di fronte all’apparente improvvisazione normativa non andrebbero sottovalutati nella delicata fase della transizione.
Una circolare ministeriale che, a pochi giorni dalle scadenze, impartisce direttive sulle nuove modalità di iscrizione alla scuola di base, facendo riferimento a un decreto legislativo non ancora approvato in via definitiva, ha gettato recentemente nel panico famiglie e istituzioni scolastiche periferiche. A ruota è apparso il decreto, seguito da una scia di contestazioni esterne e interne, verosimilmente non supportato dalla copertura finanziaria da parte del ministero competente, e comunque non suffragato dalle norme applicative necessarie per la sua attuazione immediata.
Di fronte a tali ansie riformiste e nonostante l’incalzare di pressioni politiche e sociali, tutti, governanti e operatori scolastici, genitori e alunni, hanno il diritto e il dovere di capire e di partecipare. Perché la scuola sia veramente il luogo elettivo dell’incontro generazionale, e non solo il supermarket culturale della classe media, la grande riforma non può risolversi in frettolosi interventi legislativi, ma richiede ancora un paziente lavoro di sperimentazione e di ricerca, un’attenta e sistematica verifica dei risultati, una discussione aperta sulle strategie dell’istruzione e sul significato stesso delle pedagogie scolastiche.
Solo così, nel rispetto dei tempi necessari e della stessa dignità degli alunni, potremo sperare di proporre ai nostri figli una scuola rinnovata, una casa comune dove la fedeltà degli educatori ai valori che li hanno formati e la forza della tradizione possano costituire per i giovani le chiavi che schiudano loro nuovi orizzonti di libertà e di progresso.

