La morte del “Pirata”



    (NPG 2004-04-77)


    Aspetto con tanta verità… sono stato umiliato per nulla e per quattro anni sono in tutti i tribunali. Ho solo perso la mia voglia di essere come tanti altri sportivi, ma il ciclismo ha pagato molto e molti ragazzi hanno perso la speranza nella giustizia, e io mi sto ferendo con la deposizione di una verità sul mio documento perché il mondo si renda conto che tutti i miei colleghi hanno subito umiliazioni in camera, con telecamere nascoste per cercare di rovinare molti rapporti tra le famiglie… dopo come fai a non farti male...
    Ma solo quando la mia vita sportiva soprattutto privata è stata violata ho perso molto e sono in questo paese con la voglia di dire che HASTA LA VICTORIA è un grande scopo per uno sportivo…
    Ma il più difficile è di aver dato il cuore per uno sport con incidenti e infortuni e sempre sono ripartito….
    Ma la mia storia spero che sia di esempio per gli altri sport… che le regole ci siano ma devono essere uguali per tutti...
    Io non mi sono sentito più sereno di non essere controllato in casa, in albergo da telecamere e sono finito per farmi del male… per non rinunciare alla mia intimità che la mia donna e gli altri colleghi hanno perso, e molte storie di famiglie violentate.
    MA ANDATE A VEDERE COSA – UN CICLISTA… e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo che si infrangono con droghe … ma dopo la mia vita di sportivo.
    E se un po’ di umanità farà capire che con uno sbaglio vero si capisce e ci si batte per chi ti sta dando il cuore.
    Questo documento è verità e la mia speranza è che un uomo vero o donna legga e si ponga in difesa di chi come me voleva dire al mondo regole per sportivi uguali. E non sono falso.
    Mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
    (Marco Pantani)

    * * *

    Non è il doping, non è la solitudine, non è l’eritropoietina, non sono stati gli antidepressivi o che altro ci fosse nei flaconi che aveva con sé nell’ultima stanza della sua vita, a uccidere Marco Pantani. Siamo stati noi, i tifosi, gli appassionati, i lettori di giornali e i consumatori di telefinzioni – che costruiamo idoli più grandi della vita e poi li scarichiamo come simulacri vuoti di gesso dimenticando che essi non sono ciclisti, centravanti, pugili ma esseri umani spesso fragilissimi – a ucciderlo.
    Su tutti coloro che lavorano in pubblico, che siano ballerine o tenori, sportivi professionisti o giornalista, politicanti o comici, pesa l’incubo della oscurità, della morte civile, della vecchiaia. Ma su nessuno, come su un campione dello sport, il raggio di luce è più effimero, la vita professionale è più breve, il futuro più vuoto...
    La ghigliottina del tempo e dell’oscurità è tanto più terribile quando più sontuoso è stato il piedistallo costruito dallo “sport business” sotto i piedi della vittima e soprattutto in sport individuali come il ciclismo. E il palco non è mai stato enorme come lo è oggi, quando l’adorazione popolare per il campione del momento si fa industria colossale attorno a lui o lei.
    Investimenti da media industria sono fatti attorno ai legamenti, agli adduttori, ai polpacci, alle ossa, alle mani, ma quasi mai attorno al cervello e all’anima, di uno sportivo, che in cambio deve produrre, perché nessuno regala nulla. Il “prodotto” deve giocare anche quando non è in forma, anche se non ne ha voglia, perché costa un sacco di soldi...
    Il doping, qualunque cosa questa parola troppo generica significhi (un’infiltrazione di cortisone e novocaina per far giocare chi non sarebbe altrimenti in grado di farlo è doping?) non è la causa, è l’effetto di una situazione nella quale ragazzi quasi sempre profondamente immaturi, mal consigliati, circondati da sicofanti e leccapiedi interessati che gli congelano lo sviluppo psicologico per trasformarli in eterni bambini, si trovano davanti alla pillola o alla siringa che può fare la differenza tra una vita al banco di un bar o l’apoteosi sui Pirenei...
    Quanto sarebbe stato grande, il “Pirata”, se avesse avuto la forza di andare in tv, quel giorno orrendo della squalifica, e dirci, ma state zitti, branco di ipocriti sanguinari che pur di provare il brivido surrogato della vittoria attraverso di noi sareste pronti a imbottirci di tritolo, altro che eritropoietina, ma preoccupatevi dei vostri figli, ma aprite gli occhi, ma non lo sapete che qui si pompano tutti, se vogliono vincere? Non lo ha fatto perché aveva sperato ancora di tenere lontano da sé la fine della propria vita, cioè il ciclismo, che era la sua vita. La lunga discesa verso l’oscurità che attende il 99,9% di coloro che oggi sono “i nostri eroi” è terribile per tutti, e può essere mortale per chi, come Marco Pantani, non scende, ma precipita di schianto nella trappola spalancata sotto i piedi...
    Ma chi riesce a mantenere la prospettiva della realtà, quando ogni minuto della vita è circondato da cortigiani e agitatori di flabelli?
    Non ci saranno mai leggi o alambicchi che possano riconoscere e combattere il “doping” mentale che avvelena lo sport e del quale il “doping” farmacologico è soltanto l’effetto secondario. Per questo, come per tutti i vizi, la cosa più difficile non è cominciare, ma smettere. Marco Pantani è morto da “tossicodipendente” dello sport al quale è stata tolta la droga che noi, i suoi adoratori e carnefici, gli avevamo venduto. Il resto è retorica.
    (Vittorio Zucconi)

    * * *

    Me lo hanno ammazzato, dice la mamma di Pantani, ed è giusto che dica questo, una mamma. Ma gli altri no. Gli altri che hanno suonato la vecchia canzone del “lo abbiamo lasciato solo”, secondo i quali “Pantani è morto per colpa mia, tua, nostra”, fanno soltanto retorica.
    Colpa. Sono giorni che questa parola così inutile ci rimbomba nella testa, togliendoci la serenità per salutare in pace il nostro fuoriclasse...
    Il mistero dell’animo umano fa paura. E allora si preferisce scaricare la colpa sui giudici che indagavano troppo su di lui – solo su di lui – causandogli una depressione da complotto. Sui giornalisti, che già Napoleone chiamava con qualche ragione “i ruffiani della gloria”. Sugli amici che lo avrebbero abbandonato al suo destino. Ma come si fa ad aiutare un adulto che si rifiuta di essere aiutato? Che si nasconde dal mondo, si barrica, stacca i telefonini? Fino a che punto si può forzare la responsabilità individuale di un essere umano? – consolante sentirsi in colpa. Certo più consolante che accettare la realtà. E ammettere che alcuni di noi, di solito i più geniali, crescono con un buco dentro. Angeli feriti a morte che nessuna terapia umana riesce a curare.
    Spesso neppure l’amore.
    (Massimo Gramellini)

    * * *

    Caro Marco,
    oggi tutti parlano di te, con tristezza, con imbarazzo, con molta confusione. Chi ha fede e crede che ora tu sei accanto a Dio, può parlare “con te”, certo del tuo ascolto!
    Caro Marco, grazie per essere stato con noi 34 anni. Pochi, troppo pochi perché ancora tante sarebbero state le cose che avresti potuto e dovuto insegnarci. Paradossalmente ora ci costringi a impararne molte ma in modo brusco e drammatico. Troppo per un mondo sportivo che non vuole scandali, ma solo spettacolo. Ma probabilmente è l’unico modo efficace.
    In questo anno europeo dell’educazione attraverso lo sport la tua morte è una doccia fredda, un pugno nello stomaco, una scritta gigantesca in faccia a chi tiene i fili di questo sport che neppure più si può chiamare così, una scritta gigantesca che dice: “QUESTO SPORT DISEDUCA PERCHÉ DISTRUGGE E UCCIDE”.
    Tu potevi fare a meno del doping: eri un grande “di tuo”. Ora ti chiedo: raccomanda a Dio di toccare il cuore dei responsabili della tua crisi depressiva e dunque della tua morte, che faccia loro sentire un rimorso terribile, atroce, ma molto salutare, che faccia capire a chi decide di iniettare schifezze nel sangue dei ragazzi, che sta iniettando loro la morte, goccia dopo goccia. Questi potenti sono tanti Erode che decidono, esclusivamente per sete di gloria e di denaro, la strage degli innocenti, ignari di aver decretato la morte dei loro stessi figli. Oppure sono tanti Ponzio Pilato che lasciano libero Barabba, lasciano che vinca l’imbroglio, la mercificazione della vita, la menzogna e muoia, vittima innocente, la Vita, lo sport, i giovani.
    Raccomanda a Dio di togliere il sonno a chi permette che tutto ciò accada, raccomandagli di illuminare e di aprire la loro mente: la vita non ha prezzo!
    E ora, Marco, chiedi a Dio di toccare il cuore di migliaia di ragazzi che amano lo sport, perché abbiano una tale passione, un tale amore, un tale attaccamento alla vita da non permettere mai a nessuno di rovinarla in cambio di vittorie, magari anche milionarie, ma insufficienti ed effimere. Chiedi a Dio di aiutare i giovani atleti a riconoscere gli adulti saggi, che possono traghettarli verso traguardi entusiasmanti per la dignità della persona e di distinguere e star lontano da quegli adulti che invece senza scrupoli, li avviano verso derive di morte da cui non è più possibile tornare indietro. Chiedi a Dio di aiutare i giovani a trovare dentro se stessi la forza del campione, quella forza che ti fa gioire per le vittorie e per le sconfitte, quella forza che non ti fa mettere al primo posto il risultato, mai, ma al primo posto sa mettere la vita.
    Marco, ora chiedi a Dio che guarisca lo sport, ogni sport, che guarisca le menti malate di chi ne sta facendo un losco affare economico.
    Noi preghiamo per te Marco, ma tu prega per noi!

    (Suor Manuela Robazza, FMA, Delegata Nazionale Polisportive Giovanili Salesiane)