Lettera a un educatore di strada


    Alfonso Alfano

    (NPG 2004-07-68)


    All’origine del disagio c’è sempre un amore mancato. Noi, accanto ai nostri giovani, viviamo da innamorati della vita, in amicizia.
    L’amicizia vera nasce senza parole. Non si cerca per passare il tempo ma per vivere il tempo. Uno sguardo, un gesto, penetra nella mente e nel cuore più di mille parole. L’amicizia e l’amore sono come le aquile: amano volare in alto.
    È questo il pane profumato che il buon Dio mette sulla nostra mensa. Il nostro progetto è una piccola creatura: ha bisogno di premure e delicatezze, di paziente attesa. Nessuno di noi ha il diritto di sciupare questa preziosa occasione.
    Come i puntuali rintocchi dell’orologio della torre del paese, nelle nostre menti deve risuonare sempre la speranza: c’è sempre un domani, per tutti!
    Credo che in educazione, come nell’amore, o si è totali o si rischia alla fine della vita di rimanere con le mani vuote e il cuore ripieno d’insoddisfazione.
    Un buon educatore dovrebbe ispirarsi alla storiella della fontana del villaggio, felice solo di gettare acqua; non importa a chi e quando. Che arrivi la buona massaia con la sua brocca abbrunita, con la sua piccola giara ad attingere acqua, o che vada a mescolarsi al terreno formando un noioso fango, importa poco. L’educatore deve restare lì, sempre e disponibile. Non può, e non deve smettere mai di essere fontana viva: la gente ha diritto alla sua acqua. L’educatore può anche soffrire la solitudine, ma non può rinunciare, rifiutare di donarsi. Questi ragazzi hanno diritto di poter contare sulla serietà e la paziente tessitura del nostro servizio.
    Come la fontana getta in continuazione acqua, senza mai chiedersi chi e quando vorrà dissetarsi, così il contadino non si arrende mai, semina e risemina, e sa che un giorno su quella terra bagnata dal suo sudore e dalla sua fiducia arriverà la fioritura. È qui la forza del lavoro degli educatori, che tende non all’appagamento personale, ma a soddisfare le miserie degli altri.
    L’educatore deve sentirsi un po’ fontana che getta acqua e un po’ contadino che semina. Un educatore ripiegato su se stesso è come una fontana prosciugata, annerita e consunta dalla ruggine. È il simbolo della solitudine e della morte, oggetto dello sguardo smarrito del passante di turno, alla ricerca affannosa di un sorso d’acqua nella calura estiva. È come vedere un campo incolto, dove cresce solo erbaccia e si accumulano rifiuti di ogni genere.
    Cerchiamo con tenacia di trovare quel seme buono, e su quello scommettere, per coltivare una nuova pianta, più fortunata. La linfa è la nostra vita, il nostro credo, quello che ciascuno di noi sperimenta giorno dopo giorno. I nostri ragazzi ci leggono negli occhi. Il loro animo, la loro mente e lo stesso cuore portano i segni della delusione. Troppe volte, e per lungo tempo, hanno assistito alla sfilata di parolieri e presunti paladini della carità per credere ancora ad altre chiacchiere vuote e senza anima.
    I ragazzi hanno bisogno di gente competente e professionisti della disponibilità ad oltranza. Non c’è futuro per chi opera per mestiere e non per passione. È sempre sulla strada del sacrificio che matura la passione.

    La scuola della strada

    Abbiamo sempre creduto che il volano del nostro intervento educativo dovesse essere la scuola, come occasione per aiutare il ragazzo a capire, a distinguere il bene dal male, proprio come alternativa alla “scuola della strada”.
    Sono stato per anni nella scuola. Ho capito, forse troppo tardi, che nella vita ci sono due scuole: quella legalmente riconosciuta e quella illegalmente costituita. Della prima c’è un albo di docenti, ci sono aule, ci sono gradini da scalare, promozioni, bocciature, libri, programmi; tutto è organizzato secondo una prassi. Vi è il rispetto dei fusi orari, del rapporto notte-giorno, riposo-studio.
    Della seconda si sa poco, ma si vede molto: è la scuola della strada.
    Qui non esistono registri, elenchi, è tutto una giungla. Si fa scuola ventiquattro ore su ventiquattro. Non esiste orario, si studia quando si vuole e come si può, si dorme quando e dove si vuole e si può.
    Di notte e di giorno poco importa. Meglio di notte, con il favore delle tenebre. Turni si susseguono a turni.
    Non ci sono aule. Può fare da banco il muretto, la piazzetta, il vicolo, da sedia un cartone, una coperta.
    Non si usano libri, i muri fanno da lavagna, apparentemente non ci sono regole: ha un suo codice, i propri comandamenti e precetti.
    Alunni e maestri si sono divisi spazi, marcati da confini ben precisi; chi sgarra paga, anche con la vita, senza processo e senza pietà per nessuno.
    È una scuola mercato dove si compra e si spaccia, dove tutto è mercificato e tutto diventa cultura, dove alunni sprovveduti diventano preda di squallidi sciacalli notturni, maestri e professori senza scrupoli.
    Non sono ammessi ripetenti; o si è promossi o si è bocciati. È un incrociarsi continuo di ricchi Epulone, padroni incontrastati di mense lautamente imbandite, e di poveri Lazzaro piagati, a caccia di briciole d’umanità.
    Per la scuola normale ci sono percorsi scolastici, programmi, interrogazioni, esami. Si arriva anche alla laurea.
    Non mi è stato facile, invece, conoscere la “scuola della strada”. Tento di studiare la loro lingua, di capirne la filosofia, di conoscere le loro aule, le abitudini, i giochi preferiti, il perché della predilezione per le ore notturne. Chi conosce questa scuola oggi può concretamente parlare al cuore di questa povera gente. Il lavoro sulla strada aiuta gli educatori a ridimensionare i faccendieri e i falsi portabandiera dell’amore agli ultimi: è più facile denunciare che tendere la mano. L’esperienza di strada educa al senso dell’impotenza e spinge ad alzare occhi e mani a Chi sta nei cieli.
    Come frenare le lacrime quella notte, fredda, in un angolo del Lungotevere, ascoltando S.? “Sono stufo, è da quando sono nato che mi hanno sempre fatto la stessa domanda. E... come ti chiami, e tuo padre e tua madre? Sono nessuno, niente... Basta che lo sa LUI, quello lì, quello che sta lì, tra quelle stelle. Lui mi conosce bene. Lo saluto ogni sera... Qui non ho avuto mai una casa mia e non la voglio”.
    Si commosse, strinse le labbra e pianse. Ci stringemmo la mano.
    Lo lasciai addormentato e ripresi la strada di casa.
    Sto riempiendo i miei quaderni d’appunti. Spero che servano a qualcosa.
    Mi convinco sempre di più che “le mosche vanno sempre addosso ar cavallo scorticato”.
    Quante storie sotto il cielo di notte, agli angoli delle strade! Quanta dolcezza dietro ad un corpo martoriato! Un giovane malvestito e tremante si accosta ad una ragazza che si sta bucando. Chiede timoroso e implorante di riceverne “un sorso”. L’altra senza esitare stacca la siringa e lascia la metà allo sconosciuto. Da quei corpi in rovina ti arriva un forte messaggio d’onestà e di profonda condivisione.
    Se quel seme avesse avuto un buon contadino, paziente nel curarlo e proteggerlo dal gelo e dalle impietose talpe, il raccolto oggi sarebbe diverso!

    Ragazzi assetati d’amore

    Provate qualche volta ad entrare nella casa di alcuni nostri ragazzi e sentirete tutta la vergogna e il disagio nel trovare delle mura, ma di famiglia neppure l’ombra.
    Provate a vivere accanto ai “pipistrelli della notte”. Sentirete sempre e solo la triste nostalgia di una famiglia che non esiste.
    Provate a stare una notte fuori, a girare e rigirare strade, vie, vicoli, piazze, provate a parlare a questa gente e alla fine vi accorgerete che resta soltanto la voglia di piangere e scappare dall’orrore di tante miserie morali e materiali.
    Provate qualche volta a mettervi all’angolo di una strada a chiedere l’elemosina. Almeno una volta nella vita!
    Provate a sdraiarvi accanto ad un gruppo di giovani invecchiati anzitempo, barcollanti e incapaci di reggere tra le dita una sigaretta, provate a stendere la mano...
    Chi cammina con il povero, gusta la sapienza divina. “I veri poveri – pregava Santa Teresa – non fanno rumore”.
    Mi risuonerà a lungo il lamento di un affamato, urlato tra rabbia e delusione: “È brutto annà a la cuccia a stommico a diggiuno” (Non è piacevole andare a dormire a stomaco vuoto).
    Buffa questa scuola! Non ti accorgi delle infinite lezioni. Ti entrano dentro senza neppure chiederti permesso. Passano direttamente dagli occhi al cervello e dal cervello al cuore. Ora comincio a capire di più le nostre difficoltà.
    Gli insegnanti e tanti educatori continuano a confezionare abiti per soggetti che hanno tutte altre taglie. Quanto dovrebbero coltivare di più la “pedagogia del sarto”!
    Facciamo pure le nostre verifiche. È un dovere la verifica, come è indice di serietà progettare e programmare tempi e modi di intervento. La verifica, prima che sul comportamento dei ragazzi, deve partire dagli educatori, dal grado della loro voglia di farsi compagni di viaggio della vita dei ragazzi. Gli educatori devono evitare la tentazione di correre subito alla verifica dei frutti: prima bisogna vangare il terreno, curare bene l’albero.
    Nel loro lavoro gli educatori non dovranno mai arrivare alla resa dei conti. In questo mi sento fortunato: ho sempre cercato di mettere sulla bilancia solo le uscite.
    Sono convinto che agli adulti spetti la stagione della semina e della cura del seme, ai piccoli goderne i frutti.
    Di questo noi siamo i primi responsabili.
    Il seme che ti lasci oggi dietro sul tracciato dei tuoi passi, domani ti sarà a fianco o come erba amara a turbare il tramonto della tua vita, o come fiore profumato a confortare la tua fede e a premiare i tuoi sacrifici. E questo vale per gli educatori e per i ragazzi.
    Solo l’amore salva una crisi, sana una sconfitta, perché è sempre l’amore a generarla, ad aprire una ferita, a piagare un corpo.
    È l’ecologia del cuore e su questa dobbiamo misurarci.
    Chi crede alla potenza dell’Amore non perde la certezza che le forze povere o ricche che siano, se unite, diventano un dono prezioso tra le mani vuote degli amici che sanno accogliere ragazzi in difficoltà.