L’evanescenza scientifica



    Giuseppe Berretta

    (NPG 2004-05-49)

     

    Alcuni mesi fa, su un diffuso settimanale italiano, un noto etologo così replicava alla posizione di Civiltà Cattolica secondo cui gli animali non hanno né anima né diritti: “Se l’uomo ha l’anima, ce l’hanno anche gli animali, perché lo dicono i dati dell’etologia più avanzata. Civiltà Cattolica legga qualche libro a riguardo. Il punto di vista di Darwin risulta sempre più confermato. Il pensiero tra noi e questi compagni di vita sul pianeta differisce solo in senso quantitativo e non qualitativo”. E aggiungeva: “La civiltà di un popolo si misura dal rispetto che mostra verso gli animali”. [1]
    L’apparente innocenza dell’assunto, in tempi in cui è di gran moda il dibattito sull’anima, ed anche quello sui presunti diritti degli animali, mi suscita una serie di osservazioni. Proverò a individuare alcune piste di approfondimento.

    1. “Se l’uomo ha l’anima, ce l’hanno anche gli animali”. La necessità di connessione causale tra i due fatti richiamati non sembra essere così rigorosa ed evidente, perlomeno in termini di logica elementare, mancando un elemento di passaggio tra la premessa e la conclusione. Si tratta di una specie di corto circuito del ragionamento che, fuori della formula dubitativa, risulterebbe essere: l’uomo ha l’anima, quindi gli animali hanno l’anima. È il tipico slittamento paralogico del pensiero verbale sulle stereotipie del pregiudizio, quando non si intende dimostrare nulla, ma semplicemente confermare tout-court la propria idea.

    2. “… perché lo dicono i dati dell’etologia più avanzata”. Il ricorso ad una scienza (dato per scontato che l’etologia sia una scienza) perché renda testimonianza ad un argomento che scientifico non è, appare un’operazione assai fragile: l’etologia, per quanto avanzata nella raccolta di dati empirici, non può aver raccolto tra questi anche dati che appartengono a campi di ricerca non compatibili con quelli propri delle scienze della natura, ed in particolare non può pretendere di possedere dati sull’anima, il cui concetto già dal XVII secolo è stato sistemato nei territori della filosofia e della religione. Certo si potrebbe ricondurre la nozione di anima sul terreno biologico, attribuendo ad essa il significato generico di vita, di energia fisiologica, o quello ancor più generico di attività psichica del sistema nervoso centrale, ma, per quanto incerto e rischioso, questo passaggio non è stato neppure sfiorato dal nostro etologo, per cui non è il caso di parlarne.

    3. “Civiltà Cattolica legga qualche libro a riguardo” In effetti, a ben leggere Civiltà Cattolica, la tesi sostenuta dalla rivista dei Gesuiti è che la differenza sostanziale tra l’uomo e gli altri viventi è la caratteristica esperienza della capacità ultima di scelta, al di là di ogni possibile costrizione (l’antica idea del libero arbitrio), che fa l’essere umano libero, quindi responsabile, e quindi soggetto di diritto. In tal senso non c’è scienza che possa rivendicare – sensu stricto – diritti degli animali, se non generalizzando, per analogia, il diritto ad un ragionevole rispetto da parte dell’uomo verso la natura, l’ambiente, gli animali e tutti gli esseri viventi.[2]

    4. “Il punto di vista di Darwin risulta sempre più confermato. Il pensiero tra noi e questi compagni di vita sul pianeta differisce solo in senso quantitativo e non qualitativo”. Nella seconda metà dell’Ottocento Darwin, riproponendo la teoria dell’evoluzione delle specie, si spingeva ad avanzare l’ipotesi che anche il pensiero fosse un prodotto dell’adattamento biologico, e che le sue performances rappresentassero modelli (quantitativamente?) diversi di ciascuna specie di rispondere alle richieste dell’ambiente. Da allora molto si è dibattuto sulla teoria dell’evoluzione e sulle sue implicazioni, ma raramente negli ambienti scientifici si è confusa la nozione di pensiero con quella di anima, anzi è il caso di notare che si è sempre cercato con grande cura di evitare quelle sovrapposizioni di piani che hanno sempre determinato equivoci e rallentamenti nella ricerca.

    5. Che “La civiltà di un popolo si misura dal rispetto che mostra verso gli animali” è un buon aforisma ampiamente condivisibile. Salvo il fatto che – parlando seriamente – esistono altri parametri, non meno significativi, per misurare i gradi di civiltà dei popoli!Le osservazioni appena accennate mi spingono ad altre riflessioni circa il problema della scienza e delle metodologie scientifiche.

    Se un illustre etologo, studioso di entomologia, divulgatore scientifico molto apprezzato, e non solo in Italia, rilascia una breve intervista in cui sembra confondere capre e cavoli, temo che ad un lettore sprovveduto con altrettanta disinvoltura possa venire in mente di cercar di sapere di quanti grammi sia fatta l’anima dell’amato Fido rispetto ai 21 grammi della propria! [5]
    I programmi culturali e l’informazione scientifica sono accuratamente confinati dalla televisione di stato (per non dire delle TV commerciali) negli angoli del palinsesto notturno, a evidente beneficio dei sofferenti d’insonnia o della gente che ama andare a dormire quando canta il gallo.
    Il Legislatore, nell’approntare nuove riforme scolastiche, si preoccupa di definire con grande precisione il numero delle ore annuali da destinare – per esempio nella scuola di base – alle discipline curriculari, quello a disposizione di famiglie e docenti per la personalizzazione dei piani di studio, e quello da destinare alla mensa e al dopo mensa. Ma non mostra lo stesso fervore quando si tratta di individuare le strategie per la verifica delle metodologie e dei metodi in uso nella scuola, o di offrire ai docenti reali opportunità di ripensamento delle proprie tecniche didattiche, in funzione dell’acquisizione di maggiore scientificità nella gestione dei delicati processi di apprendimento-insegnamento. Piuttosto, percorrendo le Indicazioni Nazionali per i piani di studio nella scuola di primo grado e gli Obiettivi Specifici di apprendimento, non possono non balzare agli occhi le riduzioni operate nell’ambito scientifico-tecnico, nel quale non compaiono più la formazione al metodo dell’osservazione, della sperimentazione e della ricerca, la tecnologia e le sue applicazioni, l’approccio alle teorie evoluzionistiche, alla fisica atomica e ai problemi del nucleare, mentre il monte ore settimanale di Scienze e Tecnologia viene letteralmente dimezzato! Per non parlare degli interventi sull’Università che, così come appaiono a prima vista, non sembrano appunto orientati a scongiurare la fuga dei cervelli italiani all’estero.
    Scendiamo un po’ più nel dettaglio. Osservando la routine didattica della nostra scuola di base, si possono facilmente cogliere le seguenti costanti anomalie di funzionamento:
    – L’insegnamento dei saperi tende ancora a prevalere sull’insegnamento dei metodi (saper fare). Più interessati a trasmettere e verificare l’acquisizione dei contenuti, i docenti dimenticano spesso che non si studiano le poesie solo per conoscere le poesie scritte da altri, ma per riuscire a far poesia.
    Lo stesso vale per tutte le altre materie: l’arte, la musica, la grammatica, la matematica. Si propongono dati e regole, ma non sempre si insegna a sufficienza come applicare le conoscenze all’esperienza reale. (In sede di esami di stato, non sono mai riuscito a farmi spiegare dai candidati a cosa possa servire nella vita di ogni giorno la conoscenza del teorema di Pitagora!) Eppure, come recita l’antico adagio cinese: se regali un pesce a un affamato lo sfami per un giorno, se gli insegni a pescare lo sfami per tutta la vita.
    – La stretta connessione tra le cosiddette abilità di base e i saperi di supporto non sembra essere più abbastanza chiara per gli insegnanti. Ordinamento, seriazione, classificazione, numerazione, stentano ad essere riconosciuti come i fondamentali degli apprendimenti complessi. L’addestramento all’ascolto e l’esercizio sistematico della memorizzazione di costrutti linguistici sono considerati esercizi obsoleti e privi di senso. L’uso corretto della lingua scritta e parlata tende ad essere generalmente rimpiazzato dai modelli fluttuanti degli slangs dell’uso quotidiano.
    – La scuola, per principio palestra di studio, va assumendo sempre di più i connotati del centro di aggregazione giovanile, dove i ragazzi, a buon diritto, devono trovare accoglienza e spazi per esprimere la loro spontaneità e soddisfare i loro bisogni di socializzazione. Esigenze legittime, che richiedono il piccolo sacrificio di qualche ora di lezione canonica alla settimana!
    – Il metodo scientifico di base, implicante l’abitudine all’osservazione attenta, la ricerca ordinata e lo studio dei dati, lo sforzo di formulare le ipotesi e la fatica della verifica, non è costantemente applicato nell’attività scolastica, che si riduce spesso a disorganici lavori individuali o di gruppo, condotti in modo asistematico, senza le precise definizioni degli obiettivi, dei percorsi possibili, dei risultati attesi e verificati.
    – La ricerca è tramontata quando i ragazzi hanno imparato a trascrivere pagine di enciclopedie, ed oggi si può considerare definitivamente sepolta, se un click sulla finestra di un qualsiasi motore di ricerca on line può fornire bello e stampato il compito su cui gli alunni di una ventina d’anni fa avrebbero dovuto spendere tanto tempo e fatica.
    Per non correre il rischio di sembrare uno dei tanti laudatores temporis acti che discorrono del presente con il cuore rivolto al passato, credo di dover fare una precisazione. La scuola italiana di ieri, uscita dalla Riforma Gentile (1923), era decisamente una scuola dei saperi, dei contenuti, dei programmi ministeriali, rigidamente fissati e controllati. Eppure grandi intelligenze si sono formate in quella scuola. Perché lo studio delle grammatiche e delle sintassi, l’esercitazione ininterrotta (i compiti a casa!), la richiesta padronanza delle tassonomie e dell’abilità di calcolo senza strumenti, esigevano un’applicazione dura e continua, il cui risultato finale era una forma mentis assai più vicina alla scientificità di quanto non lo sia quella derivata dai modelli attuali.
    A fronte di tali considerazioni, non è improprio interrogarsi sull’evanescenza scientifica della nostra cultura. La diffusa ignoranza, che sembra insanabile data la miopia degli orientamenti delle attuali politiche di riforma scolastica, si trasformerà molto presto in analfabetismo scientifico? Non è una ipotesi peregrina. Pure, mi chiedo: a che cosa serve tanta trascuratezza, a che cosa questo testardo incaponimento a non voler prevedere gli effetti di una formazione dei giovani zoppa e approssimativa, a chi fa gioco questo gioco perverso sulla pelle delle generazioni future? Si tratta di un disegno mirato all’eliminazione delle teste pensanti e a fare della massa un gregge da nutrire con panem et circenses, defraudato della cognizione del dolore e dell’ansia della ricerca? O l’assuefazione alle macchine, le protesi che noi stessi abbiamo creato, hanno finito per renderci beoti e schiavi, come i compagni di Odisseo nell’isola di Circe? Oppure ci ha travolti la china dell’illusione dell’immortalità, sogno autodistruttivo di una civiltà in dissoluzione?
    Non ci è dato sapere. Ma non ci è permesso neanche – per l’incoercibile imperativo della paternità generazionale – assistere inermi al disastro annunciato. Ciascuno di noi, nel nostro piccolissimo raggio d’azione, può e deve intervenire, nonostante l’apparente inutilità dell’impresa. In famiglia, a scuola, nel campo dell’informazione, dell’editoria, nei gruppi, nelle associazioni, e perfino nelle chiese, bisogna segnare il territorio, stabilire i confini tra mito e scienza, lottare con forza contro quel sincretismo culturale che, insinuandosi nell’inerzia intellettuale di oggi come un canto di culla, potrebbe imprigionarci nelle spire del sogno e renderci irrimediabilmente incapaci di un reale confronto con noi stessi e con il mondo.


    NOTE

    [1]Anche gli animali hanno l’anima”, nella rubrica La telefonata di Alain Elkann, intervista a Giorgio Celli, in Specchio 1.11.2003.

    [2] Per le letture consigliate dal Nostro a Civiltà Cattolica, a conforto della tesi in questione, suggerirei alcuni titoli di G. Celli: Bugie, fossili e farfalle, Bologna, Il Mulino, 1991, ed anche La scienza del comico, Bologna, Calderini, 1982; o i più recenti Vita segreta degli animali, Casale Monferrato, PIEMME, 1999, Gatti e supergatti, Casale Monferrato, PIEMME, 1999.

    [3] Vedi a questo proposito la seconda opera di C. Darwin sulla teoria dell’evoluzione, The Descent of Man (1871).

    [4] Il riferimento è ad un recente film del cineasta messicano Alejandro Gonzalez Innàritu, 21 grams (2003), tratto da un soggetto di Guillermo Arriaga.

    [5] Intendo qui, per scuola di base, la scuola primaria (ex scuola elementare) e la scuola secondaria di primo grado (ex scuola media), come indicato all’art. 19 del recente Decreto Legislativo n. 59 del 19.2.2004.