... Asilo!



    Elisa Storace

    (NPG 2005-04-46)


    Poi fu veduto scivolar giù lungo la facciata, come una goccia di pioggia che scorra lungo un vetro, correre verso i due carnefici con la lestezza di un gatto caduto da un tetto, atterrarli con due formidabili pugni, sollevare la zingara con una mano, come un bambino solleva il suo fantoccio, e d’un solo balzo saltare entro la chiesa, sollevando la fanciulla al di sopra della testa gridando con voce formidabile:
    – Asilo!
    Tutto si svolse con tale rapidità, che, se fosse stata notte, si sarebbe potuto vedere ogni cosa durante il balenare d’un lampo…
    – Asilo! Asilo! – ripeté la folla, e diecimila batter di mani fecero sfavillare di gioia e fierezza l’unico occhio di Quasimodo...
    (Victor Hugo, Notre Dame de Paris)
    Alzi la mano chi, da bambino, non ha mai giocato a rialzo.
    Ma sì, rialzo, quel gioco dove uno insegue, tutti gli altri scappano, e “ci si mette in salvo” salendo su qualcosa di più alto del prato o dello spiazzo dove si sta giocando.
    Magari il nome del gioco poteva essere diverso, ma probabilmente ci abbiamo giocato un po’ tutti…
    Un muretto, un gradino, il cordolo di un marciapiedi, un albero, una panchina: bastava che fossero un poco sollevati da terra, e diventavano rifugio da cui sbeffeggiare il poveretto che la conta aveva fatto “inseguitore”.
    L’importante, però, era ricordarsi di gridare:
    – Rialzo!
    quando si saltava al sicuro, altrimenti “non era valido”, e si era presi lo stesso.
    Dichiararsi salvi per esserlo veramente: quasi una formula magica, emozionante riscatto della parola sulla forza, ma soprattutto appello – seppure infantile e leggero – al senso del sacro...
    E la nostra citazione parla proprio di questo, di quando per secoli – in mezzo al diluvio di leggi penali e barbare giurisdizioni che inondavano città e campagne – chiese e monasteri dichiarati luoghi d’asilo emergevano come isole dal livello della giustizia umana: era al senso del sacro che ci si appellava per mantenere questi luoghi sicuri, e per quanto potesse essere facile violarli nessuno osava farlo… semplicemente perché erano sacri, e questo valeva su ogni altra ragione.
    Da questo discorso mi vengono in mente un paio di riflessioni, l’una piuttosto amara, l’altra – ancora una volta… – nonostante tutto ottimista.
    La prima: ad un certo punto della storia l’istituto giuridico del diritto d’asilo è stato dichiarato decaduto, retaggio ingombrante di quando a ciascuno di questi rifugi corrispondeva un patibolo.
    Purtroppo però, assieme all’asilo si è così negata la sacralità erga omnes dei luoghi di culto, aprendo la strada a conseguenze allora inimmaginabili, sia sul piano pratico (chiese e sinagoghe profanate dai terroristi, moschee distrutte dalle bombe, antiche statue del Budda demolite a colpi di mortaio e altre analoghe barbarie), sia su quello ideale (tristemente, nel mondo moderno sembra davvero non rimanere più un altrove dove rifugiarsi…).
    La seconda: Quasimodo oggi per salvare l’Esmeralda non potrebbe più appellarsi al diritto d’asilo, ma d’altra parte – almeno in Francia – la poveretta non potrebbe più essere condannata a morte.
    (Fortunatamente Victor Hugo non era né americano né cinese né di uno dei numerosi paesi civili che ammettono ancora la pena capitale, altrimenti questa consolazione non l’avremmo…)
    Quello di cui resto convinta però, è che se – spinto dalla Fede in una giustizia più umana di quella amministrata con tanta parzialità dagli uomini… – il nostro eroe provasse ugualmente a farlo, troverebbe ancora una folla di uomini e donne che, con altrettanta fede, sarebbe pronta a gridare con lui:
    – Asilo!