Elisa Storace
(NPG 2005-02-60)
Antigone: Perché lo fate?
Creonte: Una mattina mi sono svegliato re di Tebe. E Dio sa se desideravo altro nella vita che essere potente…
Antigone: Bisognava dire di no, allora!
Creonte: Potevo. Ma mi sono sentito all’improvviso come un operaio che rifiutava un lavoro. Non mi è sembrato onesto. Ho detto sì.
Antigone: Beh, tanto peggio per voi. Io non ho detto “sì”!
Creonte: Ma buon Dio, cerca di capire per un attimo! Bisogna comunque che ci sia qualcuno che dice sì…
Antigone: Non voglio capire. Va bene per voi. Io sono qui per qualcosa d’altro che capire. Sono qui per dirvi no e per morire…
Creonte: è facile dire di no! Per dire sì bisogna tirarsi su le maniche, fino ai gomiti... è facile dire di no, anche se si deve morire. Non c’è che da non muoversi e aspettare, è troppo vile. È un’invenzione degli uomini!
(Tratto da “Antigone”, di Jean Anouilh)
Antigone ribelle, Antigone dolente, Antigone eroica.
Da quando Sofocle ha messo in scena la figlia di Edipo nel suo scontro drammatico con Creonte, re di Tebe, Antigone è stata questo e molto altro.
E qui, nell’atto unico di Jean Anouilh, Antigone diventa la personificazione della “gioventù” che - contro il disincantato di Creonte - non si piega ai compromessi, in un mondo in cui il senso del dovere, fatalmente, supera la volontà…
Tipico dei giovani non accettare compromessi, avere il gusto drammatico del sacrificio di sé, ergersi come scogli nelle tempeste dell’esistenza pronti a schiantarsi ma non a piegarsi, costi quel che costi.
Ma in questa struggente versione del mito alla giovane nipote Antigone, Creonte risponde che “Bisogna comunque che ci sia chi guida la barca: fa acqua da tutte le parti (…) e il timone va di qua e di là, e l’equipaggio non pensa che a saccheggiare la stiva (…) e l’albero scricchiola, e il vento fischia, e le vele si strappano (…). Ma credi allora che si abbia il tempo di sapere se bisogna dire sì o no, di domandarsi se non bisognerà pagarla troppo cara, un giorno, e se dopo si potrà ancora essere un uomo? (…) Si prende il pezzo di legno, si raddrizza davanti alla montagna d’acqua e nessuno ha più un nome, e neanche tu hai più un nome, aggrappato alla barra (…) non rimane che la nave ad avere un nome, e la tempesta…”.
Ma insomma, cosa insinua?!
Forse che la nostra piccola Antigone - che non esita un minuto a scegliere la pietas alla legge - non voglia capire che esistono “responsabilità” e “doveri” cui non si può sfuggire?
Beh, magari Creonte intende proprio questo, ma lui è un tiranno, e si sa come ragionano i tiranni…
Il dubbio che ci prende però è più sottile: e se fra il fare e il non fare - anche nella vita di tutti i giorni - contasse soprattutto lo scegliere?
Il libero arbitrio - preziosa quanto pericolosa prerogativa del genere umano - strettamente ci lega gli uni agli altri e ciascuno alla propria coscienza, ed è lì, nella coscienza di ciascuno, che si ricompongono tutte le strade...
Perciò, certo: è ancora la giovane Antigone che con la sua morte assurda e innocente per noi avrà sempre ragione, ma prima di correre ad allinearci con lei lungo la fila dei martiri, aspettiamo.
Perché gli eroi non sono solo giovani e belli, ed eroi si può essere anche senza morire per il fratello: magari lo si può essere anche vivendo per lui, per una volta provando a rovesciarla questa tirannide!

