Progettare e gestire la prima accoglienza in oratorio
Valerio Baresi – Fabio Fornasini
(NPG 2005-02-44)
La scelta effettuata dai responsabili della “pastorale giovanile” dei Salesiani di Liguria e Toscana di impegnarsi attorno ad un percorso progettuale per gli oratori, prende le mosse da due eventi assembleari degli ultimi anni: un convegno nazionale (salesiano) sugli oratori (Collevalenza 2001) e un convegno regionale ispettoriale “Rilanciamo l’oratorio”, organizzato per dialogare insieme ai giovani sul futuro degli spazi di aggregazione.
Progettare ancora
Dalle conclusioni dei lavori emergeva forte il desiderio di trovare nuove strade e nuove idee per rilanciare la vita degli oratori e tentare di adeguarli alle esigenze dei tempi. L’oratorio, “pezzo da novanta” della storia educativa salesiana, meritava una riflessione ampia, condivisa, con l’impegno di andare oltre il “si è sempre fatto così” e lo smarrimento prodotto da una complessità sociale.
SCHEDA
La struttura del progetto “IL SOGNO”
IL SOGNO è il titolo dell’intero percorso progettuale degli oratori Salesiani di Liguria e Toscana. Un percorso che accompagnerà l’azione educativa e pastorale per un periodo di 6/7 anni.
Il percorso prevede tre tappe :
1. I CORTILAI (l’accoglienza,3 anni)
2. VIENI E VEDRAI (la ricerca di senso, 2 anni)
3. LA SCELTA (l’orientamento vocazionale, 2 anni).
Con il settembre 2004 è partita l’avventura progettuale con riferimento alla prima tappa, i Cortilai. Un triennio destinato a valorizzare i segni, i criteri e le modalità di gestire l’accoglienza in oratorio. Un corso formativo destinato ai nuovi animatori della prima accoglienza, appunto i Cortilai, ha dato l’avvio ufficiale.
Sarà un triennio destinato a rileggere l’oratorio attraverso l’ottica dell’accoglienza: dalle strutture, ai rapporti con il territorio, alla capacità di essere luogo educativo e comunità educante, anche nei suoi gesti più semplici.
Il sussidio “I CORTILAI, progettare e gestire il cortile e la prima accoglienza in oratorio”, pubblicato dalla Elledici, proprio in questi giorni, contiene gli elementi essenziali del percorso progettuale e tutti gli strumenti operativi e formativi per gestire la prima tappa sull’accoglienza.
Il gruppo di lavoro
Su questi riferimenti si è messa in moto un’esperienza progettuale nuova, articolata e appassionante, che ha coinvolto un gruppo di lavoro per almeno due anni. Una riflessione orientata a ripensare il significato e l’agire educativo nell’oratorio di oggi. Si è dato vita ad un ampio spazio di confronto articolato su livelli differenti:
– il gruppo operativo di lavoro, formato dal delegato della pastorale giovanile e da un laico proveniente dall’area della progettazione sociale, che con continuità hanno elaborato la traccia progettuale;
– gli incaricati degli oratori salesiani di Liguria e Toscana, che attraverso contatti e incontri periodici hanno monitorato il progetto nel suo “stato di avanzamento”, valutandolo e rileggendolo nel quotidiano del loro lavoro;
– le Comunità educanti dei singoli oratori, interpellate, una dopo l’altra, con momenti di incontro “itineranti”, per condividere “il sogno” e la passione educativa del progetto;
– gli spazi di confronto con altre esperienze: per stendere il progetto non si è rinunciato al confronto con altre esperienze aggregative e con operatori professionali.
Da qui gli incontri con alcuni oratori di Torino, il confronto con altri delegati di pastorale giovanile, con genitori e famiglie, con docenti di materie pedagogiche;
– gli spazi di “confronto allargato”: non sono mancati momenti di approfondimento attraverso la partecipazione a convegni e forum, organizzati sul territorio, legati al futuro delle “città per i ragazzi” e sugli spazi di aggregazione giovanile.
Ripensando a distanza al lavoro di questi due anni ci si percepisce più come “viaggiatori” attorno ad un pianeta, appunto quello dell’aggregazione giovanile, che come “amanuensi” del lavoro di stesura.
Un viaggio istruttivo e utile, che ha consentito di adattare il materiale giorno dopo giorno alle suggestioni e alle diverse considerazioni che emergevano dagli incontri, dal dialogo e dalle diverse situazioni ed esperienze confrontate.
Mettersi al tavolo della progettazione: difficoltà e sfide
Sebbene il gruppo operativo fosse formato da un nucleo ristretto di persone (due o tre persone fisse), l’avvio del lavoro non è stato semplice e immediato. I primi incontri attorno al tavolo del progetto davano la sensazione di essersi incamminati in un dedalo senza vie di uscita. Tra i fattori che maggiormente hanno creato difficoltà:
- un tavolo di lavoro formato da figure laiche e clericali: da un lato il religioso salesiano proveniente da un’esperienza di vita pastorale negli oratori e nelle parrocchie, celibe, legato ad una comunità religiosa, più attento all’interno dell’oratorio; dall’altra il laico che, sebbene di provenienza “oratoriana”, era chiamato ad apportare una sensibilità laicale e professionale dove si evidenziavano sensibilità sociali, di lavoro formativo e di sviluppo di comunità e di rete sociale.
Nonostante che si condividessero valori etici e valoriali comuni, di fronte a “carta e penna”, ci si accorgeva che si parlavano talvolta, due linguaggi “specialistici” che dovevano necessariamente convergere in sintesi. Il primo passo era quindi intendersi su concetti differenti ma utilizzati per lo stesso scopo: accoglienza ed educativa di bassa soglia, criteri pastorali e sviluppo di comunità, educazione alla fede e ricerca di senso, servizio e senso del volontariato, disponibilità e organizzazione dell’azione sociale;
- la necessità di selezionare gli obiettivi. Quando si mette mano ad un lavoro progettuale si vorrebbe dare risposta a tutti i problemi più scottanti che si avvertono. Il progetto diventa un “grande calderone” dove far cuocere tutte le emergenze che stanno a cuore. Così, anche per questo gruppo di lavoro, era incombente il rischio di ricercare il progetto “assoluto”, quello valido per ogni problematica. Era comunque certo, dopo i primi confronti, che alcuni obiettivi apparivano irrinunciabili:
* la necessità di elaborare un progetto che consentisse un’azione davvero condivisa tra laici e clero (o la comunità religiosa presente nell’opera) in un clima di collaborazione e di autentica corresponsabilità;
* il desiderio di formulare un progetto calato nella realtà, che non rimanesse unicamente un elenco di “pie esortazioni” e che potesse offrire strumenti adatti ad ogni ambiente;
* un progetto che aiutasse ad affrontare o forse a semplificare la “complessità sociale”;
o i rischi del lavoro progettuale. Di fronte al tema “oratorio” erano inoltre immediatamente percepibili alcuni rischi:
* “dire il già detto”. La storia dell’oratorio è troppo ampia per non rischiare di riscrivere in bella copia quello che è già condiviso, affermato, magari solo assopito per un attimo. Si sogna di arrivare all’innovazione, di offrire proposte di aiuto concreto all’attività educativa e si finisce soltanto per recuperare lavori già archiviati. Con “I Cortilai” non si è certi di essere riusciti a evitare questo rischio, ma indubbiamente si è posta grande attenzione a non proporre banalità scontate;
* “ammucchiare altra carta su carta”. Una volta dichiarato che si era partiti per l’avventura progettuale si doveva fare i conti con i tanti progetti già esistenti, quelli ancora sulla scrivania e quelli già sepolti nei cassetti. In ogni caso la parola progetto evocava teoria, fogli di carta, prospettive puramente accademiche, conflittualità con il lavoro pratico e operativo del quotidiano;
* “non voler dimenticare niente”. Iniziando a riflettere attorno al “pianeta giovani”, la sensazione immediata era quella di voler prendere in considerazione qualsiasi variabile che potesse essere utile: la fede, i valori, il disagio, la multiculturalità, la famiglia, la precarietà dei futuri professionali, la dimensione vocazionale, il senso della vita, la vita del singolo e la dinamica di gruppo, la collaborazione delle presenze educative. Tutto era importante e tutto irrinunciabile... ma il progetto diventava un’equazione a “n variabili”… quasi irrisolvibile. Occorreva fare delle scelte, semplificare i criteri, accontentarsi di prediligere alcuni fattori sui quali focalizzarsi.
Il punto di partenza: “la geometria oratoriana” dei cerchi concentrici
Se un osservatore esterno si fosse avvicinato al piccolo gruppo operativo di lavoro, avrebbe avuto la sensazione di ritrovarsi con due disegnatori creativi poco avvezzi alle tecniche pittoriche. I primi incontri, in effetti, ruotavano attorno ad un’idea, quella di trovare un’immagine che potesse chiarire e riassumere la realtà oratorio, una rappresentazione che consentisse di leggerne le variegate sfaccettature: dal gioco liberamente fruibile ai gruppi di animazione, dallo sport alla catechesi, dalle sedi dei gruppi di animazione alla porta d’ingresso.
L’oratorio è uno spazio complesso, un laboratorio di esperienze ampio e diversificato; l’idea, pertanto, di rappresentarlo come una sequenza di cerchi concentrici sembrava semplificare la realtà, identificando un modello sul quale lavorare. Di cerchi ne sono stati disegnati tanti! Di tutti i tipi: colorati, in bianco e nero, con frecce, raccordi, scarabocchi e quant’altro potesse servire per trovare il filo conduttore, il punto da cui partire per iniziare a riflettere con ordine sull’oratorio.
La rappresentazione dell’oratorio attraverso una sequenza di cerchi concentrici ha consentito di trovare un punto di partenza per il lavoro progettuale: si era individuato un modello semplificante, uno dei possibili. Un modello che consentiva di rileggere tutte le attività presenti nella vita dell’oratorio ricollocandole nei vari cerchi a seconda del loro significato educativo identificando alcune priorità sulle quali concentrarsi.
SCHEDA
La geometria dell’accoglienza
Un oratorio può essere letto come una sequenza di “cerchi concentrici”. Ogni cerchio rappresenta una fase, uno dei “tempi della proposta educativa”.
Il cerchio più esterno è la “porta d’ingresso” dell’ambiente, il luogo dove si attiva il primo incontro con i ragazzi (cortile, sale gioco, spazi esterni informali). Il movimento verso i cerchi più interni consente il passaggio alle proposte più forti, intense e qualificanti (gruppi di animazione, catechesi, servizi di volontariato, missione...).
Quando entriamo in un oratorio attraversiamo tutte queste aree. L’area più esterna è il luogo del primo impatto, dei servizi più facilmente fruibili da tutti, delle proposte meno impegnative: sale gioco, cortili, bacheche informative, ascolto della musica. Addentrandoci, ci orientiamo verso le proposte più impegnative e formative: corsi organizzati, doposcuola, teatro. Se ci addentriamo ancora, arriviamo al cuore della proposta formativa. I ragazzi che frequentano un oratorio possono “saltellare” da un’area all’altra: giocano a pallone, poi vanno a un corso di musica e poi partecipano ad un gruppo formativo. Qualcuno resta solo nell’area più esterna: gioca a pallone... e poi ci saluta!! Altri ancora si dirigono di buon passo direttamente verso l’area più interna: solo gruppi impegnati... niente gioco libero.
Ognuno fa le sue scelte e frequenta in base alle sue possibilità e sensibilità, o alla nostra capacità di coinvolgimento. Possiamo quindi dire che questa rappresentazione ci aiuta a visualizzare alcuni elementi d questa complessità:
– le diverse culture di appartenenza alla vita dell’ambiente;
– la varietà delle relazioni esistenti;
– le diverse intensità di proposte elaborate;
– la capacità di coinvolgimento.
Le scelte progettuali
Riflettendo attorno alla rappresentazione grafica, rileggendo le sintesi dei convegni sui temi dell’oratorio e confrontandosi con gli operatori che lavoravano nel quotidiano degli spazi aggregativi, emergevano tre azioni fondamentali della vita oratoriana:
– curare la prima accoglienza dei ragazzi;
– offrire “ricerca di senso” per la vita;
– orientare alla propria vocazione e al proprio futuro.
Il progetto ha fatto suoi questi tre elementi, pilastri irrinunciabili dell’azione educativa e sintesi del Sistema Preventivo di Don Bosco. Annunciarli è risultato semplice, offrire criteri operativi per gestirli e valorizzarli, molto più complesso: una difficoltà che si evidenziava ogni qualvolta si cercasse di proporre modelli operativi che agissero contemporaneamente sulle tre aree.
Si è scelto pertanto la soluzione di inserire nel progetto tutti e tre gli obiettivi, definendoli “tappe” del progetto, ma proponendo, da un punto di vista metodologico, di affrontare un obiettivo (una tappa) per volta. Un invito, detto in altri termini, a curarsi sempre di tutti questi aspetti, privilegiandone però uno in particolare per alcuni anni, utilizzando una sorta di lente di ingrandimento che consentisse di guardare con più attenzione ad un aspetto, per un determinato tempo.
Si è pertanto scelto di partire dall’accoglienza, cercando di superare l’atteggiamento della sola dichiarazione di intenti (… “che gli oratori siano accoglienti!”) per arrivare ad un vero e proprio percorso formativo, metodologico e organizzativo per gestire l’accoglienza, in altre parole per rileggere uno dei criteri fondanti dell’azione educativa di Don Bosco.
L’accoglienza nel percorso progettuale
L’idea di base è stato quella di camminare per un triennio attorno a questo tema, coinvolgendo l’intera Comunità educante e lavorando affinché tutto l’ambiente crescesse nella sua azione di accoglienza, anche, per esempio, con lo stile delle proprie strutture. Un percorso triennale attorno al tema accoglienza consentiva, tra l’altro, di rispondere ad alcune problematiche diffuse in gran parte degli ambienti educativi:
– l’approccio “mordi e fuggi” dei ragazzi. Un criterio di consumo che non vale solo per gli hamburger, ma anche nei confronti dei servizi e degli spazi di aggregazione, spesso confermato dai dettami di agende settimanali giovanili cariche d’impegni più di quelle dei manager. L’accoglienza dei ragazzi in un’ottica di questo tipo andava riletta, a partire proprio dalla consapevolezza che l’oratorio non era più l’unico “spazio del tempo libero” per i ragazzi… molte altre agenzie si sono specializzate nell’accogliere i ragazzi, e in qualche modo occorreva soffermarsi sull’argomento;
– il superamento dell’autoreferenzialità dell’oratorio: la convinzione di poter agire in assoluta autonomia, privi di legami con la rete del territorio e con le altre agenzie educative. Da qui la necessità di rileggere l’accoglienza come ambiente che dialoga e si apre al territorio;
– il riconoscimento della “vita di cortile” come esperienza educativa di bassa soglia: riconoscere alla vita di cortile un significato progettuale ben definito, superando l’eccedere con l’improvvisazione che porta a navigare a vista, giorno per giorno. Si trattava di riconoscere la prima accoglienza come esperienza progettuale, da gestire con metodo, obiettivi e risorse condivise dagli operatori, con chiari criteri di verifica, con animatori specializzati a questo ruolo;
– il superamento dell’approccio “oratorio contenitore”: Oggi un oratorio animato di semplice buona volontà e con la porta sempre aperta non è più in grado di fronteggiare la situazione e di svolgere un’azione educativa. Si trattava di accettare l’idea di un ambiente che non fosse più solo contenitore di attività, ma sentisse come primaria la necessità di trovare fili conduttori al suo agire diventando così un vero laboratorio formativo;
– la dimensione multiculturale dell’oratorio: superata la dimensione “porte aperte”, si trattava di ripensare a criteri progettuali per gestire culture e religioni diverse nello stile dell’accoglienza, senza per questo rinunciare al proprio stile e ai propri valori di riferimento.
La dimensione locale del progetto
È necessario presentare uno dei limiti di questa proposta progettuale: l’attenzione è rivolta agli oratori salesiani presenti in due regioni italiane, Liguria e Toscana. L’analisi del territorio e della situazione giovanile è stata elaborata su campioni provenienti da queste due regioni. Certamente sono numerosi gli aspetti di concordanza con l’intera realtà italiana, tuttavia non sarà possibile fotocopiare totalmente la proposta, senza averla prima vagliata attraverso le diverse domande locali e attraverso la differente offerta di risorse e di percorsi storici.
Emerge però la consapevolezza di offrire un’occasione preziosa di riflessione a molti ambienti educativi ecclesiali. Troppo spesso assistiamo ad un fenomeno sconcertante: quando cambia il responsabile (parroco, incaricato dell’oratorio, animatore di un gruppo…) crollano molte iniziative, c’è disorientamento, si arenano i percorsi formativi. Questo succede inevitabilmente quando non esiste un chiaro progetto conosciuto e condiviso dal gruppo umano che compie un determinato percorso. Non basta che il “conduttore” sappia dove dirigersi e continui a ripetere: “So io come si fa!… Io conosco i miei ragazzi!”. Bisogna intraprendere la faticosa ascesi di elaborare insieme un percorso progettuale, facendo emergere con chiarezza obiettivi, regole, stile, tempi e stabilendo con tenacia i momenti di verifica e di supervisione. Questo consentirà a molti di riconoscere il proprio ruolo, nella consapevolezza che non si educa in solitudine ma nella collaborazione e nella comunione. In molti paesi africani c’è il proverbio: “Per educare un ragazzo ci vuole tutto un villaggio”.
Anche nel redigere il testo del progetto “Il sogno”, si è fatta la scelta di utilizzare un percorso comunitario. La tentazione iniziale è stata quella di credere di aver ascoltato abbastanza i giovani e gli operatori pastorali nei convegni vissuti insieme.
Ora era urgente presentare il prodotto finale, pronto per l’uso.
Ma il confronto successivo con chi viveva quotidianamente la fatica e la passione educativa del cortile in oratorio ha suggerito differenti conclusioni. Si coglieva la distanza di alcune proposte, la schematizzazione eccessiva, la semplificazione che non rispettava le diversità e le ricchezze presenti sul territorio…
Questi incontri, con i responsabili e con la gente semplice delle comunità cristiane, ha obbligato e rivedere quasi totalmente l’impostazione della struttura e a renderla più chiara, ricca di proposte operative e capace di accompagnamento. Tutte le volte che negli incontri di presentazione del progetto alle Comunità venivano poste domande, richieste di chiarimenti oppure differenti prospettive, si coglieva la risorsa del “lasciarsi interpellare”, comprendendo che quella domanda manifestava un aspetto non sufficientemente chiarito o esplorato.
Senza l’ascolto e il confronto con gli operatori senz’altro si sarebbe giunti ad una proposta più scolastica, astratta, lontana.
Il percorso progettuale offre pertanto una singolare opportunità: mentre si preoccupa di esprimere più fortemente la vocazione educativa dell’oratorio, intende abbinare un secondo obiettivo, far crescere la consapevolezza di un’intera comunità di essere “educante”.
Nella chiesa, chiamata ad essere casa e scuola di comunione, si avverte la grande fatica di collaborare, di comunicare, di arricchirsi nella reciprocità. Avviare un percorso progettuale come quello proposto, obbligherà a superare il lavoro in solitudine, favorendo la spiritualità di comunione, dalla progettazione alla verifica. Si dovranno coinvolgere le donne, per la ricchezza del loro genio femminile, i padri e le madri per la preziosità della loro esperienza matrimoniale e familiare, i professionisti per la loro specifica competenza, i presbiteri e i religiosi per il loro specifico ministero e carisma, i giovani per la speciale freschezza e capacità di coinvolgimento, in un cammino di collaborazione e di reciprocità, dove ognuno è convocato e coinvolto in una splendida complicità a servizio dei ragazzi e degli adolescenti.
Da “progetto” a “percorso progettuale”
Parlare di “progetto” significa presentare l’intenzione di raggiungere chiari e verificabili obiettivi, all’interno di confini temporali ben definiti, che ne decretano il termine (soprattutto quando c’è un finanziamento!). Ma l’oratorio in realtà si affianca alla vita dei ragazzi, prende il volto di una comunità che accompagna un cammino, crescendo essa stessa nella consapevolezza di essere educante. Ecco perché si è preferito parlare di “percorso progettuale”: un itinerario da condividere insieme, fatto di tappe, obiettivi… ma anche di strumenti operativi che accompagnassero un tragitto, per tutto il tempo che si rivela necessario. Alle pagine essenziali del progetto si sono affiancate pertanto quelle dedicate alla riorganizzazione della vita in oratorio, alla formazione degli animatori della prima accoglienza e alle idee operative per accompagnare anno dopo anno l’impegno educativo con i ragazzi.
Il sussidio che ne è emerso ha cercato di raccogliere questi strumenti, tra i quali emergono:
– le idee per l’organizzazione della vita oratoriana nell’ottica dell’accoglienza: ecco di conseguenza la proposta di creare uno “staff” di tre/quattro persone che con continuità accompagni il responsabile dell’oratorio nella gestione della quotidianità; “la rete dei Cortilai” formata da tutti quei volontari (animatori, adulti e famiglie) che si rendano disponibili per collaborare nella gestione della prima accoglienza (sala giochi, cortili, spazi di comunicazione, segreteria, ecc.);
– il percorso formativo dei Cortilai: un percorso formativo destinato proprio agli animatori della prima accoglienza, in modo da valorizzare il loro servizio, rendendoli veri protagonisti della relazione educativa in oratorio [1]. Un percorso formativo elaborato ad hoc per un lavoro educativo in “spazi ampi”, creando una vera e propria specializzazione o comunque, nuova sensibilità, rispetto all’animatore di gruppo;
– la valorizzazione della verifica periodica come azione formativa della Comunità educante: idee e suggerimenti per mantenere il percorso progettuale ancorato a criteri costanti e strutturati di verifica.
È in questa linea che trovano collocazione il diario di bordo per monitorare il quotidiano dell’animazione in oratorio, la scheda per la verifica periodica dello staff;
– il riconoscimento della propria storia “oratoriana”. L’esperienza vissuta “sul campo” della vita oratoriana rendeva consapevoli che i nuovi progetti non sono chiamati a sommergere l’esistente, a diventare il nuovo palinsesto di tutta l’esperienza aggregativa. Di qui l’invito rivolto ad ogni ambiente, affinché rileggesse la sua storia, estraendone i passi già fatti, valorizzandoli e qualificandoli come base solida su cui innestare tutto il percorso progettuale.
Abbiamo avviato finalmente “il sogno” in Liguria e Toscana.
È una nuova scommessa, che ha trovato interesse ed entusiasmo anche nei laici e volontari che collaborano nell’azione educativa.
Il gruppo di lavoro ispettoriale tuttavia, non ha finito il suo lavoro, continua ad operare come supporto per la vita degli oratori coinvolti nel progetto, promuovendo formazione, servizi di progettazione con il territorio, strumenti di collegamento (le “news cortilai” del sito) tra gli animatori.
L’impegno è tutto rivolto affinché il progetto sia vivo, coltivato e condiviso da tante comunità educanti ancora fortemente appassionate del mondo giovanile.
NOTA
[1] Il sito web www.cortilai.it è stato creato apposta per collegare gli animatori degli oratori di Liguria e Toscana, ma principalmente per creare un filo conduttore di raccordo fra tutte le esperienze di accoglienza, cortile e… cortilai... degli oratori.

