La loquace afasia



    Giuseppe Berretta

    (NPG 2005-05-70)


    C’è un romorìo diffuso nei nostri ambienti scolastici, uno sfondo sonoro che colora l’atmosfera di ogni palestra formativa: il garrulo vocio dei bambini che popolano la scuola dell’infanzia, il chiassoso schiamazzare dei ragazzini delle ultime classi delle primarie e delle medie, o il bordone di basso continuo che caratterizza molti istituti superiori. Sono le voci degli alunni, dei ragazzi che noi – genitori, insegnanti, operatori scolastici – orientiamo verso il futuro. Ma cosa dicono queste voci? Qual è il senso di questi suoni, così simili eppure così diversi, che si producono e si diffondono a scuola?
    Sappiamo che la vocalità, nelle specie evolute, è uno dei principali strumenti di comunicazione e di richiamo. Dal cinguettio degli uccelli al bramito dei cervi, al guaire del cane ferito, al gracidio delle rane, si disegna l’infinita gamma delle sonorità che gli individui imparano a produrre per mettersi in contatto con i propri simili. Anche nell’uomo il riso e il pianto, l’urlo e il lamento, sono forme primitive e immediate di linguaggio: il suono è comunicazione. Ad un certo punto della sua storia biologica egli ha trovato il modo di articolare le proprie potenziali sonorità vocali in modelli diversamente significativi: è l’invenzione della parola, l’evento che ha fatto dell’essere umano l’unicum assoluto nel mondo dei viventi, evento che ha tracciato per sempre un netto solco di differenziazione tra l’animale parlante e tutti gli altri animali della terra. Già negli antichi miti è presente l’intuizione delle possibilità creative della parola, e nella cultura greca appare sempre più chiara la consapevolezza che la parola – il logos – è pensiero, e che “i frutti della parola hanno maggior presa delle mani robuste”.[1]
    La parola dà all’uomo un immenso potere, tale da renderlo “immagine e somiglianza” di Dio, signore i cui domini si estendono “sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.[2] È molto interessante notare come, nel racconto biblico, è attraverso la parola che Dio creatore riconosce e conferma questa signoria alla sua creatura prediletta: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome”.[3]
    L’uomo dunque è animale parlante, e l’esercizio della parola costituisce il suo primo approccio con il mondo. Fin dalla più tenera età, i genitori si adoperano per insegnare ai loro piccoli a parlare, e i bambini apprendono con grande rapidità l’arte di usare le parole, riuscendo anche ad utilizzare contemporaneamente codici linguistici diversi per realizzare la comunicazione verbale. Gran parte dell’azione formativa si sviluppa attraverso la parola. In famiglia, a scuola, nel gruppo dei pari, conoscenze, abilità e modi di essere passano e si apprendono nel contesto delle interazioni verbali. La scuola, in particolare, utilizza la parola quale chiave di volta per la costruzione di ogni sapere e di ogni progetto di formazione culturale. Il corretto funzionamento dei meccanismi logico-verbali è condizione indispensabile per l’attivazione di qualsiasi processo di apprendimento. La stessa relazione educativa è modulata sulla parola.
    L’insegnante – erede del lector delle antiche scholae – fa ancora lezione dalla cattedra, parlando frontalmente ai suoi allievi. Usa parole e discorsi per comunicare con loro, li guida alla lettura di testi e libri fatti di parole, li addestra a rappresentare pensieri e a costruire messaggi incrementando l’abilità ad usare la parola scritta e parlata. E ancora: verifica e valuta i risultati di quanto è stato appreso mediante resoconti verbali, in forma orale e in forma scritta.
    L’allievo, dalla scuola primaria e fino al dottorato, impara a tradurre sempre e comunque in termini verbali qualunque materiale appreso. Lo studio non è che un continuo incessante lavorio di memorizzazione di vocaboli e di costrutti sintattici intessuti di lessemi a livello di definizione sempre più alto. La competenza linguistica – necessaria ormai in moltissimi ambiti della comunicazione – si misura proprio in funzione della padronanza del lessico generale e specifico.
    Il mare delle parole, sul quale galleggiano le nostre barche, può essere la via per raggiungere gli orizzonti più lontani e desiderati, ma può trascinare al naufragio il legno fragile e mal governato. “Che cosa leggi, mio signore?” – chiedeva Polonio ad Amleto. “Parole, parole, parole” rispondeva il principe nel suo straniamento esistenziale.[4]
    Se è dunque vero che la scuola è il luogo della parola, quasi il suo tempio naturale, e se il dialogo educativo tra le generazioni è lo strumento del ripensamento storico e della trasformazione culturale, è altrettanto vero che il confondersi delle parole e il sovrapporsi disordinato delle informazioni, generando il caos linguistico, azzerano ogni reale possibilità di comunicazione. Allora le parole perdono significato, e con le parole divenute vuote si smarriscono le frasi, i concetti che esse rappresentano, i discorsi e i flussi stessi del pensiero.
    È ciò che temo stia accadendo nelle nostre scuole. Dove si parla incessantemente, ansiosamente, spesso con frenesia isterica.
    I ragazzi parlano, a ciclo continuo, riversando fiumi di parole e di frasi stereotipe che significano poco, testimoniando così la compulsiva ricerca di identità, il profondo bisogno di conferma da parte degli altri, la fame di senso in un deserto di oscurità e di silenzi. È il vocìo confuso e inarrestabile del branco, che si spegne quando la comunicazione diventa compito e dovere.
    Parlano i maestri e i professori, nel tentativo di trasmettere modelli di conoscenza e frammenti di cultura a giovani spesso distratti, annoiati, lontani e insofferenti. Voci a volte monotone e sommesse, altre volte vigorose e appassionate, che tradiscono il disincanto e l’amarezza per una professione che lo spirito dei tempi e la cultura della polis hanno spinto ai confini del mestiere di basso rango.
    In questo intrecciarsi di parole e di voci, non resta più spazio per l’ascolto. Eppure la prima abilità linguistica è la capacità di ascoltare, condizione essenziale per la riflessione generatrice del linguaggio orale. I ragazzi di questa generazione ascoltano sempre di meno. Prigionieri del mondo onirico delle immagini e avvezzi ai nuovi mezzi di comunicazione che hanno alterato la percezione psicologica dello spazio e del tempo, non avvertono più la necessità del silenzio interiore. Ma anche gli adulti inascoltati – delusi e avviliti – traditi dall’horror vacui del dialogo negato, non riescono più ad ascoltare e preferiscono riparare in quella terra di nessuno che è il lungo interminabile discorso senza interlocutori.
    In questa novella Babele dove tutti parlano, con la presunzione che chi grida più forte più ha ragione, nessuno comunica nulla a nessuno. Il linguaggio delle parole, ribaltato il suo scopo, si riduce ad un vacuo insignificante vociare: la loquace afasia. Una nemesi disperante per l’unica creatura che ha senso e valore nel senso e nel valore delle parole che genera. La condanna al silenzio, o all’esperienza della non-comunicazione, rappresenta la più profonda e degradante umiliazione dell’essere umano: lo hanno rivelato impietosamente, nel secolo appena passato, i freddi silenzi dei campi di sterminio, le angosciate dissonanze delle avanguardie musicali, il progressivo smarrimento della forma e del colore nella ricerca pittorica, la rappresentazione dell’incomunicabilità umana nel teatro dell’assurdo, le tendenze minimalistiche della letteratura e della filosofia.
    Gli operatori della scuola, oggi, hanno il difficile compito di tentare di ricucire lo strappo. Nel luogo della parola, devono ritrovare le parole e restituire ad esse il senso perduto. Devono riuscire ad arginare le parole della lezione, dei libri, del compito, e ricondurle nell’alveo dei discorsi; devono poi saper guidare questi discorsi, con grande pazienza, sulle vie del cuore, perché divenuti vivi alimentino la fiamma della comunicazione educativa tra gli uomini dell’una e dell’altra generazione. Per cominciare, occorrerà riabituare i ragazzi al silenzio e all’ascolto delle voci degli altri. Essi dovranno riapprendere, il corretto esercizio delle abilità della comunicazione verbale, partendo dall’ascolto per saper formulare messaggi, e approdare alle più alte competenze della lettura e della scrittura, strumenti essenziali della trasmissione culturale e di ogni sapere. È un compito arduo, in un mondo che sembra scivolare sulla comunicazione elementare, facilitata e banalizzata da nuovi strumenti alla portata di tutti, e che di fatto va archiviando i tradizionali modelli linguistici basati sulle architetture grammaticali. È un compito che non può intendersi demandato agli insegnanti delle materie linguistiche e letterarie, ma che impegna necessariamente ogni docente nell’obiettivo primario di rendere gli alunni – figli di una generazione colpita da ottundimento del pensiero e da anchilosi della parola sensata – ancora capaci di intendere la realtà, di leggere la propria esperienza, di dialogare con i propri simili. Tutto questo – sia detto per inciso – in un contesto difficile: quello della scuola che cambia, strattonata in diverse direzioni, preda di ansie riformistiche e da interessi di parte, ma molto disattenta ai pericoli della loquace afasia, che è sintomo grave di un male ad alto potenziale distruttivo per la sopravvivenza culturale della specie.
    Insegnare di nuovo a parlare.
    E poi sperare che chi oggi non fa che parlare a vuoto, un giorno, finalmente, abbia qualcosa di dire.

    NOTE

    [1] Il frammento (939 Radt) è attribuito a Sofocle dalla tradizione gnomologica (Stobeo e Altri).

    [2] Genesi, 1, 26.

    [3] Genesi, 2, 19.

    [4] W. Shakespeare, Hamlet, atto II, scena 2.