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    “Scrivo a voi, giovani”



    Nuove forme di comunicazione pastorale?

    Giuseppe Ruta [1]

    (NPG 2005-03-18)


    Sbirciare la corrispondenza altrui non è di certo annoverabile tra le buone maniere consigliate dal Trattato di Messer Giovanni Della Casa, nel quale sotto la persona d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovinetto, si ragiona dei modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo ovvero dei costumi (1550-1555). Mentre, infatti, aumentano le norme sulla privacy, di rimpiatto aumentano aggiramenti, inganni e abusi.
    L’era di internet ha prodotto un’eccedenza comunicativa, sconosciuta in altre epoche, che dilata a dismisura le possibilità informative e nello stesso tempo tende ad arginare le invadenze sugli spazi individuali con regole sempre più restrittive e vincolanti. Tra tanti messaggi e-mail e SMS che finiscono nel cestino o nel vuoto, si conserva oggi una consistente documentazione su carta che rischia di avere lo stesso destino, di cadere nell’oblio e nel dimenticatoio. Ci si può domandare come potranno essere recuperati in futuro tanti messaggi elettronici che ci si scambia, mentre adesso, con un po’ di buona volontà e un pizzico di acribia storica, è possibile rispolverare, come il manzoniano Azzeccagarbugli, vecchie carte che contengono e cristallizzano lettere e appelli alla gioventù, forse in qualche modo validi per i giovani di oggi e di domani, come lo sono stati per quelli di ieri.
    Non è cosa facile tratteggiare in un articolo lo scambio epistolare intercorso nella storia tra adulti e giovani, tra generazioni del passato e generazioni del presente.[2] Quando si ha la fortuna di non incorrere in chiusure e prese di posizione preconcette, la dialettica intergenerazionale ivi sedimentata non mancherà di riservarci sorprese, come un tesoro familiare rimasto a lungo in cantina o in soffitta, che va vagliato opportunamente per crescere in umanità, in quello scambio proficuo che porta i giovani a far memoria dell’antico e agli anziani di scorgere la nascita del nuovo.

    UNA PLURISECOLARE CORRISPONDENZA EPISTOLARE

    “Che cosa è, infatti, la sacra Scrittura se non una specie di lettera di Dio Onnipotente alla sua creatura?”[3] – così scriveva san Gregorio Magno all’amico Teodoro, medico dell’imperatore di Costantinopoli. Se la Bibbia nella sua interezza è la “lettera” di Dio agli uomini, non va dimenticato che diversi scritti, sia dell’Antico Testamento,[4] sia, soprattutto, del Nuovo,[5] sono di carattere epistolare. Inoltre, nella tessitura articolata dei testi biblici non è secondario il genere linguistico proprio delle lettere. Tra di esse, la Prima Lettera di Giovanni si rivolge espressamente anche ai giovani:

    “Scrivo a voi, giovani,
    perché avete vinto il maligno.
    Ho scritto a voi, figlioli,
    perché avete conosciuto il Padre.
    […] Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti,
    e la parola di Dio dimora in voi
    e avete vinto il maligno” (1Gv 2,12.14b).

    L’epistola giovannea mostra fiducia e non sottace le grandi risorse seminate da Dio nel cuore delle nuove generazioni,[6] come strade nuove che aprono al futuro di Dio.
    Anche nel mondo patristico, come nel mondo romano-classico,[7] è riscontrabile un’attenzione epistolare ai giovani, soprattutto con Basilio, vescovo di Cesarea di Cappadocia (330-379) e Agostino, vescovo d’Ippona (354-430).
    Basilio, in un’atmosfera di pluralità culturale e di trapasso epocale, sviluppa, in una consistente corrispondenza epistolare, motivi autobiografici e motivi di comunicazione familiare e amicale.[8] Il nome di questo padre della Chiesa orientale, che ha esercitato un notevole influsso anche nella cultura d’occidente, è legato alla rinomata Lettera ai giovani sul modo di trar profitto dalla letteratura pagana.[9] In essa l’autore raccomanda agli studenti di seguire i classici non supinamente, “quasi consegnando loro una volta per sempre il timone dell’intelligenza […] ma accogliendo quanto essi hanno di buono, […] sapendo anche quel che bisogna scartare”.[10] Nel suggerire criteri e strategie, Basilio mostra tutta la sensibilità classica, maturata negli anni giovanili ad Atene, la chiara identità cristiana e un’attualità utile anche in quest’era elettronica, che ammalia le nuove generazioni, abili a “navigare” e, non poche volte, a “naufragare” su internet. Nell’invitare ad operare un sapiente e avveduto discernimento e a far provviste utili al viaggio della vita, attingendo abbondantemente dalla sapienza biblica, afferma:

    “Come le api, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, sanno trarre da essi anche il miele, allo stesso modo coloro che in tali scritti non cercano soltanto diletto e piacere, possono anche ricavarne una qualche utilità per l’anima. Dobbiamo dunque utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano, ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi ed è conforme alla verità, e lasceremo andare il resto. E come mettendoci a cogliere dei fiori dal roseto evitiamo le spine, ugualmente, raccogliendo dai libri dei pagani quanto è utile, dobbiamo guardarci da quel che vi è di nocivo. La prima cosa da fare dunque è di esaminare attentamente ogni dottrina e di adattarla allo scopo, mettendo, come dice il proverbio dorico, pietra a fil di piombo”.[11]

    Anche Agostino sviluppa alcuni interessanti contatti epistolari con i giovani, non mancando di essere tenero e ad un tempo esigente, registrando al suo attivo ora risultati positivi, ora insuccessi. Non sono molte le lettere ai giovani, ma sono di qualità: arrivano, infatti, a livelli di confidenzialità e di profondità spirituale non comuni. L’Epistola 266 alla giovane Florentina è particolarmente indicativa, in quanto in essa affiora la consapevolezza del maestro di essere fondamentalmente condiscepolo, insieme ai giovani, dell’unica Verità:

    “Ho voluto fare questa premessa perché tu non nutra senz’altro la speranza d’avere da me una risposta a tutti i tuoi quesiti e perché, qualora la tua attesa resti delusa, tu non creda ch’io abbia agito con più audacia che prudenza nel darti la possibilità di pormi qualsivoglia quesito tu vorrai. Questa proposta l’ho fatta in realtà non come un maestro perfetto, ma come uno che ha bisogno di perfezionarsi con quelli che deve istruire […]. Per conto mio, anche nelle cose che io conosco più o meno, io desidero piuttosto che le sappia anche tu, anziché lasciarti nella condizione d’aver bisogno della mia scienza. Non dobbiamo infatti desiderare che gli altri siano ignoranti per insegnare loro ciò che sappiamo noi; sarebbe invece assai meglio che fossimo tutti ammaestrati da Dio [Gl 6,45; Is 54, 13]. Questo avverrà certamente nella patria celeste, allorché in noi si compirà quanto è stato promesso, sicché nessuno avrà più ragione di ripetere al suo prossimo: Conosci il Signore, poiché, come sta scritto, lo conosceranno tutti, dal più piccolo al più grande [Ger 31,34]”.[12]

    Un’attenzione particolare merita il dialogo epistolare tra Dioscoro e il vescovo Agostino[13] sui Dialoghi di Cicerone. L’ipponate riesce a rispondere alla richiesta, ma va oltre, prendendo continuamente spunto dalle parole dello stesso giovane e spingendolo al di là delle immediate richieste, per orientarlo verso la pienezza della verità cristiana.[14]
    Nel mondo medioevale e nella fioritura umanistico-rinascimentale (si pensi ai Colloqui di Erasmo da Rotterdam) i particolari epistolari degni di menzione richiederebbero una disamina a parte.[15]
    E mentre l’Illuminismo trova nell’Emilio di J.-J. Rousseau, nonostante le immancabili aporie, la svolta pedagogica e culturale che vede nel giovane non solo un destinatario di attenzioni da parte del mondo degli adulti, ma un soggetto attivo, creativo e reattivo, l’Ottocento europeo, con le sue tinte romantiche che rivalutano le “ragioni del cuore” di pascaliana memoria, riserva alcune testimonianze epistolari davvero interessanti con accenti relazionali e interattivi originali. In campo pedagogico cattolico, le lettere di Henri Dominique Lacordaire (1802-1861)[16] e di Don Bosco (1816-1888)[17] sono degne di universale ricordo.
    Sul primo tentiamo di superare l’imbarazzo della scelta, selezionando una breve missiva:

    “Mio caro amico,
    Parto per Tolosa e non sarò di ritorno a Flavigny che il 27 luglio. Saremo molto vicini l’uno all’altro per qualche giorno, eppure non ci incontreremo. Quanto mi dici riguardo alla mia assenza da Parigi, mi scende al cuore; c’è una sola espressione che non approvo. Tu temi che io venga dimenticato. Ah! mio caro amico, non c’è nulla di più dolce al mondo che l’essere dimenticato dagli uomini, eccetto da quelli che amiamo e da cui siamo amati. Tutti gli altri, nell’occuparsi che fanno di noi, ci procurano maggior turbamento che piacere; e quando abbiamo compiuto il nostro dovere, formato un solco, grande o piccolo che sia, nel quale seminare il bene, ciò che v’ha di più bello è di lasciarlo nelle mani della Provvidenza e di eclissarci nel suo seno. Non sono dunque afflitto dal pensiero di essere dimenticato, anzi ne godo, e la sola cosa che mi dà noia nella mia lontananza, oltre alla mancanza degli amici, è l’idea che forse potrei essere utile a qualche giovane anima come la tua. Ma nessuno può fare tutto il bene in una sola volta; quanto guadagna da una parte perde dall’altra, e Dio solo abbraccia nello stesso tempo, nell’opera della sua bontà, tutti i tempi e tutti i luoghi!”.[18]

    Del secondo, tra i numerosi testi epistolari, riportiamo la breve e intensa Lettera alla comunità educativa di Lanzo:

    “Miei cari amici Direttore, Maestri, Professori, Allievi,
    lasciate che ve lo dica e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto. Quando io fui a Lanzo, mi avete incantato colla vostra benevolenza e amorevolezza, mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l’anima di tutti. Questo generoso tratto di affezione mi invita a recarmi il più presto possibile a farvi nuova visita, che spero non sarà tanto ritardata. In quella occasione voglio proprio che stiamo allegri di anima e di corpo e che facciamo vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di corpo, senza offendere il Signore. Vi ringrazio adunque cordialissimamente di tutto quello che avete fatto per me; io non mancherò di ricordarvi ogni giorno nella santa Messa, pregando la Divina Bontà che vi conceda la sanità per istudiare, la fortezza per combattere le tentazioni e la grazia segnalatissima di vivere e morire nella pace del Signore. Una proposta. Al 15 di questo mese, consacrato a S. Maurizio, celebrerò la messa secondo la vostra intenzione; e voi mi farete la carità di fare in quel giorno la santa Comunione perché anch’io possa andare con voi al Paradiso? Dio vi benedica tutti e credetemi sempre in G. C.
    Aff.mo amico Sac. Gio. Bosco”.[19]

    Tra le varie risonanze del sec. XX, non si può tralasciare quella di Romano Guardini (1885-1968). Il suo epistolario, pur nel tenore necessariamente occasionale, offre notevoli spunti di riflessione che spaziano dalla filosofia alla teologia, dalla pedagogia alla letteratura, testimonianza viva non solo della poliedricità degli interessi culturali dell’autore, ma anche dell’attenzione posta all’età giovanile e alla sua formazione.[20] Riguardo alla radice della vera politica, di cui oggi si avverte un’allergia diffusa tra i giovani, egli scrive in modo incisivo e lapidario:

    “La vera forza dell’uomo non sta nel pugno ma nel carattere. E chi cerca di asservire il diritto con la violenza, non è solo un sacrilego, ma, nel suo intimo, anche un debole, per grandi che siano state le sue manifestazioni di forza. Si trova qui anche la radice della vera politica, la quale non si fonda sulla scaltrezza, sui grandi discorsi e sulle parole ad effetto, sulle agitazioni e sui tumulti, non parte dalle critiche fanfarone e dalle richieste impossibili. Politica è disciplina. È l’alta arte di lavorare decisamente e tenacemente, ma insieme anche conservando il rispetto delle convinzioni altrui, per il bene di tutti. Politica è l’arte di saper vedere tutte le forze vive disponibili e di saperle collegare. L’arte di riunire uomini liberi in un libero lavoro associato, di gettare un ponte tra posizioni antitetiche, di sintetizzare in una grande unità i diversi punti di vista e le diverse opinioni, beninteso, senza offendere la verità; in ciò consiste precisamente il compito politico. Perché è senza valore imporre con la violenza un’opinione particolare, così com’è senza valore costruire un’unità apparente, senza carattere, retta solo dall’astuzia. Ciò che si esige dal vero politico è molto più grande, ma anche molto più difficile. La cattedrale si regge solo in funzione dell’opposta spinta ascensionale delle volte. E altrettanto la grande costruzione della società statale, non può realizzarsi in funzione di un’opinione, di una tendenza, bensì attraverso la collaborazione e la cooperazione di tutti. La politica è un dato comportamento; e consiste precisamente nel vedere lo scopo in funzione del tutto. Avere una propria convinzione decisa, ma insieme essere sempre pronti a imparare da tutti. Seguire il proprio cammino senza deviazioni, ma rispettando l’opinione altrui. Restare fedeli a se stessi, non rifiutarsi però nel contempo di collaborare con gli altri”.[21]

    LA STORIA PIÙ RECENTE

    Abbiamo finora tentato di delineare alcuni tratti della corrispondenza adulti-giovani in questi duemila anni di cristianesimo. Guardando alla storia più recente e cercando di scendere più in profondità negli ultimi quarant’anni, è possibile scorgere un’intensificazione di approcci e di contatti epistolari. Nello sviluppo singolare della pastorale giovanile in Italia, in Europa e nel mondo, alcune lettere pastorali indirizzate ai giovani sono testimonianze originali che vanno considerate e poste in rilievo, vagliandone la consistenza quantitativa e la significatività, non mancando di metterne in evidenza qualità e, se ce ne fosse bisogno, di avanzare qualche appunto critico. Va comunque ricordato che non solo vescovi, ma anche politici e leader in campo sociale e culturale hanno scritto ai giovani, richiedendo loro risposta e dei suggerimenti in merito a progetti, programmi, iniziative e attività, tentando in tutti i modi di mantenere i contatti con il mondo giovanile, tramite le nuove tecnologie informatiche (siti web ed e-mail).

    Lettere del magistero ai giovani

    Sui solchi del Concilio Vaticano II,[22] gli ultimi Pontefici hanno fatto dei giovani un referente costante di appelli e di lettere. Paolo VI [23] e soprattutto Giovanni Paolo II [24] hanno visibilmente allacciato i ponti con le nuove generazioni. Messaggi, incontri ravvicinati, colloqui con i giovani di tutto il mondo costituiscono degli immancabili motivi dell’attuale pontificato. L’approccio di questo Pontefice, superando protocolli di rito, è cordiale e immediato, come si rileva particolarmente nelle sua Dilecti amici. Lettera ai giovani e alle giovani del mondo, del 31 marzo 1985, anno internazionale della gioventù:

    “Ecco dunque, giovani amici, io depongo nelle vostre mani questa Lettera, che si colloca nella scia del colloquio evangelico di Cristo col giovane e scaturisce dalla testimonianza degli apostoli e delle prime generazioni di cristiani. Vi consegno questa Lettera nell’Anno della Gioventù, mentre ci stiamo avvicinando al termine del secondo millennio cristiano. Ve la consegno nell’anno in cui ricorre il ventesimo della conclusione del Concilio Vaticano II, che chiamò i giovani ‘speranza della Chiesa’ (Gravissimum educationis, 2) e ai giovani di allora – come a quelli di oggi e di sempre – indirizzò quel suo ‘ultimo Messaggio’, in cui la Chiesa è presentata come la vera giovinezza del mondo, come colei che ‘possiede ciò che fa la forza e l’attrattiva dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste’[…]”.[25]

    Il papa polacco ha il merito di aver attirato l’attenzione pastorale sul mondo giovanile e di aver aperto un varco esemplare,[26] seguito da altri pastori che manifestano il volto di una Chiesa in ascolto dei giovani.[27]
    Sulla stessa lunghezza d’onda, infatti, diversi vescovi italiani hanno indirizzato una lettera ai giovani: il card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano,[28] il card. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo,[29] mons. Alberto Ablondi, arcivescovo di Livorno,[30] mons. Mariano Magrassi, arcivescovo di Bari-Bitonto,[31] mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi,[32] e il suo successore mons. Donato Negro,[33] mons. Enrico Masseroni, vescovo di Mondovì,[34] mons. Alfredo Garsia, vescovo di Caltanissetta,[35] mons. Wilhelm Egger, vescovo di Bolzano-Bressanone,[36] fino alla più recenti lettere del card. Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova,[37] mons. Giuseppe Costanzo, arcivescovo di Siracusa,[38] Mons. Calogero La Piana, vescovo di Mazara del Vallo [39] e Mons. L. Monari, vescovo di Piacenza-Bobbio.[40]
    Oltre alle lettere ai giovani, vanno menzionate quella di mons. Donato Negro, arcivescovo di Otranto, indirizzata ai ragazzi,[41] le due di mons. Pio Vigo, arciverscovo di Monreale, rivolte agli studenti,[42] e quella di mons. Alois Kothgasser scritta con la collaborazione dei bambini e destinata agli stessi.[43]
    Possediamo anche epistole di intere conferenze episcopali come quello della Conferenza Episcopale Siciliana,[44] dei Vescovi italiani [45] e quella più recente dei Vescovi tedeschi in preparazione alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Colonia nel 2005.
    A raggio europeo, non va dimenticata l’efficace e incisiva lettera del card. Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles,[46] fino all’ultima lettera dei vescovi europei riuniti a Roma per il X Simposio (24-28 aprile 2002) che aveva come tema “Giovani di Europa nel cambiamento. Laboratorio della fede”.[47]
    La rassegna, per nulla esaustiva, ma di certo consistente e considerevole, andrebbe in qualche modo completata da lettere non citate e di cui non siamo venuti a conoscenza.[48]

    Qualche spunto interpretativo

    Nel caso nostro, il mittente della lettera prende l’iniziativa, rompe il ghiaccio, fa il primo passo, manifesta non senza qualche titubanza le sue intenzioni. Dalle lettere prese in considerazione, appare da una parte simpatia e desiderio di contatto, dall’altra preoccupazione per quanto si conosce e si è osservato riguardo al destinatario e per i possibili esiti della missiva.[49] L’interesse educativo e pastorale affiora quasi immediatamente tra le righe. Si cerca di mettersi nei panni dei giovani e di dimettersi da posture rigide, critiche, paternalistiche e dogmatiche, da “altezzosi possidenti di Dio”, per dirla con mons. Ablondi.
    I destinatari sono colti tra realtà (e allora si tratta di Briefe, in tedesco) e finzione (allora si tratta di Episteln), ma in qualche modo condizionano in anticipo i mittenti e il processo di codificazione della lettera.[50] Qualche vescovo, prima di dare risposte e fare proposte, simula l’ascolto dei giovani (cf Martini), qualcun altro, più recentemente, preferisce elaborare la lettera a partire dai suggerimenti offerti da un gruppo-target di destinatari (cf Kothgasser).
    I contenuti sono umani e cristiani, dosati quasi sempre sapientemente, nella consapevolezza di non rivolgersi a soggetti credenti e con un’identità evangelicamente scontata. I messaggi sono trattati linguisticamente, tramite metafore e gerghi giovanili, ricusando di “fare prediche” (cf Ablondi), aderendo a qualche riferimento narrativo biblico (ad es. all’icona del giovane ricco o alla prima lettera di Giovanni) o agiografico (cf Magrassi, Egger, Kothgasser, Bertone) o letterario (cf Negro), non mancando di mantenere il contatto con la realtà della città (cf Pappalardo) o della cultura in genere.
    L’indole dello scritto oscilla tra privato e pubblico, tra ufficiale e confidenziale, simulando spesse volte il dialogo socratico e tentando di andare oltre una comunicazione di superficie per spingersi in profondità. La lettera dei vescovi ai giovani nasconde un “progetto di pastorale giovanile in miniatura” che sviluppa quasi sempre l’iterazione della corrispondenza. “Fare due passi insieme” e muoversi alla ricerca con i giovani (cf Ablondi, Garsia), offrire occasioni per continuare i contatti e fissare prossimi appuntamenti: sono gli aspetti conclusivi di alcune lettere (cf Vescovi di Sicilia, Masseroni, Ablondi).
    Le lettere, poi, rilevano l’istanza della necessaria reciprocità tra adulti e giovani (cf Kothgasser, Negro), invitando a camminare insieme “controcorrente”, come fa efficacemente il card. Danneels:

    “Avete mai osservato le trote in un fiume di montagna? L’acqua si apre un varco verso la vallata, veloce, vorticosa, al di là dei dislivelli che fanno nascere migliaia di cascate e cascatelle. Il sole disegna un vero arcobaleno nella schiuma. Nulla resiste alla corrente. Se guardate più da vicino, intravedete le testoline nere e i corpi argentei di centinaia di pesciolini. Ad ogni cascata, saltano fuori dall’acqua. Controcorrente. In cerca della sorgente. Non conformisti e instancabili. Più la corrente è violenta, più il loro colpo di reni è più forte. Essi balzano sull’acqua, nel vero senso della parola. Al contrario, il pesce rosso si accontenta di cogliere con le sua labbra pigre le alghe microscopiche dell’acquario! La trota ha bisogno di trovare resistenza, non riesce a vivere in acqua stagnante. Sarebbe la sua fine, per mancanza di ossigeno e di movimento. Quel pesciolino è il simbolo e l’incarnazione di tutta una controcultura. Rimane nell’acqua e se, pur le oppone resistenza, non scappa da essa. L’acqua viva non lo disturba, lo porta con sé e gli permette di superare ogni ostacolo. Ho pensato a quel pesciolino per definire il ruolo della fede e dei cristiani in seno alla cultura odierna: essi sono una “controvoce” nel coro di miriadi di voci”.[51]

    Il contatto con i giovani sfocia, così, in una visione dinamica di Chiesa, in una “controcultura”, in una rinnovata Weltanschauung che non si arresta di fronte a difficoltà e sa andare oltre.

    Lettere senza risposta?

    Di fronte a questa costellazione di lettere ai giovani, qual è la risposta dei “destinatari”? I mittenti avranno una risposta? O saranno messaggi di sola andata, senza ritorno?
    Forse occorrerà distinguere tra indifferenza, risposte non date intenzionalmente e risposte modulate con codici incomprensibili o difficili da captare da parte degli adulti in genere e dei pastori in specie.
    Per i prossimi tentativi, occorrerà affinare la comprensione dei messaggi dei “nostri” giovani, sia quelli originali e spontanei, sia quelli sollecitati e d’origine controllata dagli adulti. Occorrerà ricorrere a strategie comunicative più efficaci, ma soprattutto inverare credibilità e trasparenza ecclesiale. Puntuale e ricorrente, torna ad echeggiare per tutti la voce paterna e sicura del vegliardo, della prima sentinella del mattino, timoniere infaticabile della navicella di Pietro:

    “[...] La formazione dei giovani vi interpella particolarmente: non si può dimenticare che i giovani sono oggi in preda a pericoli e a sfide, ignote ad altre epoche. Tutto ciò richiede che, nella cura pastorale, sia data un’attenzione prioritaria alla gioventù mediante appropriati metodi e con inventiva di iniziative. I giovani tornino ad essere la cura principale dei sacerdoti! Ne va di mezzo l’avvenire della Chiesa e della società”.[52]

    UNA VERIFICA

    Siamo dunque chiamati ad un’attenta verifica circa il feedback, l’onda di ritorno registrata dai pastori che in questi ultimi vent’anni hanno indirizzato alle nuove generazioni delle missive epistolari. Qualcuno potrebbe obiettare che non era necessario attendersi una risposta, come ai primi tempi dell’era cristiana non risulta che i Corinzi, i Tessalonicesi, gli Efesini o i Romani abbiano risposto comunitariamente o tramite i propri vescovi e presbiteri alle lettere dell’apostolo Paolo. Ma non è difficile controbattere almeno per due motivi.
    Il primo: il fatto che non si siano conservate eventuali lettere di risposta e che esse non ci siano state tramandate, non esclude la possibilità che almeno ci siano state forme di corrispondenza e di rimando da parte delle comunità a cui sono rivolte le lettere apostoliche.
    Il secondo: alcune di queste lettere riportano la problematica concreta o le situazioni di vivacità ministeriale e carismatica delle comunità; ciò presuppone non solo la conoscenza diretta da parte di Paolo, ma anche il continuo contatto che vigeva tra l’apostolo e le chiese da lui fondate o da lui curate. Agli apostoli non stava a cuore scrivere documenti o inviare lettere, bensì mantenere in ogni modo i contatti per aiutare i primi cristiani a crescere evangelicamente e per promuovere in essi la novità di vita che scaturisce dalla fede nel Signore Risorto. Nella tradizione millenaria della Chiesa, pastori zelanti e coraggiosi, costretti a stare lontani dalle proprie comunità, o perché esiliati o perché in viaggio, hanno trovato nel genere epistolare la possibilità di informarsi, di mantenere contatti a distanza, di offrire orientamenti e di dirigere la vita dei fedeli affidati alle loro cure pastorali.
    Riguardo alle lettere dei vescovi ai giovani, ipotizziamo alcune possibilità di riscontro. Dalle informazioni raccolte in modo molto sommario, la maggioranza dei vescovi si sono limitati all’invio della missiva, delegando alle mediazioni ecclesiali (ad esempio, servizi diocesani di pastorale giovanile, parrocchie, associazioni e movimenti) di iniziare e continuare un certo dialogo con le nuove generazioni. Una cerchia più ristretta ha optato per una strategia più impegnativa e faticosa, consegnando a mano la lettera (Ablondi), intrattenendosi con loro o promettendo di rispondere alle lettere che i giovani avrebbero loro inviato (Martini) o, ancora, impegnandosi a pervenire ad un appuntamento faccia a faccia. Più rara la possibilità di un intreccio di corrispondenza continuata con singoli, gruppi e associazioni o di incontri ricorrenti e ravvicinati. E su quest’ultima possibilità non mancano vescovi che, tra le molteplici mansioni, hanno assunto uno stile ordinario di vicinanza e di accompagnamento continuo con i giovani della propria diocesi.

    I giovani che traspaiono dalle lettere di risposta mai spedite

    Svolgere un’indagine sulle lettere di risposta inviate al proprio vescovo non è impresa da poco e non è questo il luogo per trattarla o almeno abbozzarla. Ogni Servizio diocesano di Pastorale Giovanile potrebbe curarne un’attenta disamina e una verifica. Quando questo non avviene sia per la mancanza della materia prima (le lettere di risposta dei giovani, appunto!), sia per la difficoltà a intraprendere una tale indagine, rimane la possibilità di mantenere ad ogni costo la vicinanza con il mondo giovanile, cercando in tutti i modi di decodificare gli appelli, più o meno espliciti, che provengono da esso. Quest’impresa interpretativa può portare ad anticipare ogni forma di dialogo con quella simpatia critica che dovrebbe caratterizzare ogni pastore nei confronti dei giovani, tutti e in particolare quelli che vivono nella diocesi a loro affidata. Proviamo a rintracciarne alcuni tratti.

    Lo specchio ovvero i molteplici riflessi dell’identità

    Il primo oggetto-simbolo che caratterizza la nostra epoca (ma non solo la nostra) è lo specchio, un tempo più prezioso e lussuoso, oggi più banale e scontato, prolungato da fotografie, video e telecamere e inedite frontiere virtuali. Questo strumento oramai feriale e ordinario ha contraddistinto diverse civiltà ed è come il segno privilegiato della cultura del narcisismo. Non si può nascondere che ad esso si deve l’affinamento dell’identità e dell’immagine di sé, ma anche della percezione dello spazio per spingersi oltre, al di là di esso,[53] movendosi tra illusione e realtà:

    “Guardarsi allo specchio può suscitare reazioni diverse: timore, pudore, gioia, compiacimento, sfida; in esso possono essere cercate somiglianze o differenze, prossimità o estraneità; vi si definisce la propria immagine, ma la si può vedere anche dissolversi”.[54]

    Se lo specchio può essere vettore di introspezione e di ricerca religiosa, come in passato fu indicato quale mezzo educativo,[55] è l’oggetto per eccellenza dell’intimità e, “utilizzato per la cura delle apparenze, è strumento di adattamento. Non ci si guarda allo specchio, è lo specchio che guarda noi, che detta le proprie leggi e funge da strumento normativo con il quale si misurano la convenienza e la conformità al codice mondano”.[56]
    Così l’identità umana dall’introspezione è quasi spinta e stanata verso le apparenze, il “conosci te stesso” attanagliato dal nuovo imperativo “fatti conoscere!”, inoltrando molto spesso i soggetti in fasi d’indifferenza e decomposizione. Lo specchio finisce, così, per non suggerire più un legame tra il visibile e l’invisibile e a non ricoprire alcuna funzione simbolica.[57]
    Sono in aumento i giovani che sfilano davanti agli specchi della nostra società in mille fogge con capelli colorati, tatuaggi e piercing anche in parti intime e con modalità sempre più trasgressive.[58] Si tratta di mode passeggere come quelle dei decenni passati oppure di fenomeni che lasciano comunque il segno? Come mai agli adolescenti e ai giovani non bastano più abiti e capelli per descrivere incertezze e lotte interiori, arrivando ad incidere sulla pelle messaggi di protesta o appelli d’aiuto?
    Una cosa è certa: questi giovani sono alla ricerca di qualcosa o meglio di qualcuno. Ne hanno estremo bisogno per ritrovare se stessi, per non correre il rischio di essere come lo scoiattolo rinchiuso nella gabbia che gira continuamente su se stesso, di cui riferisce F. Ebner,[59] o come il Minotauro alla ricerca dell’altro, voglioso di uscire dal labirinto di sé secondo l’originale versione del mito offerta da F. Dürrenmatt.[60] Forse gli adulti dovrebbero nutrire l’umiltà di imparare a guardare i giovani.[61]

    Il cellulare ovvero la relazionalità ricercata e selezionata

    Il cellulare costituisce il secondo oggetto simbolo della gioventù odierna, la “cosa” primaria di cui si avverte di non potere fare a meno.[62] Non si tratta di uno strumento in più, bensì un linguaggio nuovo di cui dispongono grandi e piccoli. Come per il computer, ne fanno uso tutti, ma le nuove generazioni con maggiore disinvoltura e padronanza.
    Abbiamo avuto appena il tempo di avvertire che il telefonino sta cambiando abitudini e stili di comunicare. Che non si tratti di un semplice medium ma di messaggio, per usare l’espressione cara a Marshall McLuhan,[63] è deducibile da un inaspettato ritorno dello scritto in seno all’“oralità secondaria”,[64] dalla prevalenza dei messaggi scritti sintetici e cifrati (SMS con codici, ideogrammi, abbreviazioni, gerghi ufficiali e convenzionali) sulle immagini, dall’invadenza degli “squilli” sul parlato. Gli SMS, a detta degli stessi ragazzi, offrono la possibilità di dire cose che non si ha il coraggio di esternare a viva voce, di superare maschere e pudori, o più semplicemente di sussurrare alla persona che sta a cuore: “ci sono!”, “esisto!”, “ricordati di me!”. Insomma, affiora con prepotenza la voglia di relazioni e l’insopprimibile bisogno di mantenere i contatti.
    Dal punto di vista linguistico ed educativo, i giovani avvertono di avere la possibilità di una comunicazione più autonoma, che gravita liberamente fuori dall’orbita familiare, che glissa il filtro dei genitori; nello stesso tempo offre a padri e madri la possibilità di esserci senza esserci, di mantenere un filo diretto virtuale e una specie di controllo sulla reperibilità dei figli per superare forme di ansia che in misura maggiore s’impossessano delle nuove generazioni di genitori.
    Ognuno, come per il telecomando di un televisore che dispone di un satellitare, può optare di selezionare i messaggi, guardando il display o prestando orecchio alle diverse sonerie, di rispondere quando si vuole o di non rispondere affatto, senza accennare, poi, alla possibilità di inviare messaggi senza essere riconosciuti.
    La dipendenza da questo oggetto simbolico che ricorda la piccola coperta di Linus dei Peanuts può diventare morbosa: il disastro di averlo perso o la disgrazia di averlo avuto rubato si abbina alla difficoltà quotidiana di tenerlo spento in talune occasioni.
    Gli specialisti avvertono che si assiste oggi all’eccedenza dell’uso e alla famelicità talvolta patologica di contatti come le chat in internet, fino a raggiungere forme di obesità telecomunicativa e virtuale. Anche qui si impone un regime di sana ed equilibrata alimentazione e di “dieta”.[65]
    Un semplice cellulare può mettere a nudo meccanismi di difesa, disfunzioni relazionali, fughe dalla realtà… insieme all’innegabile fascino e all’evidente e inedita utilità.

    Il swatch ovvero la percezione obliqua del tempo

    Il terzo oggetto simbolico è l’orologio. Dare un’occhiata a tale strumento, per vedere che ore sono, è per noi istintivo. Sebbene sia oramai diventato feriale e consuetudinario, le diverse versioni della misurazione del tempo (clessidre, meridiane…) sono diventati imprescindibili per regolare la vita individuale e sociale dell’uomo.[66]
    L’orologio è rilevatore del tempo, oscillando tra estimatori che stabiliscono con esso un legame necessario, tramite una precisa programmazione dei ritmi di vita, e detrattori che man mano possono passare da forme di leggera insofferenza o di semplice fastidio, all’odio e al netto rifiuto di fronte a questo simbolo del valore economico del tempo. Forme più soft di distacco dall’orologio sono quei comportamenti di tipo estetico e puramente ornativo (si pensi alla mania dei swatch di qualche anno fa) o a comportamenti anticonformisti di rimozione assoluta.
    L’orologio è come la “bussola” che misura qualitativamente e non solo quantitativamente la vita quotidiana. Il suo uso o disuso veicola non solo una commisurazione del tempo, ma una valorizzazione o svalutazione del tempo. Romanzi come Momo di M. Ende hanno messo in evidenza l’irrequietezza del tempo che passa e il dramma del tempo perduto e da economizzare come si fa con la moneta.[67] Se questo è il quadro della società complessa, i giovani ne sono il test più palese di una visione presentista del tempo. Senza una memoria forte e senza prospettive a lunga durata, ai giovani non resta altro che l’attimo fuggente.[68]

    Voi siete la nostra lettera

    Se per gli apostoli furono le lettere gli strumenti di comunicazione per l’evangelizzazione, per i vescovi potranno essere altri più nuovi e innovativi, rivolgendosi a soggetti in cerca di identità, di relazioni più autentiche e di valorizzazione del tempo. Ciò che conta di più, infatti, non è raggiungere i giovani per guadagnarli alla comunità ecclesiale, ma ringiovanire la Chiesa,[69] accogliendo le profezie giovanili. I giovani saranno, così, segni di una Chiesa vivace e vitale che, con la fede e la speranza di Paolo, ha l’energia di rivolgersi ancora ad altri giovani:

    “La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto, infatti, che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2 Cor 3,2-3).

     

     NOTE

    [1] Da “Itinerarium” 12 (2004) 26, pp. 9-15; 27, pp. 9-14; 28, pp. 9-15. L’autore è Preside e Ordinario di Catechetica dell’Istituto Teologico “S. Tommaso” di Messina.

    [2] Anche se quest’aspetto è trascurato dalla recente storiografia, per un’inquadratura generale: cf M. Mitterauer, I giovani in Europa dal Medioevo ad oggi, Laterza, Roma – Bari 1991; G. Levi – J. C. Schmitt (edd.), Storia dei giovani. 1. Dall’antichità all’età moderna. II. L’età contemporanea, Laterza, Roma – Bari 2000, voll. 2. Sulla presenza dei giovani nella S. Scrittura, cf M. Gioia (ed.), I giovani nella Bibbia, Dehoniane, Roma 1988.

    [3] S. Gregorio Magno, Lettera 5, 46, in Idem, Lettere (IV-VIII) a cura di V. Recchia, “Opere di S. Gregorio Magno” V/2, Città Nuova, Roma 1996, pp. 226-227. A commento cf C. La Piana, Teologia e ministero della Parola in S. Gregorio Magno, Edi Oftes, Palermo 1987, pp. 36-38.

    [4] Si pensi, ad esempio, alla lettera scritta agli esiliati in Babilonia da parte del profeta Geremia: cf Ger 29,1ss.; Bar 6, 1ss.

    [5] Oltre alle 13 lettere paoline e alle 8 cattoliche, vi sono riferimenti a lettere non pervenuteci: cf ad es. 1Cor 5, 9. Esse avevano lo scopo primario di mantenere la comunione e i contatti tra apostoli e comunità cristiane da loro fondate. L’epoca patristica continua la pratica delle litterae communionis.

    [6] Alla prima lettera di Giovanni si richiamano gli Orientamenti pastorali della CEI per gli anni 2001-2010 e alcune lettere ai giovani dei vescovi italiani (ad es. M. Magrassi e T. Bertone), come anche il Messaggio finale del X Simposio dei Vescovi Europei. Ci si occuperà delle lettere ai giovani da parte di Pontefici e di Vescovi di seguito nell’articolo.

    [7] Basti accennare all’epistolario di Cicerone (per es. Ad Atticum) e alle Epistulae ad Lucilium di Seneca.

    [8] Si prendano in considerazione ad esempio le lettere al fratello Gregorio all’amico Gregorio di Nazianzo e a vari amici: cf S. Basilio, Epistolario. Versione, introduzione e note a cura di Adriana Regaldo Raccone, “Patristica” s.i.n., Paoline, Alba 1968.

    [9] Cf S. Basilio, Lettera ai giovani sul modo di trarre profitto dalla letteratura greca, Paoline, Alba 1975; Idem, Discorso ai giovani. Oratio ad adolescentes, con la versione latina di L. Bruni, a cura di M. Naldini, “Biblioteca patristica” 3, Nardini, Firenze 1984.

    [10] Idem, Discorso ai giovani, I, 6 (p. 83). Viene citata la traduzione di L. Bruni. Sull’immagine del timone e sul consiglio di non dimettersi dal pensare con la propria testa e filtrare la realtà con la propria coscienza, Basilio ritorna più avanti: cf Ibidem, VIII, 5 (p. 113).

    [11] Ibidem, IV, 8-11 (pp. 93-94).

    [12] Ep. 266, 2, in Idem, Le lettere (III) a cura di L. Carrozzi, “Nuova Biblioteca Agostiniana / Opere di S. Agostino” XXIII, Città Nuova, Roma 1974, p. 945.

    [13] Si tratta delle lettere 117 e 118, in Idem, Le lettere (I) a cura di T. Alimonti e L. Carrozzi, “Nuova Biblioteca Agostiniana / Opere di S. Agostino” XXI, Città Nuova, Roma 1969, pp. 1124-1127 e pp. 1128-1177.

    [14] Cf in merito O. Pasquato, S. Agostino d’Ippona, in M. Midali – R. Tonelli (edd.), Dizionario di pastorale giovanile, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1987, p. 956.

    [15] Cf R. Zanzarri, Epistola, in M. Laeng (ed.), Enciclopedia pedagogica, La Scuola, Brescia 1989, vol. 3, coll. 4381-4384. A questo articolo si rimanda per un’inquadratura storico-educativa.

    [16] Del grande oratore di Nôtre-Dame, cf Lettres du Révérend Pére Lacordaire à des jeunes gens recuellies et publiées par M. L’Abbé Henri Perreyve, Charles Douniol, Paris 1878; Idem, Lettere ai giovani, G. Palma, Milano 1902; G. Daverio, Milano 1911; Paoline, Milano 1966; cf anche: Idem, Lettere a un giovane, Città armoniosa, Reggio Emilia 1978.

    [17] Una selezione delle lettere ai giovani è contenuta nella raccolta: G. Bosco, Scritti spirituali. Introduzione, scelta dei testi e note a cura di J. Aubry, Città Nuova, Roma 1976, vol. 1, pp. 213-248.

    [18] Si tratta della Lettera 46 (Flavigny, 6 luglio 1852) contenuta nella raccolta già citata: Lettres du Révérend Pére Lacordaire a des jeunes gens, pp. 226-227.

    [19] Il testo della lettera, datata marzo 1876, è riportato in: S. Giovanni Bosco, Scritti sul sistema preventivo nell’educazione della gioventù. Introduzione, presentazione e indici alfabetico e sistematico a cura di P. Braido, La Scuola, Brescia 1965, pp. 344-345. La lettera contiene l’intenzionalità educativa di Don Bosco, ma lo stile letterario sembra essere del suo segretario e biografo G.B. Lemoyne, come nell’altra rinomata lettera del 1884: cf G. Ruta (ed.), Una lettera di Don Bosco in due versioni (Roma, 10 maggio 1884), in “Itinerarium” 11(2003) 24, pp. 159-174.

    [20] Tra i tanti riferimenti (tradotti o in via di traduzione in gran parte dall’Editrice Morcelliana di Brescia) segnaliamo: Lettere sulla autoformazione, Morcelliana, Brescia 1956, che raccoglie alcune lettere rivolte a giovani e ai loro educatori.

    [21] Ibidem, pp. 94-95.

    [22] Cf l’appello ai giovani tra i Messaggi del Concilio all’umanità (08.12.1965), in Enchiridion Vaticanum, Dehoniane, Bologna 198112, vol. 1, nn. 525*-531*.

    [23] Cf in particolare Paolo VI, Parlo a voi, giovani, Ancora, Milano 1970; Idem, Lettere a un giovane amico, Queriniana, Brescia 1978; Idem, Dei giovani è l’avvenire, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1975; E. Bianco (ed.), Enciclica ai giovani che Paolo VI non sapeva di avere scritto, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1979.

    [24] Cf oltre i numerosi messaggi e discorsi, Giovanni Paolo II, Giovani, non siate i grandi assenti, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1985; Idem, Carissimi giovani, Mondadori, Milano 1995; E. Bianco (ed.), Lettera ai giovani che Giovanni Paolo II non sapeva di avere scritto, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1982. In lingua francese: Le Sainte-Père parle aux jeunes, Tipographie Poliglotte Vaticane, Cité du Vatican 1980. 1985. Ma in particolare è da segnalare la Lettera apostolica Ad juvenes internationali vertente anno iuventuti dicato, per l’Anno Internazionale della Gioventù (31 marzo 1985): cf Ai giovani e alle giovani del mondo, Elle Di Ci, Leumann – Torino 1985. Efficace e confidenziale nelle pagine di Varcare le soglie della speranza, a cura di V. Messori, Mondadori, Milano 1994, pp. 134-140.

    [25] Ai giovani e alle giovani del mondo, n. 16.

    [26] Si veda in merito il volume curato da: F. Garelli – R. Ferrero Camoletto (edd.), Una spiritualità in movimento. Le giornate mondiali della gioventù. Da Roma a Toronto, Messaggero, Padova 2003. Si tratta di una ricerca empirica sugli effetti delle GMG nei giovani. Cf la consistente bibliografia alle pp. 317-332. Cf inoltre: Il Papa e i giovani insieme, Chiricolibri, Roma 2001; F. Chiaro, Papa e giovani insieme in cammino verso il Terzo Millennio, Grafitalica, Napoli 2000.

    [27] Cf L. Chiarinelli, La Chiesa in ascolto dei giovani, in NPG 36 (2002) 2, pp. 12-16.

    [28] Cf C. M. Martini, Mi piacerebbe conoscerti… Lettera ai giovani che non incontro, Centro Ambrosiano, Milano 1990. Porta la data del 3 giugno 1990. È del Natale 1991 la Lettera a Fabio, giovane lavoratore, in NPG 26 (1992) 9, p. 45.

    [29] Cf S. Pappalardo, Un contributo di ardimento e speranza. Lettera ai giovani di Palermo, in NPG 27 (1993) 7, pp. 32-34. La lettera porta la data del 21 marzo 1993.

    [30] Cf A. Ablondi, Lettera ai giovani. Due passi insieme, s.i.e., Livorno 1992 [anche in NPG 36 (2002) 7, pp. 55-56]. Un’amplificazione riflessiva è il volume: Idem, No, una predica no, Borla, Roma 1994.

    [31] M. Magrassi, Scrivo a voi giovani. Lettera ai giovani, in NPG 30 (1996) 4, pp. 71-72. Risale al 9 aprile 1995.

    [32] Cf A. Bello, Scritti di pace, Luce e Vita, Molfetta (BA) 1997, pp. 238-244.

    [33] Cf D. Negro, Sulle orme di Cleopa. Lettera ai giovani, in NPG 29 (1995) 9, pp. 59-64.

    [34] Cf E. Masseroni, Vieni e vedi. Nota pastorale, in NPG 28 (1994) 9, pp. 57-65; Idem, Prendi il largo. Lettera ai giovani, in NPG 29 (1995) 4, pp. 59-72.

    [35] Cf A. M. Garsia, Lettera ai giovani. “Voglio condurti a Betania. Un invito alla speranza”, s.i.e., Caltanissetta 1997 [anche in NPG 32 (1998) 6, pp. 32-33].

    [36] Cf W. Egger, Na lètra da dè inant…, s.i.e., Bolzano-Bressanone, settembre 1994. Dello stesso: Teresa di Lisieux e l’attesa dello Spirito (l’amore vissuto giorno per giorno). Lettera per i giovani, s.i.e., [Bolzano – Bressanone] 9 novembre 1997.

    [37] Cf T. Bertone, Messaggio ai giovani, in NPG 37 (2003) 9, pp. 5-12.

    [38] Cf G. Costanzo, Lettera ai giovani, s.i.e., Siracusa, 13 dicembre 2003.

    [39] Cf C. La Piana, Carissimo giovane, s.i.e., Mazara del Vallo, 25 marzo 2004.

    [40] Cf L. Monari, “Debitori del vangelo ai giovani”. Lettera pastorale, s.i.e., Piacenza 2004.

    [41] Cf Don Donato [D. Negro], Cantateci la speranza. Lettera ai ragazzi, in NPG 36 (2002) 9, pp. 57-58.

    [42] Cf P. Vigo, Agli alunni di ogni Scuola nella Diocesi di Monreale, Anno scolastico 2000/200. Vedi anche quella, a forma di calendario e originale nell’impostazione grafica, del Vescovo di Trapani: F. Micciché, Appunti di scuola. Lettera agli studenti 2004-2005, s.i.e., Trapani 2004. Per quanto riguarda il contatto epistolare adulti-giovani sul versante laico, segnaliamo: P. Tavaroli, Caro prof. Lettere a un insegnante di religione, Portalupi 2003, e V. Andreoli, Lettera a un adolescente, Rizzoli, Milano 2004.

    [43] Cf A. Kothgasser, Papi nostro che sei nei cieli, in NPG 37(2003) 5, pp. 55-57. Pubblicata anche in: “Il Regno/Documenti” 47 (2002) 910/17, pp. 573-574.

    [44] Cf Conferenza Episcopale Siciliana, Messaggio dei Vescovi ai giovani di Sicilia, Segreteria Pastorale della Conferenza Episcopale Siciliana, Palermo 1991. È del 16 gennaio 1991. Cf inoltre Mario Russotto, vescovo di Caltanissetta: Vivere la gioia per dare senso alla vita (2004).

    [45] Cf Messaggio dei Vescovi d’Italia ai giovani, in NPG 33 (1999) 4, p. 24. Porta la data del 12 novembre 1998.

    [46] Cf G. Danneels, Lettera ai giovani. Giovani Correnti e controcorrenti, Juvenilia, Torino 1991 [supplemento a NPG 25 (1991) 2], inviata in occasione della Pasqua 1991.

    [47] Cf Messaggio finale del X Simposio dei Vescovi europei (CCEE), in NPG 36 (2002) 7, pp. 58-60, anche in risposta alla Lettera dei giovani ai Vescovi europei, in NPG 36 (2002) 7, p. 63, datata 28 aprile 2002. A commento, cf l’articolo del compianto Mons. V. Savio, Una chiesa amabile. Sul “Messaggio finale” del Simposio, in NPG 36 (2002) 7, pp. 61-62.

    [48] Sono stati tralasciati altri testi epistolari, elaborati da fondatori di movimenti e associazioni, da parroci [si veda ad es. Lettera di un parroco ai giovani, in NPG 29 (1995) 2, pp. 97-98] e da laici particolarmente significativi. Un discorso a parte meriterebbe la corrispondenza delle riviste giovanili e lettere di giornalisti, apparsi sui quotidiani, del tipo: E. Biagi, Cari ragazzi, la malinconia non fa male, in NPG 31 (1997) 9, p. 52. Per quanto riguarda il contatto epistolare adulti-giovani sul versante laico, segnaliamo: P. Tavaroli, Caro prof. Lettere a un insegnante di religione, Portalupi 2003, e V. Andreoli, Lettera a un adolescente, Rizzoli, Milano 2004.

    [49] I giovani sembrano avvertire tale disagio. Da recenti dati empirici si registra che, mentre il Papa è sentito dai giovani più vicino e prossimo (78,3%), i vescovi lo sono nettamente di meno (35,2% alla GMG di Roma e 38,5% alla GMG di Toronto): cf F. Garelli – R. Ferrero Camoletto (edd.), Una spiritualità in movimento. Le giornate mondiali della gioventù. Da Roma a Toronto, pp. 67. 80-81. 199. 269.

    [50] “La comunicazione non è mai a senso unico: non solo essa richiede sempre una risposta, ma le reazioni previste ne modellano anche le forme e il contenuto”: così afferma W.J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, il Mulino, Bologna 1986, p. 242. Cf anche Idem, La presenza della parola, il Mulino, Bologna 1970, pp. 243. 273-276.

    [51] G. Danneels, Lettera ai giovani. Giovani Correnti e controcorrenti, p. 38.

    [52] Cf Giovanni Paolo II, Juvenum patris, (31.01.1988), n.20. Cf i due recenti dossier: Preti giovani e PG/1: la situazione, in NPG 38 (2004) 2, pp. 5-36; Preti giovani e PG/2: alcune prospettive, in NPG 38 (2004) 3, pp. 5-37.

    [53] Cf l’interessante saggio di Sabine Melchior-Bonnet, Storia dello specchio. Prefazione di Jean Delumeau, Edizioni Dedalo, Bari 2002.

    [54] Ibidem, p. 17.

    [55] Cf le tante testimonianze, tra cui quelle di Diogene su Socrate, di Dhuoda, nobildonna dell’VIII secolo d.C., di Tommaso d’Aquino, di Balthazar Gracian e di Théophile Gautier, riportate da S. Melchior-Bonnet, Storia dello specchio, pp. 127. 135-136. 157. 231-233.

    [56] S. Melchior-Bonnet, Storia dello specchio, pp. 151-152.

    [57] Cf le interessanti pagine su Lo specchio vuoto nel XX secolo, in Ibidem, pp. 315-320.

    [58] Cf G. Pietropolli Charmet – A. Marcazzan, Piercing e tatuaggio. Manipolazioni del corpo in adolescenza, Franco Angeli, Milano 2000. L’analisi del fenomeno si sviluppa da una ricerca empirica svolta nella città di Milano.

    [59] Cf quanto riferisce in merito S. Zucal, Lineamenti di pensiero dialogico, Morcelliana, Brescia 2002, p. 41.

    [60] Cf F. Dürrenmatt, Il Minotauro, Marcos y Marcos, Milano 1993.

    [61] Cf il recente contributo di N. Garofalo, Impariamo a guardarli. Come comprendere gli adolescenti attraverso il linguaggio del loro corpo, Sperling & Kupfer, Milano 2004.

    [62] Cf l’ultima indagine “Strategylab”, curata dalla Società torinese “Strategy & Media” con 8.800 inteviste, dal titolo Teenager e Peter Pan. Due generazioni, un modello multimediale. “Famiglia cristiana” ha anticipato alcune conclusioni: cf (2004) 8, pp. 24-28. Possiede il cellulare l’89% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni e il 94% tra i 18 e i 19.

    [63] Cf M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 15; Idem, Il medium è messaggio, Feltrinelli, Milano 1968.

    [64] Mentre l’“oralità primaria” è quella “cultura del tutto ignara della scrittura e della stampa” (W. J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 1986, p. 29), quella “secondaria” conosce e dipende dalla scrittura e dalla stampa, ma con un forte ritorno delle caratterizzazioni proprie dell’oralità (cf Ibidem, pp. 190-192).

    [65] Cf L. Di Gregorio, Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino,, Franco Angeli, Milano 2003

    [66] Cf l’interessante studio comparativo di: J. T. Fraser, Il tempo: una presenza sconosciuta, Feltrinelli, Milano 1991. Negli anni ’80, lo IARD ha svolto un’indagine sul rapporto tempo-giovani, registrando interessanti reazioni circa la percezione del tempo da parte delle nuove generazioni: A. Cavalli (ed.), Il tempo dei giovani. Ricerca promossa dallo Iard condotta da A.R. Calabrò, A. Cavalli, C. Colucci, C. Leccardi, M. Rampazi, S. Tabboni, Il Mulino, Bologna 1985. Un capitolo particolarmente indicativo quello dedicato all’utilizzo dell’orologio: cf C. Leccardi, L’utilizzo dell’orologio, Ibidem, pp. 381-396.

    [67] Cf M. Ende, Momo, Longanesi, Milano 1973, 199619.

    [68] Indicativo nel panorama cinematografico il film L’attimo fuggente (USA 1986), regia di Peter Weir.
    Come vivono il tempo e come lo percepiscono i giovani è una questione di fondamentale portata per capire in profondità i giovani e poterli aiutare. La Conferenza Episcopale Siciliana e l’Ufficio Regionale per la Pastorale Giovanile ha commissionato nel 2000 all’Osservatorio Mediterraneo della Gioventù dell’Istituto Teologico “S. Tommaso” di Messina, una ricerca proprio sul vissuto del tempo in rapporto con la religiosità dei giovani siciliani: cf G. Lo Grande – U. Romeo – G. Urso (edd.), Giovani in prospettiva. Vissuto del tempo e religiosità in Sicilia, Coop. S. Tom, Messina 2001. È un tentativo che, se richiede tempo per l’analisi, l’ascolto e l’interpretazione degli indicatori della realtà giovanile, fa guadagnare molto di più ai fini di una pastorale giovanile efficace.

    [69] “Per fare una buona pastorale giovanile il primo passo non consiste nel conquistare i giovani, ma nel ringiovanire la comunità”. Così mons. A. Del Monte, Una Chiesa giovane per annunziare il vangelo ai giovani, s.i.e., Novara 1978, n. 25.



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