Erika Furci
(NPG 2005-01-48)
Pochi anni fa era in voga, tra una parola e l’altra, il ritornello: “Stiamo entrando nell’era dell’Acquario…”. Questo “Acquario”, decantata icona New Age, era sinonimo di luce, interiorità ritrovata, armonia con la Natura e se stessi, insomma un ritorno a una sorta di età dell’oro. I fatti però parlano chiaro, e in tutt’altra direzione… l’era in cui siamo entrati sembra più un cono d’ombra che un tunnel di luce.
Sembra quasi ironico il bombardamento di un noto slogan pubblicitario inneggiante all’ottimismo, mentre dai sondaggi sui giornali apprendiamo che tra i giovani è in aumento la dipendenza da psicofarmaci.
Stupiti? Neanche troppo, dato che tutto sembra avviluppato a una fitta cortina di grigio, anche, e soprattutto, quelli che dovrebbero essere “svaghi”. Cinema, musica, letteratura… tutto sta diventando rappresentazione del malessere, di un perenne spleen, col risultato non di sdrammatizzare, ma spesso di celebrarlo.
Esclusi i floridi e atipici anni Settanta, è innegabile che gli anni Sessanta erano forse troppo “leggeri” e i dilemmi che tormentavano i giovani protagonisti delle canzoni erano quasi esclusivamente competenza del Dr. Stranamore. Gli anni Ottanta si beavano del loro “material world” e i recenti Novanta assistevano al trionfo dance celebrato dalle varie “Barbie girl”.
E adesso?
È tornato di moda l’esistenzialismo?
No, sarebbe inutilmente polemico parlare di moda. Perché il dolore c’è. C’è davvero e il dramma sta tutto nella paura che si prova trovandosi faccia a faccia con il proprio “vuoto”, ed è una paura che rende impossibile reagire, costringendo invece a un insano ripiegamento su se stessi, un quotidiano e statico pascersi del proprio male.
“… Sono giovane e sono libera
Ma mi sono stancata
e mi sento debole
Mi sento perduta
e non riesco a dormire…”.
Sembra strano che questo lamento provenga proprio da Avril Lavigne, giovane reginetta dell’alternative pop (punk solo nel look!), ma la sofferta How Does It Feel sembra essere la colonna sonora ideale di tanti pomeriggi trascorsi nel grigio, vissuti da molti adolescenti che entrano in contatto con se stessi solo confondendo, e dissolvendo, la propria identità con il dolore.
E troppo spesso la soluzione a cui si perviene è quella di una non scelta. Di fronte a un avversario così pesante e ormai annidato nella propria persona, perché combattere?
“... Di una cosa sono sicura,
Non smuoverò così velocemente
La mia mente completamente
offuscata.
Continuo a camminare
Non azzardo a fermarmi
Quando c’è qualcuno, io vedo
Nessun altro a parte me
Sono imbrogliata da qualcosa che c’è nella mia testa…”.
Sono le parole di Where I’M Headed, della giovane Lene Marlin, che, un paio di estati fa, emerse dal freddo Nord Europa con la sua chitarra acustica e una voce carezzevole e spontanea.
Impossibile non soffermarsi su una grossa verità contenuta in questa ballata: il senso di solitudine, il “non vedere nessun altro”, oppure, più spesso ancora, percepire gli altri completamente estranei ai propri problemi. “Gli altri sicuramente stanno meglio” è uno dei tanti mantra che si susseguono ininterrottamente nella mente di chi è depresso, quindi perché cercare dialogo che non sia l’evasione fittizia delle chat room? Intanto i problemi non si risolvono parlando, basta qualche farmaco…
Ogni possibilità di confronto si scontra con un muro, talvolta rivestito da crudeli specchi deformanti, che rendono giganti i granelli di polvere di casa propria, mentre l’erba del vicino è, beffardamente, sempre più verde.
Della stessa scuola di pensiero sembra essere il messaggio di Boulevard Of Broken Dreams, dei Green Day, nuovamente sulla cresta dell’onda, passati da far saltare i ragazzini di mezzo mondo con il tormentone Basket Case, a far riflettere con l’ultimo album, il “politico” American Idiot.
“… Cammino in una strada solitaria
l’unica che ho sempre conosciuto
non so dove porti ma è la mia casa e cammino da solo…
In certi momenti desidero
che qualcuno là fuori mi trovi
Sino ad allora continuerò
a camminare da solo…”.
È un percorso senza luce e amaro quello che percorrono i viandanti di oggi nel loro quotidiano “Viale dei sogni spezzati”. Possibile che non si possa cambiare strada?...
Un’ipotetica risposta, con la parvenza di áncora, pare venire dai Blur, band dall’inconfondibile “English style”, con la loro Out Of Time.
“... Dov’è la canzone d’amore
che ci libererà?
Troppe persone sono giù
di morale
Tutto sta girando
per il verso sbagliato
E non so che amore sarà
Ma se smettiamo di sognare
Santo cielo, le nuvole
non se ne andranno mai…”.
Ma forse sognare è ormai diventato esclusivamente sinonimo di “illudersi” e quindi è passato di moda, è appunto “out of time”…
“... Tutto ciò che voglio
è sognare ancora
Il mio cuore amorevole
è perso nell’oscurità.
Darei tutto quello che ho
per una speranza…”.
È il ritornello di Nemo, tratto da Once, recente fatica dei Nightwish, gruppo metal, apprezzato per la voce da soprano di Tarja, e per la raffinatezza dei suoni classicheggianti (archi e pianoforte sono immancabili), che spesso aggiungono pathos a testi già di per sé drammatici. Un senso di inconsolabile tristezza e sfiducia, insieme al rimpianto del passato che non torna, sono infatti temi ricorrenti nelle liriche della band finnica.
Il futuro non è più visto come possibilità di evoluzione, ma solo come faticoso e incerto cammino che porta alla fine. Nessun premio al traguardo e l’impossibilità di tornare indietro.
Il sentimento predominante quindi non è più la speranza (in cosa?), ma la nostalgia.
“… Ma sono un verme,
sono un balordo
Che diavolo ci faccio qui?
Questo posto non fa per me
Non m’importa se fa male,
Ma voglio avere il controllo
Voglio un corpo perfetto
Voglio un anima perfetta
Voglio che tu te ne accorga
Se non ci sono…”.
È la disperata voglia di affermarsi che emerge in Creed (significativo il titolo, che si traduce con “Verme”), brano degli oscuri Radiohead, tra i più acclamati gruppi degli ultimi anni, capaci di passare da suono puramente rock a elaborate atmosfere elettroniche… in entrambi i casi la loro carta vincente è proprio quella di far cadere l’ascoltatore in un labirinto di malessere quasi palpabile.
Come in Creed, così anche nell’animo di chi sta male c’è un’incontrollabile paura di non valere abbastanza, un senso di inferiorità misto a una ripugnanza per la banalità. Meglio morti che mediocri… quindi meglio annullarsi per inseguire un ideale di perfezione che rende spesso incapaci di vedere una reale immagine di sé e delle proprie risorse.
Eppure accettarsi non vuol dire arrendersi. E neppure accontentarsi, ma semplicemente conoscere se stessi, e questo è un indubbio punto di forza. Il bravo giocatore di scacchi non si concentra solo sull’avversario, ma studia a lungo proprie mosse.
“... Ci sono un milione di modi
per vedere le cose nella vita
Ci sono un milione di modi
per essere folli
Alla fine nessuno di noi ha ragione
A volte abbiamo bisogno
di stare da soli…”.
Sono le parole di I Want Out degli Helloween, scatenato gruppo tedesco di trash metal, e non suonano certo come parole di rassegnazione. Consapevolezza casomai…
“... È un fuoco
Questi sogni che vengono
Questa salvezza che desidero
Continua ad abbattermi
Perché abbiamo bisogno
Di riconoscere gli errori in tempo e ancora
Lascia che si conosca
quello in cui crediamo
Non vedo ragioni per fallire…”.
È It’s A Fire dei Portishead; una bella dichiarazione di lotta, che lascia intravedere la volontà di proseguire, nonostante la stanchezza rischi di ostacolare ogni passo. È curioso che a farsene paladini siano proprio i glaciali e “difficili” Portishead, noti per le cerebrali sonorità dark…
“... Adesso è ora di affrontare
le tue bugie
Apri i tuoi occhi, apri la tua mente
Orgoglioso come un dio
Non fare finta di essere cieco
Intrappolato in te stesso
Cerca di uscire
Batti la macchina che lavora
nella tua testa…”.
È Open Yor Eyes, dei grintosi Guano Apes… è vero, quel “noi stessi” troppe volte rischia di tendere delle trappole.
Non a caso si è sempre più pronti e più forti nell’affrontare la giungla che c’è fuori di noi, perché ad affrontare un nemico ben visibile sono capaci tutti, se non altro per dimostrare a se stessi la propria bravura.
Peccato che per alzarsi da letto, tirare le tende e vedere che, tutto sommato, all’orizzonte c’è un po’ di sole, ci voglia troppa, davvero troppa, forza. Oppure uno scopo, un sogno.
“... Pensi di essere meglio
molto meglio degli altri?
Realizza che c’è un problema
Io so che tu puoi dare
il tuo meglio
Hai mai avuto un sogno?
O la vita è solo un viaggio?
Un viaggio senza possibilità
Possibilità di crescere
rapidamente…
Apri i tuoi occhi, apri la tua mente…”.
Ma sognare è fuori moda, nell’epoca dei Reality…

