Maria Giovanna Noccelli
(NPG 2005-05-67)
“Se Dio non fosse stato con noi –
- lo dica Israele! –
ci avrebbero ingoiati vivi
ci avrebbero travolto acque impetuose,
una piena di acque
ci avrebbe sommerso fino al collo.
Benedetto il Signore
Che non ci ha consegnati
in preda ai loro denti.
Il nostro collo è stato liberato.
Come l’uccello dal laccio del cacciatore,
il laccio si è spezzato
e noi siamo scampati.
Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto cielo e terra”.
Fin da quando ero ragazzina, una poesia-preghiera di Sabine Naegeli mi ha aiutato a comprendere questo salmo:
“Come in una rete, Signore, da cui non riesco a liberarmi, resto continuamente attaccata a cose cui dovrei rinunciare, ai confini che segnano la mia vita, ai pesi che mi tocca portare. E non riesco più a vedere che tu mi colmi, non ti stanchi di ricoprirmi di doni. Anche se la mia sensibilità zoppica e si trascina, voglio lodarti, Signore, voglio ringraziarti, voglio lasciarmi liberare, girare il mio sguardo su di te. Rimetto a te le mie ansie. Rimetto a te i miei ricordi malati. Rimetto a te i miei desideri inappagati. Fammi sentire che hai cura di me. Fammi sentire che certi ricordi dolorosi non hanno più potere su di me. Fammi sentire che tu mi doni pienezza di vita. Signore, voglio lodarti. Tu sei il mio Dio”.
Nel salmo 124 viene descritta l’esperienza psicologica di un liberatore interno, di “uno più forte” (cf Gv 1,27) della potenza di negatività insita in noi, nel nostro ego; l’esperienza di una mano forte, che richiude le ferite, di una voce che può comandare alle acque agitate della nostra interiorità, alle nostre tempeste interne di tornare alla calma.
Perché, e questo è l’altro tesoro che possiamo leggere nel salmo, tutto avviene sempre e soltanto nel nostro “scenario interno”, di cui la realtà esterna non è altro che proiezione: sono là e solo là, dentro di noi, i “nemici” che ci stringono al laccio, le acque impetuose di cui abbiamo la sensazione che ci travolgano, sotto forma di stati d’animo o di avvenimenti esterni; ma il laccio resta pur sempre la nostra percezione negativa della vita; e tutto il buio che possiamo percepire non è altro che l’attimo di un brutto sogno, entro una realtà che, come dice San Paolo “invece, è Cristo”: nulla avviene al di fuori di Dio, noi non siamo mai soli in nessun momento, “ad un tuo grido d’aiuto il Signore è già vicino a te”.
La fede e ancor più la percezione vissuta della forza di Dio interna a noi stessi sono la nostra costante ancora di salvezza; la nostra riconnessione fra la testa (il collo regge la testa, simbolo della percezione rabbuiata o illuminata con cui possiamo esperire la nostra vita) e il resto del corpo (il nostro corpo, il corpo della vita, il corpo degli altri), da cui ci allontaniamo quando la mente ci porta a sentirci in trappola, presi al laccio, travolti dalle acque, stritolati come sotto a denti.
“Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quello che mi serve per il viaggio.
Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non potere più volare liberamente come un uccello” (Etty Hillesum).
Questo è il nostro Dio: colui che, per primo, nella carne del nostro fratello primogenito Gesù Cristo, e poi di nuovo, ogni volta, nella nostra stessa carne, fa un buco nella rete in cui restiamo impigliati, e consente alla nostra anima di riprendere libera il volo.

