Giovani immigrati in Italia: una risorsa per la pastorale giovanile


    Bruno Mioli

    (NPG 2006-02-12)


    Minori e giovani: parrocchie, gruppi culturali, sportivi e di solidarietà, oratori, scuole e ogni altro ambiente dove possono incontrarsi i giovani, registrano un rapido aumento della presenza di ragazzi e ragazze stranieri, anche di seconda generazione… È tutto un ambito di lavoro che non sollecita soltanto gli addetti alla pastorale giovanile, ma incrocia le responsabilità di tutta la comunità cristiana, che nei giovani riconosce il campo della futura primavera di fede». Così nella «Lettera alle comunità cristiane su migrazioni e pastorale d’insieme» del 21 novembre 2004, nella quale il Consiglio Episcopale Permanente della CEI indica il mondo giovanile immigrato come un settore privilegiato per realizzare una pastorale unitaria, resa tanto più attuale e urgente quanto più cresce a ritmo accelerato la presenza straniera in Italia.
    Non è solo la Chiesa nella sua veste ufficiale a sollecitare questa attenzione ai giovani immigrati. L’VIII Meeting sulle migrazioni, promosso dai missionari scalabriniani a fine luglio a Loreto, aveva per tema: «Figli di stranieri o figli di nessuno?»; la Fondazione Zancan nel seminario tenuto a Malosco dal 15 al 18 giugno ha affrontato un tema più specifico: «L’integrazione scolastica dei minori immigrati». Sono due fra le tante iniziative «di casa nostra» che si potrebbero addurre; e molte ne sono promosse di continuo anche in ambito laicale.
    Dunque si è di fronte a un mondo nuovo in rapida crescita che interpella un po’ tutti, in particolare la Chiesa e nella Chiesa chi si interessa specificamente di pastorale giovanile. Dev’essere superato il vago presentimento, la comprensibile ma pericolosa paura che il mondo dei migranti sia difficile e refrattario, per non dire ostile e che manchino, da parte nostra, esperienza, mezzi e tempo per tuffarsi in questa nuova avventura. Tutto invece induce a cogliere questa «novità» come sfida e segno dei tempi, con attenzione a ciò che lo Spirito ha da dire alle nostre Chiese (cf Apocalisse) attraverso questi giovani che vengono da lontano.
    Ma quanti sono questi giovani? La domanda rinvia a una domanda previa: quanti sono gli immigrati oggi in Italia?

    Le dimensioni del mondo migratorio

    Sfogliando le oltre 500 pagine del «Dossier Statistico Immigrazione», giunto nel 2005 alla 15.a edizione, la domanda trova risposte abbondanti, anche se non pienamente esaurienti. Fonti autorevoli, riprese anche da organismi della S. Sede, informano che i migranti nel mondo oggi sono circa 175 milioni, cui sono da aggiungere i rifugiati e richiedenti asilo, gli sfollati e i migranti interni che si spostano da una regione all’altra del medesimo Paese; c’è poi la grande massa degli irregolari o clandestini, che non sono un privilegio dell’Italia: negli USA i messicani in condizione di irregolarità sono cinque milioni, la vicina Spagna ha concluso nel giugno 2005 la sua maxi-regolarizzazione che ha interessato 700.000 stranieri; se la Germania adottasse un simile provvedimento probabilmente tale numero si raddoppierebbe. Ce n’è abbastanza per dire che di fatto su scala mondiale la quota 200 milioni di gente che vive, anzi che è costretta, nel più dei casi, a vivere fuori del proprio Paese, è abbondantemente superata. L’Unione Europea dei 15 nel 2004 rasentava i 20 milioni di stranieri; con l’estensione dell’Unione ad altri 10 Paesi tale cifra non è di molto aumentata, ma ci si domanda che cosa avverrà dei Paesi dell’Est quando sarà liberalizzata la circolazione della manodopera.
    E l’Italia? Per oltre un secolo, fino agli anni ’70, essa ha sperimentato un’emigrazione che ha portato fuori della Penisola quasi 30 milioni di nostri connazionali; i demografi più accreditati dicono che i discendenti di italiani oggi nel mondo sono sui 60 milioni, mentre quelli con nazionalità e passaporto italiano sono sui 4 milioni. Da circa un trentennio l’Italia, classico Paese di emigrazione, è diventato Paese di immigrazione extracomunitaria.
    Da circa 35 anni si è cominciato a percepire che la presenza straniera «extracomunitaria» cominciava a presentarsi non come fatto sporadico ma come fenomeno di massa, che tuttavia non superava le 200.000 presenze; nei due ultimi decenni dei secolo scorso e nel triennio del nuovo secolo il fenomeno migratorio è progredito annualmente quasi al ritmo medio di 100.000 unità; quindi nel 2003 si è avuto un anomalo balzo in avanti a motivo della regolarizzazione di cui hanno beneficiato circa 650.000 lavoratori stranieri; secondo i dati ufficiali nel 2003 si è saliti a 2.193.999 e l’anno successivo a 2.319.000; ma, secondo il Dossier, tali numeri devono essere rispettivamente aumentati fino a 2.598.000 e 2.786.000, per includervi i minori al di sotto dei 14 anni non provvisti di proprio permesso di soggiorno perché iscritti in quello dei genitori. Ci domandiamo: per la fine del 2005 a quale quota si è arrivati? Sommando i nati in Italia da almeno un genitore straniero (48.000) e i nuovi ingressi non stagionali (131,000, di cui 87.000 per ricongiungimento familiare), si è giunti certamente attorno ai 3.000.000.
    Tuttavia, per avere un quadro più completo delle presenze straniere, si devono aggiungere altre categorie di persone, in particolare gli irregolari o clandestini, i quali – benché non quantificabili – sono senza dubbio presenti in ragione di diverse centinaia di migliaia; infatti la sacca dei «sans papier» non si è per nulla prosciugata con l’ultima sanatoria, al contrario sta rapidamente ricostituendosi; e per la Chiesa questi irregolari non sono meno oggetto di attenzione di chi è regolare; vanno poi aggiunti quanti hanno ottenuto cittadinanza italiana (si tratta, secondo i dati del censimento 2001, di 286.000 casi, di cui 111.000 negli ultimi 13 anni, 13.400 nel 2003) o sono figli adottivi o sono nati da una delle ormai numerose coppie miste: costoro, benché siano a pieno titolo cittadini italiani, rivelano non solo nei tratti somatici di avere un’origine e una struttura di personalità diversa dagli italiani. Da tutto questo non può prescindere la cura pastorale.

    Qualche nota aggiuntiva sulla presenza immigrata

    Su questi circa 3.000.000 di stranieri (solo 150.000 sono dell’U.E.) qualche rapido flash.
    * I Paesi di provenienza sono 191, ma a 30 di questi va attribuito l’80% delle presenze. Sono in testa Romania (239.000), Albania (233.000), Marocco (227.000), a notevole distanza seguono Ucraina (112.000), Cina (100.000), Filippine (73.000), Polonia (65.000), Tunisia (60.000). Queste cifre vanno poi maggiorate per includervi gli inferiori di 14 anni.
    * Quanto ai continenti, all’Europa vanno attribuiti 1.289.000 (il 48%, di cui solo il 7% costituito da comunitari), all’Africa 647.000, all’Asia 472.000, all’America 314.000, all’Oceania 7.000. Si è avuto in questi ultimi anni un vertiginoso aumento di provenienze dall’Est Europeo.
    * Si va verso un equilibrio tra i sessi, essendo scesi i maschi al 51,6%; un equilibrio statistico e globale, ma illusorio se si guarda all’interno delle singole nazionalità, infatti forte è la prevalenza dei maschi per quasi tutti i Paesi africani; al contrario per molti Paesi dell’America Latina, per le Filippine e l’Ucraina la prevalenza, anche in ragione di due terzi o di tre quarti, va alle donne.
    * Continua ad aumentare il numero dei coniugati grazie ai matrimoni celebrati in Italia e ancor più ai ricongiungimenti, che dopo il 2000 hanno superato le 60.000 unità annue e le 87.000 nel 2004.
    * Quanto a ripartizione territoriale, il 60% degli stranieri risiede al Nord, poco meno del 30% al Centro e qualcosa di più dell’11% al Sud e Isole. A capolista delle regioni sta la Lombardia (652.000), seguita dal Lazio (389.000), dal Veneto (286.000) e da Emilia-Romagna (284). Ma la Provincia più popolata di stranieri è Roma (340.000), segue Milano (308.000); anche Torino e Brescia superano le 100.000 unità.
    * Motivi di presenza in Italia: nel 2003 gli immigrati per lavoro 1.450.000 (66%), 532.000 per ricongiungimento alla famiglia (con possibilità di lavorare), per studio 43.000 e 54.000 per culto o motivi religiosi. Come rifugiati o per asilo e per richiesta di asilo erano rispettivamente 6.700 e 10.500: un numero che non fa onore all’Italia!
    * È utile tenere presente che nel corso di sedici anni, dal 1986 al 2002 si sono avute cinque regolarizzazioni o sanatorie, a seguito di cinque interventi legislativi sull’immigrazione: le prime quattro, in regime di centro-sinistra, hanno fatto emergere dalla irregolarità di soggiorno e di lavoro oltre 800.000 extracomunitari; l’ultima, legata alla legge 189/2002 voluta dal centro destra, circa 700.000, per un totale di 1.500.000 lavoratori che bene o male hanno trovato occupazione. Una più larga programmazione degli ingressi regolari per lavoro avrebbe evitato questa odissea per gli stranieri e questo trauma sociale nocivo per la pacifica convivenza e per l’ordine pubblico.
    * Il mercato di lavoro continua ad attirare: gli immigrati costituiscono quasi l’8% delle forze lavoro e l’80% nella collaborazione familiare, il settore maggiormente interessato alla manodopera straniera, come si ha conferma anche dall’ultima regolarizzazione.
    * L’immigrazione pertanto prende sempre più un carattere strutturale, stabile e «familiare»: già il censimento del 2001 rilevava che il 60% degli stranieri era qui da oltre 5 anni, il 30% da 10 anni; nel 2004 il 10% ha acceso un mutuo per comperare la casa, 180.000 erano titolari d’impresa, tutti segnali forti di una stabilizzazione del progetto migratorio.
    * Quanto alle classi di età, secondo il Dossier nel 2003 i minori erano 412.000 pari a poco più del 15% del totale immigrato; per il 2004 vi sono da aggiungere i 48.000 nati in Italia durante l’anno e gli ingressi per ricongiungimento con la famiglia; si giunge così a 491.000 (ma si tratta di una stima, non di un computo esatto). Il 58,5% (1.457.000 in cifra assoluta), si trova fra i 19 e 40 anni, il 21% fra i 40 e 60, gli ultrasessantenni sono soltanto il 4,8%, mentre questa fascia di età include il 24% della popolazione italiana. Insomma quasi l’80% degli stranieri non ha ancora 40 anni.
    * In una scheda allegata al Dossier Statistico Immigrazione 2005 si prevede che «fra dieci anni gli immigrati saranno 6.000.000 e più in là potranno arrivare a un sesto della popolazione».

    Il mondo degli adolescenti e dei giovani

    Basterebbe il quadro appena presentato per concludere che in immigrazione ci si trova di fronte a una popolazione relativamente giovane, decisamente più giovane di quella italiana. Per averne conferma, basta gettare lo sguardo anche di sfuggita sui gruppetti di stranieri nelle grandi piazze nelle nostre città il giovedì pomeriggio o sulle code che si formano in certi periodi davanti alle questure o sulla massa di cattolici romeni che si accalca di domenica nella vasta chiesa di S. Maria in Campitelli a Roma. Dunque una popolazione relativamente giovane quella straniera, in netto contrasto con quella italiana. Non si può infatti non prendere atto che noi italiani ci si trova sulla china di un invecchiamento e di un calo demografico preoccupante e che nei prossimi decenni l’immigrazione giocherà un ruolo di riequilibrio sempre più urgente e necessario. Non è il caso di riportare le proiezioni anagrafiche elaborate per il caso italiano dall’ONU, dall’Eurispes e dall’Istat fino all’anno 2020 o 2050: benché non concordanti tra loro, tutte pongono davanti a problemi inquietanti e alla richiesta di un flusso migratorio compensativo che è destinato a cambiare profondamente il volto della società italiana, anche se è indebito parlare di invasione. Guai per noi se non si tiene presente questa realtà già in atto o alle porte e se non ci si predispone fin da subito a integrare armoniosamente presenza italiana e straniera, a cominciare dalle prime fasce di età.
    Tradurre in numeri questa popolazione giovane è assai problematico e ci si deve accontentare di cifre approssimative, attinte da diverse fonti.
    Disponiamo del numero esatto se ci si riferisce agli alunni stranieri nelle scuole italiane: secondo i dati ministeriali, nell’anno 2004-2005 erano 362.000 con un aumento di 80.000 unità rispetto all’anno precedente e oltre il raddoppio rispetto all’anno 2000-2001. Dunque è un ritmo di crescita molto veloce, che ha già portato al 3,5% la presenza straniera nelle scuole italiane. Arrotondando le cifre, diciamo che il 20% di trova nella scuola d’infanzia, il 40% nella primaria, il 25% nella secondaria di 1° grado, il 15% nella secondaria di 2° grado. E questa presenza nelle scuole non è più prerogativa di alcune grandi città, ma si è fatta capillare e sta maturando l’esigenza non solo di una specifica attenzione a questa minoranza ma di una reimpostazione di metodo e di contenuti di tutta la scuola italiana in chiave interculturale.
    Abbiamo dato il numero degli alunni nelle scuole; notevolmente superiore però è il numero complessivo degli adolescenti al di sotto dei 18 anni perché include i bambini dei primi tre anni, come pure chi non frequenta la scuola materna e la secondaria di 2° grado, che sono facoltative. Il numero complessivo dei minori da zero a diciotto anni non ci viene dato nemmeno dal Ministero dell’Interno, perché – come si è detto – i figli al di sotto dei 14 anni sono quasi sempre inclusi nel permesso di soggiorno dei genitori. Comunque, come già accennato, questi minori sono sul mezzo milione e la previsione del Dossier è che aumentino al ritmo di 100.000 all’anno.
    E quanti sono i giovani al di sopra del 18 anni? Qui il calcolo si fa ancora più incerto, ma non manca un punto chiaro di riferimento. Gli stranieri fra i 19 e 40 anni sono 1.520.000 e c’è motivo di ritenere che fra questi siano almeno 800.000 quelli al di sotto dei 30 anni e 600.000 al di sotto dei 25 anni. Ne è conferma il fatto che l’età media dei lavoratori dipendenti regolarizzati col provvedimento del 2002 avevano l’età media di 28,5 anni, mentre le colf superavano di poco la media dei 30 anni.
    Quindi, tra minore e maggiore età, gli stranieri con meno di 25 anni si possono calcolare sul milione, al di sotto dei 30 anni sul milione e duecentomila. Vanno poi tenute presenti le situazioni molto diverse:
    – chi è entrato in Italia assieme ai genitori o li ha raggiunti in un secondo momento: questi possono essere detti «immigrati di prima generazione»;
    – chi «immigrato» non è, perché nato in Italia da genitori stranieri, anche lui «straniero di seconda generazione»;
    – chi, adottato o nato da coppia mista italiana-straniera, è «cittadino italiano», benché porti più o meno evidente l’impronta della sua origine mista.
    Come si è già detto, verso tutti va l’attenzione della Chiesa, in particolare della pastorale giovanile.
    Quale l’appartenenza religiosa di questi stranieri? La Migrantes, apportando qualche modifica al Dossier, stima che circa il 28-29% degli stranieri sia cattolico, il 20% ortodosso, il 4% protestante, per un totale del 52-53% di cristiani; il 31-32% va attribuito ai musulmani; per il 15-17% sono di religione orientale o animisti o di nessuna religione. In cifre assolute su 3.000.000 di stranieri si ha all’incirca: 1.600.00 cristiani (di cui 870.000 cattolici, 600.000 ortodossi, 130.000 protestanti), 950.000 musulmani, 450 di altra o di nessuna religione.
    Quanti i cattolici fra i giovani stranieri? Per i minori, la percentuale del 28-29% sopra riportata dev’essere un po’ ridotta, dato che i ricongiungimenti familiari e di conseguenza le nascite fra gli stranieri di area cattolica sono notevolmente inferiori di quelli di area diversa, in particolare dell’area musulmana. L’ipotesi più probabile è che i cattolici stranieri al di sotto dei 18 anni siano 150.000 unità. Fra i giovani passati alla maggiore età non c’è motivo per un simile ridimensionamento, perciò si può ipotizzare che essi siano circa 200-250.000.

    Un impegno preliminare: apertura al diverso, all’intercultura

    Diamo per scontato che l’evangelizzazione sta al vertice e dà l’impulso vitale a ogni iniziativa della pastorale, anche in campo migratorio. Questa azione pastorale però va incarnata nella situazione concreta, esistenziale di ogni individuo, tiene conto pertanto della lingua, cultura, provenienza e storia del migrante, tanto diversa dalla nostra; e questo sia per un efficace servizio fatto su misura della sua personalità, sia per un arricchimento della nostra società, destinata a non chiudersi nel guscio della sua monocultura, ma ad aprirsi all’incontro e al confronto col diverso; tanto più che alternativa all’incontro non è l’indifferenza, la neutralità, l’apartheid ma lo scontro. Non è dunque sufficiente l’accettazione passiva e rassegnata, occorre l’accettazione attiva e fiduciosa, la decisa volontà di gestire questa novità e valorizzarla nel modo migliore, di modo che il fenomeno introdotto dalle migrazioni da multiculturale diventi inter-culturale, fecondazione reciproca delle culture, patrimonio e arricchimento comune. Non si tratta di rinunciare alla propria identità, tanto meno a quella religiosa, anzi il confronto col diverso richiede di approfondirla: solo fra due identità ben definite e forti può realizzarsi l’autentico confronto, senza che questo degeneri in assimilazione forzata o pericoloso ibridismo. La propria identità o personalità non è un blocco impenetrabile, è invece come il corpo vivente, che assorbe, si nutre, si sviluppa, senza alienarsi: rimane sempre se stesso.
    I giovani sono particolarmente aperti a questo dinamismo proprio dell’interculturalità, perché la loro persona, per quanto matura, non è irrigidita e impermeabile, ma ricettiva e proiettata verso la novità che non sia rinnegamento di quanto si è già. Essi inoltre hanno più occasioni degli adulti per l’incontro con gli altri e per aprire al pluralismo culturale il proprio ambiente.
    Questo è un obiettivo tutt’altro che evanescente e astratto; prima ancora che portare all’azione esterna, apre un orizzonte interiore, profondamente ispirato ai valori cristiani; e quanto più ci si addentra, tanto più si scopre che c’è bisogno di una educazione profonda: non è un atteggiamento che scatti automaticamente o sia frutto di un volontarismo acritico; educazione che comporta una specie di conversione che, per quanto gioiosa, non è per nulla indolore.
    Chi prende sul serio questa avvincente ma ardua avventura, si rende conto che è necessaria anzitutto una riflessione approfondita sulla vasta gamma di sentimenti e comportamenti possibili di fronte al pluralismo etnico-culturale: quelli in negativo, come intolleranza, sospetto, fastidio, rifiuto del diverso, xenofobia e razzismo; e quelli in positivo come tolleranza, coesistenza pacifica, accoglienza, comunione, convivialità delle differenze. È importante poi verificare quali di questi atteggiamenti maggiormente emergono nell’ambiente in cui viviamo, anzi la prima verifica va fatta su noi stessi, sulle nostre impazienze e reazioni istintuali, sugli umori e sulle stesse parole che abitualmente usiamo nei confronti degli stranieri. Vanno poi colte con attenzione e analizzate le buone prassi.
    Rimarrà come una pietra miliare nell’educazione a questo pluralismo interetnico il Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata della Pace del 2001: «Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace». È significativo che nei Messaggi degli anni successivi per la Giornata Mondiale delle Migrazioni egli riprenda il medesimo tema, applicandolo naturalmente alla situazione migratoria: «Migrazioni e dialogo inter-religioso» (2002), «Impegno a vincere ogni razzismo, xenofobia e nazionalismo esasperato» (2003), «Migrazioni in visione di pace» (2004) e finalmente quello del 2005, quasi alla vigilia della sua morte: «Migrazioni e dialogo interculturale».

    Immigrati nella pastorale giovanile

    I giovani immigrati offrono ampio spazio alla pastorale giovanile, quali destinatari di questa pastorale, siano essi o non siano cattolici; se cattolici, potranno poi diventare anche soggetti attivi, veri protagonisti.
    Non sono rari i casi come quello di Madalena battezzata a 16 anni a Blinisht in Albania, giunta a una specializzazione in pedagogia qui in Italia, che diventa catechista in una parrocchia del Molise e mediatrice culturale nel locale distretto scolastico; né il caso di Cesar, fuggito tre anni fa dalla Colombia con tutta la famiglia, accolto a braccia aperte nell’ambiente parrocchiale, sportivo e scolastico di Lodi, che ora, inserito nel gruppo di Azione Cattolica, spende le ore libere della domenica a fare i servizi più vari in una casa di accoglienza per immigrati, adducendo una motivazione molto semplice che ne nasconde una più profonda: «Sono stato molto aiutato, io e la mia famiglia; perché ora non dovrei aiutare altri?».
    Si tenga però presente che questi giovani spesso non hanno ancora acquisito una loro identità, un po’ rivolti indietro verso il Paese di origine proprio o dei propri genitori, un po’ proiettati in avanti verso la nuova società in cui ormai sono immersi. Questa doppia appartenenza può configurarsi come un reale vantaggio (tale è, ad esempio, il bilinguismo), ma pure come una dissociazione interiore, quasi si trovino seduti su due sedie.
    Tale situazione tende a favorire l’isolamento perché non si sentono alla pari degli altri italiani e forse, con questo complesso di inferiorità, vivono talora l’ulteriore complesso, più suggestione che realtà, della freddezza e del rifiuto da parte italiana; viene allora istintivo tentar di aggregarsi fra «connazionali», fatto positivo in se stesso, che però può comportare il pericolo di accentuare la segregazione dal mondo giovanile italiano. La pastorale giovanile non può star a guardare, in attesa che da quella sponda finalmente ci si muova verso la propria; si dovrà prendere iniziativa per rompere il ghiaccio e muovere i primi passi, incoraggiando così chi sta sull’altra sponda a fare altrettanto.
    Luoghi e occasioni d’incontro possono essere tanti, quelli informali, come la scuola, il lavoro, il divertimento, la strada, e quelli formali, strutturati: pensiamo ai gruppi sportivi, teatrali, culturali, i gruppi scout, l’oratorio parrocchiale, tutti luoghi aperti anche a chi non è cattolico; e poi, per chi è della nostra stessa fede, il gruppo liturgico, la schola cantorum, la Caritas, il Centro di ascolto, il circolo Acli, il consiglio pastorale diocesano. Ripeto: difficilmente lo straniero busserà a queste porte, qualcuno gliele deve aprire e, magari, nello spirito evangelico, «spingere ad entrare».
    Ci sono poi casi di penosa emergenza, come di chi è in condizione di irregolarità per soggiorno, di chi entra nella categoria dei «minori non accompagnati» o delle giovani straniere, anche in minore età, che sono soggette alla tratta a scopo di abuso sessuale. Occorre un particolare coraggio e carisma per affrontare queste scabrose situazioni, ma spesso tra i nostri giovani non c’è limite alla «fantasia della carità» e sono capaci di contagiare anche i giovani non italiani.

    «Guai a me se non evangelizzo»

    Si diceva più sopra che l’evangelizzazione sta al vertice delle intenzioni e delle programmazioni per il credente in Cristo.
    Non occorre spendere parole per riaffermare che lo spirito autenticamente evangelico tiene lontano da ogni forma di proselitismo. Cristo merita qualcosa di più della semplice propaganda, merita la testimonianza e, data l’occasione, l’annuncio diretto. Il calore della schietta amicizia con chi è diverso e viene da lontano è la più bella testimonianza e può predisporre all’annuncio diretto. Se chiedi a qualche giovane immigrata o immigrato che si è accostato durante la Veglia pasquale al fonte battesimale (e questi casi non sono più un’eccezione) che cosa lo ha indotto a intraprendere il cammino del catecumenato, con molta probabilità non parlerà di una folgorazione soprannaturale, ma del sorriso tanto naturale e cordiale di un amico, di un’amica. Qualcosa di interessante da dire avrebbero anche quei giovani operai di altra fede che sono rimasti colpiti dalla vivacità del discorso in difesa dei lavoratori stranieri fatto da giovani italiani in sede sindacale o di consiglio di fabbrica e hanno chiesto di poter partecipare anche loro ai periodici incontri sulla «evangelizzazione del mondo del lavoro».
    È di qualche mese fa la Nota Pastorale dei Vescovi Italiani: «Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia». Si sa che, almeno nella Chiesa italiana, i giovani sono particolarmente aperti e sensibili all’animazione missionaria della Chiesa locale, senza di loro forse si dissolverebbero i gruppi missionari parrocchiali, quelli almeno che vanno ben oltre la raccolta delle offerte per la giornata missionaria. Sono essi che devono cogliere il crescente fenomeno dell’immigrazione come una crescente occasione per rendere più missionario il volto della loro parrocchia. Se è vero che «la fede si rafforza donandola» (Redemptoris Missio, n. 2), quanto più i nostri giovani e rispettivi gruppi giovanili fanno delle migrazioni un nuovo «areopago» di evangelizzazione», tanto più predispongono per loro stessi e per la loro Chiesa locale la nuova «primavera di fede».