DOSSIER
Immigrazione e pastorale giovanile /2: buone prassi
Seconda parte: IMMIGRAZIONE E PG: BUONE PRASSI
(NPG 2006-05-23)
Questo è il «cuore» del dossier, per questo uno sviluppo lungo e vario, con la presentazione di prassi concrete di accoglienza, cammini di integrazione, cittadinanza, di missionarietà.
Nella nostra prospettiva, le esperienze concrete - come risposte ai problemi e ai bisogni, come concretizzazione di un intelligente uso di risorse (di denaro, di persone e di strutture, di intelligenza e buona volontà, di capacità prospettali e gestionali… di coordinamento tra i vari soggetti a vario titolo interessati, sempre per una comune condivisione di senso di civiltà e di diritti dell’uomo) - sono insieme possibili modelli di azione ma anche laboratorio culturale per una miglior comprensione e azione, per superare stereotipi e per avviare azioni più incisive, più proficue.
Buone prassi ce ne sono a iosa, decisamente più di quante riusciamo a recensire o anche solo a segnalare.
Per questo i racconti che seguono hanno già il peccato di origine di essere state scelte (sulla base di conoscenze personali e suggerimenti di esperti… ma anche della capacità di essere raccontate in tempo utile). Volevamo abbondare in queste, e poi rifletterci sopra per cogliere modelli, letture dei bisogni, modi di risposte. Per prendere atto anche della creatività del «bene», da qualunque soggetto provenga, e insieme anche per avvertirle come gocce in un oceano nel mare delle necessità, ma come gocce che insieme possono formare ed esprimere un oceano di solidarietà.
L’elenco che presentiamo è variegato, ed esprime diversi soggetti proponenti, diverse progettualità, modalità di realizzazione.
Esprime soprattutto (data la natura della nostra rivista) soggetti ecclesiali (diocesi e istituti religiosi, soprattutto salesiani e scalabriniani, ma nello scorso dossier abbiamo ricordato anche i comboniani…), soprattutto perché il tema dei giovani è in essi intenzionalmente presente, a livello di carisma istituzionale. Ed esprime progetti ad ampio raggio, anche se ci rendiamo conto che in molte realtà già un primo servizio accoglienza, qualche sportello informativo e assistenziale, o doposcuola linguistici sono quanto mai preziosi.
Sarà una presentazione certamente parziale (ma non partigiana), ma offrono una progettualità che riteniamo prezioso descrivere e su cui confrontarci.
E, lo diciamo francamente ai lettori, vorremmo qui iniziare un qualcosa che non si chiude qua. Vorremmo presentare ulteriori nuove buone prassi, se ci vengono segnalate o inviate: tutte con lo scopo di ampliare la fantasia della carità, di aprire all’azione anche altre realtà meno progettuali o maggiormente in difficoltà, perché appunto quello degli immigrati (soprattutto giovani) è un nuovo immenso campo di pastorale giovanile, verso cui sarebbe «delittuoso» chiudere gli occhi.
UNA COMUNITÀ A COLORI
Percorsi di integrazione per minori stranieri a Torino, Roma, Foggia, Palermo, Siracusa
A cura di Domenico Ricca
Il progetto «Una comunità a colori» è stato realizzato dalla Federazione SCS/CNOS con il contributo del Ministero del lavoro e politiche sociali, con i fondi nazionali per l’Associazionismo di promozione sociale (art. 12, lettera F, legge 7 dicembre 2000, n. 383, laddove si parla di « progetti sperimentali… per far fronte a particolari emergenze sociali e per favorire metodologie di intervento particolarmente avanzate»). È un’azione «pilota» che intende sperimentare e monitorare un nuovo modello di intervento in riferimento al fenomeno migratorio, con l’obiettivo allargato di abilitare comunità e territorio alla produzione e condivisione di un sapere condiviso» sulla realtà dell’intercultura, in vista della costruzione di spazi nuovi dell’incontro, della relazione, delle possibili amicizie.
Il progetto nasce da tre istanze di diversa indole; sbrigativamente le possiamo definire: sociologica, carismatica, educativa.
Esso nasce anzitutto dall’incontro con la realtà. Nelle strutture delle comunità salesiane (centri diurni, centri aggregativi, centri giovanili) e in particolare nelle realtà del terzo settore associate sono inseriti, in attività di tempo libero e sportive, minori immigrati. Ma ogni educatore avverte la necessità di passare da un’accoglienza di fatto ad un percorso di integrazione che riconosca la diversità delle culture e permetta di visibilizzare questi soggetti agli altri, alla comunità in generale, e di giungere in concreto a considerare la diversità una risorsa e non (solo) un problema.
L’altro polo di riferimento è quello «carismatico» e si rifà alla memoria salesiana. L’attenzione per gli immigrati, soprattutto per i giovani, rientra pienamente nel carisma del Fondatore. L’immigrazione è una realtà che non lascia indifferenti chi si interessa dei giovani, poiché strutturalmente porta a situazioni di disagio generalizzato, generando così nuove forme di povertà, che richiedono ulteriormente nuove forme di presenza educativo-pastorale. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione e alle sue sfide, Don Bosco ha saputo offrire risposte. E anche oggi vengono sollecitate esperienze concrete di attenzione ai più bisognosi e una crescita di opere specifiche in risposta alle situazioni di maggiore problematicità.
L’attenzione educativa viene caratterizzata poi dalle difficoltà dell’inclusione per i minori stranieri. Gli esperti di politiche sociali, di pratiche di cittadinanza e di percorsi di inclusione nelle nostre metropoli vedono con occhi nuovi la modalità di intervento per arginare l’esclusione. Le politiche dell’integrazione si fanno in due: l’integrato e chi integra. L’integrazione bisogna inseguirla partendo dalla realtà del rifiuto della tolleranza. Pertanto la reazione degli inclusi oggi va presa sul serio, e non solo bollarla come intolleranza, razzismo. Nelle nostre città negli ultimi anni si è rotto il patto tra gli inclusi e gli esclusi, è aumentata la quantità dei marginali e degli esclusi, ma contestualmente è aumentato il livello di vicinanza tra diversi. Gli esclusi hanno rotto gli argini, è cresciuto il livello di contiguità fisica tra inclusi ed esclusi. Questo ha portato ad un aumento del livello di paura perché a questa vicinanza non si è del tutto preparati.
Il fenomeno dell’immigrazione con una costante crescita di ingressi impone la necessità di interventi mirati. Complici il terrorismo e l’attuale crisi economica, lo straniero viene sempre più guardato con diffidenza e visto come pericolo.
Da qui il bisogno di diffondere una diversa cultura e sensibilità che portino i cittadini italiani a vedere la presenza immigrata come un importante apporto culturale, economico, di umanità, per il nostro paese.
«Ecco: quella gente che arriva da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario» (don Bosco).
L’ottica: l’integrazione possibile
Come si vede, l’obiettivo dell’integrazione ai livelli di cui si è detto e soprattutto nella dinamica tipica della prevenzione, esige non solo di attivare processi di integrazione e di coinvolgere tutti i possibili soggetti, ma un ripensamento del concetto stesso di integrazione.
Confrontandoci con gli studi del fenomeno dell’immigrazione con i correlati problemi sociologici e culturali, e in particolare con le pista di riflessione delineate da Maurizio Ambrosini dell’Università di Genova, definiamo anzitutto l’integrazione come un processo multidimensionale e interattivo, volto alla minimizzazione dei conflitti e alla massimizzazione del benessere per tutti i soggetti coinvolti. Ecco alcune necessarie specificazioni.
L’integrazione è anzitutto un processo. Non è un dato acquisito in partenza, ma il risultato di un cammino di inserimento sociale e apprendimento culturale che può seguire sentieri diversi.
L’integrazione poi è un concetto articolato in diverse dimensioni o componenti che interagiscono tra loro e si chiamano reciprocamente in causa, per cui è necessario operare in diversificate direzioni.
L’integrazione infine ha essenzialmente un carattere interattivo a livello relazionale e sociale, dove sono chiamati in causa non solo gli immigrati, ma anche i membri della società ricevente, come soggetti attivi della costruzione di una convivenza pacifica e reciprocamente arricchente. L’integrazione dei nuovi arrivati può avvenire infatti soltanto se trova un contesto capace di integrare: quindi anzitutto disponibile ad includere gli outsider nel sistema dei diritti fondamentali e dei benefici che spettano ai cittadini, in cambio del rispetto delle regole di convivenza e dell’impegno alla partecipazione attiva, nella misura delle proprie possibilità, alla produzione della ricchezza che consente di generare benessere e sicurezza sociale per tutti. Senza cancellare la distinzione tra cittadini e immigrati, e senza eludere i nodi conflittuali con cui una società più aperta e pluralistica dovrà fare i conti, una tale prospettiva sembra - allo stato delle cose - l’unica capace di contemperare i diversi interessi in gioco.
Il progetto ha coinvolto (ma lo ripetiamo, intende sperimentare la possibilità di lavorare e intervenire con una mentalità nuova da «contagiare» in ogni opera salesiana) cinque città e in essa cinque comunità: Torino (l’Oratorio salesiano della Crocetta, in una zona ad alta percentuale di stranieri, senza etnia prevalente e dunque con maggiore spinta all’integrazione), Roma (la comunità Borgo Ragazzi Don Bosco, per la zona VI e VII Municipio, sulla Prenestina, zona ad alta densità di immigrati prevalentemente asiatici e africani), Foggia (l’Associazione «Comunità sulla strada di Emmaus», in particolare con esperienze già collaudate di integrazione di profughi albanesi), Palermo (il Centro salesiano di Villaura, nella I e V Circoscrizione) e Siracusa (l’Associazione «Padre Alberto», in particolare nei quartieri-ghetto della periferia urbana): contesti diversi per poter verificare l’adattabilità del modello progettuale a differenti realtà del territorio.
La metodologia
Sulla base di quanto affermato sopra sulla nostra comprensione di integrazione, iIl progetto è stato scandito in due tempi, che contemplavano due metodologie o due attenzioni:
* Lavorare con gli «inclusi»: le famiglie, la scuola, gli animatori e volontari, le realtà di aggregazione degli italiani per offrire le opportunità necessarie agli immigrati - i minori e le loro famiglie - di integrarsi, ovvero trovare spazio e identità. Un’azione congiunta sul mondo dei ragazzi e sul mondo degli adulti, attraverso:
- sensibilizzazione della comunità locale attraverso attività di informazione/formazione sulla realtà dell’immigrazione, gli sviluppi e i limiti della nuova legge, i risvolti sui minori (art. 25 Legge 30 luglio 2002, n.189 Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo);
- formazione degli educatori (e altri operatori e volontari) sui temi dell’immigrazione, dell’intercultura e della legislazione di riferimento;
- realizzazione di momenti di visibilità dell’iniziativa con giornate di feste interculturali nei centri, con dibattiti, seminari e convegni.
* Lavorare con gli esclusi: l’intervento con e per i minori stranieri non vuole essere nella logica di offrire servizi, quanto di favorire lo sviluppo di comunità. Un concetto di comunità non restrittivo, non riconducibile al puro ambiente dell’Associazione, dell’Oratorio, del Centro giovanile. Ma una comunità dai confini più vasti: il territorio, il quartiere, la città che si abita. Comunità intesa come nuova modalità di declinare la prevenzione, come soggetto ricco di risorse e competenze da attivare. Erano previste le seguenti attività:
- accompagnamento dei minori stranieri attraverso figure educative e mediatori culturali in un lavoro di rete con le diverse realtà istituzionali e associative operanti sul settore nel territorio: collegamento con le scuole (specie elementari e medie), con l’ufficio stranieri dei comuni di riferimento, con la Caritas Migrantes e associazioni di immigrati;
- contatti, conoscenza, scambi culturali con le associazioni e i gruppi informali di stranieri presenti nella comunità locale;
- creazione di sinergie e reti a favore dei minori stranieri tra i soggetti del progetto: centri (nelle loro diverse articolazioni) - comunità territoriale - stranieri (minori - famiglie - associazioni).
Il progetto prevedeva inoltre un’azione di monitoraggio in itinere, che intendeva verificare e valutare l’andamento del progetto rispetto agli obiettivi dati e l’impatto complessivo del progetto stesso nei confronti dei diversi attori della comunità locale (responsabili dei centri operativi, responsabili di enti di terzo settore, amministratori pubblici, destinatari diretti del progetto).
Il sistema di monitoraggio ha considerato sia misure di processo (con lo scopo di verificare l’andamento del progetto rispetto agli obiettivi dati) che misure di esito (con lo scopo di valutare l’impatto complessivo del progetto rispetto ai possibili cambiamenti nei programmi e nelle pratiche della comunità locale): raccolta di dati, incontri con i destinatari e testimoni privilegiati, incontri dell’équipe nelle varie fasi…
Attraverso la metodologia del lavoro di comunità si è cercato inoltre di creare una rete informativa e operativa tra enti privati, scuole, associazioni del terzo settore, in grado di cooperare attivamente per andare incontro alle necessità determinate dal fenomeno migratorio.
SCHEDA
LA METODOLOGIA DEL PROGETTO
Il progetto «Una comunità a colori» ha adottato come metodologia d’intervento quell’insieme di teorie e strategie operative che prendono il nome di sviluppo di comunità: una particolare strategia di cambiamento che tende a migliorare la qualità della vita dei soggetti che vivono in una comunità e quindi accrescere la capacità degli stessi di risolvere i loro problemi e di soddisfare i propri bisogni.
Applicata al contesto specifico del progetto, questa prospettiva ha assunto le seguenti caratteristiche:
1. CRITERI ERMENEUTICI:
- centrare l’analisi sulle risorse, sulle possibilità, piuttosto che sui bisogni, problemi, difficoltà…
- considerare nella comunità locale non solo le risorse materiali e formali, quanto quelle immateriali ed informali;
- assumere una prospettiva di lungo termine;
- produrre, a livello locale, legami e relazioni che promuovano processi di identificazione e contrastino la dissoluzione delle appartenenze tradizionali.
2. ASPETTI METODOLOGICI:
- un approccio preventivo: l’importanza di una attenta analisi preventiva delle diverse comunità che tenga conto di una forte lettura antropologica-culturale oltreché psico-sociale;
- una conoscenza ravvicinata: la centralità di una attività di ricerca che consenta di individuare le strutture organizzative (formali e informali) che caratterizzano le diverse comunità, con particolare attenzione alla dimensione della leadership;
- un contatto diretto: che consenta di attivare un rapporto diretto con i leaders delle comunità (o alcuni rappresentanti significativi);
- sviluppare contesti di partecipazione attiva e diretta attraverso la creazione di gruppi o di coalizioni impegnate su problemi portati dalle comunità di provenienza.
3. IL LAVORO DI COMUNITÀ IN UN CONTESTO MULTICULTURALE - CARATTERISTICHE SPECIFICHE:
- impegno per la promozione dei diritti di cittadinanza;
- sviluppare processi interculturali (riconoscimento reciproco, interazione fra diversi, scambio, ibridazione);
- prevenzione e contrasto dei fenomeni di xenofobia e di razzismo e superamento di stereotipi culturali;
- costruzione di un nuovo «senso di comunità» capace di includere le diversità in una più allargata percezione di sé e del mondo;
- favorire attraverso la partecipazione il «sentirsi parte di un insieme», di una società civile con regole comuni, da tutti rispettate e condivise, adatte a consentire una vita quotidiana più controllabile e gestibile. Nelle relazioni di comunità è infatti la fiducia l’elemento cardine per costruire reti di umanità che consentano il passaggio dalle solidarietà corte alle solidarietà lunghe. La fiducia è il bene relazionale che pone il sociale e le sue risposte alla portata delle persone e costituisce un orizzonte di senso per percorsi di vita significativi.
La realizzazione
Per la realizzazione del progetto, che ha avuto la durata di 10 mesi, la Federazione organizzatrice del progetto ha puntato al coinvolgimento delle comunità territoriali nell’inserimento dei minori immigrati all’interno del tessuto sociale.
Oltre 500 i ragazzi coinvolti nelle scuole e sul territorio, circa 125 docenti resi partecipi delle attività progettuali, 45 volontari impiegati nella loro realizzazione.
Nella seconda fase le attività interessano prevalentemente i minori e le famiglie straniere: 780 i minori contattati, circa 152 le famiglie di immigrati coinvolte. Oltre agli istituti scolastici e agli enti locali, sono stati coinvolti numerosi enti privati, associazioni del terzo settore che si occupano di immigrati, Caritas e altri enti federati all’SCS/CNOS, in un concerto di obiettivi e attività che non solo ha dato i risultati sperati entro il termine di scadenza del progetto, costituendo così un ottimo precedente di collaborazione, ma che ha fatto anche ben sperare per la costituzione sul territorio di reti operative efficienti.
In tutte le sue fasi il progetto ha visto inoltre impegnati prevalentemente operatori sociali, pedagogisti, mediatori linguistici che hanno coinvolto i ragazzi in attività di vario tipo: ludico-ricreative, gite, sport, doposcuola. Tale impegno era giustificato dal desiderio di creare un ambiente carico di relazioni umane positive nei centri partecipanti, far nascere nelle comunità territoriali un’attenzione maggiore verso i problemi connessi all’immigrazione e una maggiore capacità di dialogo e di apertura al diverso. Il grosso merito dell’iniziativa è stato proprio nel fatto che si esplica tra i minori stranieri ma è riuscita a rendere partecipi anche tutti i possibili soggetti con cui i ragazzi si trovano quotidianamente ad interagire.
Un interrogativo: il futuro delle seconde generazioni
Dalle testimonianze raccolte circa l’esito del progetto, si può dire che le comunità coinvolte sono diventate un punto di riferimento per molti giovani stranieri e che, sebbene sia un percorso molto lungo e faticoso, «la nostra gente stia iniziando ad accettare e considerare arricchente la presenza di culture diverse all’interno dell’ambiente dell’oratorio».
E domani?
C’è un futuro: per le nuove generazioni di immigrati, le seconde generazioni, e quale sarà?
Il cantiere, per così dire, è stato appena aperto e non è facile anticiparne gli esiti. I paesi europei di più antica immigrazione offrono diversi approcci, non necessariamente modelli da imitare. Tutti sembrano ancora alla ricerca di una strada.
Dati di ricerca ci dicono che la Francia, con politiche di tipo assimilazionista ha prodotto punti di forza nell’istruzione e nell’acculturazione, ma deficita di capacità di integrazione lavorativa. La Germania presenta discreti risultati occupazionali, ma scarsa capacità di integrazione sul piano legale e identitario. Pur con sensibili difficoltà, il modello inglese produce buoni risultati nel sistema formativo, ma ancora ineguaglianze a base etnica nel mercato del lavoro, mentre nel momento sociale riproduce le strutture delle minoranze.
Esisterà un paradigma nazionale italiano virtuoso?
L’Italia si presenta oggi ai nostri stessi occhi ambigua, fatta di omogeneità e diversificazione culturali, di secolarizzazione e di tradizionalismo, di diffusione del benessere e di ineguaglianze. Un’Italia incerta, demograficamente pigra eppure socialmente vitale. Senza tradizioni immigratorie esterne di lungo periodo, non senza memorie del proprio passato emigratorio, ed oggi sulla prima linea europea del controllo dei flussi immigratori irregolari.
Non priva di opportunità economiche per gli immigrati, ma secondo un modello di integrazione subalterna. Teoricamente non tentata da derive razzistiche, ma preoccupata dai rischi di radicalizzazione dell’islam immigrato e dalla criminalità di importazione.
Questa Italia cerca oggi una propria capacità di reazione, si sforza di superare l’emergenza, punta su un modello integrativo della prima generazione fondato sul lavoro, ma non dimentica l’importanza della mediazione del sistema scolastico e dell’integrazione nella polis democratica.
Avrà l’Italia le risorse finanziarie e di consenso politico per sostenere questi programmi? Crediamo di sì, almeno nel medio periodo.
La prospettiva europea ci aiuta. La costruzione e maturazione della cittadinanza europea, concetto in divenire che riesce a conciliare l’esistenza di un largo comune denominatore di diritti e di doveri con il rispetto per una pluralità di culture di appartenenza, è un buon punto di riferimento. Per noi europei come per le seconde generazioni immigrate.
Società e istituzioni conteranno quindi moltissimo. Senza dimenticare però che se l’individuo si costruisce nel sociale, tale costruzione è sempre una sintesi umana originale inscritta in una storia unica e irripetibile.
Intanto la scommessa continua…
LA CONVOCAZIONE GIOVANILE SCALABRINIANA «G.M. & B»
Gianni Borin
Era l’autunno 1998, mi trovavo a Parigi, dove, dopo aver partecipato ad un convegno, grazie ai fine settimana più o meno regalati dalle compagnie aeree, ho avuto la possibilità di stare tre giorni in più con i miei confratelli scalabriniani della Missione Cattolica Italiana. Ne ho approfittato per fare visita al rappresentante della Vita Religiosa nel Centro Nazionale Vocazioni della Francia. Si faceva ancora un gran parlare della Giornata Mondiale della Gioventù (JMJ) dell’anno prima e volevo sentire che segno aveva lasciato nella loro pastorale giovanile e vocazionale. Avevo ricevuto pochi mesi prima l’incarico di dar vita a Loreto ad un Centro di PG, che avesse un respiro europeo e scalabriniano.
Ricordo che quel padre gesuita sottolineò soprattutto l’importanza del cammino di fede, del servizio, della guida spirituale, di appuntamenti forti coniugati con la quotidianità. Ciò poteva sembrare «poco di nuovo», ma a motivo della diversità dei contesti, l’ho sentito come un incoraggiamento per il nostro cammino.
Ebbene, animato da questo incontro e con la lettura di qualche articolo di riviste e libri che avevo in valigia, ho cercato di concretizzare un’idea emersa nell’équipe degli animatori di PGV scalabriniana in Italia.
Faccio un passo indietro. Dal 1991 era iniziata un’esperienza forte di servizio-formazione. A Mezzanone, una piccola borgata a 12 Km da Foggia, ogni anno nel mese di agosto abbiamo allestito un campo di accoglienza per immigrati stagionali che convergono lì per la raccolta dei pomodori.
Nel 1994 abbiamo ospitato in un mese in quattro diverse strutture più di 600 immigrati di 24 nazionalità diverse. Un’esperienza molto forte, alla quale nel corso degli anni hanno partecipato centinaia di giovani in tutta Italia, e non solo, in turni di 8-10 giorni, spesso e volentieri ripetuti. Il servizio era caratterizzato da accoglienza, custodia (di giorno e di notte… in aperta campagna), pulizie, mensa, animazione dei ragazzi della borgata e ogni altra emergenza nascesse da quella situazione «di frontiera»…
Gianfranco scriveva: «Eccoli gli immigrati, a sera, arrivare alla tendopoli, con la pazienza di questuanti: moltissimi i giovani, qualche ragazzo, sono una galleria di ritratti, un campionario di umanità, una babele di lingue. Riusciremo a capirci? Saprò parlare il loro linguaggio di stanchezza, di lontananza da casa, di bisogni primari che attendono? Siamo davvero diversi? E i loro progetti? (…) Stiamo trovando un po’ tutti delle risposte ai nostri bisogni e alle domande: anch’io volontario a tempo determinato, con la vita piena di contraddizioni, con ansie superflue e con qualche oggetto inutile».
E Anna Maria: «Per sei giorni la sera sono stata infermiera a fare ciò che siamo abituati a fare ogni giorno senza essere professionisti: spalmare la crema sulla loro pelle scottata dal sole o a mettere del collirio ai loro occhi stanchi e arrossati, dare un’aspirina contro il mal di testa causato dal sole o i dolori creati dalla prolungata posizione scomoda di lavoro… Ma con loro questi gesti hanno assunto una valenza del tutto diversa. Ho potuto ‘mettere le mani’ nella loro sofferenza, venire a ‘conoscenza’ del loro dolore fisicamente e senza barriere: né pelle, né lingua, né cultura a dividerci in quei momenti».
Suor Marisa, missionaria marista che ha collaborato nell’animazione di un turno ribadisce che il Campo di Borgo Mezzanone ha riconfermato in lei «l’urgenza dell’andare nei Paesi di provenienza degli immigrati perché, annunciando e condividendo la Buona Notizia, ci sarà pace, pane e gli esodi non saranno più determinati dalla violenza».
Gli immigrati, ricorda Cristina, «collaboravano tra di loro se qualcuno aveva bisogno di aiuto; avevano voglia di parlare con noi volontari e spesso ci chiedevano i motivi che ci spingevano ad essere con loro».
«Mille storie personali di sogni, illusioni e drammi… scriveva Teresa. Mille volti immersi in un mondo che già da lontano li riconosce e li cataloga come diversi, forestieri, per non dire sporchi, pericolosi, inaffidabili… Questo mondo non vede dietro a questi volti tirati delle persone: noi abbiamo avuto il dono di scoprirle! È stata un’esperienza di ‘svelamento’. Lunghe chiacchierate, gesti di riconoscenza o semplici sorrisi hanno offerto a noi volontari indimenticabili esperienze di conoscenza e apprezzamento di mondi e uomini estremamente ricchi, di veri e propri tesori!».
Ogni anno durante il Campo di accoglienza, chiamato dal ‘95 in poi «Le Rondini», si creava tra i volontari un’intensa esperienza di gruppo. Il servizio, la preghiera, i pasti… i gavettoni, i momenti di gioia come i momenti di preoccupazione: tutto veniva vissuto in un coinvolgente clima di fede, di sobrietà e di disponibilità totale, di amicizia vera.
Indimenticabile certamente è l’esperienza di Silvio, giovane volontario di Roma, che durante il campo del ’94 ha sentito la chiamata a diventare Missionario Scalabriniano e che nell’immagine della sua ordinazione sacerdotale del 2005 scrive: «… tutto è nato nel campo di accoglienza per immigrati (…). Il crocifisso e le tende sono stati i testimoni del mio incontro con Dio. Da lì… tutto è nato».
La domanda a questo punto era ovvia. Che continuità dare a quell’esperienza forte? Come rispondere all’esigenza dei giovani stessi di rivedersi anche durante l’anno? Come non perdere noi animatori l’occasione di accompagnamento personale, di offrire altri spunti educativi, di tessere una rete di rapporti che desse corpo ad un gruppo di giovani di varie regioni d’Italia e di varie nazionalità, animati da un carisma come quello scalabriniano, vissuto in modo così coinvolgente in un’esperienza di vera e propria missione?
Questi interrogativi abitavano la mia mente e il mio cuore in quella sera autunnale parigina del ‘98, quando dal 10° piano del palazzo della Missione di Rue de Montreuil vedevo spiccare la Torre Eiffel e Montmartre, quasi per far emergere dalla quotidianità l’animo sacro e insieme profano dei nostri giovani europei.
Il progetto
Sentivo dentro di me che era giunto il momento di offrire ai nostri giovani un’esperienza formativa nella quale rispondere a quelle istanze. Sì, ma con quali modalità, tempi, contenuti?
Mi sono messo al computer, non senza aver invocato «i sacri lumi», pensando ad una «tre giorni» da proporre durante le vacanze di Natale, e con fluidità ne è nato un progetto ispirato ai Re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, le cui iniziali (G.M.&B.) richiamavano tanto la JMJ e potevano indicare un modo nuovo per i giovani di «camminare insieme».
Certamente la GMG 2005 di Colonia ci ha dato l’occasione di sviscerare in lungo e in largo i numerosi spunti relativi a questi tre personaggi, da sempre legati alla Missione «Ad Gentes», ma allora sono emersi con particolare interesse ed evidenza alcune dinamiche esperienziali che nascono dalla lectio di Mt 2. Provo a descriverle attraverso le testimonianze di alcuni giovani.
* Ritrovarsi insieme, uniti nella ricerca. «Alcuni Magi giunsero…»
Negli ultimi mesi del ‘98 abbiamo rivolto l’invito a tutti i giovani che erano in qualsiasi modo in contatto con i nostri confratelli.
Alessia di Roma racconta: «Il 2 gennaio sono partita con tanto entusiasmo da Roma per la Convocazione ‘G.M.&B.99’, piena di aspettative e molto incuriosita da questa prima convocazione intitolata a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; qualcosa in me diceva: ‘vai e vedrai che non rimarrai delusa!’. E così è stato. È difficile descrivere con le parole l’emozione che provavo nell’ascoltare tutte quelle voci intorno a me, che pur dicendo la stessa cosa, si distinguevano ciascuno per la sua inflessione dialettale, un senso di unità che mi apriva il cuore e lo spirito, dato che ogni momento veniva vissuto in pienezza grazie alla preghiera e alla condivisione fraterna di ogni situazione.
Si è venuto a creare un clima tale, che in poco tempo tutti quei giovani hanno perso la nozione di confine, come se Roma, Vicenza, Lecce, Foggia, Bassano, Vibo Valentia, Rovigo, Osimo e Loreto fossero diventati un luogo unico e vicino».
Valentina nel 2002 racconta: «In tutte le G.M.&B. che sono state realizzate non c’è mai stata ripetizione né di temi affrontati né di forme d’intrattenimento. Ogni anno è stata un’occasione per arricchirmi spiritualmente e di nuove amicizie.
È un momento importante l’arrivo; se una persona appena arrivata si sente a casa propria, c’è solo da guadagnarci soprattutto per il clima di profonda coesione che si viene a creare. Forse ‘profonda’ è una parola un po’ forte, ma è ciò che sento io dopo quattro anni!!! Comunque l’unità che tanto si va cercando per me è stata più che raggiunta».
* L’incontro con testimoni, ricercatori di oggi. «Dov’è il re dei Giudei?»
La prima serata normalmente viene dedicata ad una festa di benvenuto animata da tutti i partecipanti e nel mattino seguente ci si incontra con un testimone. Un anno abbiamo avuto la testimonianza missionaria di P. Fabio Baggio, cantautore scalabriniano dall’Argentina, un’altra volta abbiamo ascoltato da Catia, l’esperienza della meraviglia tipica di una mamma, o Attilio, per anni volontario in Etiopia o di un seminarista scalabriniano dal Messico… Interessante è stato anche qualche volta percorrere vie e piazze dei paesi limitrofi e incontrare i giovani, iniziando la conversazione domandando loro «Dove possiamo trovare il Signore?»… più o meno come hanno fatto i magi a Gerusalemme.
* L’incontro con il migrante: paradigma di chi vive un cammino di ricerca
Negli anni sono state proposte vari tipi di iniziative-esperienze di incontro o vicinanza con i migranti, che sono così simili ai Magi a causa di quel loro venire da lontano in cerca di una salvezza… Ci siamo confrontati con loro, tramite mediante interviste, testimonianze o visite alle famiglie di immigrati. Quest’ultima esperienza ci ha permesso di entrare nella loro casa, diventando noi gli «ospiti». Osserva Paolo: «Oltre al coinvolgimento emotivo, c’è stata una calda accoglienza e una disponibilità incondizionata nei nostri confronti che mi ha fatto riflettere su ‘come’ noi accogliamo loro e su ‘quanto’ noi siamo disponibili nei loro confronti».
Negli ultimi anni i giovani partecipanti alla G.M.&B. hanno animato una festa multietnica di Capodanno presso all’Hotel House di Porto Recanati, un edificio che accoglie più di mille immigrati di 30 etnie, una festa multietnica di Capodanno, con decine di bambini e ragazzi lì residenti. Un’occasione coinvolgente per promuovere l’incontro d’amicizia tra etnie e culture diverse e per mettersi concretamente al servizio dei migranti.
* La Marcia dei Popoli, esperienza di pellegrinaggio. «Videro il Bambino con Maria sua Madre»
Ogni anno una parte della G.M.&B. è dedicata al cammino vero e proprio attraverso la Marcia dei Popoli, cammino di 14 Km da Osimo al Santuario della Santa Casa di Loreto. Alla marcia hanno partecipato spesso i rappresentanti di alcune comunità cattoliche immigrate marchigiane, in particolare i peruviani e i filippini. Il cammino percorso, aperto ad altri pellegrini di ogni età che si vogliono aggiungere, ad imitazione di quello compiuto dai Magi verso Gesù, Salvatore di tutte le genti, testimonia per le vie percorse la speranza in un mondo unito in cui nell’incontro con Cristo e con l’altro, nostro prossimo, ogni barriera è abbattuta.
«La Marcia dei Popoli (16 Km, te possino!), racconta Sara, ha reso in pieno il senso del pellegrinaggio. Come descrivere le emozioni? Trovarmi davanti, dopo tanta fatica, al Santuario di Loreto è stata una gioia grande: sembrava di vivere alcune scene del vangelo; emozioni simili le ho provate solo in Terra Santa. (…) Gesù è vivo in mezzo a noi, cammina con noi, si diverte con noi. Ho avuto così l’opportunità di ricordare che il rapporto con Lui non è scontato, ma va rinnovato giorno per giorno».
* L’adorazione notturna. «... e prostratisi lo adorarono»
L’incontro con Cristo, avvenuto in Basilica, continua per molti anche durante l’adorazione notturna, che si svolge a turni. Non pochi, a dispetto della stanchezza della marcia, si fermano a lungo o persino tutta la notte. Per tutti è il momento più profondo e significativo!
* La missione. «Per un’altra strada fecero ritorno…»
«Il 5 gennaio poi è stato il giorno dei bilanci e dei saluti, dice Davide. Sembrava fossimo stati insieme da settimane! Siamo tornati a casa molto più ricchi: non di oro, incenso o mirra, ma dell’incontro con il nostro Salvatore che cercheremo di continuare a cercare come i Magi nel cammino della vita di ogni giorno, per la strada giusta della Parola del Signore che abbiamo incontrato!»
G.M.&B.: un’esperienza interetnica
Negli ultimi anni, grazie allo sviluppo e al coordinamento dei gruppi giovanili scalabriniani locali, l’incontro di Loreto ha visto una presenza sempre più consistente di giovani immigrati. Nel 2004 i giovani partecipanti erano più di 90, di 12 diverse nazionalità, provenienti da ogni parte d’Italia. Italiani, Rumeni, Ghanesi, Albanesi e giovani di vari paesi dell’America Latina hanno testimoniato che la convivenza tra i popoli è possibile e che la diversità è fonte di immensa ricchezza, anzi è uno specchio del vero volto di Dio, Padre di tutti.
Si era vissuta da poco l’esaltante esperienza a Sanremo di «Jubilmusic 2003», festival internazionale della Christian Music, classificandosi secondi con la canzone «Piedi a Colori», nata durante l’ultimo Campo Estivo.
Contemporaneamente si svolgeva per la prima volta un’edizione sudafricana della G.M.&B., con i suoi primi 10 partecipanti. Leggiamo l’e-mail scritta dalla Missione di Cape Town, da Gabriele, religioso studente scalabriniano.
«Ciao amici!!!!!! Ecco le ultime novità dal Sudafrica. Abbiamo cominciato anche noi la nostra GMB con ‘solo’ 10 partecipanti. Ieri sera abbiamo fatto la preghiera di apertura sotto le stelle. Come i Magi, anche noi abbiamo scelto la nostra stella, che ci guiderà fino a Gesù. Ogni sera la cercheremo di nuovo e faremo un passo in più nel nostro cammino.
Stamattina abbiamo vissuto la prima dinamica dal titolo: I doni che portiamo. Cosa abbiamo da offrire a Gesù? Cosa siamo disposti a portare di nostro? Quali doni ci portiamo dietro da sempre e ora è il momento di ‘tirare fuori’?
Oggi pomeriggio faremo una scalata sulla montagna e alla fine ci tufferemo nel laghetto perché qui fa proprio tanto caldo!!!
Domani ci sarà la ‘Marcia dei Popoli’, una marcia di una ventina di Km fino ad un santuario qui vicino.
Come bagaglio abbiamo ricevuto uno zainetto con dentro oro, incenso e mirra e l’ultimo giorno dovremo metterlo in uno scrigno preparato nella cappellina dell’adorazione.
Lunedì sera, quando voi avrete già terminato la vostra GMB, faremo l’adorazione e sarebbe bello avere con voi un collegamento tramite sms. Potreste aiutarci con alcune frasi che hanno caratterizzato la vostra GMB o con qualche spunto di preghiera. Se non le riuscite a scrivere in inglese mandatecele in italiano e le tradurremo in ‘diretta’. Lascerò acceso in chiesa il cellulare e leggerò ciò che mi spedirete. Non mi lasciate da solo, però, in questa esperienza!!!»
A modo di conclusione
«I Re Magi, dice Emanuele, provenivano da diversi luoghi, etnie, culture e religioni. Seguire il loro cammino di ricerca, per me ha significato mettermi nei panni dei molti immigrati, sempre più numerosi anche tra di noi. I migranti mi hanno spalancato gli occhi e il cuore alle ricchezze di un’umanità sconosciuta, solo perché povera; come pure alle contraddizioni presenti nei paesi di partenza e in quelli di arrivo.
Purtroppo la stella cometa per molti di loro è stata l’illusione del benessere proiettata dalle nostre TV, o le promesse dei trafficanti internazionali. Con questi Magi di oggi ho riscoperto anche la fatica e la gioia tipiche della ricerca sincera e tenace del bene. Mi sono reso più sensibile all’accoglienza gratuitamente ricevuta e a quella generosamente data. E quel Gesù che cercavo l’ho trovato proprio nel forestiero accolto e rispettato nella sua dignità. L’immigrato mi ha svelato la difficoltà, la necessità, e qualche bel risultato del dialogo tra culture e religioni. Dialogo che è un necessario ‘decentrarmi’, emigrando nel mondo altrui».
Non c’è molto da aggiungere a queste righe. Mi piace però richiamare due immagini, naturalmente antitetiche, le quali però, confrontate con l’esperienza dell’emigrazione soprattutto giovanile, rivelano un profondo bisogno di conciliazione e complementarietà, sia in chi la vive, che da parte di chi vi cammina accanto: «Le radici e le ali». Non è raro che il migrante voli più alto di noi, nonostante o forse grazie alle sue radici.
È quanto mai vero quanto ciò che affermava più di un secolo fa il beato Giovanni Battista Scalabrini: «L’emigrazione eleva i destini umani, allargando il concetto di patria oltre i confini materiali e politici, facendo patria dell’uomo il mondo».
ORATORIO TERRITORIALE INTERCULTURALE, TANTE DOMANDE
Enrico Cassanelli
L’altro giorno dico al mio Vescovo durante una consulta diocesana di pastorale giovanile: «Monsignore, fra 10 anni in questa consulta la metà dei ragazzi che le staranno di fronte probabilmente non saranno neanche battezzati e apparteranno al altri credo religiosi». Non mi ricordo se il Vescovo ha sorriso compiaciuto di questa affermazione o è rimasto perplesso.
Sta di fatto che al di là della battuta, fra pochi anni molti incaricati di pastorale giovanile si troveranno davanti ad un bivio: dedicarsi alla porzione di ragazzi «cristiani» presenti nel territorio o ripensare una pastorale giovanile in cui ci sia spazio anche per il ragazzo non cristiano.
Non è che nel frattempo si possa dormire sonni tranquilli. Anzi questo tempo ci è dato per «le prove tecniche di trasmissione», come diceva un tempo uno slogan della nostra mittente televisiva nazionale.
Perché non è facile trovare immediatamente una formula nuova in cui la pastorale giovanile muti insieme obiettivi, destinatari e responsabili.
Per questo mi guardo intorno alla ricerca di esperienze con cui confrontarmi, perché credo che la ricetta meglio riuscita sarà realizzata da coloro che sapranno andare a prendere il meglio delle realtà di integrazione culturale e religiosa realizzate qua e là per l’Italia e all’estero.
Riportando una piccola esperienza realizzata in un oratorio della nostra diocesi, propongo qualche soluzione e almeno altrettanti interrogativi.
L’oratorio di cui intendo parlare è un oratorio cittadino, cioè non legato ad un parrocchia in senso stretto, ma ad un territorio: quello del centro storico della città di Prato.
Circa tre anni fa l’oratorio, snobbato dai ragazzi italiani, è stato preso d’assalto da giovani extracomunitari, in particolare da ragazzi e ragazze cinesi. E subito sono nate le difficoltà.
Prima fra tutte quella della comunicazione: molti di loro erano arrivati da poco in Italia e non sapevano che poche frasi essenziali di italiano.
Ma subito a ruota di questa veniva quella legata al contesto culturale di riferimento dei giovani amici cinesi: così differente da quello italiano.
Per queste due prime difficoltà non è stato difficile individuare una soluzione: pochi giorni dopo l’arrivo di questi ragazzi si è infatti presentato all’oratorio un giovane italiano che era il loro insegnante di appoggio nelle scuola media. Questo bravo giovanotto possedeva una qualità indispensabile per accompagnare educativamente i suoi ragazzi: aveva studiato lingue orientali a Venezia e quindi con il cinese se la cavava egregiamente.
Ecco qui una prima indicazione concreta da ricavare da questo laboratorio multiculturale: la necessità, direi imprescindibile, di un mediatore culturale di madre lingua o che almeno abbia la padronanza della lingua dei ragazzi che si intende avvicinare.
Una terza difficoltà è stata quella di fra integrare questi ragazzi nella normale vita dell’oratorio. A questa richiesta non è stato facile rispondere perché le tradizionali attività sportive oratoriale (calcio, basket, volley) all’inizio non interessavano molto ai nostri amici non italiani.
Anche in questo caso la presenza di un bravo obiettore di coscienza, proveniente dallo scoutismo, ha aiutato lentamente a far partecipare i ragazzi cinesi alle normali attività sportive (particolarmente gradito era il basket).
Il buon rapporto stabilito con il capo scout ha permesso nei mesi seguenti di realizzare anche una esperienza di scambio culturale tra bambini cinesi e bambini italiani legati al mondo scout. Così un sabato pomeriggio ciascuno dei due gruppi ha avuto il tempo di offrire una esperienza di laboratorio manuale legata alla cultura di provenienza con la realizzazione di giocattoli per bambini.
Così un po’ alla volta i ragazzi e le ragazze cinesi si sono sentiti accolti all’interno dell’oratorio.
Ma non è stato tutto facile e l’esperienza sta andando avanti con due punti problematici ancora non risolti.
Il primo riguarda l’integrazione di questo gruppo di ragazzi con altri ragazzi non italiani presenti all’oratorio e provenienti dal Marocco, dall’Albania, dal Brasile, ecc. Questa integrazione fra gruppi etnici diversi stenta a realizzarsi perché ciascuno, più o meno consapevolmente, tende a trovar rifugio nel gruppo di appartenenza. Rimane per me qui un grande punto interrogativo: quale cornice educativa può aiutare la conoscenza, lo scambio e il confronto tra ragazzi di nazionalità e cultura tanto differenti?
Il secondo interrogativo riguarda la cornice religiosa e in particolare la preghiera: quando pronunciamo la parola Dio, escludendo la realtà dei ragazzi non credenti, quale immagine attraversa la mente di un ragazzo cristiano, quella di un ragazzo musulmano, quella di un ragazzo legato al confucianesimo? E come far dialogare tra loro queste immagini?
Qualcuno ha teorizzato la necessità di trovare le basi comuni in una certa spiritualità umana o in una religiosità generica, un moto «naturale» dello spirito, lasciando aperte poi le varie direzioni in cui esso si può esprimere (nominando il proprio Dio secondo le proprie tradizioni e appartenenze religiose). Può bastare questo per un discorso nostro di pastorale giovanile?
Questi interrogativi li ripropongo anche ai lettori, e magari alla redazione della rivista, nella speranza non solo di ricevere (banalmente) qualche indicazione pratica, ma forse di aprire un dibattito sul senso e pratica di pastorale giovanile (cioè con l’obiettivo non troppo remoto dell’educazione alla fede) in situazione multireligiosa, o perlomeno il conforto di sentire che anche qualcun altro si sta scervellando davanti a questo interrogativo.
A risentirci.
L’ORATORIO: UN PONTE IDEALE VERSO UN FUTURO DI INTEGRAZIONE
Caritas Ambrosiana - Area Rom
Dal 1999 l’Area Rom della Caritas Ambrosiana accompagna il percorso di inserimento sociale dei rom kosovari e macedoni che abitano, ora, al campo comunale di via Novara a Milano. Questo campo, allestito nel 2001, sorge nel quartiere di Quinto Romano che presenta una realtà simile a quella di molte altre periferie, dove i luoghi d’incontro sono rari e le occasioni d’interazione fra i giovani, difficili.
Per i ragazzi del campo, l’oratorio della Parrocchia Madonna della Divina Provvidenza rappresenta quindi l’unico spazio di aggregazione. Qui non solo vengono ospitati i laboratori e gli incontri del supporto scolastico, ma i bambini e gli adolescenti hanno la possibilità di entrare in contatto con i loro coetanei attraverso il gioco.
Il progetto dell’Area Rom rivolto ai ragazzi tra gli 11 e 18 anni si articola in attività di sostegno scolastico e di tipo ricreativo (giochi di gruppo e di squadra, laboratori artistici e creativi). La disponibilità della parrocchia nel concedere l’uso di alcuni spazi dell’oratorio per la realizzazione delle attività ha permesso ai ragazzi rom di interagire con i coetanei gagè (non rom), e per la Caritas rappresenta un tentativo di ridurre e possibilmente superare le resistenze e gli atteggiamenti discriminatori, e di favorire relazioni improntate all’incontro e allo scambio reciproco.
In particolare l’intervento ha potuto fare affidamento sulla collaborazione con il parroco e il coadiutore, non solo per l’ospitalità, ma anche per la sensibilizzazione della parrocchia e del quartiere.
Il supporto scolastico, rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle scuole medie, si svolge tutti i pomeriggi per circa tre ore; questa attività prevede un’attenta pianificazione svolta in collaborazione con gli insegnanti dei ragazzi ed è finalizzata al potenziamento delle competenze scolastiche individuali.
Alle ragazze tra gli 11 e 14 anni è stata anche proposta la partecipazione a laboratori creativi di manipolazione di materiali (das, farina, argilla… per la costruzione di oggetti d’uso personale o artistici), di pittura a tempera, di disegno… Queste attività mirano a potenziare la dimensione del gruppo inteso come risorsa per la crescita personale, per il sostegno reciproco e per la valorizzazione delle capacità individuali, nella costruzione di un progetto/prodotto comune.
Alcuni ragazzi tra i 14 e i 18 anni sono invece stati coinvolti in un’attività sportiva all’interno dell’oratorio, frequentato da alcuni di loro anche per giocare a calcio con i coetanei gagè. Col tempo le partite spontanee e spesso senza regole hanno lasciato il posto ad allenamenti settimanali ai quali i ragazzi partecipano con entusiasmo. Da circa un anno si è costituita la squadra Magic Baska che si incontra con altre formazioni in partite amichevoli.
Come dovunque, le resistenze del territorio non sono mancate, anche quelle della parrocchia, negli anni non sono mancati neppure screzi e liti e qualche scontro tra «bulletti» rom e gagi; la pazienza del coadiutore e degli educatori è stata «provata», le diversità reali, le allergie alle regole di tutti gli adolescenti, il «patrimonio» di razzismo reciproco (posseduto da tutti indistintamente), hanno comunque interagito e provocato luci e ombre; tuttavia nel lavoro di questi anni, con i rom di via Novara, la disponibilità manifestata dalla parrocchia di Quinto Romano ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale, senza il quale difficilmente si sarebbero potuti realizzare i vari percorsi di inserimento, che passano dalla scuola, dal gioco, dalla quotidianità delle relazioni. Nel nostro intervento l’oratorio costituisce un ponte ideale verso un futuro di integrazione, un luogo dove l’accoglienza, l’incontro e lo scambio sono possibili.
UNA CASA MULTIETNICA NEL CUORE DI TORINO
Cesare Durola
Una storia di lontano
Nevicò tantissimo quell’8 dicembre 1847, a Torino, ma questo non scoraggiò di certo il corteo festoso di tantissimi ragazzi e giovani che, al seguito del teologo Borel, si recò al nuovo oratorio di don Bosco, per inaugurarne la Cappella dedicata a San Luigi.
«Miei cari figliuoli, quando le api si sono moltiplicate di troppo in un alveare, una parte di loro se ne esce, costituisce un’altra famiglia, e vola ad abitare altrove. Come vedete, qui siamo tanti da non sapere più dove rivoltarci. Nella medesima ricreazione di tratto in tratto or l’uno or l’altro è sospinto, cacciato a terra, e ne porta insanguinato il naso. In cappella poi stiamo pigiati come le acciughe. Allargarla a colpi di schiena e di spalla non ci conviene, chè potrebbe caderci addosso. Che faremo adunque? Noi imiteremo le api: formeremo una seconda famiglia, e andremo ad aprire un secondo Oratorio». [1]
Porta Nuova, dove don Bosco era solito recarsi perché lì molti ragazzi immigrati ogni mattina si davano appuntamento nella speranza che qualcuno passasse a sceglierli per un lavoro mal pagato che gli avrebbe sfruttati fino al tramonto. Perché nelle cantine di quel borgo erano stati allestiti dormitori clandestini dove giovani e adulti cercavano rifugio, un sacco di paglia e un po’ di caldo. Perché in quelle strade, da sempre crocevia di popoli in arrivo nella speranza di un futuro migliore, tantissimi ragazzi, poveri e abbandonati, si lasciavano vincere dalla disperazione.
Un anno dopo Valdocco, a Porta Nuova nasceva una nuova famiglia, un nuovo Oratorio che avrebbe raccolto fin dal primo giorno tantissimi di quei ragazzi, e ad accoglierli don Bosco mise giovani e sacerdoti su cui aveva posto la sua fiducia, persone che credeva capaci di trasmettere lo stesso spirito del primo oratorio, capaci di creare lo stesso spirito di famiglia che avrebbe dato vita ben presto a una nuova Congregazione: il beato Michele Rua, presente al San Luigi negli anni 1855-57; san Leonardo Murialdo, direttore dell’oratorio dal 1857 al 1865; il beato Luigi Guanella, direttore dell’oratorio dal 1875 al 1877; il venerabile Filippo Rinaldi direttore di tutta l’opera negli anni 1884-89; il servo di Dio don Vincenzo Cimatti direttore dell’oratorio dal 1913 al 1919; san Callisto Caravario, martire, allievo della scuola nel 1912-14 e giovane salesiano al San Luigi nel 1921-22.
Sorse in seguito la chiesa di San Giovanni Evangelista e l’Istituto adiacente dapprima come studentato per le vocazioni adulte, poi come scuola e collegio, attualmente come pensionato universitario.
Il «San Salvario»
Oggi la zona definita come «Quadrilatero di San Salvario», in Torino, è definita dai corsi Vittorio Emanuele II, Massimo d’Azeglio e Marconi e dalla via Nizza, con il comprensorio della stazione Porta Nuova.
Si tratta di un’area estesa su poco meno di 42 ettari, caratterizzata da un’alta densità urbana. Da un punto di vista amministrativo rientra nel territorio della Circoscrizione VIII della Città di Torino.
Il quartiere intrattiene relazioni di rango urbano con tre importanti vicini: il centro cittadino, a nord; la stazione Porta Nuova, ad ovest; il parco del Valentino e il Po, ad est. La contiguità di questi tre poli colloca San Salvario in una situazione di centralità urbana; particolarmente condizionante risulta l’influsso della stazione, col suo indotto di alberghi, ristoranti, animazione diurna e serale.
A scala più locale si situano invece le relazioni che il «quadrilatero» intrattiene con il resto del quartiere San Salvario, a sud di corso Marconi, e con la zona che ospita i principali ospedali cittadini.
La storia del borgo è caratterizzata dalla presenza dei templi e delle istituzioni socio-culturali di diverse religioni (valdese, cattolica, ebraica; cui recentemente si è aggiunta quella islamica) e dalla localizzazione di immigrati (nazionali nei decenni passati, stranieri negli ultimi anni).
Esso fu costruito a partire dal 1852 secondo una razionale logica di sfruttamento fondiario. Il quadrilatero è un comparto urbano compatto e coerente dal punto di vista ambientale: si può dire che l’aspetto fisico del quartiere non sia molto mutato dalla fine dell’Ottocento ad oggi.
La proprietà degli immobili è spesso molto frammentata. All’interno dello stesso edificio si riscontrano appartamenti di classi catastali differenti (quindi con diversa rendita fiscale), e anche un’elevata differenziazione delle destinazioni d’uso.
È in atto negli ultimi anni una certa riqualificazione dei manufatti edilizi (opere di manutenzione, facciata, tetto), da parte dei condominî; mentre i singoli privati sembrano poco propensi a rischiare opere di trasformazione delle unità edilizie.
L’area possiede alcune qualità positive sue intrinseche: un commercio radicato e abbastanza diversificato, una tendenza recente all’insediamento nell’area di commerci «rari» ed etnici; un ricco tessuto associativo, ricco culturalmente per l’intreccio di tante culture differenti e per la tradizionale multiconfessionalità, caratteristica fondante del quartiere: fattori che hanno segnato la storia sociale e urbana di San Salvario. Dal punto di vista della condizione professionale degli abitanti, emerge chiaramente che San Salvario possiede caratteristiche di grande varietà socio-economica.
A tutto questo però si aggiunge la crisi generalizzata della piccola distribuzione, il crescente senso di insicurezza nelle città, il crollo dei valori immobiliari, il declino industriale di Torino.
Ma San Salvario è divenuto celebre a livello nazionale come quartiere problematico di immigrazione, e specie nell’autunno 1995 è stato dipinto dai media come «casbah», «ghetto». Queste rappresentazioni stigmatizzanti, più volte e da più parti ripetute, hanno finito per diventare luoghi comuni non più questionabili, anche se mai fondate su indagini serie e documentate.
Il quartiere fu scenario delle tre grandi ondate migratorie: dalla campagna alla città nell’800, dal sud Italia negli anni ’50 e ’60, dal sud del mondo e dall’est Europa a partire dagli anni ’80: appare quindi un’area tipicamente centrale, densa di attività, di persone, di edifici, con problemi di «degrado», di integrazione e di scarsa partecipazione e responsabilizzazione della popolazione locale. Dopo Porta Palazzo, San Salvario è l’area di Torino in cui abitano più stranieri: al 31 dicembre 1999 essi erano il 12,64% dei residenti (contro una media cittadina del 3,56%). Queste aree si caratterizzano anche per il più alto rapporto tra stranieri non cittadini dell’Unione Europea e stranieri totali.
È molto difficile tentare una stima degli stranieri non residenti presenti nel quartiere; molti immigrati che abitano nel borgo ospitano a loro volta parenti e amici non ancora in regola con i documenti e in attesa di un possibile lavoro e perciò non conteggiabili dalle indagini demografiche. La presenza, poi, di numerose imprese etniche rende ancora più visibile la popolazione immigrata, che connota il quartiere in maniera evidente.
È il quadro complessivo in cui situare il forte disagio sociale che si riscontra a San Salvario; il quale ha ragioni di acutezza locale nello spaccio di droga, nella prostituzione (anche minorile) e nella microcriminalità.
Tra i bisogni emergenti risultano poi la necessità di spazi aggregativi, di eventi animativi, di attività socio-culturali e anche un forte bisogno di conoscere la realtà/quartiere in cui vivono e di esplorare le risorse che offre.
La ricerca-azione condotta nell’ambito del Progetto Giovani/Periferie rileva che molti dei giovani intervistati non sanno come utilizzare gli spazi presenti sul proprio quartiere. [2] Sul fronte più specificatamente preventivo è interessante il dato fornito da una rilevazione effettuata nell’area San Paolo-Cenisia [3]: il 51,4 % dei ragazzi intervistati ha dichiarato di rivolgersi ad un amico in caso di problemi e disagio, mentre i servizi prioritari in questo ambito risultano agli ultimi posti per quanto riguarda la distribuzione del campione sulla percezione delle risorse in grado di fornire aiuto. Emerge quindi il bisogno di incontrare sul territorio figure significative nell’accompagnamento ai processi di crescita e di cittadinanza, che sostengano le capacità autorealizzative e avvicinino le risorse. Inoltre l’analisi dei dati della ricerca realizzata dal Gruppo Rete della Circoscrizione V «suggerisce un diverso ruolo della figura dell’educatore… come soggetto attivo operante sul territorio», in un’ottica che lo vede stimolo del protagonismo della comunità locale per far fronte a problemi di sicurezza e per promuovere cittadinanza attiva.
Un Oratorio «dentro» il quartiere
In questi anni, fin dalla sua nascita, l’Oratorio San Luigi si è mosso in una duplice direzione: da un lato creare un luogo di socializzazione aperto e accogliente, uno spazio pubblico, supplendo all’attuale carenza, per rispondere al bisogno dei giovani di avere luoghi dove incontrasi, trascorrere del tempo libero, giocare, praticare sport, esprimere la propria creatività in attività aggregative e culturali; dall’altro, secondo il sistema preventivo di Don Bosco, proporre una serie di iniziative per coinvolgere i giovani, offrendogli cammini formativi e accompagnandoli nella loro crescita.
La presenza salesiana col tempo si è consolidata, e oggi il centro giovanile rappresenta un punto di riferimento per il quartiere.
In un anno oratoriano sono transitati nel nostro centro circa 800 giovani di cui il 75% di origine straniera, di almeno venti nazionalità diverse.
Oggi insieme ai salesiani lavorano a tempo pieno educatori laureati, giovani animatori e genitori con cui si è costituita un’équipe educativa che condivide in tutto la missione, la formazione propria e dei giovani, la responsabilità del lavoro educativo in tutti i sui ambiti.
Per ricreare al suo interno quel clima accogliente che fa dell’oratorio una vera casa per tanti giovani è stato necessario innanzitutto ricreare e investire tanto sulla comunità fatta di persone che vivono e lavorano all’interno di questa casa. È la propria vita personale, le relazioni e le scelte quotidiane, il perdono reciproco, la disponibilità senza orari, la confidenza, che ha reso poco a poco credibile e tangibile quel clima famigliare che abbiamo voluto riproporre, certi che solo lo spirito di famiglia tanto caro a don Bosco sia l’elemento chiave per raggiungere e trasformare ogni cuore, anche quello nascosto sotto una corazza impermeabile, quello di tanti ragazzi e giovani che hanno dovuto difendersi fin da piccoli da un mondo a loro estraneo.
Abbiamo aperto le porte, all’inizio senza proporre grandi attività, gruppi o laboratori, ma facendo in modo che ogni ragazzo che entrava al San Luigi si sentisse realmente a casa. Orari alla sua portata, ambienti accessibili e personalizzabili, corresponsabilità quotidiana, uffici chiusi per una presenza continua in mezzo a loro, dentro e fuori le mura dell’oratorio.
Così facendo non abbiamo potuto sottrarci al contatto immediato con le loro vite, le loro ansie e sofferenze, i disagi e le speranze… le loro domande sommerse.
Solo successivamente sono nati gli arredi dei nostri ambienti, le attività che ogni buon oratorio propone: il doposcuola, lo sport, i laboratori, i cammini di gruppo, ma soprattutto il lavoro in cortile, sulla porta dell’oratorio, nella saletta fumatori e in tutti quei luoghi informali dove i giovani sono soliti incontrarsi.
Una risposta ai mille bisogni
Non abbiamo potuto sottrarci, con molti di loro, nemmeno dalla puzza dei loro vestiti, dalla fame che avevano, dalla paura di non trovare un posto per dormire, dalla difficoltà di comunicare per via della lingua, dalla diffidenza e l’anonimato di chi deve sempre nascondersi, dalla fatica del confronto perché di culture e religioni diverse.
Solo così le docce dei nostri spogliatoi, dopo gli allenamenti, servono anche a tanti ragazzi per lavarsi, raccogliamo vestiti usati per giovani, mamme generose sono disponibili a lavare o cucire e nel nostro piccolo bar non ci sono solo patatine e caramelle, ma panini o qualcosa di caldo.
È così che sono nati i nostri corsi di italiano per stranieri, che giovani universitari volontari organizzano tutte le sere per tutto l’anno e a cui partecipano tantissimi giovani-adulti che di giorno lavorano o cercano lavoro. Al pomeriggio, inserito nel doposcuola, invece, per i giovani e ragazzi.
È il motivo per cui da alcuni anni in collaborazione con l’Ufficio Minori Stranieri del Comune di Torino all’ultimo piano dell’Oratorio si è aperto un Centro di Accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Giovani stranieri che accogliamo in casa per vivere insieme a loro gli ultimi anni della minore età, insegnando loro a farsi da mangiare, lavarsi gli indumenti, fare la spesa, gestire il denaro, confrontarsi e imparare a convivere con altri attraverso un sostegno all’autonomia previsto dalla legge in vigore. La vita di comunità, un percorso scolastico in vista della terza media, corsi professionali e stage lavorativi in vista di una assunzione e un lavoro sicuro sono i tre pilastri che offriamo loro prima del diciottesimo compleanno, per poter lasciare il nostro Centro in grado di vivere autonomamente.
A loro volta, gli stessi giovani, grazie all’esperienza che hanno interiorizzato pian piano, diventano i mediatori per raggiungere altri ragazzi di strada, spesso clandestini, e invitarli ad uscire dall’anonimato e farsi aiutare in modo concreto.
L’educativa di strada che coinvolge una parte del nostro lavoro ha proprio questo obiettivo: essere presenti là dove sono i giovani, là dove vivono, dove si incontrano, dove spesso sono soli e soffrono. Educatori e animatori dell’oratorio con un pulmino sostano in quei parchi o vie o piazze dove sappiamo sono soliti incontrarsi o «lavorare» gruppi di ragazzi. Il gioco, la musica e l’animazione sono il pretesto per conoscerli e incontrarli, per entrare in confidenza con loro e iniziare così un percorso condiviso.
Per alcuni gruppi vuole essere una presenza educativa significativa, capace di inserirsi in un gruppo informale e proporre alternative, temi di discussione e di confronto, idee e sbocchi concreti per poter realizzare le proprie capacità interiori. Per altri un sostegno immediato, un aiuto a dar voce ai propri bisogni profondi, un lavoro di mediazione tra le domande dei ragazzi e i diversi servizi, collaborando così con i Servizi Sociali, il Ser-T, Onda Uno per le nuove droghe giovanili, l’Ufficio Minori, le forze dell’Ordine e le Associazioni o Agenzie che operano sul territorio promuovendo un fittissimo lavoro di rete di cui oggi nessuno può sottovalutarne l’importanza.
Obiettivo generale di questo progetto («Pro-muoVere Comunità Sicure») di prevenzione primaria e secondaria è la promozione della qualità della vita, del benessere e della salute giovanile attraverso interventi integrati di facilitazione e sostegno dei percorsi di socializzazione, rafforzamento dei fattori protettivi, contenimento di alcuni fattori di rischio e promozione del protagonismo giovanile nell’ambito di uno sviluppo locale partecipato.
Per ultimo attraverso un Centro Diurno Aggregativi, in collaborazione con i Servizi Sociali della Circoscrizione VIII che operano a San Salvario, diamo la possibilità di inserire nel nostro Centro e nelle attività che esso propone ogni giorno ragazzi in difficoltà o appartenenti a famiglie che non sono in grado di accompagnate i proprio figli.
La proposta che noi facciamo loro è sempre quella educativa nello stile salesiano di don Bosco, una relazione che investe a pari diritto e responsabilità l’educatore e il ragazzo, in un «gioco» interattivo, che rimbalza come «guadagno» attorno alla crescita integrale.
Proponiamo l’Oratorio come ambiente educativo, luogo capace di assicurare formazione, socializzazione e crescita. In questo spazio vitale si offre ai giovani di partecipare in modo attivo, da protagonisti, affinché si radichino nell’ambiente sociale fatto di valori e modelli di vita al fine di strutturare la loro identità.
In una casa «multietnica» come la nostra, poi, imparare insieme ad accoglierci, a confrontarci e dialogare rafforzando la propria identità culturale e religiosa e una sfida e un impegno quotidiano. I giovani che si sentono accolti e si sentono a casa imparano prima a rispettarsi, a scoprire il valore sotteso nelle culture degli amici e a rafforzare e capire più in profondità la propria. Molti giovani stranieri sono cristiani e vivono la loro fede ancora in modo serio, come un tutt’uno con la vita della propria famiglia e dei propri affetti. Altri sono musulmani, vivono con fatica il confronto tra la loro cultura radicalmente modellata sulla propria religione e la nostra, che ha perso il suo riferimento vitale con la fede. Se non accompagnati rischiano di perdere con il tempo i valori che veicolano le loro culture di origine, anche perché privi di un modo adulto di riferimento, e allo stesso tempo faticano a interiorizzare valori proposti dalla cultura del paese che li ospita, valori che i coetanei italiano faticano loro stessi a riconoscere e che la società spesso non aiuta a far emergere.
Il rischio è l’appiattimento di tutto a favore di una tiepida convivenza.
Siamo in cammino… ogni giorno cerchiamo di fare tesoro delle esperienze in cui veniamo coinvolti dai nostri giovani, di affinare la nostra capacità di ascolto, per poter cogliere in profondità le domande che si celano nelle loro vite e nelle nostre e di formarci insieme per essere capaci di dare a loro e a noi una risposta vera, concreta, per la vita.
Certamente abbiamo compreso che è una casa ciò che dobbiamo e possiamo offrire a questi ragazzi, una casa abitata da persone che amano, insegnano ad amare perché ci provano a farlo sempre meglio tra di loro e con tutti.
È anche il modo migliore per evangelizzare… non facendo proselitismo, non facendo delle belle prediche su Gesù, ma cercando di vivere il suo Vangelo nei piccoli gesti e nelle piccole scelte di tutti i giorni… mettendosi in gioco sempre, senza aver paura di lasciar trasparire anche le nostre ferite, i nostri errori. È narrare le nostre storie, la nostra vita di tutti i giorni, a partire dalle nostre fragilità perché sono quelle che maggiormente lasciano trasparire la potenza di Dio.
Che bello quando qualcuno ti chiede: «Ma chi te lo fa fare?». Si parte da lì…
«PIEDI A COLORI»
Un’esperienza interculturale tra giovani italiani e giovani immigrati
Antonio Grasso
Un po’ di storia
Era l’estate del 1997, un giovane missionario scalabriniano e un giovane studente di teologia organizzano un campo estivo con un gruppo di giovani infermieri di Roma, una bella esperienza che ha dato vita ad un gruppo giovanile da cui prende forma quest’avventura. Il gruppo si pone come obiettivi la crescita umana e spirituale. Le attività sono le solite: incontri mensili, uscite, serate in allegria, momenti di preghiera, qualche concerto e qualche birra in compagnia...
Passano gli anni e il gruppo, come ogni gruppo, cambia fisionomia. C’è chi entra e chi esce. C’è chi continua il cammino e chi cerca nuove esperienze altrove. Col passare degli anni si alternano anche le stesse guide del gruppo.
Nel 2001 la svolta. Il gruppo, finora composto solamente da ragazzi e ragazze italiani, si ingrandisce e si arricchisce con l’ingresso di alcuni giovani rumeni dando così vita ad un gruppo internazionale, insieme per la prima volta, all’annuale campo estivo tenutosi in quell’occasione a Pitigliano, un piccolo ma suggestivo paese in provincia di Grosseto.
L’intuizione
L’occasione è nata dai contatti creati da alcuni studenti scalabriniani che come apostolato avevano «inventato» il visitare ogni domenica alcune comunità immigrate cattoliche presenti a Roma. Dalle tre alle quattro Messe ogni domenica, passando dall’indiano al congolese, dal rumeno allo spagnolo, dal cinese al portoghese, un miscuglio di lingue e di culture, con un fondamento comune: la fede in Cristo. Dal contatto e dalla conoscenza con queste giovani comunità immigrate sono nate amicizie e rapporti d’affetto con molti giovani stranieri.
Spesso i migranti vengono indicati come degli «altri», «diversi» (dimenticando che l’essere diverso è la norma non l’eccezione) e per ciò isolati o emarginati. La risposta di questo gruppo è quella dell’accettazione e comprensione del prossimo indipendentemente dalla provenienza, dove tutti hanno pari diritti e opportunità, e l’interculturalità è l’espressione autentica della carità cristiana: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35).
Obiettivi e sogni...
Col passare del tempo si sono inseriti nel gruppo alcuni giovani guatemaltechi, peruviani, brasiliani, ecuadoriani, indiani, albanesi, perché l’emigrazione coinvolge molti paesi del mondo; i giovani si spingono sempre più oltre i confini materiali e il gruppo cerca di considerare patria di ciascuno il mondo. Roma è molto accogliente in questo senso.
Il desiderio comune a questi giovani è stato il condividere esperienze, sogni, speranze, difficoltà di vivere la propria vita di fede e i propri progetti personali al di là della cultura e della lingua, ma con quel denominatore comune che è l’essere giovani.
È nato così un gruppo interculturale, dove le differenze diventano ricchezza e dove lo scambio umano e culturale diventa la base per una crescita di fede.
Oggi i Piedi a Colori sono anche presenti in altre città italiane come Bassano del Grappa, Loreto, Osimo, Manfredonia, Lecce e proprio il campo estivo, che lo ha visto nascere, è una delle opportunità per incontrarsi e per crescere insieme umanamente e spiritualmente. Unitamente alla conoscenza personale e reciproca e di discernimento di un progetto di vita, si espongono realtà personali e si cercano risposte, anche mirate, ai molti problemi che incontrano gli immigrati in Italia.
La metodologia
Questi giovani continuano a far parte dei loro gruppi etnici di appartenenza e poi, una volta al mese, si incontrano per creare dei «momenti interculturali». Dunque il cammino interculturale non si sostituisce a quello ordinario, fatto con la loro comunità di provenienza (essendo migranti di prima generazione), ma si propone come un’occasione di dialogo e di confronto tra culture, per allargare gli orizzonti e per pensare assieme percorsi comuni di fede e di scambio culturale. È il rapporto tra l’identità e l’alterità: i giovani non devono essere «strappati» dalle loro comunità semplicemente perché è bello stare insieme con culture diverse.
Questi immigrati di prima generazione hanno bisogno del contatto con i loro connazionali e sentono molto forte il richiamo della loro cultura. È dunque importante che siano pienamente inseriti nella loro comunità etnica, ma è altrettanto importante questo primo confronto con «culture altre», diverse dalla loro. Questo è importante sia per i giovani immigrati che per i giovani italiani.
Il gruppo si incontra una volta al mese per stare insieme, discutere su temi vari e di catechesi, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze diverse, coscienti del cammino differenziato intrapreso da ciascuno, uniti dalla volontà comune di crescere e confrontarsi alla luce del Vangelo. Nessuno è spettatore, tutti sono chiamati a collaborare e a partecipare attivamente, nel rispetto dei tempi e degli impegni dei singoli, alla preparazione degli incontri.
Mezzi e risorse
Gli incontri mensili vengono coordinati dai missionari scalabriniani e dagli studenti di teologia e preparati con il contributo degli stessi giovani.
L’équipe di PGVS (Pastorale Giovanile Vocazionale Scalabriniana) formula ogni anno un Programma Annuale Regionale che favorisce continuità e sintonia nelle varie iniziative unitarie e in quelle locali, tenendo presente i temi di attualità migratoria e una lettura biblico-sapienziale.
I contenuti del cammino di formazione umana, cristiana e vocazionale si sviluppano attraverso un itinerario triennale, svolto in modo ciclico, contemporaneamente per tutte le fasce di età, anche se in modalità diversificate.
1° anno: L’itineranza
Si sottolineano gli aspetti legati alla tematica del cammino, del «partire da», del lasciarsi condurre, del conoscere e condividere la condizione del migrante, del farsi tutto a tutti, dell’incarnazione, del mistero pasquale, della santificazione.
I brani biblici di riferimento in questa prima tematica possono essere:
«Esci dalla tua terra» (Gn 12,1), Esodo (Es 13,18.20-22), Lo straniero (Lev 19,33-34), «Cammina umilmente…» (Mi 6,8), Incarnazione (Gv 1,11-14), Fuga in Egitto (Mt 2,13-14), Gesù straniero (Mt 25,31-46), Emmaus (Lc 24,13-35), Kenosis (Fil 2,6-11).
2° anno: L’accoglienza
Si propongono i temi della conoscenza, dell’accettazione di sé e degli altri, dell’ascolto della Parola, della contemplazione, del «dare spazio», del servizio al forestiero e al povero, della misericordia, della gratuità.
I brani biblici per l’approfondimento di questa tematica possono essere:
Abramo alle Querce di Mamre (Gn 18,1-10), Il samaritano (Lc 10,30-37), «Non più stranieri» (Ef 2,19), Ospitalità (1Pt 4,8-10), La cananea (Mc 7,24-30).
3° anno: La comunione
I temi proposti sono la convivialità delle differenze, la nuova fraternità nello Spirito Santo, l’unità nella diversità, la cattolicità, la missionarietà, la riconciliazione, l’essere costruttori di pace, la solidarietà, l’intercultura.
I brani biblici di riferimento per quest’ultima tematica possono essere:
Babele (Gn 11,1-9), Il raduno di tutti i popoli (Is 66,18b-20a), Pentecoste (At 2,1-12), Un solo corpo, molte membra (Rom 12,4-5), La comunità primitiva (At 15,6-21), Gerusalemme città dalle porte aperte (Ap 7,9; 21,25).
Il contatto con il territorio
Ogni domenica un gruppo di studenti religiosi scalabriniani detto «Gruppo contatto» visita le comunità immigrate cattoliche di Roma, partecipando alla Santa Messa con gli immigrati. In questo contesto di dialogo aperto, di conoscenza e di ascolto vengono inseriti anche i giovani del gruppo Piedi a Colori per creare «ponti» tra le comunità etniche e per coinvolgere altri giovani nel gruppo e diffondere sempre più il messaggio di unità e di comunione che è centrale nella spiritualità dei missionari scalabriniani.
Un altro contatto significativo con il territorio è la presenza e l’accompagnamento dei giovani immigrati nelle loro comunità etniche: la comunità brasiliana, quelle latino-americane, quella etiope-eritrea, tanto per menzionarne alcune.
Questo cammino d’insieme settimanale ha anche un momento celebrativo finale: la Festa dei Popoli. Ormai diventata una tradizione a livello cittadino, la Festa dei Popoli è un grande appuntamento di fede e di cultura dove tutte le comunità immigrate presenti sul territorio si ritrovano per uno scambio di fede, partendo dalla ricchezza che caratterizza ogni cultura (compresi i piatti tipici, i balli e i canti tradizionali).
I giovani sono pienamente coinvolti nell’organizzazione di questa festa. Sono loro a coordinare alcuni dei settori, quali la liturgia, gli stands culturali e gastronomici, lo spettacolo multietnico, l’animazione per i più piccoli, e così via.
Dunque non un gruppo rinchiuso su se stesso, all’interno delle quattro mura del luogo di ritrovo, ma un gruppo multietnico che ha sia momenti ad intra, attraverso la formazione e la creazione di relazioni interpersonali, sia ad extra, perché abbiamo bisogno di essere segno e di fare segni concreti di unità tra i popoli.
Non ci sono dubbi sull’impatto di eventi come questo sul territorio, in modo particolare sulla pastorale giovanile locale. Una Chiesa giovane, con un entusiasmo e una voglia di aprirsi, di testimoniare la sua fede all’esterno, non può non entrare in contatto con la realtà migrante giovanile che la circonda. È parte di essa.
L’intercultura non annulla i conflitti, ma studia strategie per gestire i conflitti.
Mi sembra che questo punto sia molto importante perché il gruppo Piedi a Colori si pone come «laboratorio di idee, di fede e di cammini interculturali» per essere un piccolo segno di comunione all’interno della nostra società e della nostra Chiesa.
Le difficoltà lungo il cammino
Non avendo dei precedenti all’interno della nostra esperienza di pastorale giovanile scalabriniana di gruppi multietnici abbiamo dovuto disegnare il cammino mentre lo facevamo. Sicuramente c’è da sottolineare l’entusiasmo da parte di tutti i giovani nel costruire insieme questo cammino di comunione, pur nella fatica di aprirsi e di uscire dal proprio piccolo mondo.
Una difficoltà a cui però non si può rimediare è la riformulazione del progetto migratorio dei giovani migranti. Non è insolito che un giovane immigrato, dopo essersi fermato alcuni anni in una città, decida di andare altrove, o perché ci sono migliori condizioni lavorative o perché nascono condizioni favorevoli di vita più vantaggiose.
Alcuni poi, ritornano nei loro paesi di provenienza, sia perché ritengono «fallita» la loro esperienza migratoria, sia perché vengono richiamati dalle loro famiglie d’origine. Capiamo bene che davanti a queste situazioni non c’è nulla che si possa fare: ognuno deve proseguire il proprio cammino là dove lo porta la vita.
Così il gruppo viene a trovarsi in una situazione di squilibrio; vengono a mancare elementi molto motivati nel lavoro interculturale e che magari hanno contribuito alla crescita e alla formazione del gruppo fin dal principio. Non da ultimo, possono venire a mancare membri sui quali si era investito per una formazione specifica e che col passare degli anni avevano acquisito conoscenze, passione, abilità per essere i futuri «animatori di una pastorale giovanile interculturale».
Davanti a tutto questo non si può fare altro che ricominciare con i nuovi elementi che entrano nel gruppo, sicuri che ciò che si è seminato prima o poi germoglierà.
Un’altra difficoltà che sorge col passare degli anni riguarda le diverse esigenze tra coloro che fanno parte del gruppo dai primi anni e coloro che si sono aggiunti cammin facendo.
C’è bisogno di trovare nuovi sbocchi operativi, pastorali e sociali per coloro che dopo alcuni anni di formazione all’intercultura e dopo aver parlato e riflettuto su queste dinamiche, sente il bisogno di «sporcarsi le mani» più da vicino per farsi promotore presso nuove realtà di ciò che ha sperimentato all’interno del gruppo.
Mentre i nuovi entrati vivono ancora la fase della formazione e dello sviluppo dell’appartenenza al gruppo, coloro che hanno aderito all’iniziativa dall’inizio non solo possono differire per età (con tutto quello che ne consegue in fatto di esigenze personali) ma sono anche molto più esigenti nel voler concretizzare i discorsi fatti nel gruppo. Ecco perché di pari passo con la formazione è importante pianificare e programmare strategie d’inserimento sul territorio non solo come singoli, ma come gruppo interculturale. In fondo, non ci si può relazionare con la «società» e la «comunità ecclesiale» così come si è iniziato, occorre essere capaci di travasare e di contagiare, portare cioè in questi contesti l’esperienza interculturale che si è sperimentata nel gruppo.
Le prospettive
Come ogni gruppo, anche quest’esperienza col passare degli anni ha bisogno di verificarsi nei suoi obiettivi, nella sua identità, nella sua metodologia e strategie.
C’è sempre la fase della crisi, spesso non dovuta agli obiettivi del gruppo o alle ragioni del suo esistere, ma all’incapacità dei suoi membri di rinnovarsi sia nella teoria che nella prassi. Il gruppo è solo uno strumento, non un parcheggio a vita. Prima o poi ogni componente del gruppo deve fare il salto di qualità e uscire dal gruppo per farsi promotore e generatore di nuovi messaggi nell’ambiente da cui proviene.
Questo passaggio non è sempre facile, anzi. Spesso è più comodo restare a guardare, fermarsi in stallo, in attesa che qualcuno decida per me. Ecco allora l’importanza della verifica e del coraggio di rompere certi schemi fissi che si creano col passare degli anni e che, se ci pensiamo bene, contraddicono la natura stessa del cammino interculturale, in quanto, essendo fondato sul dialogo tra culture, ed essendo queste sempre dinamiche e mai fisse, anche il cammino interculturale non può essere rigido e bloccato su percorsi rigidi.
Dunque il gruppo interculturale «Piedi a Colori» può essere un modello per una pastorale giovanile aperta al dialogo tra giovani di diversa cultura. Ciò che questo gruppo sta realizzando a livello cittadino, lo si può realizzare a livello parrocchiale, vicariale, zonale, diocesano.
L’importante è il primo passo: trasformare la nostra pastorale giovanile da una pastorale «di conservazione» (curando quei giovani che abbiamo nei gruppi) ad una pastorale della «periferia», che va alla ricerca di coloro che per mille ragioni non si avvicinano.
Chi deve fare il primo passo? «Chi si deve fare prossimo?» (Lc 10, 36).
LO SCAYM, SCALABRINI YOUTH MOVEMENT
Una proposta per una PG interculturale
Antonio Grasso
A differenza dei nostri gruppi tradizionali di PG (chiamiamolo I° modello di PG monoculturale) e dell’esperienza del gruppo Piedi a Colori, che si presenta valida per gruppi con giovani italiani e giovani immigrati di prima generazione (chiamiamola II° modello interculturale), la seguente proposta vuole essere un modello per una realtà di pastorale giovanile interculturale ma con la differenza che tutti i giovani sono nati e cresciuti nello stesso territorio (III° modello di PG interculturale). È questo, in fondo, lo scenario che avremo davanti nei prossimi anni.
Una premessa
Col passare degli anni i bambini figli di stranieri nati in Italia diventeranno adolescenti e poi giovani. Questo prospetto non sembra essere molto lontano negli anni, visti i dati del Dossier Statistico 2005. Facciamo qualche proiezione.
I minori stranieri nati in Italia nel 1994 sono stati 8.028 (oggi hanno 12 anni e rientrano già nella fascia adolescenziale); dal ’94 in poi le cifre sono aumentate sempre di più. Erano 9.061 nel 1995; 25.000 nel 2000 e, per finire, 48.384 nuovi nati nel 2004.
Man mano che questi ragazzi diventeranno adolescenti e poi giovani ed entreranno sempre più non solo negli ambienti socio-culturali italiani, ma anche religiosi (per quelli di fede cattolica), che tipo di pastorale giovanile possiamo pensare per loro? Non possiamo riproporre il modello del gruppo «Piedi a Colori». Questi giovani figli di stranieri sono nati in Italia, hanno studiato nelle scuole italiane, conoscono bene la lingua (e i dialetti), hanno assorbito la cultura giovanile italiana... insomma, sono italiani.
Anche se non hanno una cittadinanza italiana, e dunque non sono riconosciuti a pieno titolo come «italiani», cosa li rende meno «italiani» dei giovani nati da genitori italiani? Qui le riflessioni (e le polemiche) potrebbero estendersi. Sono forse più italiani i figli degli emigrati italiani in Argentina che ottengono la cittadinanza per essere «discendenti» di italiani o questi ragazzi che da 15 o 18 anni vivono nel nostro paese, studiando, lavorando, apprendendone la cultura, gli usi e i costumi? Allora la questione si sposta sul concetto di «italianità». Chi è l’italiano? Cosa definisce la nostra italianità? Un pezzo di carta? Un legame di sangue? O forse una presenza continuata su un territorio, un’appartenenza per lingua, cultura, usi e costumi?
Le prospettive
Abbiamo davanti due diversi contesti: quella dei gruppi formali (parrocchie, oratori) e quella dei gruppi informali (pub, università, piazze).
Entrambi saranno caratterizzati dalla multietnicità ed entrambi richiedono educatori preparati che possano dialogare con questi nuovi giovani, aiutarli nella realizzazione di sé, nella scoperta del progetto di Dio, nella costruzione di una società fondata su relazioni forti e positive, in cui vengono valorizzate le diversità e in cui lo scontro non viene negato ma gestito, verso una comunione vera.
Gruppi formali
Tra non molti anni avremmo nelle nostre parrocchie non più bambini ma adolescenti e giovani «italiani» figli di stranieri. Che proposta di pastorale giovanile abbiamo per loro? Il cammino intrapreso dallo ScaYM (Scalabrini Youth Movement) può essere una proposta a cui ispirarsi per una PG interculturale nei luoghi formali.
Pur collocandosi in un contesto europeo, il cammino dello ScaYM è applicabile in realtà locali, quali la parrocchia, gli oratori, le associazioni.
Nascita dello ScaYM
L’idea di costituire un Movimento Giovanile all’interno dell’area Europea dei Missionari Scalabriniani è di qualche anno fa. Dal 1999, dopo la creazione e lo sviluppo di gruppi giovanili a livello locale e il consolidarsi delle relazioni tra i giovani grazie ai campi estivi e invernali, si è sentita l’esigenza di pensare ad una realtà superiore ai cammini locali.
Nell’aprile del 2005, in occasione del Centenario della morte di Mons. Giovanni Battista Scalabrini, fondatore della Congregazione Scalabriniana, si è realizzata a Piacenza una Convocazione Giovanile che ha radunato giovani provenienti dalle diverse missioni scalabriniane d’Europa e da Cape Town (Sud Africa).
A questo primo evento ha fatto seguito la GMG a Colonia, in occasione della quale è stato organizzato un momento «in famiglia» tra i giovani scalabriniani provenienti da tutte le parti del mondo.
Due grossi eventi che hanno segnato il cammino verso una coscienza che occorre mettersi in rete, che c’è un sentire comune e una spiritualità comune, l’amore per il migrante, che unisce questi giovani e che è espressa in forme e modalità differenti.
Dopo questi due momenti un gruppo di giovani rappresentanti dei vari gruppi scalabriniani dell’area Europea si è costituito come équipe dello ScaYM. È un gruppo di circa trenta elementi, con giovani di varie nazionalità (italiani, italo-tedeschi, peruviani, portoghesi, brasiliani, ecc.) provenienti da diversi paesi europei.
Quest’équipe ha lo scopo di essere il «motore», il cuore del Movimento Giovanile, facendo rete tra le varie realtà giovanili d’Europa e animando tutti i gruppi in un cammino d’insieme, pur nel rispetto di ogni realtà locale.
Il contesto locale
Collochiamoci ora in una realtà ecclesiale locale e immaginiamo di avere un gruppo giovanile composto da giovani di varie culture. Anche se le aggregazioni giovanili parrocchiali sono in forte calo, finché ci sarà questo schema di formazione e di «trasmissione della fede» ci saranno sempre gruppi che avranno bisogno di un minimo di struttura e di organizzazione.
L’équipe dello ScaYM sta facendo un cammino di formazione basato su tre filoni tematici: la spiritualità scalabriniana; gli aspetti socio-culturali dell’emigrazione; il nostro cammino di fede.
Queste tre tematiche possono essere sviluppate all’interno di un gruppo tipo III° modello proponendo un cammino che valorizza sia l’essere parte di una realtà locale (formazione ecclesiale), sia una vita di fede e una spiritualità individuale (formazione spirituale), sia la valorizzazione delle culture presenti nel gruppo (formazione socio-culturale).
Naturalmente come ogni gruppo all’inizio del cammino occorre dare il giusto spazio perché i membri crescano nella loro identità di gruppo, e nel loro senso di appartenenza. Successivamente verranno sviluppate tutte quelle tematiche collaterali.
La nuova identità del gruppo (compresenza di varie culture) è quella attorno alla quale questi giovani cresceranno e nella quale dovranno ritrovare se stessi.
È una realtà multiculturale e interculturale, è l’immagine di una Chiesa sempre più multiculturale, dove nessuno è straniero, dove ognuno si sente «in casa sua». È l’esperienza della «cattolicità» della Chiesa intesa nel suo vero significato di «universalità». «Si realizza così nella Chiesa locale l’unità nella pluralità, cioè quell’unità che non è uniformità, ma armonia nella quale tutte le legittime diversità sono assunte nella comune tensione unitaria» (CMU 19).
La cattolicità della Chiesa è perciò un processo mai terminato; è una cattolicità dinamica. Come la cultura in tutte le sue espressioni è in continuo divenire in quanto parte dell’essere umano, così la cattolicità, in quanto legata all’uomo particolare è sempre in divenire.
La formazione e le esperienze di questi giovani ruotano attorno ad una sempre maggiore coscienza di un mondo globalizzato, dove il piccolo gruppo ripropone nel locale ciò che la società vive nel globale. È quella dialettica tra globale e locale che solo fondendosi ed entrando in contatto potrà portare a vivere nel locale ma con la testa nel globale (appunto, una realtà «glocalizzata») [4].
La proposta è di formare il più possibile alla mondialità. Anche questo concetto non è parallelo ad altri, ma è trasversale. Possiamo leggere con uno sguardo aperto sul mondo la Bibbia, la storia, i fenomeni socio-culturali che ci circondano, insomma, tutta la nostra vita nelle sue diverse sfaccettature.
Gruppi informali
Per concludere, non ci resta che fare una ulteriore provocazione per quella che può essere una futura PG nei luoghi informali, sempre caratterizzati dalla diversità culturale.
Con la crisi delle strutture e degli spazi formali di aggregazione giovanile (punti di ritrovo tradizionali come la parrocchia o l’oratorio), aumenta il numero di giovani che non ha un legame ben definito con il territorio (spiritualità, affetti, impegno socio-culturale, tutto viene gestito secondo la modalità del «self service»: ognuno va alla ricerca di ciò di cui ha bisogno al di là degli spazi di appartenenza o di provenienza) [5].
Ciò che questi giovani hanno in comune sono gli interessi. Non sono tenuti insieme da fattori esterni, quasi imposti, ma da una scelta personale. La diversità culturale che esiste tra di essi non è più un problema, in quanto sono cresciuti a stretto contatto gli uni con gli altri. Per questi giovani potrebbe essere utile una proposta di PG che miri a creare relazioni, che li valorizzi per la loro diversità culturale e che ne esalti gli aspetti comuni.
Possiamo proporre un cammino di formazione e di accompagnamento per alcuni operatori che saranno chiamati ad agire in contesti informali di gioventù interculturale? Possiamo formare educatori interculturali di strada inseriti in un contesto giovanile? Un’esperienza che proviene dagli ambienti scalabriniani è quella della formazione di «educatori di Pastorale Giovanile interculturale».
Sono giovani educatori che creano rete tra le varie agenzie educative a cui i giovani fanno riferimento, dialogano con le associazioni etniche e di volontariato, vanno nei luoghi dove i giovani si ritrovano e vivono (scuole, piazze, pub, associazioni, comunità etniche) e, attraverso attività pratiche (incontri etnici, cene multietniche, concerti) creano un nuovo territorio di pastorale giovanile interculturale. Naturalmente non ci sono più i luoghi «formali», ben strutturati, con la sicurezza di un programma stabilito all’inizio dell’anno, con degli orari, con delle strutture. Ora le strutture sono informali, vengono stabilite dagli stessi giovani e dai diversi luoghi dove si incontrano. L’educatore non è da considerare pari a un animatore di strada. Non è solo questione terminologica! L’educatore interculturale di strada dev’essere formato alla mondialità, all’incontro con l’altro, all’accettazione della diversità come ricchezza. Ha sia le competenze nel settore giovanile che quelle nel campo interculturale, il tutto «impastato» dalla fede, che dà senso e diversifica l’azione educatrice del modello di PG rispetto all’azione sociale che può compiere un animatore di strada tradizionale.
Le metodologie
È difficile parlare di metodologie senza contestualizzare l’intervento. Esse varieranno a seconda della tipologia dei giovani con cui ci si rapporta: età, cultura, ambiente socio-culturale in cui vivono, ecc. Ciò che è importante sono tre pilastri su cui si basa questa proposta: la dimensione giovanile (che ingloba la lettura attenta e aggiornata dell’evoluzione del mondo giovanile, l’essere «esperti in umanità», la formazione ai luoghi informali e il coraggio di esporsi uscendo dal centro e dirigendosi verso una periferia, cioè là dove i giovani vivono e si realizzano); la dimensione interculturale (esperti in comunicazione interculturale, conoscenza dei fenomeni migratori e delle dinamiche socio-culturali, attenzione all’altro in tutta la sua unicità, vivere la dimensione dell’alterità come modello che trova nella Trinità la sua ispirazione); e la dimensione spirituale (percorsi di fede, aiutando i giovani a vivere l’incarnazione, cioè il grande atto d’amore di un Dio che si preoccupa di me, che ha qualcosa da dire alla mia quotidianità, che è ancora parte di me). Questi tre fondamenti non possono venir meno.
Questa ulteriore prospettiva è una provocazione per tutti, sia per il mondo scalabriniano che per le chiese locali. Dobbiamo avere il coraggio di «uscire dalle sagrestie», come diceva Mons. Scalabrini ai suoi missionari: un invito, questo, quanto mai attuale ed estendibile non solo ai preti, ma soprattutto ai laici, dai quali dipende il futuro della pastorale giovanile.
NOTE
[1] G. Bonetti, Cinque lustri di storia dell’oratorio salesiano, Tipografia Salesiana, Torino, 1892.
[2] «La ricerca si sta facendo in quattro»/ progetto Giovani/Periferie – Quaderni dell’Osservatorio del mondo giovanile – Torino.
[3] Ricerca Associazione OSP2000 – progetto GxG.
[4] Questo termine è stato coniato da R. Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste, 1999. È stato usato soprattutto in riferimento a questioni di marketing, ma esprime bene i continui tentativi di mettere in contatto il globale con il locale.
[5] È il concetto di «deterritorializzazione», inteso come distaccamento da un concetto di località fissa; J. Tomlinson, Sentirsi a casa nel mondo, Feltrinelli, Milano, 2001.

