Una faticosa ricerca di identità e di senso


     

    Paolo Gambini

    (NPG 2006-01-5)


    Chi sono gli adolescenti di oggi? Come sono cambiati in riferimento agli attuali mutamenti sociali e culturali? Quali sono i tratti che li caratterizzano? Queste sono alcune delle domande alle quali cercheremo di dare una risposta in questo articolo.
    Vedremo come la maggior fatica degli adolescenti di oggi riguardi proprio «il compito di sviluppo specifico dell’adolescenza» (Erikson 1968): la costruzione dell’identità. Cercheremo di approfondire come i ragazzi e le ragazze dei nostri giorni, sospesi tra ciò che non sono più e ciò che non sono ancora, facciano fatica ad individuare la direzione verso la quale costruire se stessi.
    A nostro avviso i nostri adolescenti si caratterizzano attorno a tre dimensioni che, anche se appartengono al normale percorso evolutivo adolescenziale, nell’attuale contesto tendono ad assumere un peso del tutto speciale. Ci riferiamo alla priorità che i ragazzi e le ragazze dai 14 ai 20 anni danno alla ricerca personale, alla sperimentazione e alle relazioni primarie.
    La categoria della ricerca personale è particolarmente esaltata e affidata al singolo nell’attuale contesto culturale. Mentre si responsabilizza l’individuo nella costruzione della propria soggettività, questo è posto in una condizione di forte incertezza: praticamente da solo di fronte a una molteplicità di possibili scelte. Il primato della ricerca è, quindi, strettamente correlato al grande valore che gli adolescenti danno alla sperimentazione. È attraverso quello che provano nelle esperienze di tutti i giorni, o in quei particolari e personali percorsi d’iniziazione ai quali si sottopongono, che gli adolescenti valutano ciò che è importante per loro. Il tipo di esperienze che poi maggiormente privilegiano sono quelle legate ai rapporti interpersonali e alla dimensione affettiva. Forse proprio per sentirsi meno soli e insicuri nella loro ricerca sono portati a valorizzare in maniera del tutto speciale la vicinanza di alcune persone. Di fatto è proprio attorno alle relazioni primarie e ai sentimenti ad esse legate che i nostri adolescenti hanno sviluppato una ricerca particolarmente nuova e significativa che certamente influenzerà il modo di intendere i futuri ruoli adulti di partner e di genitori.

    IL PRIMATO DELLA RICERCA PERSONALE

    Ogni individuo è antropologicamente segnato da un bisogno di ricerca a motivo della propria finitezza e incompiutezza. Per l’adolescente tutto ciò acquista un’urgenza e una consistenza del tutto speciale, visto il processo evolutivo in cui viene a trovarsi. C’è chi parla a questo proposito degli adolescenti come di una generazione di ricercatori: in cerca della propria identità e del senso della propria esistenza.
    Come scriveva Erikson: «Nell’epoca della pubertà e dell’adolescenza tutte le conquiste degli stadi precedenti sono rimesse di nuovo in questione» (1968, 244). I profondi mutamenti che intervengono in questa fase mettono in crisi l’immagine che l’individuo ha di se stesso. Tutto ciò pone l’adolescente di fronte alla ri-definizione della propria identità, a rispondere operativamente alla domanda «chi sono io?», a raggiungere una definizione di sé in continuità con il proprio passato di bambino e il proprio futuro di adulto. Si tratta di una ricerca che porta dentro di sé il bisogno di trovare una chiave di lettura attraverso la quale interpretare la realtà: sia quella inerente al proprio agire quotidiano sia quella riguardante, più in generale, il senso dell’esistenza. Verso il conseguimento della propria identità l’adolescente deve perciò compiere anche un’approfondita ricerca di senso che lo aiuti a definire quali siano i valori più importanti sui quali fondare il proprio progetto di vita. Alla domanda «chi sono io?» ne corrispondono altre, come: «cosa voglio fare della mia vita?», «perché sono al mondo?», «qual è la mia vocazione?», ecc. La ricerca di senso viene così a rappresentare un nodo in qualche modo centrale nella costruzione dell’identità.
    Anche da piccoli possediamo un’identità personale ma, a questa età, essa si fonda esclusivamente sul parere e sui modelli offerti dagli adulti. Il tipo di identità personale posseduta dal bambino gli permette di realizzarsi solamente ispirandosi ai modelli di riferimento degli adulti. In questo modo, fino ai 10-11 anni ciò che i bambini e le bambine costruiscono di sé è totalmente indotto dall’esterno. È da questa età in poi che l’individuo, invece, provocato dai numerosi cambiamenti, è sollecitato a rivedere la propria identità. Dotato di nuove competenze cognitive ed emotive, ha ora la possibilità di conoscere in modo sempre più approfondito e personale le proprie qualità e di costruire se stesso a partire da ciò che per lui ha più valore. La differenza della costruzione di sé del bambino da quella dell’adolescente sta proprio nella progressiva capacità e possibilità di quest’ultimo di elaborare un’identità personale non più dipendente dagli adulti. L’adolescenza viene in questo modo a rappresentare il passaggio da un’identità riflessa completamente sul giudizio degli altri (in particolare quello dei genitori) a un’identità autoriflessa, dove sono i propri giudizi ad offrire una direzione alla definizione di sé.
    Questo è il normale percorso di crescita che compie qualsiasi adolescente di qualsiasi tempo. Di fatto, però, all’interno della nostra cultura, questa spinta all’autodefinizione è particolarmente esaltata, ed è affidato esclusivamente alla coscienza del singolo il compito di individuare una gerarchia di valori. In questo modo l’adolescente di oggi viene a trovarsi praticamente solo in un cammino di discernimento non facile anche per la mancanza di riferimenti univoci.

    Una ricerca solitaria

    Alla fine degli anni ’70, con la caduta delle ideologie che avevano sostenuto la contestazione giovanile, si assiste ad una lenta frantumazione della condizione giovanile in quanto universo unitario e distinto dal resto della società. Si tratta quest’ultima di una situazione tutt’oggi attuale che, rafforzata dai fenomeni della complessificazione sociale, ha portato gli adolescenti e i giovani, ma non solo, a chiudersi sempre più nella loro sfera privata e soggettiva. Oggi, in altre parole, non esiste più un’unica cultura giovanile come fatto originale e autonomo. Siamo piuttosto di fronte ad un cocktail di culture, ad una realtà stratificata nella quale si sovrappongono in maniera imprevedibile e difficile da quantificare diverse culture. Tutto ciò ha portato ad una realtà giovanile frantumata, dove ciascuno cresce realizzando un proprio percorso personale e soggettivo solo parzialmente legato a quello dei propri coetanei. In altre parole gli adolescenti di oggi maturano seguendo diverse strade. Non esiste più un’unica ma infinite adolescenze. Già questo pone i ragazzi di oggi in una particolare condizione di solitudine.
    Nonostante questa diversificazione sono evidenti tra gli adolescenti e i giovani tratti culturali comuni, quelli tipici del nostro tempo, della modernità avanzata, quelli legati appunto alla soggettività e funzionali alla realizzazione della persona. A questo proposito Garelli, parlando dei valori dei giovani, scrive: «affettività, piacere, autenticità, sperimentazione, ecc. sono tutti concetti che si inscrivono in un modello di realizzazione certamente individualistico (che esprime l’autonomia del singolo) ma non privo di valori e di contenuti. Il fondamento della morale è sì soggettivo, ma non per questo carente di un orientamento di valore. A ben guardare, i giovani condividono alcuni valori essenziali o criteri guida, lasciando poi a ognuno un’ampia libertà di tradurre queste istanze nelle scelte pratiche. In altri termini, saremmo di fronte ad un orientamento morale più centrato sui valori che sui modelli di comportamento, più su una sensibilità di base che sulle norme etiche. Prevale l’idea che questi valori possano essere perseguiti in modo assai diverso dai soggetti, a seconda della loro condizione sociale, orientamento culturale, inclinazione, sensibilità. Da una parte quindi si attribuisce una grande rilevanza ad un insieme di valori di fondo; dall’altro lato si riconosce al singolo ampia autonomia di scelta circa il modo in cui tradurli nella vita quotidiana, a seconda delle situazioni» (Garelli 2002, 10-11).
    In questa condizione di grande pluralismo il criterio base della cultura giovanile (e di gran parte degli adulti) è quello di una elaborazione soggettiva di ciò che è bene e di ciò che è male. L’individuo diventa giudice di se stesso facendo della propria coscienza il criterio decisionale ultimo e rifiutando ogni controllo. Di fronte ad una offerta sovrabbondante di risorse e proposte, la volontà del soggetto diventa l’unico criterio di selezione. In questa direzione ogni senso di autorità o di peso della tradizione come sorgente di valori viene meno. Così è vivendo il proprio quotidiano, sperimentando le situazioni e ascoltando le proprie emozioni che l’adolescente di oggi decide cosa fare e su quali valori valga la pena giocare il proprio futuro. In questa nuova situazione, in cui non esiste un percorso di crescita che accomuni le nuove generazioni e nella quale è venuto meno il senso dell’autorità e di ogni riferimento oggettivo del proprio agire, il compito della ricerca personale acquista una grande importanza sino a trasformarsi in un vero e proprio imperativo categorico: una ricerca di fronte alla quale l’adolescente si sente solo ma che, allo stesso tempo, non è disposto a delegare a nessuno.

    Una ricerca senza punti di riferimento

    Un altro aspetto problematico, collegato a quest’ultimo, è rappresentato dalla carenza di punti di riferimento offerti dall’attuale cultura pluralistica.
    Non è possibile costruire la propria identità se non ponendosi in una relazione dialettica col proprio contesto socioculturale. Quest’ultimo viene a rappresentare il terreno indispensabile all’individuazione. La definizione della propria originalità non può che poggiarsi su una «base sicura», che è rappresentata dal riconoscersi parte della storia e dei significati della comunità in cui si cresce. In questo senso l’adolescenza potrebbe essere vista come il momento più dirompente dell’elaborazione culturale del singolo dove le idee, i modelli comportamentali e i valori precedentemente ricevuti dalla comunità sono messi in discussione alla ricerca di una sintesi personale. Il compito dell’adolescente è quello di scegliere quali significati fare propri tra quelli offerti dalla sua cultura. In questo modo la società rappresenta per l’adolescente una sorta di specchio nel quale riflettersi per definire i contorni della propria identità personale. Di fatto, oggi, come scrive Paolicchi, «lo specchio si è rotto, proponendo all’individuo un insieme di parti di sé che non è possibile ricomporre in un tutto unitario» (1982, 985). L’attuale contesto culturale relativistico offrendo un infinito numero di possibilità su cui poter formare la propria identità rende più critico il percorso di ricerca richiedendo all’individuo un supplemento di riflessività.
    La nostra società non è più organizzata attorno ad un unico centro capace di offrire forme di comportamento e modelli di identificazione condivisi da tutti o dalla maggioranza. Le società complesse, a differenza di quelle tradizionali, sono contraddistinte da una presenza di componenti etniche, religiose e culturali diverse, da una pluralità di concezioni di vita, da una varietà di modelli e progetti. In essa non è percepibile un centro unificatore, un’autorità da tutti condivisa. Molteplici e poste tutte su uno stesso piano sono le scelte e le appartenenze. Questo non può che rende più difficile il compito di definire la propria identità per l’assenza di riferimenti chiari e univoci. Quando di fatto le possibilità di scelta sono infinite e senza un ordine di priorità, diventa molto più complesso e frustrante decidere. Non a caso i nostri giovani tendono a spostare il più possibile in avanti la definizione del proprio progetto di vita.
    D’altro canto la complessità sembra trovare anche negli adulti dei facili bersagli. Figli della stessa società, anche loro, appaiono disorientati come persone e di conseguenza come educatori. Adulti, anche loro senza precisi punti di riferimento, e quindi più propensi a non decidere e più disponibili a contrattare con gli adolescenti, forse, non per convincimenti particolarmente democratici, bensì perché essi stessi mancano di modelli, di parametri, di decise convinzioni a cui ispirarsi. È evidente come uno dei cambiamenti più significativi di questi ultimi decenni riguardi proprio i rapporti intergenerazionali, di come si sia abbassato notevolmente il livello di scontro tra adulti e giovani. Un aspetto, questo, che avremo modo di approfondire parlando delle relazioni tra gli adolescenti di oggi e i propri genitori. 

    La ricerca di senso negli adolescenti di oggi. Indicazioni da una ricerca sul campo

    In che modo gli adolescenti di oggi cerano di far fronte alle domande volte a fornire un senso?
    I dati di un nostro studio hanno messo in evidenza come gli adolescenti, tendenzialmente, non siano in grado di cogliere i significati della propria esperienza. Alla difficoltà di definizione del sé corrisponde quella della ricerca di senso; ad adolescenti con «identità imperfette» (Palmonari 1979) corrispondono individui che sperimentano il senso della propria vita come indefinito o poco chiaro: gli adolescenti di oggi, seppur tendenzialmente positivi rispetto alla propria esperienza di senso e alle sue potenzialità, si dimostrano interiormente insoddisfatti percependo la stessa come indefinita e incompiuta.
    E qual è il periodo dell’adolescenza in cui si fa più pressante il bisogno di rispondere alle domande di senso?
    Secondo la teoria «focale» di Coleman (1983) i vari compiti evolutivi entrano in campo a diverse età dell’adolescenza, ossia acquistano maggiore rilievo, pur non essendo tipici di una sola età.
    Coleman notò che gli adolescenti, in diverse età, concentrano la loro attenzione su pattern particolari di problemi (come le preoccupazioni per i cambiamenti del proprio corpo, l’ansia per le relazioni eterosessuali, la paura di non essere accettati dal gruppo, il confronto con i genitori, ecc.) e che soprattutto l’interesse per alcuni di essi «raggiunge la punta massima in momenti diversi del processo adolescenziale» (Coleman 1983, 233).
    In base a questo schema teorico ci siamo proposti di individuare a quale periodo corrisponda il punto focale della ricerca di senso, e si è constatato che l’età più critica nella soluzione di questo compito evolutivo è quella tra i 16 e i 17 anni. Nella progressione della ricerca di senso questo tempo corrisponde ad una fase di stagnazione o disorientamento. Se al termine della preadolescenza, tra i 14 e i 15 anni, l’individuo esprime un certo livello di significatività, questo va calando nel biennio 16-17 anni per riprendersi con i 18 anni e crescere con sempre maggiore forza verso i 19 anni.
    Alla fine della scuola media e l’inizio delle superiori gli adolescenti appaiono ancora spensierati, non ancora nel vivo della crisi adolescenziale. Ragazzi e ragazze in movimento ricchi di interessi: più degli altri praticano uno sport o un hobby. Il rapporto con i genitori è ancora sostanzialmente buono. Sono più sereni rispetto al rapporto col proprio corpo e alla percezione di sé in genere. Più volentieri dei loro coetanei parlano del loro futuro, anche perché, più lontani degli altri, possono permettersi di sognarlo piuttosto che prevederlo fattivamente. In questo clima di sostanziale positività, questo gruppo di adolescenti (pari a meno di un terzo del campione) coglie la propria vita come significativa e soffre meno degli altri il vuoto esistenziale.
    A questa prima fase ne segue un’altra alla quale, come abbiamo visto, corrisponde un tempo di crisi nel quale l’individuo sente un impellente bisogno di offrire un significato alla propria esistenza. Un compito verso il quale gli adolescenti di oggi, come vedremo nel prossimo paragrafo, tendono essenzialmente attraverso tre diverse modalità.
    Alla prima appartengono gli adolescenti che abbiamo definito ipo-tesi: soggetti con un basso concetto di sé che «sopprimono» la tensione di senso per vivere «schiacciati» sul presente. La seconda modalità è rappresentata da un gruppo di ragazzi che, nel tentativo di compensare la loro fragilità, alimentano eccessivamente la tensione verso il senso: sono gli iper-tesi, adolescenti tendenzialmente irrequieti e depressi. Del terzo gruppo fanno parte quei giovani che riescono, in maniera sostanzialmente equilibrata, a dare un giusto spazio alle esigenze della propria volontà di significato, soggetti in ricerca ma senza particolari ansie. Abbiamo definito questi ultimi come gli adolescenti equilibratamente tesi.
    Il primo gruppo (pari a poco più di un terzo del campione) è rappresentato dagli adolescenti che più degli altri affermano di «vivere alla giornata». Ragazzi apparentemente disincantati con una debole spinta verso il futuro. Sono ragazzi poco determinati, che fanno fatica a scegliere e intraprendere un’attività specie se impegnativa e duratura, soprattutto a motivo della loro scarsa predisposizione al sacrificio. Si dimostrano poco interessati allo studio e affermano che alla propria età sia meglio preoccuparsi dei propri problemi piuttosto che di quelli degli altri.
    Sono adolescenti che cercano di semplificare la complessità quotidiana restringendola nella orizzontalità delle aspettative e dei comportamenti. Non a caso questa parte del campione ha dichiarato di avere pochi interessi che si riducano essenzialmente al calcio o qualche hobby.
    Si tratta di adolescenti che sembrano «giocare in difesa» autosegregandosi nel proprio quotidiano e in dinamiche a breve raggio, di ragazzi che con più facilità degli altri possono incorrere nei tipici comportamenti caratteristici di chi fa più fatica: abuso di alcolici, uso di droghe, ricorso alla forza per prevalere sugli altri, di individui che dimostrano una certa fragilità psicologia riscontrabile anche nella maggiore severità con la quale giudicano se stessi: come soggetti meno capaci e «più cattivi» degli altri.
    I restanti due gruppi sono costituiti da adolescenti che, contrariamente al precedente, sono protesi in avanti.
    Al secondo gruppo appartengono individui (corrispondenti a circa un quarto del campione) che si spingono verso la ricerca di valori ma con un forte carica di idealità. Sono ragazzi e ragazze molto riflessivi ma che tendono a problematizzare e a vivere con una certa emotività le varie situazioni. Questi adolescenti sono portati più degli altri ad esprimersi con toni cupi: dicono di essere tristi, insoddisfatti della vita, di desiderare, a volte, di morire. Sono individui preoccupati del loro aspetto fisico, insicuri e che si sentono soli e incompresi.
    È attraverso l’idealizzazione che questi adolescenti cercano di sfuggire alla propria vulnerabilità. È nella tensione verso alti significati o ideali che, inconsapevolmente, compensano le proprie carenze. Con più forza degli altri, questo gruppo, fa uso dell’intellettualizzazione (un meccanismo di difesa attraverso il quale un soggetto sposta i propri conflitti emotivi sul piano della razionalità).
    Se dunque la tensione in avanti di questo gruppo esprime tendenzialmente un elemento positivo, perché ciò possa trasformarsi in cammino di crescita, questi adolescenti hanno bisogno di attenuare la distanza esistente tra il proprio «io ideale» e «io reale». Solo così questa tensione può divenire espressione di un’autentica ricerca di senso piuttosto che il riflesso delle proprie inconsistenze psicologiche.
    Il terzo gruppo (pari a circa un quarto del campione) possiede dal punto di vista psicologico una maggiore solidità. Sono ragazzi e ragazze che si dimostrano ugualmente alla ricerca di significati ma lo fanno con equilibrio: senza mostrare un alto livello di ansietà o esprimere particolari sentimenti depressivi. Hanno fiducia in se stessi, vedono il proprio futuro con più chiarezza e ottimismo, si sentono stimati sia in famiglia che nel gruppo di amici. In una parola sono adolescenti, psicologicamente più solidi che, conseguentemente, si pongono di fronte al significato della propria esistenza con più serenità. In sintesi quest’ultimo gruppo, a differenza del precedente, è proteso in avanti alla ricerca di significati mantenendo un equilibrio tra realtà e idealità.
    Un altro risultato emerso dal nostro studio è che gli adolescenti impegnati in qualche attività sentita come significativa e coinvolgente si orientano nella ricerca di senso con più facilità degli altri. Tali impegni, infatti, oltre che essere una fonte di gratificazione sono un’occasione per l’individuo per sperimentare le proprie qualità e i propri limiti, i propri compiti e i valori.
    Un’eccezione a questo proposito è emersa in chi fa attività di volontariato. Contrariamente alle attese, gli adolescenti che svolgono una qualche attività di servizio appaiono esistenzialmente più frustrati dei loro coetanei impegnati in altre attività come lo sport o qualche hobby.
    Una possibile soluzione a questo paradosso l’abbiamo individuata constatando come questi adolescenti di fronte «ai perché della vita» si dimostrino molto più esigenti degli altri, esprimendo, come abbiamo appena visto, una forte carica di idealità. Sono ragazzi e, specialmente, ragazze, interiormente più irrequieti, che si fanno più domande degli altri e che, forse, proprio nel volontariato, sembrano cercare un sostegno alle proprie insicurezze.
    (da Gambini 2002-b, 454-457)

    IL PRIMATO DEL PRESENTE E DELLA DIMENSIONE ESPERIENZIALE

    La ricerca dei significati, come abbiamo visto, è personale e, aggiungiamo ora, legata alla quotidianità. Tra i due aspetti esiste una stretta interdipendenza per cui la domanda di senso è legata alla ricerca di esperienze capaci di offrire significati. Oggi più che mai il senso non è più qualcosa da comprendere in quanto già dato, ma da trovare e vivere in prima persona nelle esperienze della vita quotidiana. In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad un evidente spostamento dalla preminenza cognitiva a quella esperienziale, dall’accettazione di un dato oggettivo uguale per tutti all’individuazione del nome che le cose acquistano nel momento in cui si entra in relazione con loro.
    È abitando il proprio quotidiano, sperimentando le situazioni e sentendo le proprie emozioni che l’adolescente di oggi decide cosa fare e quali sono per lui le cose più importanti. Si tratta di una ricerca di significati che si sviluppa nell’esperienza diretta con la realtà, ancor prima di essere legata al processo culturale di scambio di significati. Questo vale anche per gli adulti ma in modo più esiguo. Forse sta proprio qui la distanza generazionale più significativa che attualmente esiste tra gli adolescenti e gli adulti. Mentre per i ragazzi è preminente la dimensione emotiva, per noi lo è quella razionale. Non è questo il motivo principale per cui non riusciamo a capire (a darci una spiegazione) o, meglio, a sentire (ad avere un contatto emotivo) i nostri ragazzi?
    L’esperienza diventa quindi per l’adolescente uno dei luoghi principali in cui attuare la ricerca di senso e d’identità. È ascoltando quanto in essa percepisce col corpo, attraverso le emozioni e i pensieri che l’accompagnano, che l’adolescente cerca di scorgere quali sono le sue motivazioni personali: i suoi gusti, i suoi interessi, i suoi desideri, le cose importanti della vita. È dal groviglio di percezioni, di emozioni, di sentimenti, di immagini, di pensieri che l’esperienza comporta, che il ragazzo interpreta chi è e cosa vuole. Si tratta di una ricerca d’identità e di senso in cui l’adolescente si muove in gran parte a livello implicito (o emotivo) piuttosto che riflesso. Un quattordicenne, col sopraggiungere della primavera, nel pomeriggio, finiti i compiti, sente una piacevole inquietudine che lo porta a uscire di casa e a girare su e giù per il quartiere. In modo vago, egli sa che ha voglia di rilassarsi facendo due passi fuori casa, ma di fatto è mosso anzitutto da precisi segnali ormonali verso la conoscenza di una ragazza. Questo ci aiuta a comprendere come questo preadolescente, impegnato nell’affrontare un suo compito evolutivo, sta conseguendo anche un’implicita ricerca di senso. Tuttavia solamente dopo aver conosciuto e aver preso la cotta per un’amica sarà in grado di capire in modo riflesso l’importanza che le ragazze hanno per lui tanto da mettere la loro frequentazione tra i suoi espliciti obiettivi (il discorso vale ovviamente anche per le ragazze).
    Il percorso circolare e progressivo che si realizza nell’esperienza è rappresentato dal tentativo dell’individuo di offrire alle sensazioni legate al corpo un significato che orienti la propria azione, la quale viene verificata, ancora una volta a livello esperienziale, in modo da poter definire sempre meglio il proprio progetto d’azione.

    Gli strumenti della ricerca: il corpo e le emozioni

    Il primo strumento che l’adolescente ha a sua disposizione per dialogare con l’ambiente è il suo corpo. L’impegno in questo caso sta nel decifrare i suoi messaggi. Si tratta di un compito non facile perché in questa fase evolutiva svariate sono le stimolazioni interne che giungono all’individuo, tanto che a volte lo stesso tende a viverle come «ingovernabili e indecifrabili». Ci riferiamo a quello stato di irritazione nel quale il ragazzo ha l’impressione di non riuscire a fare la cosa giusta, si sente inadeguato, non sa cosa veramente vuole. Non a caso questa difficoltà a dare un significato a ciò che accade dentro di sé può portare l’adolescente, in alcune circostanze di sovraccarico emotivo, come descritto da Fabbrini e Melucci (1992), a una paralisi dell’azione. Si tratta di una situazione che si realizza quando l’adolescente viene a trovarsi in uno stato di confusione e di disorientamento per l’indeterminazione del proprio stato emotivo dal quale cerca di difendersi attuando una presa di distanza dal proprio mondo interno, una sorta di anestesia, rinunciando così a trovare dentro di sé il terreno e la pista su cui rifondare la propria capacità di agire.
    La difficoltà di dare un nome alle sensazioni del corpo è dovuta anche al fatto che per la prima volta l’adolescente è chiamato a svolgere questo compito in una sostanziale autonomia e, quindi, solitudine. Fino a ieri era l’adulto a contenere, elaborare e interpretare lo stato affettivo del bambino e a progettare le sue azioni. Dalla pubertà in poi, invece, tutto ciò è compito del ragazzo. Un compito che è reso ancor più gravoso dal fatto che tale consegna avviene proprio in un momento di grandi mutazioni che fanno sì che ogni esperienza sia nuova e non ancora adeguatamente supportata a livello cognitivo, in quanto questo stesso sistema si trova in una condizione di sviluppo.
    Per tutti questi motivi la fase adolescenziale è caratterizzata anche da frequenti acting out, da situazioni nelle quali l’individuo, incapace di elaborare la propria ricerca di significati, «agisce» il proprio mondo interno. Si tratta in pratica di una modalità di diminuire la propria tensione interna mettendo in azione ciò che preoccupa ma senza che ciò venga «pensato» dall’individuo. In una parola, come in una sorta di cortocircuito, si passa all’azione senza passare attraverso la presa di coscienza del proprio stato interiore, senza riuscire a dare un significato a quanto si sente, facendo ciò che si fa in modo automatico e non riflesso. Così, come è confermato dalle statistiche, anche un certo numero di adolescenti della «normalità» (non devianti) «mettono in atto» condotte a rischio assumendo alcool e altre droghe, correndo spericolatamente in moto o in macchina, ecc. in modo da ridurre il proprio malessere o, comunque, da ricercare stati emotivi forti che pongano in secondo piano quelli legati al quotidiano. Si tratta di condotte inconsapevoli che paradossalmente portano dentro di sé, ancora una volta, la dimensione della ricerca: di nuove sensazioni, della misura delle proprie capacità e del proprio coraggio, ecc. Purtroppo, a questo riguardo, i dati che giungono dall’epidemiologia affermano che gli adolescenti di oggi sono soggetti che si ammalano poco ma muoiono in molti, specialmente per gli incidenti stradali.

    Una faticosa progettualità

    La grande importanza che gli adolescenti di oggi danno alla sperimentazione e, quindi, al quotidiano, è dovuta anche alla loro difficoltà di proiettarsi nel futuro. A proposito dell’orientamento dei giovani di oggi nei confronti del futuro salta subito agli occhi un’elevata aprogettualità. La complessità sociale rende molto più complesso il processo di identificazione e smorza la spinta dei giovani verso il futuro, verso la realizzazione di un proprio progetto. Già Garelli, circa venti anni fa, parlava di «generazione della vita quotidiana» e sosteneva che l’impossibilità di far fronte adeguatamente al problema dell’identità può portare i giovani a non porsi troppi problemi, a essere aderenti alla vita quotidiana, ad accettare il ritmo del «vivere alla giornata», in una società in cambiamento (Garelli, 1984). L’autore descriveva giovani lontani dalla ricerca di grandi obiettivi da realizzare nella vita, ma piuttosto interessati alla dimensione quotidiana, centrati sulla propria realizzazione personale, sui problemi derivanti dalle dinamiche relazionali, sulle prospettive intermedie della propria esistenza.
    Il presente rappresenterebbe una sorta di «rifugio», un «territorio sicuro» che porterebbe al riparo dalle incertezze e dalle opacità del futuro. A questo proposito Rampazi parla di presentificazione, indicando con questo termine «un modo di vivere il presente in cui il futuro diventa irrilevante, al punto da scomparire, in quanto viene a mancare la progettualità» (1985, 153).
    Lo spazio di tempo su cui si sviluppa la previsionalità degli adolescenti di oggi è molto ristretto sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo: quantitativamente sembrano guardare poco oltre il proprio presente, qualitativamente si preoccupano unicamente delle prospettive più concrete, quelle che per esempio riguardano la famiglia, la scuola o il futuro impegno lavorativo. Potremo dire che gli adolescenti di oggi dimostrano una quieta inquietudine, una progettualità con una caduta delle tensioni innovative e conflittuali. Ragazzi senza nessuna fretta di crescere. Non a caso il 42,9% degli intervistati nella ricerca COSPES, alla domanda «se tu immaginassi di dovertene andare ora dalla tua famiglia che faresti?», ha risposto: «non voglio pensarci perché sono troppo giovane per questo». Così un diciassettenne, nella medesima indagine, ha affermato: «non mi piace immaginare quello che diventerò tra 10 anni. Preferirei vivere in una situazione come quella che sto vivendo adesso, non vorrei crescere» (Tonolo e De Pieri, 1995, p. 320).
    La difficoltà progettuale degli adolescenti di oggi trova certamente molte cause nella perdita di sicurezze sociali ma, allo stesso tempo, è innegabile quanto la stessa abbia alla sua origine la difficoltà degli adolescenti a individuare uno scopo di vita verso il quale orientare il proprio impegno e le proprie scelte. La fatica sta proprio nell’espletare una ricerca di senso che, grazie alla definizione di una gerarchia di significati individuati a partire dall’esperienza personale, offra una direzione e dei contenuti alla propria progettualità. Il progetto, infatti, – come scrive Ricci Bitti – altro non è che «un orientamento di massima fondato su valori o, meglio, su un sistema motivazionale che risulta dal processo di interiorizzazione della realtà; esso, tenendo conto delle risorse disponibili e dei vincoli posti dalla realtà, permette all’adolescente di concepire e realizzare un percorso evolutivo che si articola nel futuro» (Ricci Bitti, 1993, 174-175). Di fatto, come le ricerche attestano, questo passaggio viene semplicemente avviato all’età di 18-20 anni.

    Il tempo privilegiato della ricerca: il tempo libero

    Se il presente è il tempo privilegiato dagli adolescenti di oggi, in esso, è proprio il tempo libero ad assumere un maggior peso per la possibilità che questo offre ai ragazzi di sperimentarsi liberamente e di fare scelte autonome dal controllo degli adulti. In questi ultimi venti anni abbiamo assistito a una sempre maggiore centralizzazione del tempo libero nel processo di ricerca degli adolescenti. Se l’identità prima era costruita all’interno dei tempi istituzionali, quello passato in famiglia o a scuola, e il tempo libero assumeva unicamente la funzione secondaria di divertimento, di scarico di tensione, oggi la situazione si è capovolta. Il tempo libero ha assunto sempre più importanza, non rappresenta più il tempo vuoto da impegni ma un vero e proprio tempo alternativo a quello ufficiale. Un tempo pieno di offerte, di opportunità, di rapporti. Al di là del diverso utilizzo che ciascuno ne fa tutti i giorni, lo giudicano come il più significativo tra i diversi tempi che comprendono il proprio quotidiano. È il tempo verso cui i ragazzi orientano il maggior numero delle loro aspettative ed energie, è il tempo atteso e desiderato, uno spazio proprio nel quale fare quello che si vuole. Il tempo strappato ai «tempi sociali» (Cavalli, 1985) è quello destinato ai percorsi di scoperta: si trasforma in tempo dell’incontro, dell’autoaffermazione, dell’ampliamento delle scelte possibili.
    Anche il tempo libero comunque non sfugge al vaglio della significatività. Perché abbia senso, deve essere uno spazio nel quale l’individuo si muove con uno scopo più o meno esplicito. Così il tempo passato dai ragazzi per «stare insieme» davanti a un bar o all’angolo di una strada, giudicato dagli adulti come «tempo perso», è un’occasione privilegiata di crescita. Al contrario, questa stessa situazione si svuota del suo significato quando diviene un’occasione obbligata o subita per l’assenza di alternative possibili, costituendo in questo modo un ambito di disagio e costrizione nel quale l’adolescente non ha l’opportunità di scegliere chi essere e cosa volere. A questo proposito Salvini scrive che «se l’orizzonte è avaro di possibilità, la scelta diventa obbligata e il tempo si trasforma in costrittivo. La monotonia e la ripetitività si sostituiscono alla valorizzazione dei significati dei momenti vissuti e lo svuotamento del senso impone davvero una brusca fermata: il tempo sembra non passare mai, ed è difficile trovare una modalità per farlo ripartire» (Salvini, 1994, 72). Allo stesso modo la difficoltà di offrire un senso al proprio tempo da parte degli adolescenti sembra essere legata alla dilazioni delle possibilità di cui abbiamo parlato. L’adolescente è in crisi perché deve scegliere tra svariate possibilità. L’individuo così viene a trovarsi in una condizione di estrema incertezza anche perché è ancora scarsamente attrezzato di criteri valutativi. Se le generazioni del passato soffrivano della frustrazione dei numerosi divieti, quella di oggi soffre per le eccessive possibilità. Come scrive Ricci Bitti, «il sovraccarico di sollecitazioni e di proposte cui gli adolescenti sono sottoposti, senza che a esse corrispondano scelte convinte e investimento motivazionale intenso, può condurre a una condizione di saturazione che ha come corrispettivo emozionale la noia e la passività» (Ricci Bitti, 1993, 164). Mentre il tempo libero scorre inesorabilmente, l’adolescente viene sempre più invaso da un sentimento di insoddisfazione, per non aver utilizzato bene le proprie possibilità: il tempo vuoto di significati si trasforma inevitabilmente in tempo noioso. Tutto ciò acquista una particolare rilevanza nel giorno di maggior libertà: la domenica. Uno studente di 17 anni a questo proposito dice: «Domenica è una giornata buttata via. Ti alzi tardi, poi dici ‘ah, devo fare qualcosa’, poi invece passi il tempo a ciondolare per casa. È una giornata morta, perché anche se fai buoni proponimenti arrivi a sera e non hai fatto niente». «Ebbene, – come scrive la Leccardi riportando i dati di una sua ricerca – dopo sei giorni di lunga attesa per l’arrivo della domenica, non pochi adolescenti, giunto il tempo beato, non sono riusciti o non hanno voluto programmare nulla, così che questa occasione viene ad assumere le caratteristiche di un tempo ‘morto’, vuoto di significati, del tutto sprecato» (Leccardi, 1985, 408).
    La noia del tempo libero indica l’incapacità a portare in atto strategie adeguate alla costruzione di un’identità e segnala un primo livello di sofferenza esistenziale, cui si accompagna una parziale perdita di senso del vissuto temporale (Leccardi, 1985). È come se nella perdita di significato del proprio tempo l’individuo smarrisca, almeno per un po’, la propria direzione di marcia alla quale corrisponde una sensazione di sospensione della propria identità.
    A questo proposito è interessante riportare anche quanto la Leccardi scrive rispetto al giudizio che i giovani danno alla categoria «tempo vuoto». Viene identificato da questi con il tempo sprecato, mal utilizzato, che non si è stati in grado di riempire con contenuti soddisfacenti. Quel tempo che lascia dentro di sé un senso di disagio interiore che a volte si trasforma in vera e propria angoscia. La sensazione dominante è quella di aver sciupato il proprio tempo senza aver avuto la capacità di investirlo in un proprio progetto. Il tempo vuoto è il tempo dell’incertezza, dell’indecisione, il tempo non scelto, che mortifica l’individuo. Un adolescente di 18 anni ha così affermato: «Il tempo vuoto è quando non si è portato a termine qualcosa, c’è la sensazione del buttato via… che molti elementi sono andati persi». Esso è particolarmente presente negli spazi di tempo libero. «Il tempo vuoto – afferma un diciassettenne – è dentro il tempo libero, è il tempo libero… lo incontro nel tempo libero quando non so proprio cosa fare, mi annoio». Non si trova, il più delle volte, alcun modo soddisfacente di occuparlo, si scivola in un vuoto indifferenziato, monotono. Il tempo vuoto diventa così sinonimo di tempo noioso, di tempo soffocato dalla noia (Leccardi, 1985).
    Al contrario di chi sperimenta il proprio tempo libero come vuoto, c’è anche chi ha la tendenza a sovraccaricarlo di attività. Sentendo come insopportabili gli «spazi vuoti», riempie la sua agenda a favore del «tempo sociale tipizzato», con l’ora di sport, quella di danza, di piano forte, d’inglese, di piscina, ecc. I diversi impegni che si rincorrono nel quotidiano diminuiscono il tempo che l’adolescente può avere per sé, il tempo personale per le relazioni amicali, per le esperienze decise e pensate in autonomia. Tutto ciò non facilita lo sviluppo della propria identità che, al contrario, richiede un quantitativo consistente di tempo personale. «La spinta sociale – scrive Palmonari – a realizzare quanto più possibile nell’arco della giornata, minaccia la capacità di decidere consapevolmente ciò che è prioritario per sé e per il proprio progetto di vita. Si è ciò che si fa, in certi casi potendo decidere autonomamente cosa fare, quando farlo, quanto tempo dedicarvi, in altri casi lasciandosi guidare dagli eventi. La vita quotidiana può allora risultare un insieme di segmenti temporali organizzati secondo criteri che prescindono da aspirazioni ed esigenze individuali: il sentimento di mancanza di tempo diventa così il risultato di un rapporto squilibrato tra aspettativa soggettiva e possibilità concreta di realizzazione. Pressato a «inseguire» tempi eterogenei fra loro, l’adolescente fatica a intravedere i nessi che legano le diverse esperienze, difficili da integrare in un progetto complessivo» (Palmonari, 1993, p. 163). L’effetto che ne risulta è quello di una destrutturazione temporale: di vivere le diverse esperienze come isole. In questo caso l’adolescente tende a focalizzarsi sulle esperienze che vive non ponendosi il problema di contestualizzarle in una prospettiva personale ed esistenziale più ampia, sia in riferimento al presente che al futuro, che si preoccupi di ricondurre a una certa unitarietà le molteplici situazioni vissute e da vivere.

    I luoghi privilegiati della ricerca: gli spazi informali

    I luoghi preferiti dagli adolescenti di oggi per trascorrere il proprio tempo libero sono quelli legati all’indipendenza. In questi ultimi venti anni i giovani si sono ritagliati dei propri spazi, ambienti, nuovi e vecchi, in cui potersi incontrare lontani dagli adulti, veri e propri mondi vitali dove costruire se stessi autonomamente.
    Lo spazio per eccellenza scelto dagli adolescenti e dai giovani per stare insieme agli amici nel proprio tempo libero è la strada o la piazza. Secondo i risultati della ricerca La gioventù negata, ben il 71% dei ragazzi e delle ragazze passa in questi luoghi una porzione significativa della propria vita di relazione e del proprio tempo libero (Fondazione Labos & Ministero dell’interno 1994). Questi dati sono sostanzialmente confermati anche dalla ricerca L’età incompiuta (COSPES 1995). La strada è lo spazio dove incontrarsi col proprio gruppo ed è identificabile anche con il muretto, le vasche, il bar, la sala giochi, i giardinetti, la panchina, le gradinate della chiesa, ecc. L’ambiente di tutti diviene per questi giovani quello spazio informale che gradualmente costituisce appartenenza, identità, dove in un fitto schema relazionale si intrecciano storie che gradualmente vanno a costituire propri codici espressivi, una propria cultura.
    Non è facile capire i motivi di questa scelta. Ci sentiamo di fare solo alcune ipotesi (Gambini 2002-a, 55,57).
    Di fatto la vita all’aperto è una caratteristica legata alle tradizione delle civiltà che si affacciano sul Mediterraneo favorite dalla particolare condizione climatica. Le città mediterranee infatti godono di un clima mite che permette alla gente di stare più a lungo fuori casa. Questo ha permesso il consolidarsi di una tradizione popolare dove la piazza rappresenta il luogo centrale degli scambi economici e della comunicazione. In altre parole vivere gran parte della propria giornata in strada è stata per noi una condizione normale e quotidiana che i giovani sembrano oggi aver riscoperto.
    Un altro motivo che porta le nuove generazioni in strada o in piazza è rappresentato anche dalla mancanza di spazi chiusi che gli adolescenti e i giovani possano frequentano sentendosi liberi. Ambienti ai quali si possa accedere senza essere sottoposti a troppi vincoli e al controllo degli adulti. I gruppi formali hanno a disposizione spazi ben attrezzati, proprie stanze e propri strumenti, ma hanno anche regole, richieste, forme di controllo da parte degli adulti a cui sottostare. Di fatto, una buona parte di adolescenti si sente troppo stretta in tale situazione e sceglie quindi propri spazi, meno comodi ma più liberi. La partecipazione ai gruppi strutturati tende progressivamente a calare e si fa prepotente il bisogno di aggregazione spontanea, cioè di rapporti interpersonali non finalizzati specificamente ad un obiettivo.
    La strada, infine, esercita sugli adolescenti una forte attrattiva per la sua capacità di evocare e di far da specchio ai loro stessi desideri e bisogni come quelli di indipendenza, di svincolo dagli adulti, di ricerca della propria identità. Nell’immaginario collettivo la strada dice abbandono dei legami verso la libertà, evoca la sperimentazione, l’avventura. Rappresenta il distacco dalla propria casa, la perdita di riferimenti tradizionali per cercarne dei nuovi nell’incontro e nello scambio con chi si vuole. Richiama il cammino verso il raggiungimento della propria meta, la ricerca dei significati sui quali spendere il proprio futuro.
    La strada, dunque, è il luogo principale che ben esprime la quotidianità degli adolescenti di oggi. È l’ambiente dove incontrarsi per parlare e confrontarsi, dove esprimere idee e passioni, dove raccontare sogni ed emozioni, dove poter stare vicini anche senza dirsi nulla. Qui si scherza, si conversa del più e del meno e si prendono decisioni importanti. La strada offre l’opportunità di condividere la propria storia con quella degli altri divenendo così un potenziale luogo di riflessione oltre che di distrazione.
    Non dobbiamo comunque dimenticare che la strada per alcuni, anche se per una minoranza, rappresenta il luogo della fuga, del vuoto, della disperazione. Essa è lo spazio anche di chi non ha altri ambienti dove stare sia in senso psicologico che fisico. Alcune strade, poi, come quelle delle grandi periferie urbane, in modo del tutto speciale, sono ambienti ad alto rischio per la scarsa presenza di opportunità e autorealizzazione personale: quartieri dormitorio, privi di servizi dove la vita relazionale è minima e più diffusa si fa la solitudine e il degrado.

    IL PRIMATO DELLE RELAZIONI PRIMARIE

    Oltre a quello della ricerca personale e della sperimentazione, l’altro valore più quotato tra gli adolescenti di oggi è quello relativo alla qualità dei rapporti personali. Per questi la relazionalità non rappresenta solamente una modalità d’interazione, ma uno dei significati centrali dell’esistenza. Tra i sistemi di valore che le nuove generazioni hanno interiorizzato, nelle posizioni di primo piano ci sono i significati che sono funzionali alle relazioni tipiche della vita quotidiana. Le ricerche mettono in evidenza da più anni che le tre cose più importanti per la maggior parte degli adolescenti sono la famiglia, l’amore e l’amicizia.
    A questo riguardo, in senso negativo, è evidente l’insofferenza che gli adolescenti dimostrano nei confronti degli adulti e degli educatori che incontrano nella scuola e negli ambienti ecclesiali.
    Il malessere dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 20 anni a scuola non è legato a questioni di profitto quanto piuttosto ad una insoddisfazione per la scarsa attenzione che gli insegnanti hanno nei loro riguardi. Cosa che viene affermata non solo da chi ha problemi scolastici. A questo proposito Tonolo, commentando i dati della ricerca COSPES sugli adolescenti, scrive che gli insegnanti «sono percepiti come la vera fonte del disagio dello studente o perché non lo trattano in modo umano o perché lo svalutano come persona in nome del profitto e delle norme esterne» (1999, 122). Molti sottolineano la povertà dei rapporti connotati da una mancanza di dialogo e cordialità oltre che di disinteresse verso i problemi che un individuo può attraversare. Altri, invece, accusano gli insegnanti di anteporre il rendimento scolastico e l’apprendimento a chi apprende, e di giudicare una persona non tanto per ciò che è ma per come va a scuola.
    A riguardo del rapporto tra gli adolescenti e l’istituzione Chiesa, come è descritto da una ricerca svolta dall’Università Salesiana, molti giovani l’abbandonano perché hanno una visione prevalentemente negativa della stessa. Una Chiesa nella quale l’esperienza religiosa avviene in un clima di non-libertà. Non pochi giovani che l’hanno frequentata dichiarano di aver percepito in essa un senso di costrizione, d’imposizione, attribuendo a questo motivo il loro abbandono negli anni dell’adolescenza (Gallo 1996, 119-133). In queste ultime affermazioni è evidente come questi ragazzi e queste ragazze all’interno della propria comunità cristiana non si siano sentiti riconosciuti come soggetti portatori di capacità e non abbiano avuto la possibilità di esprimersi con protagonismo.
    A sua volta Tonolo sottolinea come tra chi ha abbandonato la Chiesa, alcuni dicono di averlo fatto ritenendo la fede come qualcosa di insignificante per la propria vita, altri, invece, seppur considerando la fede come qualcosa d’importante per sé, non vanno più in Chiesa «per reazione e per insofferenza relazionale con coloro che la rappresentano» (1999, 127). Quest’ultimi adolescenti evidentemente non hanno vissuto un rapporto positivo col proprio prete, con la propria suora o con il proprio catechista. Non a caso tra gli educatori il più apprezzato è l’animatore.
    Di lui piace soprattutto la sua abilità relazionale: sa rapportarsi a livello individuale con i ragazzi del suo gruppo, sa dialogare mettendosi in posizione di ascolto e di confronto attivo. Minore importanza viene invece data al fatto che sia intelligente, ottimista o un buon organizzatore (1999, 128-129).
    Vedendo ora i tre ambiti relazionali privilegiati dagli adolescenti di oggi (la famiglia, l’amore e l’amicizia) avremo modo di capire la priorità che questi danno globalmente all’affettività e ai sentimenti.

    La famiglia: luogo sicuro degli affetti

    È facile constatare come dalle ricerche di questi ultimi venti anni la famiglia sia per gli adolescenti «al vertice delle cose che contano di più». Di seguito sono riportate le percentuali relative all’importanza che gli adolescenti e i giovani danno alla famiglia. È facile notare (fig. 1) come tale valore sia significativamente cresciuto dalla prima alle ultime indagini (Cavalli e De Lillo 1988; Cavalli 1990; Cavalli e De Lillo 1993; Buzzi, Cavalli e De Lillo 1997; Buzzi, Cavalli e De Lillo 2002).

    Anno dell’Indagine IARD 1983 1987 1992 1996 2000
    Importanza della famiglia 81,9% 82,9% 85,6% 85,5% 85,7%

    Fig. 1. Confronto delle varie ricerche IARD

    Così i genitori sono ritenuti il miglior aiuto. È con loro che i ragazzi e le ragazze preferiscono confrontarsi circa le questioni centrali della vita (il sesso, il lavoro, i propri progetti). Parlare con loro e ascoltare il loro parere è ciò che dà maggiore sicurezza. Addirittura la maggior parte degli adolescenti non esita a definire i genitori come i migliori consiglieri in assoluto (Gambini 1997, 14).

    A me sembra che: sì no
    (1 risposta per riga) % %

    1. su argomenti importanti come il sesso, il lavoro, i progetti della vita futura, ecc., è meglio far riferimento ai genitori più che ad altri, amici o parenti: SI 57,8, NO 40,4
    2. i genitori sono i migliori consiglieri dei propri figli; SI 63,1, NO 34,4
    3. i genitori non possono consigliare i propri figli perché non sopportano che essila pensino diversamente da loro: SI 16,8, NO 80,5

    Fig. 2. Fonte: Tonolo e De Pieri 1995.

    A scanso di equivoci va comunque chiarito che gli adolescenti di oggi apprezzano la famiglia non tanto per il suo valore in sé, ma come «rifugio sicuro» dove ricevere affetto e rimanere al riparo dai pericoli esterni. In altre parole, l’attaccamento che gli adolescenti di questi ultimi venti anni hanno per la famiglia esprime piuttosto la loro paura di avventurarsi in un mondo complesso. Ancora i dati attuali confermano quanto Garelli (1984, 130) scriveva a conclusione della sua ricerca: «la famiglia sembra essere rivalutata dalla grande maggioranza dei giovani per la sua funzione affettiva, per la stabilità che offre a questo livello in un contesto avaro di sicurezze». Come dire che la precarietà di portare a conclusione la propria ricerca verso la definizione di un concreto progetto per il futuro fa sì che gli adolescenti di oggi si chiudano sempre di più nella dimensione quotidiana privilegiando in essa ciò che percepiscono come più sicuro: l’affetto dei propri genitori e familiari. Per questo, come è ormai noto a tutti, i nostri adolescenti non hanno nessuna fretta di andarsene di casa. Uscire significa, infatti, dover contare su stessi, sulle proprie forze, fare delle scelte, assumersi delle proprie responsabilità.
    Ma la difficoltà dei figli ad abbandonare la propria famiglia, come abbiamo avuto modo di sottolineare precedentemente, trova anche dei genitori più indecisi e fragili e, quindi, più acconsenzienti, disponibili a scendere a compromesso con i propri figli. Nella nostra società complessa è difficile diventare adulti (costruire una propria identità) ma anche essere adulti (cioè mantenere stabilmente l’identità raggiunta). In questo modo, sulla falsa riga dei propri figli, anche i genitori, sembrano privilegiare l’area affettiva. Il più delle volte acconsentono al fenomeno della famiglia lunga dei propri figli perché percepiscono la separazione da essi come una grave perdita. Questo avvenimento invece di essere accolto con soddisfazione, per aver realizzato il proprio compito di genitori nell’avviare il proprio figlio nel compimento di un proprio progetto di vita, è vissuto drammaticamente. Ancora una volta il problema è a livello identitario ed esistenziale. Molti genitori, infatti, a causa di una forte e univoca identificazione col proprio ruolo di padre o di madre, all’uscita di casa dei figli, entrano in una vera e propria crisi d’identità e di senso. Questo accade specialmente per le donne che sono più portate a crearsi un’identità relazionale. Al venir meno del suo ruolo di madre, la donna è portata a mettere in discussione la propria identità di persona. Ciò è ancora più evidente in quelle donne che si sono servite del ruolo di madre come «copertura» ad un matrimonio poco felice (Szentmàrtoni 1988, 448-450). Per questi motivi i genitori sono disposti a non inasprire i contrasti con i propri figli. Preferiscono rinunciare a gran parte delle loro pretese per non perturbare l’equilibrio stabilitosi tra le due parti.
    Oggi, figli e genitori, ambedue interessati a non incrinare la loro relazione, sono disposti ad un adattamento reciproco, ad una rinegoziazione dei propri rapporti attraverso una fitta contrattazione (fig.3). Solitamente è il figlio che con una nuova «pretesa» innesca una certa conflittualità tra le parti, ma che solitamente, per interesse reciproco, non è mai spinta a livelli troppo alti. Da una parte i figli, interessati a «tranquillizzare» i genitori, non chiedono mai oltre un certo limite e sono disposti a fare i «bravi ragazzi» cercando di rispondere il più possibile alle attese dei genitori. Dall’altra i genitori si dimostrano sempre più elastici. Quando i figli chiedono qualcosa fuori dall’ordinario, dopo un primo deciso «no», ci ripensano e poi aprono le trattative. Così l’orario di uscita tende gradualmente a slittare, la libertà di utilizzo del motorino passa alla discrezione del figlio, la lotta per la visione di alcuni programmi televisivi giunge all’acquisto di un televisore da mettere in camera del figlio. Così dice una ragazza di 19 anni: «I miei genitori mi lasciano molta autonomia, molta libertà, anche perché hanno molta fiducia in me. Fortunatamente non li ho quasi mai delusi, certo non è impossibile; però ho un buon rapporto con i miei genitori e mi sento libera di fare ciò che voglio, anche perché mi impongo anch’io dei limiti. In genere non è che chiedo cose assurde» (Tonolo e De Pieri 1995, 120).
    In sintesi, in questo nuovo modello di famiglia, più democratico rispetto a quello di qualche decina di anni fa, che di fronte alle decisioni lasciava unicamente due possibilità, accettare o ribellarsi, la conflittualità esiste ancora, ma è tenuta a livelli minimi.

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    Come scrive Altieri, la contrattazione riesce a far contenti genitori e figli. Per i primi svolge una funzione rassicurante sul ruolo: «essi pensano che nelle trattative i rapporti di forza siano a loro favore, di avere il coltello dalla parte del manico». Per i figli, invece, «la contrattazione implica il riconoscimento dell’interlocutore come soggetto autonomo, dotato di capacità e forza contrattuale. Nella contrattazione sta dunque il primo momento di autonomia dell’adolescente nei riguardi dei genitori» (Altieri 1991, 137). Tutto ciò è un bene? Bisogna distinguere. Se questo accordo è finalizzato all’instaurazione di un rapporto paritario e reciproco fra le due parti è un bene; ma se questo tende esclusivamente ad essere alimentato dalle paure (sia dell’adolescente sia dei genitori) di cui abbiamo parlato, trasformandosi in un rapporto morboso, allora è chiaramente un male.
    La mancanza di spinta propulsiva della famiglia nei confronti degli adolescenti pone in evidenza il passaggio sottolineato da Pietropolli Charmet (1996) dalla famiglia «etica» a quella «affettiva». Come dice l’autore, «la famiglia attuale sembra aver assunto come compito primario quello di farsi obbedire per amore e non per paura, di dover somministrare presenza e affetto più che principi, norme o valori desunti dall’esterno; il che comporta che il processo educativo viaggi attraverso una lunga fase di negoziazione e contrattazione delle norme, delle regole e delle relative sanzioni previste in caso di trasgressione della norma concordata» (Pietropolli Charmet 1996, 4). È evidente come in una famiglia del genere sia più difficile rompere i legami, vista la vicinanza e la dipendenza affettiva esistente fra i vari membri.

    Amicizia e amore: due importanti laboratori di senso

    Un ambito particolarmente interessante a proposito di come cambiano gli adolescenti di oggi è certamente quello delle relazioni tra coetanei sia nei rapporti di amicizia che di innamoramento. La preminenza della relazionalità primaria è confermata dal peso che il gruppo continua ad avere per gli adolescenti. Fino a qui niente di nuovo. A questo proposito la particolarità d’oggi sta piuttosto nelle dimensioni e nelle dinamiche di queste compagnie. In genere i gruppi degli adolescenti di oggi sono numericamente più piccoli così da aumentare il grado di intimità tra i suoi membri. Sono anche aggregazioni molto fragili, che non hanno una lunga durata, e all’interno delle quali non esiste una leadership. Se nei gruppi adolescenziali di qualche decina di anni fa era facile individuare un capo, oggi nessun membro osa definirsi come il leader del gruppo, ma tutti gli appartenenti sottolineano come tra di essi vi sia una parità di ruoli e di potere. Ancora una volta è l’affettività a prevalere sulla progettualità. In questi gruppi è lo stare e il parlare insieme a prevalere sul fare o l’agire. Il bisogno di affettività è sottolineato proprio dall’intensa attività comunicativa. A questo proposito è interessante anche notare come quelli che un tempo rappresentavano i tipici momenti ideologici e contestativi, come l’occupazione o l’autogestione nelle scuole, si siano trasformati in occasioni in cui conoscersi con quelli delle altre classi, fare amicizia e sentirsi uniti.
    Un altro spazio poi che in questi ultimi anni ha rappresentato per gli adolescente un autentico laboratorio è stato quello della coppia. È anzitutto interessante sottolineare come, in continuità con i dati appena visti, ciò che è ritenuto come più importante nel rapporto di coppia non è tanto l’intesa sessuale ma quella relazionale (la fedeltà, il rispetto, la comprensione e la capacità di comunicare). Interessante è quello che dice un adolescente di 17 anni sostenendo come il rapporto d’amore debba avere anche le qualità dell’amicizia. «Credo – dice – che l’amicizia è amore, magari con una sfumatura diversa, ma sempre amore è. Però l’amore è inteso in senso diverso, per cui l’amicizia è più importante che avere la ragazza. A volte il fatto materiale ti offusca la mente, ti fa credere di amare una persona. Invece quando ami un amico, sei sicuro che è un amico e basta. Preferirei molto avere un’amicizia… Poi dipende dal tipo, a meno che la tua ragazza sia una grandissima amica e allora sei proprio a posto» (Tonolo e De Pieri 1995, 86).
    Quando poi si chiede cosa rappresenti il rapporto sessuale, viene visto prioritariamente come una forma di relazione d’amore (Fig. 4).

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    Come per la famiglia e gli amici, anche la coppia svolge quindi un ruolo anzitutto affettivo e d’appoggio. Una adolescente di 19 anni a questo proposito dice: «Avere il ragazzo secondo me è importante. È una persona con cui puoi confidarti e avere anche affetto, essere compresa, essere capita, e contemporaneamente tu cerchi di capire lui, cerchi di dare affetto. Io con il mio ragazzo, non lo so, soprattutto mi sento sicura, quando sono con lui provo sicurezza» (Tonolo e De Pieri 1995, 88).
    La relazione all’interno della coppia è estremamente aperta e paritaria. In essa viene espresso un maschile e un femminile interscambiabile nei ruoli, cosa che non potrà non influenzare i futuri ruoli genitoriali.
    Un aspetto di particolare novità è dato, come scrive Pietropolli Charmet (1996) dal livello di autonomia reciproca che hanno: «non chiedono sacrifici umani come la coppia di un tempo, che doveva immolare amicizie, sport, interessi, viaggi, famiglie, cultura. Il loro contratto è fondato su livelli di autonomia straordinaria» (1996, 8)
    Nel campo degli affetti, a differenza di quello etico, gli adolescenti di oggi hanno realizzato un vero e proprio laboratorio di senso muovendosi in modo unitario e innovativo e, a nostro parere, influenzando gli stessi costumi sociali. È proprio il caso di dire con Pietropolli Charmet che i nostri adolescenti, anche se si dimostrano silenziosi da un punto di vista politico, culturale o religioso, «sono molto eloquenti dal punto di vista sentimentale: la gruppalità, l’importanza del gruppo, le funzioni di contenimento ma anche di sostegno alla crescita che svolgono gli amici, l’eternizzazione dell’amicizia, per cui gli amici dell’adolescenza non smettono di essere amici quando si conclude l’adolescenza e si entra in coppia, ma continuano a rimanere tali e si spera che possano un giorno diventare anche colleghi… Da questo punto di vista non li trovo certo silenziosi, trovo anzi che si siano dati molto da fare, certo verso il dentro, non verso il fuori» (1996, 8).

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