Marcella Farina
(NPG 2007-03-31)
Concludendo il convegno di Verona, il card. Camillo Ruini ha indicato come «primo obiettivo a cui puntare per il dopo-Convegno: «riproporre a tutti con convinzione» quella «misura alta della vita cristiana ordinaria» che è la santità […] (Novo millennio ineunte, 31). Paola Bignardi […], definendo la santità «unica misura secondo cui vale la pena essere cristiani», ha rimarcato come a questa richiesta non ci siano per noi alternative praticabili. Infatti il cammino verso la santità non è altro che il lasciar crescere in noi quell’incontro con la Persona di Cristo «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva», secondo le parole della Deus caritas est riprese dal Papa nel suo discorso: così, nonostante tutte le nostre miserie e debolezze, possiamo essere riplasmati e trasformati dallo Spirito che abita in noi».[1]
La chiamata alla santità
La santità, concreta testimonianza di Cristo, è tra le tre direttrici che hanno guidato sia la preparazione che lo svolgimento del convegno insieme alla missionarietà e alla cultura, perché è alla base degli Orientamenti Pastorali, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.
La Traccia, Testimoni di Gesù Risorto speranza del mondo, l’ha evidenziato fin dal titolo puntando sui Testimoni, quindi sull’intimo rapporto e la radicale appartenenza dei cristiani a Cristo.[2]
L’ha sottolineato nei quattro capitoli, ponendo in rilievo che la testimonianza ha la sua sorgente nel Signore che con la sua presenza converte e fortifica i discepoli, facendoli partecipi della sua vita divina (cap. 1); è la vita battesimale che non è un soprabito posto sull’esistenza umana, ma la vivifica, divenendo radice dell’agire (cap. 2); quindi il quotidiano, la ferialità, non è lo scorrere incolore del tempo nelle diverse fasi della vita e nella molteplicità degli avvenimenti, ma il è luogo in cui Dio opera la salvezza e la creatura l’accoglie in libertà narrando la speranza, (cap. 3); è la vita nuova che nel discernimento evangelico si esprime in alcuni ambiti particolarmente delicati del nostro essere nel mondo, lasciando trasparire la forza rigeneratrice della grazia di Cristo (cap. 4).
Le coordinate proposte nella Traccia sono state riprese nelle relazioni e nei lavori dei gruppi di studio, quindi l’esigenza radicale della santità è ritornata come un insistente appello.[3]
E i santi sono stati presenti non solo nelle gigantografie poste in Fiera, nelle immagini collocate nell’Arena e nei due volumi che hanno riproposto all’attenzione i profili di alcuni testimoni di Cristo che hanno resa bella la Chiesa italiana, ma anche e soprattutto nella consapevolezza che ciascuno di noi è parte viva dell’unica Chiesa, Chiesa pellegrinante e Chiesa celeste: la solenne processione verso l’Arena non era uno spettacolo, ma testimonianza di fede.
È risuonato nel cuore di tutti l’appello alla santità, un appello che viene dal Signore, come ricorda il Vaticano II (Lg 40).
Giovanni Paolo II, lanciando la Chiesa nel Terzo Millennio, l’ha esortata con passione a camminare coraggiosamente e decisamente sulla via della santità. In questo programma ha coinvolto in particolare i giovani i quali sono stati affascinati dalla sua persona e dal suo messaggio e lo hanno seguito fino alla fine, vegliando sotto la sua finestra negli ultimi momenti della sua vicenda terrestre.
I cristiani, specie quanti svolgono la missione educativa, hanno il compito di gestire il fascino che Giovanni Paolo II ha esercitato sulle nuove generazioni, elaborando percorsi educativi che coniughino pedagogia e mistagoga.[4]
E il Pontefice si domanda: «Si può forse «programmare» la santità? Che cosa può significare questa parola, nella logica di un piano pastorale?».[5]
La risposta non è convenzionale. Nasce dal suo vissuto di credente e dalla sua passione missionaria.
«Porre la programmazione pastorale nel segno della santità è una scelta gravida di conseguenze. Significa esprimere la convinzione che, se il Battesimo è un vero ingresso nella santità di Dio attraverso l’inserimento in Cristo e l’inabitazione del suo Spirito, sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Chiedere a un catecumeno: ‘Vuoi ricevere il Battesimo?’ significa al tempo stesso chiedergli: ‘Vuoi diventare santo?’. Significa porre sulla sua strada il radicalismo del discorso della Montagna: ‘Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste’ (Mt 5,48). […]. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione. È però anche evidente che i percorsi della santità sono personali, ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone. Essa dovrà integrare le ricchezze della proposta rivolta a tutti con le forme tradizionali di aiuto personale e di gruppo e con forme più recenti offerte nelle associazioni e nei movimenti riconosciuti dalla Chiesa».[6]
La santità, infatti, è «la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale […]; additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale […]; professare la Chiesa come santa significa additare il suo volto di Sposa di Cristo, per la quale egli si è donato, proprio al fine di santificarla […]. Questo dono di santità […] è offerto a ciascun battezzato. Ma il dono si traduce a sua volta in un compito, che deve governare l’intera esistenza cristiana».[7]
Giovanni Paolo II si è fatto un portavoce singolare dell’appello di Gesù alla santità, incarnandolo nella sua testimonianza evangelica luminosa e nella sua ardente opera evangelizzatrice. Proprio nella prospettiva pastorale ha promosso con più intensità e sistematicità le cause di beatificazione e canonizzazione: ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione, proclamando 1338 nuovi beati e 51 nuovi santi; ha proposto al culto dei fedeli 482 nuovi santi.
Guidando verso la santità, ha interpellato i giovani ad entrare in questa meravigliosa avventura nella quale non saranno mai delusi, anzi raggiungeranno la pienezza di vita.
Chiede: «Hai già scoperto Cristo, che è la vita?»
«Ciascuno di voi desidera tanto vivere la vita nella sua pienezza. Vivete animati da grandi speranze, da tanti bei progetti per l’avvenire. Non dimenticate, però, che la vera pienezza della vita si trova solo in Cristo, morto e risorto per noi. Solo Cristo è capace di riempire fino in fondo lo spazio del cuore umano. Egli solo dà la forza e la gioia di vivere, e ciò nonostante ogni limite o impedimento esterno. Sì, scoprire Cristo è la più bella avventura della vostra vita. Ma non basta scoprirlo una volta sola. Ogni scoperta, che si fa di lui, diventa un invito a cercarlo sempre di più, a conoscerlo ancora meglio mediante la preghiera, la partecipazione ai sacramenti, la meditazione della sua Parola, la catechesi, l’ascolto degli insegnamenti della Chiesa. È questo il nostro compito più importante».[8]
Nell’attuale socio-cultura è necessario “rievangelizzare la vita” […] mediante la testimonianza di uomini e di donne che mostrino la fecondità di un’esistenza che ha in Dio la sua sorgente, nella docilità all’azione dello Spirito la sua forza, nella comunione con Cristo e con la Chiesa la garanzia del senso autentico della fatica quotidiana».[9]
I giovani hanno mostrato di essere aperti alla proposta di una vita cristiana di alto profilo.
«Il Giubileo dei Giovani ci ha come «spiazzati», consegnandoci il messaggio di una gioventù che esprime un anelito profondo, nonostante possibili ambiguità, verso quei valori autentici che hanno in Cristo la loro pienezza […]. Se ai giovani Cristo è presentato col suo vero volto, essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce. Per questo, vibrando al loro entusiasmo, non ho esitato a chiedere loro una scelta radicale di fede e di vita, additando un compito stupendo: quello di farsi «sentinelle del mattino» (cfr Is 21,11-12) in questa aurora del nuovo millennio».[10]
Un serio impegno educativo
Come educatori non siamo sorpresi da questo appello: il grande educatore don Bosco ne ha fatto la linfa vitale della sua opera educativa.
Da Verona, quindi, ci viene l’indicazione a mettere a servizio il carisma perché la vocazione alla santità sia il nostro impegno personale e sia la meta proposta alle nuove generazioni.
La forma concreta per tradurla in azione è la via tracciata da Benedetto XVI: Rendere visibile il grande «sì» della fede nella vita di ogni giorno ove non dobbiamo perdere di vista il raccordo tra la fede e la vita quotidiana, tra la proposta del Vangelo e le preoccupazioni e aspirazioni che stanno più a cuore alla gente.
Attraverso la nostra vita e la nostra missione deve «emergere soprattutto quel grande «sì» che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. San Paolo nella Lettera ai Filippesi ha scritto: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri» (4,8).
Il Papa continua raccordando questo impegno con l’opera educativa la quale deve «risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri ‘no’ a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità, questi ‘no’ sono piuttosto dei ‘sì’ all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio».
Aveva detto Simone Weil: «Viviamo in un’epoca sicuramente senza precedenti e nella situazione presente l’universalità, che un tempo poteva essere implicita, deve essere ora totalmente esplicita. Essa deve impregnare il linguaggio e tutto il modo di essere. Oggi non è sufficiente essere santo: è necessaria la santità che il momento presente esige, una santità nuova, anch’essa senza precedenti».[11]
Siamo interpellati a camminare con le nuove generazioni sulla via della santità.
Come aveva detto Paolo VI in occasione del centenario dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, il 15 luglio 1972:
Il presente lo conoscete […]. Dobbiamo guardare avanti […]. Siamo non solo autorizzati, ma stimolati dal Signore ad avere gli occhi che tendono anche verso l’avvenire […]. Non sappiamo quale sarà l’avvenire, ma possiamo intravedere quali siano i compiti, i doveri e la via da seguire anche per i giorni futuri...
Che ora tremenda per la Chiesa! La conoscete tutte.
Se avete un po’ di contatto con le anime – le anime giovanili di questo nostro tempo – restate col fiato sospeso. Ma che anime sono? Che generazione è? Che tempi sono? Ma chi soverchia la nostra fatica di seminare buoni pensieri, buoni propositi, buoni insegnamenti? [...]
A questi interrogativi, figliole mie, non c’è che una risposta, per dire tutto in una sola parola [...] la quale spiega la straordinaria fecondità del passato, e assicura infallibilmente al vostro istituto la sua vitalità per l’avvenire: la santità […].
Ciò significa assicurare il primato della vita interiore anche in mezzo a tutte le vostre attività esteriori, che sono pure utilissime: educative, caritative, missionarie, senza mai temere che in tal modo sia diminuito il vostro dinamismo apostolico o che possiate essere impedite di dedicarvi a fondo nel servizio degli altri […].
[1] Ruini C., Intervento conclusivo, n. 3.
[2] «Testimoni di Gesù risorto. Quel ‘di’ va capito bene! Vuol dire che il testimone è ‘di’ Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. È esattamente il contrario di quello che avviene per l’altra espressione: ‘speranza del mondo’. Qui la preposizione ‘del’ non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è ‘il Santo’ (in ebraico Qadosh). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della non-violenza» (Benedetto XVI, Omelia, 19 ottobre 2006).
[3] Cf Farina M., Gesù Cristo nostra speranza (1Tm 1,1). Annuncio e testimonianza, in «Rivista di Scienze dell’Educazione» 44 (2006) 6-26.
[4] È interessante riprendere in tal senso i suoi messaggi per la Giornata mondiale della gioventù e per la Giornata di preghiera per le vocazioni ove il Pontefice propone concretamente l’educazione alla santità (cf Farina M., Nell’ordine dell’amore in «Rivista di Scienze dell’Educazione» 43 [2005], 3,362-382).
[5] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica, Novo Millennio Ineunte, n. 31 (abbrevio con NMI).
[6] Ibidem.
[7] Ivi n. 30.
[8] Messaggio per la 4ª Giornata Mondiale della Gioventù,
[9] Messaggio per la 38ª Giornata Mondiale per le Vocazioni, in ivi.
[10] NMI, n. 9.
[11] Simone Weil, Quaderni, I, Milano, Adelphi 1988, 69.

