Noi c’eravamo (a Loreto)


    Testimonianze di giovani

    (NPG 2007-08-13)


    È PROPRIO LA MISSIONE DELLA GIOVENTÙ CAMBIARE IL MONDO
    Marco Pappalardo

    Questo è davvero un giorno di grazia! Comprendere quale meravigliosa opera abbia compiuto il Signore facendoci incontrare, qui a Loreto, così numerosi e in un clima gioioso di preghiera e di festa.
    Così il Santo Padre ha iniziato l’omelia della Santa Messa celebrata il 2 settembre a Loreto in occasione dell’Agorà dei giovani italiani. Un’opera meravigliosa davvero se pensiamo all’unità d’intenti dei presenti, alla varietà delle provenienze, alla diversità anagrafica, alle statistiche di partecipazione prima dell’incontro. Sì, perché queste opere il Signore le compie proprio quando si è più increduli e sfiduciati, quando ci si lascia scoraggiare, quando prevale la stanchezza. Ed è così allora che ogni spazio verde della spianata di Montorso si riempie momento per momento, sembra quasi di ritrovarsi nel racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Un evento storico questo incontro di Loreto, di quelli di cui qualcuno un giorno dirà: «Ma tu c’eri a Loreto nel 2007?», un po’ come la GMG del 2000!
    Ancora oggi Dio cerca cuori giovani, cerca giovani dal cuore grande, capaci di fare spazio a Lui nella loro vita per essere protagonisti della Nuova Alleanza. Per accogliere una proposta affascinante come quella che ci fa Gesù, per stringere Alleanza con Lui, occorre essere giovani interiormente, capaci di lasciarsi interpellare dalla sua novità, per intraprendere con Lui strade nuove.
    Giovani anagraficamente, ma anche «cuori giovani» come dice ancora il Papa, uniti in Cristo e dunque creature nuove. A Montorso c’erano infatti adolescenti, giovani e adulti accompagnatori: genitori e figli, animatori e animati, professori e alunni… insieme con gli stessi sogni e le stesse speranze, attenti gli uni gli altri, un cuor solo e un’anima sola. Nella Chiesa non c’è un primato nell’annuncio o nella testimonianza, non c’è il grande e il piccolo, colui che sa di più o di meno, bensì insieme si è chiamati a portare al mondo il Vangelo.
    Cari giovani – ha affermato il Santo Padre – lasciatevi coinvolgere nella vita nuova che sgorga dall’incontro con Cristo e sarete in grado di essere apostoli della sua pace nelle vostre famiglie, tra i vostri amici, all’interno delle vostre comunità ecclesiali e nei vari ambienti nei quali vivete ed operate.
    L’annuncio è tema del nuovo anno dell’Agorà, dopo il tempo dell’ascolto; un dire con coraggio e a voce alta ai propri coetanei e agli adulti che Dio è Amore, ma soprattutto affermarlo con la vita e nel quotidiano. Tornati a casa da un’esperienza così grande non si può restare indifferenti, né continuare ad essere quelli di prima; chi riceve un bel dono ha subito voglia di farlo conoscere agli altri: questo dono è stato elargito a tanti ed è tempo di condividerlo ciascuno secondo le proprie possibilità, l’età, la cultura, il lavoro, il tempo. Spetta di certo agli adulti e agli educatori sostenere l’entusiasmo e il desiderio dei giovani con l’opportuna formazione permanente, il sostegno alle iniziative, l’accompagnamento necessario nel servizio. È una responsabilità grande sostenere una tale missione, sarebbe un vero peccato lasciar cadere tutto!
    La via dell’umiltà, indicata anche dalla liturgia della Parola, indica lo stile con cui portare il messaggio di Cristo per sé e per gli altri, così come Papa Benedetto XVI dice: Non seguite la via dell’orgoglio, bensì quella dell’umiltà. Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie ‘alternative’ indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. Quella dell’umiltà, cari amici, non è dunque la via della rinuncia ma del coraggio. Non è l’esito di una sconfitta, ma il risultato di una vittoria dell’amore sull’egoismo e della grazia sul peccato.
    Parole forti e chiare per chi vuol ascoltare, che spingono ad andare all’essenziale in un mondo che tende al superfluo, che esortano al coraggio in una società di rinunciatari, che richiamano alla verità dinanzi alle menzogne di ogni sorta, che invitano ad essere se stessi dinanzi ai modelli omologati e omologanti, che desiderano una vita piena piuttosto che da mezzi uomini: sì una vita dove l’amore vero vince quello adulterato e di plastica!
    Ciò richiama tutti, e soprattutto i giovani, a vivere in comunione tra di loro, con gli adulti e nella Chiesa. Si tratta di prendere consapevolezza che Chiesa non è sinonimo di gerarchia, di struttura, di catechisti e consacrati, di grandi pensatori e di regole, ma la comunità dei fedeli in Gesù Cristo la cui unica «regola» è l’amare Dio e il prossimo. È questa la Chiesa da conoscere, da vivere, da amare.
    È vero – continua il Papa – tante e grandi sono le sfide che dovete affrontare. La prima però rimane sempre quella di seguire Cristo fino in fondo, senza riserve e compromessi. E seguire Cristo significa sentirsi parte viva del suo corpo, che è la Chiesa. Non ci si può dire discepoli di Gesù se non si ama e non si segue la sua Chiesa. La Chiesa è la nostra famiglia, nella quale l’amore verso il Signore e verso i fratelli, soprattutto nella partecipazione all’Eucaristia, ci fa sperimentare la gioia di poter pregustare già ora la vita futura che sarà totalmente illuminata dall’Amore. Il nostro quotidiano impegno sia di vivere quaggiù come se fossimo già lassù. Sentirsi Chiesa è pertanto una vocazione alla santità per tutti; è impegno quotidiano a costruire la comunione e l’unità vincendo ogni resistenza e superando ogni incomprensione. Nella Chiesa impariamo ad amare educandoci all’accoglienza gratuita del prossimo, all’attenzione premurosa verso chi è in difficoltà, i poveri e gli ultimi. La motivazione fondamentale che unisce i credenti in Cristo, non è il successo ma il bene, un bene che è tanto più autentico quanto più è condiviso, e che non consiste prima di tutto nell’avere o nel potere ma nell’essere.
    Già, essere di Cristo, dunque creature nuove per rinnovare la società che ci circonda, per fare della periferia il centro, perché dove c’è Cristo c’è tutto il centro. Dove si celebra l’Eucaristia, dove c’è il Tabernacolo c’è Cristo e quindi è il centro, e dobbiamo fare di tutto perché questi centri vivi siano efficaci, presenti e siano realmente una forza che si oppone a questa emarginazione. La Chiesa viva, la Chiesa delle piccole comunità, la Chiesa parrocchiale, i movimenti, dovrebbero formare centri nella periferia e così aiutare a superare le cose che la grande politica ovviamente non supera, e dobbiamo nello stesso tempo anche pensare che nonostante le grandi concentrazioni di potere, proprio la società di oggi ha bisogno della solidarietà.
    Questo è un invito chiaro del Santo Padre a camminare uniti come il tralcio alla vite, a fuggire la tentazione degli «orticelli» personali ben curati o ai «campi di funghi» fatti di piccoli raggruppamenti e con deboli radici. È un impegno fondamentale quello dell’unità nel rispetto delle differenze, anzi nell’esaltazione delle stesse, perché la Chiesa sia autentica, irradiante, significativa, concreta, unita. Non si tratta, però, di tendere a questo stato per se stessi, per compiacersi, per mostrare un bel manifesto o un potere. L’Agorà di Loreto non è stata una vetrina ecclesiale, né un dimostrare qualcosa al mondo, ma un trovarsi insieme attorno a Cristo e al successore di Pietro condividendo ciò che si vive tutti i giorni, nel servizio quotidiano ai fratelli più deboli, con lo sforzo costante di rinnovare la società attraversi i piccoli ma concreti gesti, con la consapevolezza che «tutto comincia ora»! Che questo tutto parta proprio dai giovani? Saranno proprio loro gli artefici di un nuovo inizio? Benedetto XVI ci crede, così come i giovani credono in lui, e a loro dice: Il mondo, lo vediamo, deve essere cambiato, ma è proprio la missione della gioventù, cambiarlo!

    UNA CHIESA DISPONIBILE ALL’ASCOLTO
    Michele Zecchin

    Non posso che esprimere la mia gioia e riconoscenza verso la Chiesa per l’evento dell’Agorà dei giovani, un incontro così ricco di riflessioni, interrogativi, decisioni, da sollecitare tutti i giovani e – tra essi – me stesso, a vivere una nuova fase del reciproco rapporto. Mi sono sentito «chiamato in causa» e ho potuto così, ai piedi del Santuario Mariano, rileggere la mia vita quotidiana, ascoltare il mio cuore, rivedere le mie idee, pensare al mio futuro nella speranza.
    Ero partito per Loreto con poca voglia, quasi sicuro che poco avrei potuto portarmi a casa. E invece, ancora oggi, sto pensando a quanto avrei perso se non vi avessi partecipato, a quanti amici non avrei conosciuto, a quante persone non avrei dato «qualcosa» di me stesso, a quanti dubbi, domande, incertezze, gioie, paure mi sarebbero rimaste dentro.
    Già, perché una cosa che sento, anche negli amici in parrocchia, nei giovani delle famiglie che conosco, nella realtà dove vivo, nell’ambiente lavorativo della mia zona, è proprio la poca comunicazione, la paura di esporsi, di mettersi in gioco, di dialogare, di trovare il tempo per fermarsi e riscoprire i valori dell’amicizia, del confronto, della condivisione, della serenità interiore, dell’Amore che Dio ha verso i suoi figli in ogni momento. Un Amore che non ci lascia mai soli e che molte volte, all’interno delle nostre giornate cariche di impegni, non riusciamo più a riconoscere.
    La cosa peggiore che viviamo è proprio la solitudine, la mancanza di amicizie, la paura di non saper cosa fare per se stessi e poi per gli altri, e non sapere a quali ideali poter puntare e quali possono essere realmente realizzabili. Tutti interrogativi e ricerca di risposte che restano inespressi proprio per l’incapacità, la paura o l’impossibilità del dialogo dei giovani e tra i giovani.
    Perché è anche attraverso il dialogo e il confronto che si maturano delle scelte, si riesce a essere critici e capaci di porsi obiettivi seri e di prendere delle decisioni.
    Dialogo e confronto con se stessi e la propria interiorità, con gli amici, gli adulti che sanno avvicinarti e testimoniare… la Chiesa.
    È grazie alle parole del Papa sulla spianata di Montorso che ho sentito tutta la disponibilità da parte della Chiesa, e l’invito ai suoi ministri a mettersi in ascolto della gioventù, delle sue problematiche, delle paure e, soprattutto, delle speranze, di ideali grandi, di puntare in alto. Un ascolto che non si limita all’accoglienza di lamentele e alla proposta di facili consolazioni, ma che sa incoraggiare il cuore e rilanciare i sogni, che sappia sollecitare dei sì.
    Il Papa lo ha sottolineato: con Dio accanto a noi, con il nostro affidamento a lui, nulla è impossibile, nulla è irraggiungibile. Da un semplice, ma grande, «sì» di Maria è scaturita la storia della salvezza. E in Maria Dio ha cercato un cuore giovane disposto ad accoglierlo e seguirlo, nulla di più.
    Gesù – ha detto il Papa – ha a cuore proprio la vita dei giovani (molte parabole infatti si riferiscono a noi) e la Chiesa odierna vuole continuare questa «missione» standoci accanto con l’offerta della Parola, i sacramenti, la condivisione reciproca, l’amore. Ideali grandi, che esprimono il sì di Dio alla vita, all’uomo. Dio ha su ognuno di noi un progetto che ci viene «affidato» in base ai nostri talenti, alle nostre forze e alle nostre capacità: ci chiede solo di seguirlo e di consegnarci a lui.
    Ma senza il dialogo e l’aiuto reciproco con persone che sanno accogliere e rafforzare e rilanciare gli ideali veri, tutte le nostre speranze e la gioia da donare vengono meno.
    E così finalmente ho sentito quello che da tempo mi sarebbe piaciuto sentire da parte della Chiesa: l’apertura decisa ai giovani, al dialogo, all’incontro, alla disponibilità, alla corresponsabilità. Non possiamo non evidenziare che molte volte tutte queste cose non sono facili da vedere o da trovare nei suoi rappresentanti. Ma quando è possibile, questo è un momento di crescita e di gioia.
    Ammetto che mi è sempre piaciuto vivere quei momenti in cui posso dialogare apertamente con un prete su diversi problemi, per vedere e ascoltare il suo punto di vista (che può essere quello della Chiesa o anche uno suo personale) e, perché no, dirgli anche che io non la penso in quel modo portando la mia pur piccola esperienza. Non una confessione quindi, ma un dialogo come si può avere con l’amico del cuore o con un fratello. Sono esperienze che mi hanno sempre arricchito alla fine dell’incontro, comunque sia andato, rispettando le idee di entrambi.
    Ed è proprio questo che mi piacerebbe poter chiedere alla Chiesa, al Papa, ai suoi ministri: la disponibilità al dialogo aperto, senza pregiudizi (da entrambe le parti), nell’ascolto, nella condivisione, nell’aiuto reciproco a crescere e maturare nella vita di tutti i giorni. E, una volta ottenuto questo, gli argomenti da trattare possono essere infiniti: dall’aborto all’eutanasia, dalla vocazione religiosa alla vita di matrimonio, dall’educazione dei figli alla fede religiosa dei laici, dal vivere il Vangelo nel nostro quotidiano e alla difficoltà di mettere in pratica certi insegnamenti cristiani… Sono convinto che questo tipo di atteggiamento porterebbe, se non altro per curiosità, molte persone «lontane» dalla Chiesa a rivalutarla, a riscoprirla, a rimettersi in gioco, ad aggrapparsi a qualcosa che molte volte non hanno o non conoscono solo per paura o per poca informazione di cose essa sia veramente.
    Il metodo ce l’ha detto proprio Benedetto XVI a Montorso. L’umiltà! Credo che con essa tutti possiamo «metterci in cammino» per dialogare, aiutarci, volerci bene e creare un mondo migliore, non solo all’interno della Chiesa ma nella società civile di tutti i giorni.
    Con l’umiltà Maria ha accolto la richiesta di Dio di generare il suo Figlio e darci l’esempio più grande di tutti di cosa può fare questa virtù: non dico che si riuscirà a fare altrettanto, ma sicuramente questa sarà una qualità fondamentale e necessaria per guardare alla salvezza di tutti i giovani e delle generazioni future.

    TUTTI ATTORNO A LUI
    Elena Laluce

    Alla ricchezza dell’evento dell’Agorà aggiungo anch’io il mio tassello di riflessione, per ricordare, per condividere, per impegnarmi.
    Partita forse un po’ in sordina, essa si è rivelata una esperienza di grazia, capace di andare fuori dagli schemi e di superare le previsioni di alcuni «addetti ai lavori», che non si aspettavano certo una risposta così entusiasta da parte dei giovani.
    Già, ma chi erano questi giovani? Erano ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia, dalle diocesi, dalle parrocchie grandi o piccole, dalle Associazioni e dai Movimenti, organizzatisi da tempo con pullman e treni, ma c’era anche chi si era deciso all’ultimo e arrivava con mezzi propri.
    Ed era emozionante osservare dall’alto della spianata di Montorso le molte bandiere, gli striscioni, i simboli che rimandavano alle varie «identità», ma che nello stesso tempo ricordavano che tutti quei giovani non erano una folla ma le tante espressioni con cui lo Spirito Santo ravviva il volto della Chiesa.
    Infatti è sicuramente dono e frutto dello Spirito Santo nella Chiesa la molteplicità di Associazioni e Movimenti, che in modi diversi portano i giovani (ma anche gli adulti!) all’incontro con l’unico Signore. Significativa la partecipazione di queste Associazioni e Movimenti all’Agorà. E forse in occasione di queste grandi proclamazioni ci si accorge della varietà e della ricchezza dei gruppi all’interno della Chiesa: ci sono, tra gli altri, i giovani di Azione Cattolica che partecipano con le diocesi e gli oratori, i molti giovani di Comunione e Liberazione giunti a Loreto direttamente dal Meeting di Rimini, l’Associazione Famiglie Numerose, i circa 120.000 del Cammino Neocatecumenale (impossibile non «sentirli» con le loro chitarre e le loro danze!) e i giovani del Movimento Giovanile Salesiano, che partecipano come gruppi regionali o inseriti nelle diverse diocesi di appartenenza.
    L’incontro con il Santo Padre, infatti, non è stato solo l’abbraccio e il dialogo di circa mezzo milione di persone con il loro Pastore, ma è stata l’occasione per molti per riscoprire o ravvivare il senso di appartenenza alla Chiesa, pur nella «diversità dei carismi».
    Come tutti sanno, i giorni dell’Agorà sono stati preceduti dai tre giorni di preparazione a Loreto e nelle diocesi attorno, che sono stati in alcuni casi occasione anche di scambio e di confronto tra le varie realtà o più semplicemente un modo per «accorgersi» degli altri, per ricordarsi o per prendere coscienza delle varie realtà della Chiesa.
    I giorni che precedono e seguono l’Agorà sono, come sempre a margine degli incontri con il Papa, l’occasione per i vari Movimenti di ritrovarsi, magari attorno ai loro «leader», per un raduno di carattere nazionale. È accaduto così dal 29 al 31 agosto per i giovani della GiFra (gioventù francescana), ritrovatisi nel Palazzotto dello Sport di Loreto per il raduno nazionale, e per i circa 250 dell’MGS, provenienti dalle realtà salesiane di tutta Italia e radunati per porsi in ascolto e confrontarsi con le povertà e le ricchezze dei giovani e che hanno avuto la possibilità di incontrare il Rettor Maggiore dei Salesiani, preparandosi in questo modo al dialogo con Benedetto XVI; mentre i giovani del Cammino hanno avuto un incontro vocazionale con il loro fondatore, Kiko Arguello, per «raccogliere i frutti» della Veglia e della Messa con il Santo Padre.
    Personalmente, credo che questo sia davvero una occasione importante per rimettere in discussione magari alcuni pregiudizi, per smettere di pensare di «essere gli unici e i migliori» (cosa che purtroppo spesso accade «a casa») e di riscoprire che aldilà delle diverse spiritualità siamo tutti Chiesa, tutti ugualmente chiamati all’ascolto dei giovani, ad annunciare il Vangelo, a vivere come testimoni di Cristo nel mondo, a dire come Maria il nostro SÌ al Signore che chiama.
    Proprio la devozione a Maria è, a mio parere, una dimensione importante che rafforza il senso di appartenenza alla Chiesa nella ricchezza della diversità. Era perciò molto emozionante nei giorni che hanno preceduto l’incontro con Benedetto XVI incontrare i vari gruppi nella «Casa» di Loreto, ognuno con i modi che sentiva più suoi (silenzio raccolto o più gioioso di alcuni, i canti e i cori di altri…), ma tutti si sono ritrovati nella Santa Casa, per fare esperienza del comune essere figli.
    Sono infatti certa che la realtà dei Movimenti sia una importante risorsa per la Chiesa e per l’evangelizzazione nel Nuovo Millennio, dal momento che si tratta di varie «vie» per raggiungere le persone lì dove si trovano, proponendo loro diverse spiritualità ma un’unica fede in Cristo.
    Spesso però la bontà di questa ricchezza dello Spirito rischia di scontrarsi con la povertà della mediazione umana e si è perciò tentati di vivere in modo «parallelo» alla Chiesa, alzando inutili barricate (poco coerenti con la testimonianza al «mondo»), delimitando fantomatici «orticelli»…
    A questo proposito credo siano ancora validissime le parole dell’allora Cardinale Ratzinger ai Movimenti nel maggio 1998:
    Ricordo, quale novità emersa in non poche chiese nei tempi recenti, il grande sviluppo dei «movimenti ecclesiali», dotati di forte dinamismo missionario. Quando s’inseriscono con umiltà nella vita delle chiese locali e sono accolti cordialmente da vescovi e sacerdoti nelle strutture diocesane e parrocchiali, i movimenti rappresentano un vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propriamente detta. Raccomando, quindi, di diffonderli e di avvalersene per ridar vigore, soprattutto fra i giovani, alla vita cristiana e all’evangelizzazione, in una visione pluralistica dei modi di associarsi e di esprimersi» (J. Ratzinger, Apertura del Convegno mondiale sui movimenti, Roma, 27 maggio 1998).
    Certo, occorre rafforzare il confronto arricchente tra le diverse realtà, partendo da alcuni «pilastri» comuni, ma sono convinta che sia importante camminare insieme e insieme testimoniare il Vangelo sfruttando anche queste «grandi convocazioni» per imparare a conoscersi, per lavorare insieme nelle realtà parrocchiali e locali.
    Benedetto XVI ha definito i giovani dell’Agorà, come dieci anni fa i movimenti, «primavera della Chiesa». Mi auguro che, con l’aiuto di Maria Vergine di Loreto, questo possa davvero essere l’inizio di una nuova e più consapevole condivisione per insieme annunciare nelle piazze delle nostre città la Buona Notizia.

    NON È FACILE, PER NIENTE FACILE, ANDARE OGGI CONTROCORRENTE
    Salvatore Pinna

    In una società dedita al successo, al primato, all’emergere prevaricando gli altri e i loro diritti, oggi non è facile non adeguarsi, non accettare la lotta per la sopravvivenza.
    Per non essere schiacciati, per orgoglio, per non fare la figura dell’imbranato o del perdente. Magari per non cedere il passo agli arroganti, ai superbi, agli arrampicatori sociali.
    È sempre più difficile, nel mondo del lavoro, dello sport e dello spettacolo, non lasciarsi invischiare da queste logiche e dinamiche, e non pensare che questa è la strada più promettente, più facile.
    Ce ne accorgiamo tutti. I giovani forse con maggior sensibilità, con maggior fastidio. Tutto è relativo, il bene comune non è la priorità, ognuno è costretto, o è portato, a pensare prima di tutto a se stesso, e dopo, ma molto dopo, agli altri.
    E stato stimolante allora l’invito del Papa ad «andare controcorrente».
    Questo ci è abbastanza congeniale; sentiamo che i modelli offerti da media e società non portano da nessuna parte, o meglio portano alla distruzione del pianeta, alle guerre tra i popoli le religioni le culture, all’aumento della forbice delle disuguaglianze e delle povertà. Ma poi ci ha sconvolto tutti quando ha declinato questo andare controcorrente innanzitutto con la virtù dell’umiltà. Tra l’altro, prendendo le mosse proprie da Loreto dove sta la casa di Maria, la serva del Signore, luogo della crescita di Gesù, nel nascondimento.
    L’umiltà! Virtù difficile oggi. Comporta uno sguardo di verità, adottare uno stile di vita senza eccessi, riconoscere i propri limiti e i propri pregi, saperli mettere a servizio del prossimo.
    Ma a ben pensare, e con la guida del papa, non è difficile vedere come le due indicazioni si richiamino. Nell’orgoglio infatti c’è implicito il modello di realizzazione personale basato sull’arroganza, la violenza, la prevaricazione, il successo ad ogni costo, il prevalere dell’apparire e dell’avere rispetto all’essere. Umiltà invece è riconoscimento dei propri limiti e dunque del bisogno di Dio e degli altri, è seguire vie di realizzazione meno appariscenti ma più «vere»: l’amore, la solidarietà, la generosità, l’accoglienza della grazia. Che bello quello che ha detto il papa: l’umiltà non è la via della rinuncia ma del coraggio!
    Per le situazioni che mi capita di vivere quotidianamente a lavoro o nel tempo libero, le sollecitazioni del Papa sono veramente illuminanti.
    Non so se vi è mai capitato di vivere delle situazioni particolari, che vi danno fastidio, pensate a come comportarvi e poi casualmente (o forse no…) andate in chiesa, a Messa e l’omelia è proprio calzante per quello che state vivendo.
    Appena ho sentito le parole del Papa mi sono trovato in questa situazione.
    A lavoro a volte mi capita di venire a contatto con giovani che impostano il rapporto interpersonale e professionale sulla competizione, sull’arrivare primo, più in alto. Ciò capita, ovviamente, per avere dei riconoscimenti formali ma anche economici. Spesso, per una persona orgogliosa come me, diventa difficile lasciar perdere le «provocazioni», e avere la pazienza di riportare la relazione nei binari giusti, sul piano del rispetto e del riconoscimento dell’altro, ma è quanto ci chiede il Vangelo in queste situazioni.
    Nel mondo del lavoro, andare controcorrente, oggi, o apprendere dall’umiltà, significa essere educati, rispettare gli altri, portare il Vangelo nel quotidiano. Vuol dire evitare discussioni dai toni alti o eccessi di personalismi, cercare di far capire gli errori con il ragionamento e non perdere le staffe.
    Una situazione analoga la riscontro nel mondo della politica. Al giorno d’oggi si parla molto di ringiovanire i partiti e le istituzioni favorendo la partecipazione attiva dei giovani al governo del territorio. Mi capita di partecipare a riunioni di partito e noto che quei pochi giovani che riescono a farsi strada devono farlo molto spesso giocando sporco, apprendendo e praticando le stesse «regole del gioco» dei politici di lungo corso: sembra necessario per non soccombere. Per farsi strada e mantenere le posizioni raggiunte sembra poi necessario assimilare i comportamenti dei vecchi politici, atteggiarsi come loro, strumentalizzare gli altri, tutto e solo in funzione del voto.
    Queste le situazioni di vita vissuta e quotidiana che mi sono venute in mente all’invito del Papa.
    Purtroppo situazioni costanti al giorno d’oggi, dove l’umiltà è un optional (nemmeno tanto gettonato e praticato, anzi!), dove i modelli per noi giovani stanno diventando gli arrampicatori sociali, i politici navigati e gli egoisti che hanno successo.
    La figura di Maria e la sua virtù dell’umiltà calza dunque a pennello. E proprio in questo richiamo sta sia l’invito ad andare controcorrente sia il modello da seguire.
    Ciò che mi consola, invece, molto e che mi rassicura è vedere che in tante delle situazioni descritte i giovani capiscono e sanno affrontare la loro vita mettendo in secondo piano la ricerca del potere, della visibilità, del successo a ogni costo. Dovuto alla constatazione dello scadimento della vita personale e di relazione se basata su criteri di orgoglio e violenza? Alla potenza della grazia che scava nelle coscienze? Ad una nuova «strategia» educativa nelle parrocchie, nelle famiglie, negli oratori?
    Da educatore dei ragazzi, le riflessioni su questa omelia mi hanno anche portato a delle conclusioni circa il rapporto educativo con i ragazzi. Bisogna affrontare il tema dell’umiltà, anche se è un concetto, una virtù che fa storcere il naso e i ragazzi non la capiscono. Occorre portare degli esempi positivi, far capire soprattutto ai più piccoli che saranno i giovani del domani, che le vie del Signore sono diverse da quelle degli uomini… ma conducono a vera felicità, a rapporti più veri, a un incontro autentico con Dio.
    L’esperienza di Loreto ha rappresentato una tappa in avanti del mio cammino di ricerca cristiana, pur nella difficoltà a momenti di concentrazione, riflessione e preghiera per il contesto ovviamente rumoroso.
    Ed è stata una riconferma che abbiamo bisogno di figure di testimoni autentici e di maestri, come sappiamo essere oggi (e ieri) il Papa.

    NOTTE DI LUCE
    Alessia Ventresca

    «Restate qui e vegliate con me, pregate e vegliate».
    Migliaia di giovani, assetati di Verità hanno risposto all’invito di Gesù che percorre i secoli e giunge, pregnante e sconvolgente, al cuore di ciascuno di noi. L’hanno fatto in tantissimi, lungo la notte del primo settembre, attingendo alle fontane di luce predisposte nella spianata di Montorso: tracce per invitare i giovani a meditare insieme gli schemi di contemplazione e le domande consegnate da Benedetto XVI al termine della serata del sabato.
    In quella notte è avvenuto l’Incontro che cambia la vita: l’Incontro con la Luce vera, fatta carne per amore nostro.
    Chi aveva sete di risposte ha potuto attingere alla fontana dell’Ascolto; chi era bisognoso di perdono ha trovato ristoro nella fontana della Riconciliazione; chi era assetato di Amore ha contemplato il Pane vivo presso la fontana dell’Eucaristia; chi si interroga sul senso della propria vita si è rinfrescato alla fontana della Vocazione; chi ha a cuore la salvaguardia del creato ha partecipato alla fontana del Creato; chi è interessato al cammino ecumenico ha attinto alla fontana del Dialogo; chi vuole riscoprire Dio come sorgente della sessualità e dell’affettività si è recato presso la fontana dell’Amore vero; chi anela a trovare una compagna di viaggio, fonte di salvezza, si è rivolto alla fontana di Maria.
    La Bellezza e lo stupore riempivano il cuore nel vedere così tanti giovani rinunciare al riposo per vivere l’esperienza significativa e impegnativa delle fontane di luce.
    Ragazzi eterogenei tra loro per abiti, età e provenienza si sono ritrovati insieme, uniti nel parlare il linguaggio dell’Amore, in una rinnovata Pentecoste.
    Inaspettatamente, ho trovato lunghe file all’ingresso di tutte le fontane di luce e ho potuto gustare la semplicità e la pazienza con le quali si stava in fila. C’era chi, in piccoli gruppi, ricordava esperienze passate e ne progettava di future; c’era chi, mano nella mano, in silenzio, gustava un silenzio pregno d’affetto profondo; c’era chi, jeans firmato e cellulare alla moda, si riempiva gli occhi e il cuore di meraviglia nuova; c’era chi riprendeva con nuovo slancio un cammino di fede assopito; c’era chi era lì per affidare al Signore la propria vita, sulle orme di Maria.
    Lo scenario era stato preparato con grande semplicità e sobrietà, ma ogni particolare era colmo di significati.
    Balle di fieno, tele bianche, tessuti grezzi favorivano la riflessione, riportando la memoria del cuore alla città di Nazaret, all’essenzialità della casa dove il Verbo si fece carne.
    E le tenebre di Montorso hanno rinnovato il miracolo: «E venne ad abitare in mezzo a noi».
    In mezzo a noi, giovani in cammino, giovani insicuri e intrepidi, giovani assetati di Lui in mezzo alle contraddizioni del presente.
    Nella veglia del primo settembre, grazie alle fontane di luce, abbiamo accolto Gesù in noi e per il futuro ci siamo sentiti ripetere: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò».
    Ristorati, ce ne torniamo a casa per divenire noi stessi ristoratori di altri.

    MANDATI COME I DISCEPOLI
    Guglielmo Barletta

    «Cari giovani, come i 72 discepoli designati dal Signore Gesù, andate con determinazione e libertà di spirito. Comunicate la pace, sostenete chi è debole, preparate i cuori alla novità di Cristo, annunciate che il Regno dei cieli è venuto».
    Questo ha detto il papa ai giovani che stavano lassù sul palco. Io ero tra loro. Davanti a me il papa, dietro di me, fisicamente ma soprattutto spiritualmente, 500 mila ragazzi che ascoltano queste parole! Mi risuonano continuamente in mente, come mentre le ascoltavo, lassù sul palco come adesso a casa, adesso nel mio quotidiano di casa, studio, movimento.
    «Andate con determinazione e libertà di spirito». Determinazione? In questa società? Nulla è determinato, tutto ha sempre tinte opache, sbiadite! Come faccio io giovane catanese a essere determinato? E poi come faccio ad essere libero di spirito se non posso neanche andare a fare la spesa in libertà senza pressioni di pubblicità e mode?
    «Comunicate la pace, sostenete chi è debole». Questo è facile, ce la posso fare! Sostituisco la bandiera della pace ormai scolorita che ho appeso al balcone quando era di moda e continuo a fare volontariato. Certo per fare questo dovrò staccare un altro ramo all’albero, litigherò con mia madre, e poco importa se per fare volontariato non studio e mi trovo a 30 anni a chiedere i soldi a papà, tanto me lo ha detto Benedetto XVI di fare cosi!
    «Preparate i cuori alla novità di Cristo». Quello è già pronto, nulla ormai mi emoziona più. Se esistesse un elettrocardiogramma sui sentimenti del mio cuore sarebbe piatto da un pezzo. Solo Maria De Filippi riesce a farmi commuovere e solo Incantesimo mi fa amare. Volete che non riesca ad accogliere una persona così importante come la novità Gesù Cristo? Speriamo che sia bello questo nuovo reality show!
    «Annunciate che il Regno dei cieli è venuto». Chissà come posso annunciarlo? Certo! Ci sono! Mando una lettera a Top Girl, il direttore darà ampio risalto nell’inserto «Verginità: come risolvere il problema!».
    Che bello, il prossimo a cui Mons. Bagnasco dà la sacca del pellegrino sono io, speriamo che mi inquadrino! Sai poi quando scendo come mi guarderanno con un occhio diverso le ragazze!
    Uff, ce l’ho fatta a scendere le scale senza inciampare, altrimenti immagini che malacumparsa?
    Questa lettura del mandato missionario è ovviamente una provocazione, ma potrebbe essere quella che certi media danno del popolo delle GMG, un popolo superficiale che in realtà è lontana dalla Chiesa. L’impegno preso dai 72 a nome di tutti i giovani dell’Agorà è la dimostrazione che i giovani sanno impegnarsi e vogliono essere i primi evangelizzatori dei propri coetanei.
    Ma chi siamo questi 72 giovani? Perché 72? Da dove vengono?
    Il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile (SNPG) in preparazione all’Agorà dei giovani, come in passato aveva già fatto per le GMG di Toronto e Colonia, ha organizzato per 72 rappresentanti delle diocesi, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali un pellegrinaggio previo, per approfondire le tematiche legate all’Agorà. 72 come 72 erano i discepoli che il Signore inviò in ogni città e luogo dove stava per recarsi, e 72 come i popoli della terra allora conosciuti.
    Filo conduttore del nostro viaggio-pellegrinaggio è stata la preghiera per tutti i giovani italiani sulle tombe dei patroni d’Italia, San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena, sulla tomba del papa dei giovani Giovanni Paolo II, e nella marcia notturna di 35 km del pellegrinaggio Macerata-Loreto. La preghiera legava gli incontri di approfondimento del grande evento del 1-2 settembre.
    Mons. Comastri, Arciprete della Basilica di S. Pietro, che sorge proprio sul luogo del martirio di San Pietro e di tanti altri cristiani, ci ha ricordato che dal sangue dei martiri nascevano cristiani sempre più saldi nella fede.
    A Terni poi, incontrando i responsabili della «Novamont», industria chimica che ha inventato la plastica senza petrolio e quindi più biodegradabile, utilizzata per tutti gli oggetti in plastica dell’Agorà - essendo il 2 settembre la giornata per la salvaguardia del creato - abbiamo dibattuto sull’importanza di un consumo maggiormente critico dei beni che possediamo. A Terni abbiamo pure incontrato Mons. Paglia, vescovo della città e presidente della commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, per ripercorrere le lacerazioni che nei secoli hanno diviso la chiesa, ma che soprattutto lacerano il Corpo di Cristo.
    A Foligno poi abbiamo incontrato i giovani guidati dal vescovo Mons. Bertoldo, che hanno da pochi mesi concluso il sinodo dei giovani e con i giovani a San Severino Marche, per capire come le Clarisse «ascoltano» Dio, gli altri e se stesse, potendo così diventare modello di ascolto per tutti.
    A Tolentino poi abbiamo conosciuto un modello di impegno verso la gioventù operaia cristiana del GiOC.
    Al termine del cammino l’incontro nella Santa Casa con Maria a cui consegnare la gioventù italiana, i movimenti e le diocesi che ci avevano mandato, gli amici, i parenti e le proprie gioie, preoccupazioni e richieste.
    Poi finalmente il fatidico giorno, il giorno dell’incontro con il Vicario di Cristo. Infine eccoci, «eccomi», la mia disponibilità, pronunciata nella Celebrazione Eucaristica del 2 settembre.
    Il Signore mi ha scelto, Lui mi ha chiamato, e io con Maria canto «Eccomi», non un eccoci disperso tra tanti, ma ognuno dei 500 mila a rispondere «Eccomi». Liberi come solo Cristo sa renderci liberi e con la determinazione di chi ha incontrato Cristo, ha la gioia che trabocca dal proprio cuore e lo deve annunziare a chiunque lo circonda.
    Comunicare la pace cominciando dalle nostre famiglie. Sostenere i deboli, i più fragili, gli ultimi, i piccoli. Convertendoci, cambiando vita, rispondendo SÌ al Cristo che vuole entrare nel nostro cuore, vuole nascere dentro di noi come in Maria.
    Chiamati a diventare santi come Domenico Savio, Alberto Marvelli o Piergiorgio Frassati. Santi facendo il nostro dovere con gioia.
    Ecco il vero mandato missionario dei 72, ma è il mandato per tutti i cristiani di ogni tempo: evangelizzare tutti i popoli della terra cominciando dal lasciarci permeare dal vangelo noi stessi.