Gesù: un incontro di senso


    Domenico Cravero

    (NPG 2008-04-11)


    Cosa è il Vangelo

    Il Vangelo è un «fuoco» portato sulla terra in attesa di divampare e tutto trasformare, secondo il desiderio stesso di Gesù. È un avvenimento, un’esperienza concreta che si radica nel passato, in fatti realmente avvenuti, ma che si realizza nel presente nella parola che lo annuncia. Il termine originale (greco) che indica questa particolare forma di comunicazione è «kerigma» che letteralmente significa l’azione del gridare, del proclamare, come fa il banditore (chi proclama a voce alta sulle strade notizie d’interesse pubblico). Il suo centro vitale consiste nella proclamazione della morte e risurrezione di Gesù, annuncio fatto sotto l’azione dello Spirito Santo da parte di chi ne è testimone. Il kerigma è quindi la comunicazione, convinta e convincente, al mondo che Gesù è la salvezza (la piena realizzazione delle attese più vere e profonde, la felicità compiuta, il senso della vita, la liberazione dalla morte). Di questo «centro infuocato» che tutto riscalda bisogna prima farne una reale esperienza per poi irradiarne il calore. Il kerigma è parlare di Gesù come uno che entra nella vita e la cambia, perché con lui la vita diventa un’altra cosa.
    «Il cristianesimo non è un’idea, ma una Persona. Grandi teologi avevano tentato di descrivere le idee essenziali, costitutive del cristianesimo. Ma il cristianesimo che avevano delineato, alla fine appariva una cosa non convincente. Perché il cristianesimo è, in primo luogo, un Avvenimento, una Persona… Se siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta (…), dobbiamo anche essere convinti che non facciamo torto a nessuno se gli mostriamo Cristo e gli offriamo la possibilità di trovare così anche la sua vera autenticità, la gioia di aver trovato la vita» (Benedetto XVI).
    «Gesù è il Cristo» dicono i cristiani per condensare in una formula il loro credo. I due termini, parlare di Gesù e annunciare il Cristo, si riferiscono certo alla stessa persona, ma indicano due diversi tempi dell’annuncio, si riferiscono a due destinatari differenti. Per avere fede in Gesù e considerarlo il Signore, occorre prima incontrarlo nella sua avventura umana di ebreo del suo tempo, frequentarlo nella sua vera umanità, riconoscere i suoi tratti fondamentali: la qualità della vita che faceva, il messaggio che rivolgeva alla sua gente, le opere che compiva e il significato della fine tragica della sua esistenza terrena. Narrare la sua vita, sentire e comprendere le sue parole, capire cosa è stato per lui il senso dell’esistere, sono già passi concreti di un incontro che prelude ad un’esperienza possibile: fare conoscenza di una persona reale e non solo parlare di un personaggio del passato.

    Una stagione favorevole

    L’annuncio dell’essenzialità della fede pare stroncato nel nascere dall’indifferenza di chi non risponde e con il suo disinteresse sembra dire: «Dio non mi è necessario, dunque il Figlio di Dio non mi riguarda». Eppure, proprio questa disarmante constatazione stabilisce le disposizioni, in un certo senso più idonee nei confronti dell’annuncio del Dio cristiano, il quale esige il linguaggio della gratuità, del dono, della grazia e si diffonde con la dinamica dell’incontro e dell’amore, più che con quello della convincimento, della proselitismo. La secolarizzazione è anche una purificazione della fede, una condizione che sostiene l’adesione a Dio come un assenso gratuito (e non un «obbligo» della pressione sociale e neppure necessità di una dimostrazione razionale), perché Gesù non si è imposto con la potenza o con il ragionamento erudito ma si è rivelato al mondo con l’incontro, il servizio, la simpatia.
    Chi oggi annuncia il Vangelo si trova, così, a condividere una condizione simile a quella degli attuali genitori: nella società delle libertà l’obbedienza non è più una virtù. Non si può concludere, con questo, che non sia più possibile educare. Al contrario l’educazione non è più una pratica scontata ma una conquista, è il tormento ma anche la gloria dei nuovi genitori. La ricerca pedagogica avvalora la nuova condizione quando dimostra che da liberi si cresce meglio. Qualcosa del genere si può affermare anche a proposito della proposta del vangelo: «liberi si crede meglio».
    Non si tratta di arrestarsi sconsolati di fronte all’assenza di Dio in un mondo indifferente, piuttosto di accettare di mettere in discussione i modi inefficaci di presentare e parlare di Gesù, suo Figlio, a partire, però, dalla qualità della sua vicenda umana.
    La domanda di senso e di salvezza non potrà essere spenta del tutto: nelle nuove sensibilità dei giovani, anche nelle loro ambivalenze, è contenuta l’indicazione di una strada da percorrere. La fede non smetterà mai d’interrogare chi riflette sulla vita e sul mondo: pensare che tutto sia esclusivamente frutto del caso e che nulla esista se non destinato a finire e a morire, non è meno «assurdo» che ammettere un universo nato da un’Intelligenza e retto da un dono d’Amore; un mondo lasciato a se stesso non è più «comprensibile» di una terra che Dio ama appassionatamente fino a dare il suo Figlio.
    Il consumismo distrae e banalizza le grandi domande di senso, ma queste non possono essere messe a tacere completamente e definitivamente. La persona umana non ha solo bisogni materiali: non riesce a fare un’esperienza buona e positiva dell’esistenza, se non ponendosi domande e cercando risposte per collocare le sue esperienze e interpretare il mondo in un ordine coerente, secondo un principio di senso.
    Proprio là dove più impraticabili sembrano le strade (a motivo della cultura e degli stili di vita dei destinatari) è sempre possibile scoprire sensibilità e aperture inimmaginate, originate dai medesimi presupposti culturali che pongono le difficoltà. Il pluralismo religioso e il «pensiero debole» aumentano la convinzione che il divino sia meglio espresso dai linguaggi dell’immaginazione più che in quello della teologia e della catechesi. I simboli emozionali non sostengono certo grandi motivazioni di fede. Gli impegni religiosi perdono forza e consistenza e diventano soggettivi: le persone partecipano «se se la sentono, se sono interessate». Può accadere che anche la «profezia» (che si fa con la parola detta in pubblico, come avviene in numerose forme di nuova evangelizzazione) diventi oggetto di un godimento estetico che non cambia la vita: si può cercare nella parola che annuncia una risorsa per sognare, per commuoversi, senza che ne vada di mezzo la qualità delle scelte quotidiane e la gerarchia degli interessi della vita.
    Non c’è nulla da temere: il Signore Gesù non è venuto a portare una risposta di felicità più che un corpo di dottrine? Non ha considerato, forse, il ben-essere del corpo come un segno del Regno? Non ha annunciato la Parola e il perdono dei peccati operando guarigioni, invitando poi ad andare oltre? Non è, la sua, una felicità concreta e storica, dal momento che il Regno comincia già qui? Non è Egli il Figlio di Dio fatto carne? Non ha scelto come collaboratori dei discepoli mandandoli a farsi «Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei» (1 Cor 9, 20) e la Pentecoste non consiste nel dono di parlare «come nativi» nei contesti, negli ambienti, nei gruppi più diversi?
    La giovinezza è l’età del sogno e dell’eroismo, il tempo in cui più si è disposti a spendere di se stessi. È quindi un tempo particolare della Grazia e dello Spirito. L’evangelizzazione non è tanto programmazione di iniziative, rete di relazioni da organizzare, convocazioni da proporre. È fondamentalmente un tempo di entusiasmo (nel suo significato etimologico di «nel respiro di Dio»!). Sono eventi comunicativi che vogliono toccare l’anima, trasmettere l’emozione del mistero cui alludono, chiamare ad uno sguardo lanciato all’interiorità, attraverso il linguaggio di ciò che è bello e fa star bene. Dio, che non ignora il corpo sensibile del giovane, ma, nello Spirito, lo fa ardere, accende luce anche per i sensi, perché non li vuole spenti (a tanto si spinge, nella linea dell’incarnazione, l’inno liturgico), scalda e scioglie ciò che è assopito e alienato, rigenera ciò che è distrutto e senza desiderio. Anche la crisi adolescenziale e giovanile trova nella vocazione un orizzonte di senso adatto per ripensare l’intero rapporto tra la comunità cristiana e i giovani, capovolgendo il modo di accoglierli. Sentirsi chiamato e aspettato dalla sua comunità, ricevere un incarico, un mandato, appassiona l’adolescente e lo fa crescere.

    Un’esperienza che si comunica per contagio

    Come potrebbe l’annuncio evangelico provocare i giovani, se essi non sono più attraversati da grandi conflitti interiori e sembrano, ormai, adattati ad ogni novità ed eccesso, a sostituire ogni esperienza con altre emozioni? Il pluralismo delle etiche non ha relativizzato la stessa testimonianza di vita?
    L’indifferenza e il non-senso investono per molti giovani il contenuto stesso dell’annuncio cristiano (accolto e poi abbandonato) e la stessa storia di Gesù, la possibilità di presentare come convincente la sua vicenda, il suo messaggio, la sua risurrezione. Molti giovani vedono che senza fede si vive lo stesso e sembrano non farsene un problema. I giovani fanno fatica a scegliere, non riescono a discernere con facilità tra ciò che è diverso per cultura o per religione. Per loro è difficile accettare e decidersi verso scelte totalizzanti (come necessariamente si presenta la fede), mentre, invece, sono più disponibili a scelte temporanee. Sono generosi, ma, spesso, ciò che impegna «per sempre», risulta loro difficile, come inconcepibile. Sono aperti alle domande di senso ma prevalentemente se è ricercato nelle forme concrete della vita; fanno esperienza di verità nella forma dell’immediatezza: «ciò che adesso mi convince e che mi tocca». I giovani, quindi, sembrano oggi cercare forme più naturali o più semplici di religiosità anche se non manca una domanda, una ricerca vera di spiritualità. La fede tende a non essere percepita come valore esterno o imposto ma come fedeltà a se stessi, a ciò che essi sentono e provano. Il Vangelo non diventa vita finché l’adesione al Signore non è un’esperienza personale, compiuta insieme con altri in una relazione autentica di vita «libera, autonoma e felice».
    Questa è stata precisamente l’esperienza dei primi discepoli: hanno seguito da vicino il Maestro, hanno vissuto quotidianamente con lui condividendone a tal punto la sua esistenza, da toccare con mano, pieni di stupore e di ammirazione, nella sua umanità, dei tratti divini, come il giorno in cui la sua persona si è come trasfigurata davanti ai loro Per questo lo chiamavano il Signore. La sua esistenza spesa per gli altri, il modo con cui sapeva stare con la gente, si fermava con i bambini o considerava la donna, trasmetteva una forza pari alla potenza con cui operava i miracoli. Il centurione romano si convinse della grandezza di Gesù da come lo vide morire e testimoniare fino all’ultimo una qualità dell’amore che s’imponeva sulla morte.
    Gesù ha raccontato Dio con la sua vita: in lui non è possibile separare il suo essere uomo riuscito (immanenza) e indicazione chiara ed evidente di Dio (trascendenza). Le sue parole erano tutt’uno con la sua vita. I primi cristiani sostenevano, quindi, di aver imparato da Gesù non solo le cose divine ma anche come si vive «con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (cf Tt 2,11-12). D’altra parte il vangelo si diffuse nel mondo attraverso la potenza delle opere, cioè la testimonianza della qualità della vita: era lo stile di vita delle comunità delle origini che attirava l’attenzione e la simpatia della gente e contribuiva al diffondersi del Vangelo.
    «La gloria di Dio è l’uomo vivente» si poté dire con un formula sintetica e chiara: la persona che sa vivere in pienezza è l’attestazione della novità del Vangelo che, a sua volta, è l’indicazione e l’aiuto più efficace per vivere bene.
    Nella Bibbia il bisogno assoluto di senso, l’attesa di un approdo sicuro, la risposta al dramma della morte è indicato con il termine salvezza. I cristiani credono che solo nel Vangelo c’è piena e sicura salvezza. Il dono di Dio (la salvezza) si rivela innanzi tutto come vita riuscita, come pratica di umanità, come arte del vivere: fare della propria esistenza un’opera d’arte capace di sfidare la stessa morte.
    La qualità della vita personale e l’autenticità delle relazioni tra le persone sono ancora oggi le prime condizioni della trasmissione della fede. L’evangelizzazione è l’opera che Dio solo compie attraverso lo Spirito, che agisce, come condizione normale, nel contesto della testimonianza dei credenti (cf Mc 2,5). Se quello che conta è il kerigma, l’oratorio non è fatto soltanto di giochi e di feste, di riunioni in gruppo e di ritrovi in chiesa, ma è innanzitutto un insieme di relazioni interpersonali riuscite, dove ogni persona è considerata per se stessa, ad ognuno è rivolta una proposta specifica, ognuno è accompagnato ad un incontro personale con il Risorto. Non è però possibile annunciare senza vivere, per primi, ciò che comporta, senza aver aderito alla fede, senza aver fatto un’esperienza vera di Gesù vivo. Il Vangelo è un’esperienza che si comunica «per contagio» attraverso la qualità della vita trasformata da un incontro reale.
    Come l’espressione di sé sembra precedere il pensiero negli atteggiamenti dei nuovi adolescenti, così l’esperienza di una vita «libera, autonoma e felice», cioè, bella, costituisce il contesto più opportuno perché la Parola possa essere accolta. Bisogna uscire sia dalla mentalità catechistica, preoccupata di fare discorsi sulla fede (anziché esperienze reali di incontro con Gesù), sia dalla mentalità del «parrocchialismo», preoccupata di «star bene» nel proprio gruppo.

    La fede trasmessa e ricevuta

    Il primo annuncio richiede cura e continuità, altrimenti avviene come il seme disperso che non riesce a mettere radice e secca. La domanda religiosa probabilmente è presente in ogni persona, così come il sentimento religioso può essere avvertito, a volte, anche da chi non si dice credente, ma la fede (un determinato credo religioso) può solo essere trasmessa e comunicata, ricevuta e vissuta consapevolmente.
    La trasmissione della fede, soprattutto in una società materialistica e pluralista, è un percorso complesso, fatto di tappe e di passaggi: [1]
    – sono necessari, innanzi tutto, dei testimoni, persone convinte convincenti (1),
    – capaci di proporre un messaggio e di introdurre in un’esperienza di senso fatta di valori di vita, di verità e di ideali (2).
    – Il messaggio è rivolto a soggetti precisi, con le loro caratteristiche di età, temperamento, storia personale. La comunicazione è recepita se incontra le domande, le attese e le predisposizioni degli uditori (3).
    – Questi destinatari vivono in un particolare contesto umano: hanno amici, sono inseriti in gruppi, frequentano determinati ambienti (4);
    – alcuni di loro si dimostreranno sensibili, interessati e disponibili (5);
    – altri risponderanno con indifferenza, si opporranno e ostacoleranno la proposta del messaggio (6).
    – L’accoglienza della fede si manifesterà, infine, attraverso simboli, gesti e rituali, che traducono ed esprimono la verità e il senso della fede professata (7).
    Oggi molti ragazzi abbandonano la pratica, proprio al termine del cammino della catechesi parrocchiale, alcuni si dimostrano indifferenti, altri partecipano saltuariamente, senza identificarsi. In molti casi il primo annuncio non ha continuità.
    Le cause possono essere numerose:
    – I testimoni non sono credibili, non sanno motivare, spiegare, invogliare (1).
    – Le esperienze proposte non sono convincenti. La conoscenza degli elementi essenziali della fede è confusa e superficiale, oppure quanto ascoltato non è considerato valido, importante, attraente (2).
    – Linguaggi, proposte, messaggi non sono aggiornati all’evoluzione culturale dei tempi: gli adolescenti non si ritrovano e non si identificano in quelle parole (3).
    – Ragazzi, adolescenti e giovani non sono considerati con sufficiente attenzione, a partire dai loro interessi, dagli ambienti che frequentano. Non sono prese in considerazione le tendenze del momento o le sensibilità e le caratteristiche del loro stare insieme (4).
    – Le comunità di fede (parrocchie, associazioni, movimenti) non agiscono in modo adeguato, gli adulti sono assenti o poco attenti; i giovani hanno perso fiducia nella Chiesa (5).
    – Le alternative alla proposta di fede sono più facili, allettanti, immediatamente convincenti; la competizione tra le visioni della vita è molto forte; chi crede è sottoposto a rischi (veri o supposti, reali o immaginari) di discredito o di disprezzo (6).
    – I simboli, i riti, le immagini religiose sono inadeguate, non esprimono in modo comprensibile gli elementi essenziali della fede oppure non incontrano le attese più profonde dei partecipanti. I giovani non si riconoscono in quanto viene celebrato (7).
    Il gruppo dei giovani credenti è il contesto necessario per la diffusione del Vangelo: sono gli adolescenti gli evangelizzatori dei loro coetanei.
    In ognuno dei passi sopra individuati la pastorale giovanile missionaria deve intervenire con idee e contributi che invitano le comunità alla ricerca, all’innovazione e alla sperimentazione.
    La comunità giovanile si apre a tutti i coetanei del territorio, li va a cercare, li raggiunge nei loro ambienti normali di vita, di studio, di lavoro, di divertimento. I gruppi giovanili parrocchiali rinunciano a considerarsi separati dagli altri giovani, cercano la loro compagnia, sanno bene che si crede o si perde la fede anche a causa di chi si frequenta e di chi si conosce.
    La pastorale giovanile evangelizza quando gli adolescenti credenti:
    – avvicinano con semplicità e simpatia i loro coetanei, invitandoli a partecipare a specifici momenti di aggregazione, di festa o di impegno (iniziative di evangelizzazione, spettacoli, incontri, celebrazioni…) (1).
    – Nelle proposte di evangelizzazione, negli incontri e nei dibattiti sanno intervenire, offrire contributi e spiegazioni su argomenti che, a loro volta, hanno personalmente approfondito. Sanno parlare loro della fede con semplicità e convinzione (2).
    – Partecipando alla stessa condizione dei pari cui si rivolgono, ne condividono le sensibilità e le situazioni quotidiane: entrano in empatia con le diverse esperienze, senza sentirsi estranei e a parte (3).
    – Valorizzano, danno spazio e parola al possibile apporto dei gruppi naturali e delle compagnie che incontrano sul loro territorio. Esprimono interesse e rispetto per le idee e le sensibilità dei loro amici e compagni. A scuola o al lavoro, frequentando i diversi ambienti del tempo libero, guardando la televisione, navigando in internet maturano una mentalità aperta e, insieme, critica (4).
    – Danno valore al loro inserimento nella comunità parrocchiale, che vogliono attenta e sollecita ad accogliere nei modi più adeguati le istanze degli adolescenti e dei giovani (5).
    – Sanno di essere una minoranza ad orientarsi decisamente e coerentemente a Cristo, ma curano di non diventare un gruppo chiuso. Sono pronti a rendere ragione delle loro convinzioni, nei diversi ambienti, tenendo ben presente che fede di minoranza non deve significare setta e ghetto, e che scommettere sulla Verità di Cristo non comporta fanatismo e proselitismo (6).
    – Infine, i giovani credenti riconoscono che vivere nella verità della fede non significa apprendere astratte nozioni catechistiche, ma piuttosto riconoscere l’intimo legame di quelle verità con le proprie aspirazioni e i bisogni più profondi. Adolescenti e giovani imparano, quindi, (e sono accompagnati) a portare nella preghiera la loro specifica sensibilità, per molti versi differente da quella adulta; animano con la loro esperienza le celebrazioni liturgiche e non temono di celebrare anche in pubblico la loro fede. Si impegnano nella preghiera quotidiana e sono assidui all’eucaristia domenicale (7).

    NOTE

    [1] Cf I. De Sandre, Perdere la fede in Dio, in «Servitium», luglio 1999.