Paolo e i giovani /13
Rinaldo Fabris - Stefano Romanello
(NPG 2010-05-14)
Di fronte alla figura e al messaggio di Paolo si danno due reazioni antitetiche. Da una parte c’è chi lo ammira fino all’esaltazione e dall’altra c’è chi lo rigetta fino alla denigrazione. I primi hanno un’immagine eroica di Paolo, costruita sulla falsariga dei racconti degli Atti degli apostoli; i secondi sospettano che Paolo sia antifemminista, autoritario e duro nelle prescrizioni morali, astratto e nebuloso nelle sue riflessioni teologiche. Questi ultimi possono fare riferimento ad alcuni testi dell’epistolario paolino citati per sostenere tesi contraddittorie.
Le lettere di Paolo e i cristiani d’oggi
L’ambivalenza della figura di Paolo è comprensibile, ma non ha un serio fondamento nei suoi scritti. Al di là delle simpatie o antipatie dei singoli lettori, le reazioni contraddittorie nei confronti di Paolo sono da attribuirsi ad una conoscenza inadeguata della sua personalità e del messaggio delle sue lettere. La figura e il pensiero di Paolo si possono riscoprire sulla base di una conoscenza diretta del suo epistolario.
In effetti quanto viene proposto delle Lettere di Paolo nell’ambito della liturgia domenicale è carente e inefficace per diversi motivi. In primo luogo la lettura dell’apostolo Paolo viene collocata tra la prima lettura dall’Antico Testamento e il Vangelo, che normalmente hanno un tema unitario. Spesso il testo di Paolo viene completamente trascurato nell’omelia perché si privilegia il testo evangelico. In secondo luogo è difficile cogliere il messaggio di un testo di Paolo quando è presentato in modo frammentario e al di fuori del contesto vitale del dialogo epistolare.
Per favorire un incontro fruttuoso con l’epistolario di Paolo si richiede la riscoperta della sua personalità anche sotto il profilo umano e storico. Non è possibile entrare in sintonia con il dettato di una lettera paolina senza avere una certa familiarità con il suo mittente e i destinatari. Inoltre il dialogo epistolare di Paolo presuppone la conoscenza di alcuni nuclei del suo messaggio e del suo metodo di argomentazione. La comprensione delle lettere di Paolo da parte dei primi e diretti destinatari cristiani era favorito non solo dalla lettura e interpretazione di chi recapitava la Lettera, ma anche dalla conoscenza del linguaggio e del pensiero dell’apostolo che aveva fondato e incontrato le giovani comunità cristiane. Infatti la lettera dettata da Paolo era portata da qualche suo collaboratore che era anche in grado di spiegarla nella comunità di destinazione. Per i lettori attuali, che non hanno più questa opportunità, è necessario avere una conoscenza previa del lessico, dello stile e dei temi preferiti dell’apostolo.
Oltre alla necessità di riscoprire la figura e il pensiero di Paolo sulla base dei suoi scritti, un incontro con questa personalità della prima generazione cristiana e col suo messaggio risponde alle esigenze religiose e spirituali del nostro tempo e della cultura attuale. Una conoscenza seria e documentata di Paolo attraverso il contatto diretto con le sue lettere in primo luogo è un sano antidoto contro alcune tendenze riduttive del messaggio e della spiritualità cristiana. Inoltre il confronto con Paolo può stimolare e rafforzare alcuni orientamenti e prese di posizione nell’ambito della crescita personale e della vita delle comunità cristiane.
La dimensione «teologale» della vita cristiana
Il primo contributo che il contatto con Paolo attraverso le sue lettere può dare è la riscoperta e il potenziamento della dimensione «teologale» della vita cristiana. Con il termine «teologale» non si intende la riflessione sulla fede o la ricerca su Dio che si chiama «teologia», ma l’esperienza di Dio, della sua azione e presenza nella propria vita. Al centro della vita cristiana per Paolo sta l’esperienza della vicinanza di Dio e la familiarità con Dio Padre. Questa non è frutto di un’elaborazione mentale né una proiezione psicologica. Dio si manifesta e si comunica nella sua realtà di «Padre» per mezzo dell’umanità storica e concreta di Gesù Cristo, il suo Figlio unico. Nella prospettiva cristiana di Paolo, Gesù non è solo un personaggio del passato, di cui si fa memoria per la bellezza del suo messaggio e l’esempio eroico della sua morte. Gesù Cristo per. Paolo si fa presente ad ogni persona e opera qui ed ora per mezzo del suo Spirito.
Dove e come si fa esperienza dello Spirito di Gesù o dello Spirito santo? Paolo risponde: nel tuo cuore Dio, per mezzo dello Spirito santo, dono di Gesù Cristo il Signore risorto, ha effuso il suo amore. Questa esperienza di Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito santo secondo Paolo qualifica l’esistenza cristiana e alimenta continuamente una spiritualità solida e gioiosa. Essa è un efficace antidoto contro il rischio di ridurre l’esistenza cristiana ad una sterile e frustante osservanza di regole e alla pratica noiosa di riti che non ha risvolti personali né risonanza efficace nella vita di tutti i giorni. Anche per Paolo la dimensione etica dell’esistenza cristiana è di estrema importanza. Ma essa non viene imposta dall’esterno, ma deriva e si alimenta dall’esperienza di Dio Padre, che si rende presente e attivo per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito santo.
La dimensione «relazionale» della vita cristiana
La seconda dimensione che l’incontro con Paolo fa riscoprire e potenziare è quella «relazionale» dell’esistenza e della spiritualità cristiana. Questo non è un aspetto secondario dell’essere cristiano né una concessione alla moda. La dimensione relazione si innesta su quella «teologale» dell’esperienza cristiana. Infatti Dio Padre per mezzo dello Spirito santo, effuso nell’intimo dei credenti, li rende suoi figli. Essi infatti sono resi partecipi di quella condizione di intima fiducia e familiarità che è propria di Gesù Cristo, il Figlio unico di Dio. In altre parole nella vita dei credenti si instaura una comunione profonda con Dio, che si esprime nella preghiera e nella vita. Essi sono in relazione con Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito santo.
Da questa relazione «teologale» con Dio, secondo Paolo, scaturisce quel dinamismo di amore che alimenta le relazioni umane. Infatti lo Spirito santo effonde nei cuori dei credenti l’amore di Dio che diventa agdpe, amore fraterno nell’ambito della comunità. È impressionante il numero di volte che nelle lettere di Paolo ricorre l’invito rivolto ai cristiani: «Amatevi gli uni gli altri». Questa non è una delle tante frasi fatte e neppure è espressione di corporativismo religioso. L’amore reciproco è la conseguenza logica e la derivazione diretta dell’esperienza teologale dei cristiani, Essi possono e perciò debbono volersi bene gli uni gli altri perché rispondono all’impulso di amore comunicato dallo Spirito di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Non va dimenticato che per Paolo e la sua tradizione la logica relazionale ispirata all’amore diventa solidarietà effettiva con chi si trova nel bisogno. L’invito costante a «fare il bene» non è uno slogan moralistico. Per Paolo «fare il bene» significa condividere i beni con chi ha bisogno nella comunità e fuori. Egli infatti promuove tra le sue giovani chiese una raccolta di fondi per i cristiani poveri della Giudea. Anche l’invito ad «accogliersi gli uni gli altri» o «a portare i pesi gli uni degli altri» non è un vaga esortazione a darsi una mano. La reciprocità relazionale, alimentata dall’amore donato da Dio, per Paolo implica riconoscere e rispettare la diversità dell’altro, dargli credito anche quando sbaglia, sostenersi a vicenda nelle difficoltà morali e spirituali.
Nel contesto socio-culturale odierno la spiritualità paolina delle relazioni è un’efficace terapia contro la tendenza all’individualismo e il rischio dell’intimismo religioso. L’esperienza dell’incontro con Dio è spesso subordinata alla ricerca di sicurezza. Dio diventa il riflesso speculare della propria immagine. Non si esce da questo «narcisismo» di marca religiosa semplicemente con l’estroversione dell’impegno verso gli altri.
Nel testo della prima Lettera ai Corinzi, in cui fa l’elogio dell’amore, Paolo insinua il sospetto che si possa donare i propri beni e persino la propria vita «senza amore». Queste scelte di attivismo assistenziale non solo sono inutili, ma spiritualmente dannose. Non basta neppure parlare di «servizio» e «gratuità» per uscire dalla illusione intimistica e narcisistica. Spesso dietro queste parole si nasconde la tendenza paternalistica a fare del bene agli altri, ad assisterli e proteggerli per auto-rassicurarsi. La ricerca di rapporti con gli altri all’insegna dell’assistenzialismo e della «gratuità» radicale può essere sintomo di un autocompiacimento che rasenta il sogno di onnipotenza. Solo «Dio» è in grado di dare sempre e in modo totalmente gratuito. Paolo invita i cristiani più modestamente a «servirsi gli uni gli altri» per amore. La reciprocità dei rapporti deriva dall’amore donato da Dio che libera la persona dal suo egoismo, ma nello stesso tempo la rende disponibile ad accogliere il dono dell’altro.
La libertà e maturità cristiana
Un aspetto della spiritualità cristiana che reca il «marchio di origine controllata» paolino è la «libertà». Questa esperienza è di casa nella tradizione biblica che nasce dall’esodo. La «libertà» trova buona udienza anche nei circoli culturali dell’ambiente greco-romano. Ma Paolo fa l’esperienza della libertà nel suo incontro con Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Signore. La fonte interiore e permanente della libertà cristiana è lo Spirito santo comunicato da Gesù risorto. La libertà si coniuga con la parrhesia, la fiducia, il coraggio e il parlare aperto e franco dell’apostolo. Questo clima di libertà si respira nelle lettere autentiche di Paolo.
Ma la libertà di Paolo sta all’origine, almeno in parte, anche dei malintesi e dei conflitti che si sviluppano attorno alla sua persona e al suo messaggio. Questo avviene non solo nel contesto della vita e attività di Paolo, ma anche in seguito nel corso dell’interpretazione delle sue prese di posizione e del suo pensiero. Alcuni guardano con sospetto alla libertà di cui parla Paolo, perché temono che essa possa incentivare l’anarchia e il libertinismo morale. Altri preferiscono mettere in sordina questo tema paolino, in attesa che i cristiani siano più maturi. L’incomprensione del corretto rapporto tra legge e libertà, tra carisma e istituzione nella proposta di Paolo, impedisce spesso di cogliere la forza e fecondità del suo messaggio.
La libertà cristiana, di cui parla Paolo, non è prima di tutto una questione psicologica o morale. Essa è il risvolto diretto della duplice dimensione dell’esperienza cristiana: la dimensione teologale e quella relazionale. Infatti la libertà è prima di tutto liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte per iniziativa gratuita di Dio attuata in Gesù Cristo, il crocifisso risuscitato dai morti. Ma la libertà cristiana non si limita al momento negativo – «libertà da» – perché l’azione liberatrice di Dio ha il suo compimento nel dono dello Spirito per mezzo del Signore risorto. Lo Spirito santo comunica nell’intimo degli esseri umani la capacità di amare secondo lo stile di Dio rivelato da Gesù Cristo.
La libertà cristiana è un dinamismo interiore che abilita a scegliere e agire secondo la volontà di Dio. La legge, sintesi delle esigenze etiche e relazionali, cessa di essere una norma esterna perché coincide con la «legge dello Spirito» donata da Dio. In altri termini si stabilisce una perfetta sintonia tra le aspirazioni profonde dell’essere umano che cerca la propria realizzazione nelle relazioni giuste e felici con le persone, e le esigenze etiche concentrate nell’amore.
Non c’è bisogno di dire che la libertà cristiana proposta da Paolo potrebbe avere un grande impatto anche nel contesto religioso e culturale odierno. Essa è un antidoto contro il rischio attuale dell’appiattimento e del conformismo. Quest’ultimo va di pari passo con l’individualismo esasperato. Solo persone libere interiormente sanno resistere al conformismo dei modelli di comportamento imposti dal bombardamento della comunicazione di massa. D’altra parte solo chi si sente e vive da persona libera è in grado di stabilire con gli altri relazioni equilibrate senza cedere al ricatto del gregarismo sociale e al corporativismo di gruppo.
Connessa intimamente con la liberta è la maturità spirituale che Paolo propone costantemente nelle sue lettere. Si tratta della maturità fondata sull’azione interiore dello Spirito santo, donato da Dio ai credenti per mezzo del Signore risorto. Infatti lo Spirito santo dà la capacità di valutare e di scegliere secondo la logica della fede che coincide con quella dell’amore. Paolo chiama questa attitudine interiore «sapienza» cristiana. Essa si manifesta nell’unità equilibrata delle persone, nella coerenza tra adesione di fede e prassi etica, nell’armonia tra vita personale e relazioni comunitarie. La maturità spirituale è un efficace antitodo contro l’immaturità spirituale che porta alla dipendenza e al fanatismo religioso.
L’annuncio e la trasmissione del Vangelo
L’immagine di Paolo apostolo, annunciatore del vangelo, fa parte del patrimonio tradizionale cristiano. Sono invece meno conosciuti l’idea della missione cristiana e il metodo di annuncio e di trasmissione del vangelo che Paolo propone nelle sue lettere. La coscienza di essere inviato ad annunciare il vangelo alle genti per Paolo coincide con la sua esperienza di incontro con Gesù Cristo risorto sulla via di Damasco. Egli riconosce che solo l’iniziativa gratuita e libera di Dio – la «grazia» – gli ha rivelato Gesù come «Figlio» di Dio e nello stesso tempo lo ha incaricato di portare questa «buona notizia» a tutti gli esseri umani. In altre parole si può dire che per Paolo la gratuità dell’evangelo di Gesù Cristo sta alla base della sua destinazione universale. Paolo si sente inviato a tutti perché è stato «chiamato» dalla grazia di Dio. Siccome il vangelo di salvezza è un dono, egli non lo può tenere per sé.
Da questa esperienza iniziale di Paolo nasce anche lo stile della sua missione di annunciatore del vangelo. Egli afferma che non può non annunciare il vangelo perché è per lui come un «destino» o una necessità. Perciò lo deve annunciare gratuitamente. Paolo non rifiuta il sostegno anche economico dei cristiani alla sua azione missionaria, ma non accetta compensi per la sua attività di apostolo. Dalla coscienza di essere apostolo per grazia Paolo deriva anche il metodo della sua missione. Egli proclama l’evangelo come offerta di salvezza per tutti in un contesto di condivisione o solidarietà culturale e religiosa. Si fa ebreo con gli ebrei, con i non-ebrei diventa come un non-ebreo e condivide la condizione di chi è debole. Questo metodo non è dettato da tatticismo astuto per catturare clienti al movimento cristiano. Paolo lo dice espressamente: debbo fare così per restare fedele alla logica dell’evangelo che è la rivelazione dell’amore di Dio dentro la condizione umana. Solo così, egli dice, anch’io spero di salvarmi.
La riscoperta dello statuto della missione cristiana e del metodo di evangelizzazione di Paolo risponde all’esigenza del tempo attuale, in cui non solo le grandi religioni tradizionali, ma anche vari gruppi e sette religiose tendono ad espandersi facendosi concorrenza. Il confronto con lo stile dell’apostolo Paolo è un sano antidoto contro il proselitismo religioso che fa leva sul ricatto delle persone e sulla pressione psicologica. La gratuità e la partecipazione o immersione dentro le culture dei popoli contraddistingue la missione cristiana. Essa non può essere confusa né con la conquista coloniale né con l’espansione tecnologica e commerciale. Nella logica della grazia di Dio e nell’orizzonte della libertà dello Spirito la missione cristiana può realizzarsi solo attraverso il reciproco scambio dei doni ricevuti da Dio.
Il dialogo interreligioso e l’unità dei cristiani
Un ultimo, ma non meno importante contributo che può dare la riscoperta della personalità e del pensiero di Paolo, è l’impulso ad un sincero dialogo interreligioso e all’unità tra i cristiani. Questo risvolto positivo dell’incontro con Paolo è direttamente collegato al metodo e allo stile della sua missione a servizio del vangelo. Paolo infatti considera tutti gli esseri umani destinatari della salvezza offerta da Dio per mezzo del vangelo di Gesù Cristo. Egli afferma anche che ogni persona è in grado di conoscere Dio creatore del mondo e signore della storia anche se di fatto i popoli si sono abbandonati alla venerazione delle creature e alla pratica dell’idolatria. Al pari degli ebrei, che hanno ricevuto la rivelazione della legge per mezzo di Mosè, Paolo dice che anche gli altri popoli hanno la possibilità di conoscere la volontà di Dio per mezzo della legge scritta nella loro coscienza. Questa valutazione positiva della ricerca religiosa umana non è una concessione tattica di Paolo, ma rientra nella sua prospettiva del disegno salvifico di Dio che abbraccia tutti gli esseri umani.
La visione religiosa «ecumenica» di Paolo offre la piattaforma per un positivo e fecondo dialogo dei cristiani con i credenti di altre religioni. Questo vale in modo particolare nei confronti dei figli di Israele. Paolo si sente partecipe del popolo ebraico sotto il profilo umano storico. Egli infatti considera gli ebrei «miei fratelli e miei consanguinei secondo la carne». Paradossalmente proprio Paolo, che è considerato come il punto di rottura con l’ebraismo, può essere il tramite di un nuovo rapporto con il popolo della prima alleanza. Non va dimenticato che Paolo ha scritto il primo e unico trattato cristiano in difesa degli ebrei in quanto popolo dell’alleanza (Rm 9,1-11,36). L’alleanza di Israele, che si fonda sulla fedeltà irreversibile di Dio, è confermata dal vangelo di Gesù Cristo. In questa prospettiva non si può e non si deve parlare di «nuovo Israele», perché c’è un solo Israele, al quale Dio ha fatto le promesse. Paolo invoca «la misericordia sull’Israele di Dio», in cui sono uniti insieme i credenti ebrei e non ebrei.
Altrettanto vivo ed efficace è l’apporto che Paolo può dare al dialogo tra i cristiani delle varie confessioni facendo ricoprire le radici profonde della loro unità spezzata nel corso della storia dai vari scismi e divisioni. La fede in Gesù Cristo, suggellata dal battesimo, fa dei cristiani l’unico «corpo di Cristo». Si tratta di un’unità vitale e organica che si realizza ed esprime nella pluralità e nella diversità dei doni spirituali. Paolo ha vissuto in prima persona il dramma delle prime divisioni tra i cristiani e le chiese.
Nonostante i malintesi e i conflitti, egli non ha mai rinunciato al progetto di unificare i cristiani e le chiese di origine ebraica con quelli provenienti dal mondo dei popoli. Egli ha dato vita e ha sostenuto un progetto pratico di esperienza ecumenica mediante l’organizzazione di un fondo di solidarietà finanziato dalle giovani chiese della missione a favore delle comunità più povere della Giudea
Si possono contestare o non condividere alcune concezioni o prese di posizioni di Paolo, soprattutto quelle dettate dal suo temperamento o dipendenti dal contesto culturale in cui egli vive ed opera. Ma quello che affascina chi si accosta senza pregiudizi e con simpatia a questo cristiano della prima generazione è la sua capacità di sintonizzarsi con i grandi problemi dell’essere umano e di comunicarne la risonanza personale con immediatezza ed efficacia. Chi si pone nella lunghezza d’onda di Paolo avverte che egli continua ancora a parlare attraverso le sue lettere destinate ai lettori di tutti i tempi.
(Da R. Fabris – S. Romanello, Introduzione alla lettura di Paolo, Borla 2006, pp. 266-274. Ringraziamo l’Editore per il permesso della pubblicazione)

