«Tutto questo abbia lo scopo di far crescere la comunità»



    Paolo e i giovani /10

    Luca Pedroli

    (NPG 2010-01-46)


    Una questione che ha sempre suscitato discussioni e anche polemiche è rappresentata dal rapporto tra carismi e autorità nella Chiesa.
    Il fatto che Paolo dia un particolare rilievo ai doni spirituali e dedichi grande spazio nella Prima Lettera ai Corinzi al loro giusto utilizzo all’interno della comunità, ha portato alcuni studiosi a intravedere i connotati di una struttura carismatica, in opposizione a quella più propriamente istituzionale.
    È il caso di Hans Küng, il quale ha riscontrato nel pensiero paolino una preminenza dell’elemento carismatico rispetto alle autorità della Chiesa. Ciascun cristiano, quindi, riceverebbe direttamente da Dio i doni spirituali inerenti uno specifico ministero, per cui avrebbe il diritto di esercitarlo, senza alcuna interferenza da parte della gerarchia.[1] È il caso anche di Ernst Käsemann, il quale sostiene che Paolo opponga la sua concezione carismatica all’idea di ufficio ecclesiastico.[2]
    Queste considerazioni ci portano a porci dei quesiti: quale relazione possiamo cogliere in Paolo tra carisma e autorità nelle comunità cristiane? E tra carisma e ministero? Com’è venuta progressivamente definendosi la strutturazione ministeriale all’interno della Chiesa?

    Il criterio dell’edificazione della comunità

    La costituzione conciliare Lumen Gentium, al paragrafo 12, così si esprime, citando proprio la Prima Lettera ai Corinzi, in merito ai carismi:

    «Siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. [...] Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono».

    Possiamo dire che questo enunciato del Concilio Vaticano II sembra sintetizzare bene la prospettiva di Paolo, così come emerge dai suoi scritti. Non si può nemmeno parlare, infatti, di una sua concezione di Chiesa puramente «carismatica». Questo non vuol dire, però, che non esprima un giudizio positivo dei carismi.
    In molti testi, e in particolare in 1 Cor 12 ed Ef 4, egli sviluppa il concetto di Chiesa come vero e proprio organismo vivente, il «corpo di Cristo». In tal senso, non sono sufficienti la buona volontà, le doti umane e tutte le migliori componenti organizzative: alla base ci deve essere l’iniziativa dello Spirito, con tutto il suo corredo vitale di doni, ispirazioni e manifestazioni. E la Chiesa, a partire proprio dai suoi pastori, è chiamata a riconoscere con gioia questi carismi e ad accogliere come un profondo arricchimento il fatto che la grazia divina continui a ricolmare la vita dei cristiani liberamente e in modo diversificato, semplicemente secondo il cuore di Dio.
    Ciò che si ravvisa, però, è la necessità imprescindibile di un’autorità apostolica in merito all’uso dei carismi. Paolo, infatti, offre delle indicazioni precise e piuttosto rigorose al riguardo; basta vedere le istruzioni fornite in 1 Cor 14,26-40. Questo non significa che coloro cui spetta la guida di una comunità debbano nutrire pregiudizi o una certa diffidenza nei confronti dei doni spirituali, né tanto meno che possano presumere in alcun modo di monopolizzarli. Quello che Paolo desidera puntualizzare è il compito inderogabile di coloro che sono responsabili di una comunità cristiana di discernere la genuinità dei carismi e decidere del loro utilizzo, in modo che risulti ben ordinato.
    A tal proposito, Paolo invita ad attenersi a un criterio di fondo: «Tutto si faccia in modo conforme all’edificazione» (cf 1 Cor 14,26; sempre nello stesso capitolo, vedi anche i versetti 3-5.12.17). Secondo questo principio, al di là del valore spirituale per la singola persona, ogni carisma individuale va giudicato e messo in atto in base all’utilità della Chiesa. L’indicazione esplicita di Paolo, quindi, è di valorizzare e dare spazio ai doni spirituali che concorrono al bene di tutta la comunità, e non semplicemente a quelli più intensi o appariscenti. A tale riguardo, anzi, egli non esita ad esercitare la sua autorità apostolica, così come motiva in 1 Cor 12,28. È per questo che in 1 Cor 12-14 provvede a fornire delle regole pratiche, anche piuttosto dettagliate e rigorose, con l’intento di porre dei limiti e di coadiuvare i responsabili delle comunità nella loro opera di discernimento (cf 12,10 e 14,29).
    A prima vista, questa disciplina può apparire inconciliabile con il concetto che abitualmente abbiamo di ispirazione, legato a un’idea di assoluta libertà e insindacabilità. La prospettiva di Paolo, però, è coerente e non intende sottomettere lo Spirito di Dio alle autorità. Semplicemente, è convinto che nulla possa anteporsi al bene e all’edificazione della Chiesa, tanto meno dei doni speciali elargiti dallo Spirito, per cui i cristiani devono essere condotti a limitare a questo fine il loro utilizzo, sempre orientando in tal senso l’intelligenza e la volontà.
    Nessun testo paolino, quindi, mette in contrapposizione carisma e istituzione.
    In 1 Cor 12,28 Paolo pone un e­lenco gerarchico di uffici ecclesiastici accanto a una serie di semplici doni spirituali. Non è possibile allora attribuirgli una concezione di Chiesa puramente carismatica, senza alcuna regola e proiettata nell’attuazione incondizionata delle ispirazioni individuali. Piuttosto, egli insiste sull’idea di «corpo di Cristo», cercando di mostrare come i carismi e la dimensione istituzionale siano chiamati a illuminarsi e a supportarsi reciprocamente.[3]
    In tal senso, non è soltanto legittimo, ma costituisce a tutti gli effetti un dovere per le guide di una comunità esercitare la loro autorità, proprio perché i doni spirituali, che sono sempre segno della predilezione e dell’amore di Dio, non vengano snaturati e finiscano per generare confusione, invece che concorrere al bene di tutti e al primato della carità (cf 1 Cor 13).

    «Per mezzo della profezia, insieme all’imposizione delle mani» (1 Tm 4,14)

    Un’indicazione preziosa ci viene offerta nella Prima Lettera a Timoteo, dove si afferma che il carisma che Timoteo è chiamato continuamente a ravvivare e a far risplendere nella comunità gli è stato conferito attraverso due segni esterni particolari: la profezia e l’imposizione delle mani (cf 4,14). Si è studiato molto il quadro offerto da questi due gesti, cercando di coglierne il substrato originario e la possibile relazione con un vero e proprio rituale di ordinazione.[4]
    In questo senso, la prima cosa che si può osservare è la forte rilevanza che viene attribuita all’imposizione delle mani nell’AT. Innanzitutto, è lo stesso Yahvè che pone la sua mano su alcune persone che sono state chiamate ad un incarico particolarmente importante, come viene messo in rilievo soprattutto nel caso dei profeti (cf 1 Re 18,46; Ez 3,22; 33,22). Questo gesto comincia ad assumere un significato più preciso e tecnico in ambito cultuale, dove viene utilizzato per esprimere la consacrazione a Dio della vittima che è stata scelta per il sacrificio (cf Es 29,10.15; Lv 1,4; 3,2.8.13), oltre che per suggellare l’investitura dei sacerdoti e dei leviti (cf Gn 48,17 e Nm 8,10); solitamente, nel primo caso viene compiuto con una mano sola, mentre nel secondo con due. Questa diversità dipende, probabilmente, dal fatto che in quest’ultima circostanza si celebra un atto non soltanto religioso, ma anche giuridico, con il riconoscimento alla persona eletta di specifici poteri e di un’autorità importante (cf Es 18,3-27; Nm 11,16-18; 27,18).
    Sempre in riferimento a quest’ultimo caso, si nota come a volte venga associata a questo gesto anche la comunicazione dei carismi che sono necessari per il tipo di servizio indicato (cf Nm 27,18-23 e Dt 34,9). Questo fatto risulta particolarmente significativo, in quanto evidenzia già un collegamento non indifferente con il nostro caso, nel quale, per mezzo dell’imposizione delle mani, viene conferito un dono particolare dello Spirito, che abilità a vivere uno preciso ministero a favore della comunità.[5]
    Comparando i due livelli, però, possiamo subito cogliere una novità alquanto rilevante. Nel contesto anticotestamentario, infatti, non era specificato da chi dovesse essere eseguito questo segno: poteva essere, a seconda delle situazioni, un gruppo di individui o uno solo, un leader o uno qualunque, un sacerdote o una persona semplice. Qui, invece, viene menzionato un soggetto nuovo, che ha il potere, all’interno della comunità, di compiere questo gesto: si tratta del «presbiterio», inteso come «collegio dei presbiteri». La sua responsabilità e il suo compito vengono esplicitati sempre in occasione del conferimento a Timoteo di questo particolare carisma, a proposito del quale Paolo precisa che fu trasmesso proprio attraverso «l’imposizione delle mani del presbiterio». Questa annotazione va ad aggiungersi a quella di 2 Tm 1,6, dove l’apostolo esorta il suo discepolo a mantenere vivo il dono che è in lui, «per l’imposizione», dice Paolo, «delle mie mani». Queste due affermazioni non sono in contraddizione tra di loro, ma si completano a vicenda, delineando un’unica procedura, nella quale l’azione dell’apostolo, che è quella determinante, viene accompagnata e sostenuta dai presbiteri, in un quadro davvero ecclesiale, caratterizzato da una piena comunione spirituale.
    Un’altra differenza con il contesto anticotestamentario è individuabile nel fatto che, nel nostro caso, non si trova tanto associata a questo segno l’idea di una successione; essa era centrale nella tradizione giudaica dove, attraverso questo gesto, si voleva significare una reale investitura, con il riconoscimento di una precisa autorità. Questa prospettiva è stata poi ripresa dalla Chiesa antica, nella quale, in occasione dell’ordinazione episcopale, l’imposizione delle mani ha cominciato ad assumere questo valore, come elemento chiave in ordine alla successione dei vescovi. In questo senso, si discute anche sul significato preciso da attribuire all’imposizione delle mani ricevuta dallo stesso Paolo e da Barnaba, all’inizio del loro ministero, per cui ci si chiede se avesse una prospettiva più carismatica, come viene messo particolarmente in risalto dal testo, o se rappresentasse semplicemente un’investitura ecclesiale, comunitaria, in vista di una missione (cf At 13,2-4). Di certo, però, si è cominciato poi a costituire nelle comunità, attraverso questo gesto, episcopi, presbiteri e diaconi.
    Nel nostro caso, invece, l’attenzione è puntata decisamente sul carisma, per cui tale segno acquista un forte carattere ministeriale, in quanto esprime il riconoscimento, davanti a tutta la comunità, del dono particolare dello Spirito e lo mette in atto, nella linea del servizio che esso comporta. Da questo momento, quindi, la persona eletta vedrà la sua vita orientata decisamente al compimento di tale ministero: avrà delle responsabilità particolari, alla luce di quanto ha ricevuto, e dovrà rappresentare per i fratelli un riferimento costante e una guida sicura nel loro cammino cristiano.
    L’altro segno che manifesta questo dono dello Spirito e che si affianca all’imposizione delle mani, esprimendone tutta la portata e il senso, è costituito dalla profezia. In 1 Tm 4,14 Paolo ricorda a Timoteo che il suo carisma gli è stato conferito «per mezzo della profezia». Questo elemento risulta fondamentale, in quanto comunica e svela alla comunità il dono particolare e gratuito che Dio ha fatto e la porta a individuare e ad attivare il servizio specifico in cui impiegarlo. Ecco allora perché, pur venendo a costituire, i due momenti, un procedimento solo, si fa riferimento subito alla profezia («per mezzo della profezia») e solo dopo all’altro gesto, che viene semplicemente affiancato al primo («insieme all’imposizione delle mani»): infatti, se è grazie a quest’ultimo segno esteriore e visibile che il carisma può diventare operativo, ciò è possibile solo dopo la precedente manifestazione dello Spirito che, attraverso la profezia, ha permesso di mettere in luce e di cogliere nella sua pienezza la grazia che è stata offerta dal Signore a favore di tutta la comunità.
    In tal senso, allora, possiamo davvero sottolineare il grande equilibrio che traspare in questa prospettiva, tipica di Paolo, dove l’elemento carismatico si combina naturalmente con quello istituzionale, senza che uno finisca per offuscare l’altro e nella consapevolezza che l’iniziativa rimane sempre al Signore. È Dio infatti che, in prima persona, continua a operare, nel nome di Cristo risorto e nella potenza del suo Spirito. Allo stesso tempo, la presenza della comunità non è secondaria, in quanto essa è chiamata a riconoscere e confermare ogni dono che proviene dal Signore. La profezia e l’imposizione delle mani, infatti, non hanno ancora tanto una prospettiva istituzionale, quanto piuttosto ministeriale: attraverso questi segni, la comunità accoglie un carisma, nel quale viene riconosciuta la predisposizione e l’attitudine, in vista di un servizio specifico a guida e sostegno dei fratelli.

    Il ministero dell’episcopo, dei presbiteri e dei diaconi, nell’ottica della conduzione della comunità

    Dal quadro ecclesiale delineato da Paolo emerge come la vita e l’organizzazione della Chiesa ruotino attorno a delle figure che costituiscono un costante riferimento per il cammino dell’intera comunità; tra queste, un ruolo particolare viene attribuito all’episcopo, ai diaconi e ai presbiteri.
    Resta ancora incerta l’esatta distinzione delle loro funzioni, visto che la terminologia utilizzata può indurre a degli equivoci, soprattutto se equiparata al concetto che abbiamo noi ora di vescovo, presbiteri e diaconi.
    Nel contesto degli scritti paolini ci troviamo in una fase iniziale, nella quale la Chiesa è organizzata ancora a livello locale e senza quella strutturazione gerarchica che comincerà soltanto con il II secolo; ne consegue che queste figure non hanno ancora quella portata e quei compiti istituzionali cui siamo abituati oggi.
    Per i diaconi, come anche per le diaconesse, è più semplice, in quanto, sebbene non vengano offerte molte indicazioni precise, si può intuire che il contesto del loro servizio sia riconducibile, sostanzialmente, a quello attuale. Essi, infatti, non avevano lo stesso rilievo dell’episcopo e dei presbiteri nell’organizzazione e nell’amministrazione della comunità, ma svolgevano una funzione molto importante, in quanto, oltre ad essere impegnati nella catechesi e nell’ambito liturgico, erano responsabili delle attività caritative.
    È più complesso, invece, risalire alle altre due figure ministeriali. Sappiamo che all’episcopo, insieme ai presbiteri, spettava il compito principale della predicazione, dell’insegnamento, dell’esortazione e della confutazione degli errori. Ora, spesso nel NT questi due termini, episcopo e presbitero, appaiono in continuità e vengono utilizzati alternativamente, dando l’idea di una realtà omogenea, nella quale non è semplice operare delle distinzioni. In particolare, è significativo il discorso di addio di Mileto (cf At 20,17-38), nel quale Paolo si rivolge agli anziani («presbiteri») della comunità di Efeso, dicendo loro: «Attendete quindi a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti ‘episcopi’» (cf 20,28; la stessa successione linguistica è riscontrabile in Tt 1,5-7). Anche nella Prima Lettera a Timoteo l’Apostolo, puntando l’attenzione nel terzo capitolo sui ministeri presenti nella comunità, si sofferma sull’episcopo e sui diaconi, ignorando i presbiteri; al contrario, nel quadro pastorale tracciato nel quinto capitolo, egli prende in considerazione soltanto questi ultimi, non facendo alcun accenno ai primi.
    Il termine «episcopo», poi, compare anche al plurale, nel panorama di una stessa comunità; è emblematica soprattutto l’allusione che troviamo nell’indirizzo della Lettera ai Filippesi, dove Paolo, proprio insieme a Timoteo, si rivolge «a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi («episcopi») e i diaconi» (vedi anche At 20,28). Nelle Lettere Pastorali, invece, esso compare sempre al singolare (cf 1 Tm 3,2 e Tt 1,7), segno probabilmente che si sta ormai delineando una realtà ecclesiale raccolta attorno ad un «collegio di presbiteri», ma ad un solo episcopo.
    Come traspare in 1 Tm 3,1-7, ciò che lo distingue dagli altri presbiteri sembra essere solo il fatto che egli sia stato scelto per le sue doti e le sue qualità particolari, perché, come dice la parola stessa, possa «guardare dall’alto» e vegliare sul cammino della comunità, come un osservatore, un ispettore. La vita della Chiesa, infatti, si articola in una serie di servizi, che devono essere coordinati, in modo che possano davvero edificarla e contribuire al bene di tutti, sempre in una prospettiva unitaria. In tal senso, l’episcopo è chiamato a svolgere questa funzione in modo esemplare, offrendo ai fratelli anche una presenza degna di fiducia e un modello di vita cristiana irreprensibile.
    Si tratta, quindi, di un vero e proprio carisma che, come abbiamo visto, viene riconosciuto e reso operante attraverso il gesto dell’imposizione delle mani, compiuto non a caso anche dall’intero presbiterio. Non doveva avere, però, particolari poteri, in quanto erano proprio i presbiteri che insieme orientavano concretamente, passo dopo passo, le decisioni e la vita della Chiesa; all’episcopo, semmai, era riservato il compito non semplice di coordinare queste scelte e, quindi, di verificare che fossero in accordo con la fede e la dottrina e che venissero applicate nel modo giusto. Era, quindi, un servizio impegnativo, che comportava molti oneri a fronte di poche gratificazioni, tanto che Paolo incoraggia coloro che hanno le qualità ad aspirare a questo compito faticoso, ma allo stesso tempo prezioso e lodevole (cf 1Tm 3,1).
    Dalle lettere paoline si deduce anche come la responsabilità del cammino cristiano delle comunità, inizialmente guidate personalmente da Paolo, sia stata affidata in seguito dall’apostolo ad alcuni tra i suoi discepoli più fidati, i quali, di conseguenza, sono stati posti a tutti gli effetti a capo di queste Chiese. Sono essi, infatti, a diventare i veri pastori e, come tali, hanno sin dall’inizio, come preoccupazione prioritaria, quella di scegliere l’episcopo e i presbiteri, in base alle loro qualità e ai doni dello Spirito, e quindi di formarli (cf 1 Tm 5,22 e Tt 1,5), in modo che questi possano coadiuvarli nel servizio della presidenza (cf 1 Tm 3,5 e 5,17).
    In tal senso, si intravede qui il fondamento del nostro concetto di successione apostolica: infatti, come Paolo e gli altri apostoli sono stati costituiti da Cristo stesso garanti del vangelo autentico che doveva essere annunciato, così essi hanno trasmesso questo compito a dei discepoli di fiducia, investendoli della cura delle comunità cristiane e della custodia del deposito della fede (cf 1 Tm 6,20; 2 Tm 1,12.14). A loro volta, anche questi ultimi dovranno designare, tra i collaboratori, una persona irreprensibile e degna di fiducia, che possa assicurare, nel tempo, la conservazione di questo legame e la trasmissione del vangelo nella sua integrità.
    E questo è proprio ciò che è avvenuto nel caso esemplare di Timoteo e Tito, nelle Chiese che erano state loro affidate: anch’essi, infatti, hanno investito del mandato che loro stessi avevano ricevuto una persona degna di fiducia e autorevole, tra quelle che erano state scelte e formate all’interno delle comunità come presbiteri.[6] È così che, probabilmente, questa incombenza è passata, in modo naturale e immediato, a colui che già, per la funzione che gli era stata affidata nell’ambito del presbiterio, ricopriva il ruolo di supervisore e di custode. In tal modo, l’episcopo si è vista riconosciuta una nuova dignità, quella del pastore, in quanto, alle prerogative che possedeva in forza del servizio che esercitava, si sono aggiunte quelle che erano proprie degli apostoli e che già Paolo, a suo tempo, aveva trasmesso a Timoteo e a Tito.
    Si giunge, quindi, alla figura del vescovo cui siamo abituati oggi, il quale, in forza della legittima successione che lo unisce agli stessi apostoli, ha piena autorità sulla comunità a capo della quale è stato posto come pastore e, quindi, come primo responsabile dell’integrità della sua fede e dell’autenticità del suo cammino cristiano.

    NOTE

    [1] Cf H. Küng, «La structure charismatique de l’Eglise», Concilium 4 (1965) 43-59.
    [2] Cf E. Käsemann, «Ministry and Community in the New Testament», in Essays on New Testament Themes, Studies in Biblical Theology 41, London 1964.
    [3] Cf G. Ghirlanda, «La vita consacrata nella struttura carismatico-istituzionale della Chiesa», in Carisma e Istituzione. Lo Spirito interroga i religiosi, Roma 1983, 163.
    [4] Per uno sguardo d’insieme su tale questione si possono consultare gli studi di G. Hasenhüttl, Carisma: principio fondamentale per l’ordinamento della Chiesa, Bologna 1973, 268-276 e di B. Sesboué, «Ministeri e struttura della Chiesa», in Il Ministero e i ministeri secondo il Nuovo Testamento, a cura di J. Delorme, Milano 1977, 561-566.
    [5] Oltre a 4,14, vedi 2 Tm 1,6, dove Paolo afferma, rivolgendosi al suo discepolo: «Ti ricordo di ravvivare il carisma di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani».
    [6] È emblematico, in questo senso, il consiglio che Paolo dà a Timoteo in 2 Tm 2,2: «Quelle cose che udisti da me, alla presenza di molti testimoni, trasmettile a uomini fidati, i quali saranno in grado di istruire anche altri».