Oscar Luigi Scalfaro
(NPG 2011-06-32)
In questo brano l’ex Presidente della Repubblica traccia una ideale mappa per il cristiano impegnato in politica: testimonianza, educazione, comunità e verità sono i valori di riferimento per questo fondamentale compito, grazie ai quali è possibile sfidare anche la presunta o temuta inaccessibilità di un mondo considerato convenzionalmente corrotto e inautentico.
Domanda. Il cristianesimo non ostentato ma sempre vissuto pubblicamente, senza paura di testimoniarlo anche nel dialogo, nel confronto, nell’amicizia personali non le ha impedito di trovare un terreno comune di incontro. Politico, o semplicemente umano. Da quali esperienze lo ha appreso?
Risposta. Certo. L’Azione Cattolica mi aveva insegnato una cosa fondamentale: che il compito del cristiano è – con tutte le miserie che ci portiamo addosso (mai dimenticarle), con tutti i tradimenti personali, con tutte le povertà più misere – rendere testimonianza. Il cristiano è chiamato, con la grazia di Dio, a rendere testimonianza.
CRISTIANESIMO E POLITICA
Dove? Questa domanda tornava di frequente nella mia mente, soprattutto da giovane, e non ho mai pensato di allontanarmi da questo concetto, da questa parola: ovunque. Insomma: si va al cinema, si va a ballare, a fare quattro salti. Ovunque tu vada, hai la possibilità di tradurre la tua vita in preghiera. Si deve essere testimoni ovunque, non vi è un luogo privilegiato. Quando? Sempre.
Questo è ciò che mi avevano insegnato. Queste due parole – ovunque, sempre – mi hanno accompagnato costantemente nella mia vita.
D. Lei continua ad andare in giro, senza tener conto dell’età. Conferenze, incontri, convegni... Non avverte una certa stanchezza? Non è venuto il tempo di godersi la tranquillità? Perché sente il bisogno o il dovere di tanta attività?
R. Nel giro di due anni le richieste di andare a parlare in Italia hanno superato le mille. La grandissima maggioranza delle richieste viene dai giovani. Da loro vado molto volentieri perché sono iniezioni per un anziano: iniezioni di vita.
Qual è la ragione? Sono ben oltre i 90 anni e, senza mio merito, ho accumulato molta esperienza. Lo dico con verità: uno che avesse avuto più ingegno, più volontà, più capacità, senza alcun dubbio avrebbe reso di più. Ho ricevuto molte lezioni dalla vita e dalle persone che ho incontrato, dai tempi dell’Assemblea Costituente a oggi. Quindi il punto è questo: se il Signore mi dà la salute, quale giustificazione avrei per dire di «no», non continuare a impegnarmi come ho fatto per tutta la vita, dare un po’ di quello che ho e continuare a ricevere molto, soprattutto dai giovani? Potrei dire, per gli anni che ho, «sto con le mani in mano»? Quando adduco la scusa dell’età, mia figlia la respinge duramente. Mi ripete: «Non trovare situazioni di comodo, perché non sono ancora arrivate».
Comunque sia, ci troviamo in un’epoca in cui, forse, c’è più bisogno di preghiera che di darsi da fare per le realizzazioni personali. Non so, mi interrogo, ma rimango convinto che oggi ci sia il grande bisogno che ognuno di voi, pregando e ispirandosi alla grazia di Dio, e pensando che siamo chiamati a servire – voglio, ripeterlo, a servire – si prepari all’azione. A servire.
Le fondamenta sono sempre i principi di formazione: i valori umani e cristiani, la capacità di testimonianza senza limiti ovunque e sempre. C’è un prezzo? Bene, si paga. Se per il prezzo che siamo chiamati a pagare ci si ferma, è segno che non abbiamo usato bene la grazia di Dio nel rendere testimonianza. Non vedo vie d’uscita da queste affermazioni un po’ dure. Però, Signore mio, sono anche belle.
D. Il problema maggiore per la nostra generazione – forse a differenza della sua e di quelle successive – è quello della formazione. Voi, e la generazione del Concilio, avevate grandi motivazioni alla formazione e all’autoformazione, grandi confronti culturale e ideologici da sostenere. Oggi tutto è diverso. Apparentemente più facile, in realtà più difficile.
R. Noi, nel mondo cattolico, per anni abbiamo avute dei corsi di cultura politica, scuole di formazione politica, ecc. Ma non sono mai stato persuaso di questa strada, anche se sono andato anch’io a parlare, e più di una volta, in corsi diversi. Perché succede che, a un certo momento, in quel corso lì prevalgono «quelli della sinistra», in quell’altro «i centristi»; quell’altro ancora è quasi dominato da «quelli della base» o da «quelli del vertice», o da «quelli clericali» o da «quelli...».
Io ritengo che la formazione debba essere incentrata sui principi fondamentali. Non servono tanto i corsi con, magari, alla fine un bel diploma. Serve invece una formazione permanente; serve una formazione tenace, anche esigente, senza troppi sconti, in ambienti che trasmettano non solo nozioni ma vita, scelte di vita, stili di vita. Questa è stata la mia formazione. Ora voi avete a disposizione molte associazioni, molte più possibilità.
Ricordo volentieri che a Novara, per l’Assemblea Costituente, furono eletti due deputati dell’Azione Cattolica, tutti e due dello stesso Circolo cattolico. Uno è il sottoscritto e l’altro è un collega che vive ancora, in una situazione di malattia molto dolorosa. Durante la Resistenza passò con i comunisti, perché vi trovò degli amici. Togliatti, che veniva a passare le vacanze dalle nostre parti, sul Lago d’Orta – allora tutto della provincia di Novara –, conquistò questo giovane. Un altro amico dello stesso Circolo fu eletto negli anni successivi, per una legislatura sola: era un comandante partigiano famoso. Se mi vedeva nel corridoio dei «passi perduti» a Montecitorio, attaccava subito bottone: si ricordava dell’Assistente tale, della riunione talaltra.
Tutto questo per dire che l’Azione Cattolica ci ha preparati. Non perché fosse suo compito preparare alla politica. Ci formava a servire anzitutto il Signore. E, siccome era una vera scuola di formazione perché insegnava a prendere sul serio la vita e ad assumerci responsabilità, ci preparava ad approfondire e vivere principi, e ad acquisire competenze che poi trasferivamo in altri ambiti. È grazie a questa formazione che sono diventato antifascista, motivo per cui quando dialogavo con persone di formazione diversa – soprattutto con i comunisti, con i quali nei primi tempi il confronto era un po’ più difficile; poi si fece più aperto, più franco – dicevo con amicizia e rispetto: «Il nostro antifascismo è molto più profondo del vostro». Erano proprio la spiegazione e l’acquisizione dei principi fondamentali a fare la differenza. Differenza, però, mai chiusa in se stessa e, come appena detto, aperta ad altre impostazioni.
Un esempio. A scuola avevamo sentito dire: «Titolare dei diritti primari non è la persona, ma è lo Stato. Lo Stato è titolare dei diritti primari. In quanto titolare li dà alla persona: li dà in parte e li toglie in parte, li sospende, li ridà, li toglie tutti». E ancora: «La persona non è titolare di diritti primari, è titolare di diritti riflessi». E io sostenevo: «Voi mettete vicino al sostantivo ‘diritti’ l’aggettivo ‘riflessi’, e li avete già ammazzati», Cosa vuol dire «diritti riflessi»? Come dire: io non ho l’impianto della luce ma vivo con il lampadario che c’è nella casa di un altro.
Grazie invece a quella forte formazione che avevamo ricevuto fin dagli 11-12 anni con cui apprendevamo che «tu sei titolare di diritti con la nascita», e dialogando poi insieme con chi aveva avuto una formazione marxista o socialista o liberale, potemmo arrivare a quella bella affermazione dello splendido articolo primo proclamato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». C’è un termine che mi emoziona ogni volta che lo pronuncio: «nascono». Cioè: anche tu, che vivi sotto i ponti, hai la pienezza dei diritti come chiunque altro; potrai anche non usarli, pero la titolarità ce l’hai tutta, e non devi dire grazie a nessuno. «Nascono» sta a significare che tutti hanno uguaglianza assoluta in materia di diritti. lo che credo, posso affermare: «Certo che nasco con la pienezza dei diritti, cosi mi ha creato Dio». Ma chi non crede in nulla o crede in altri valori, in altre religioni, cosa dice? Dice che la persona non è tale se non gode pienamente dei propri diritti, perché altrimenti è una cosa. Quindi questa pienezza è sia per chi crede sia per chi non crede.
Con queste lezioni, opposte alle dottrine insegnate a scuola, uno capiva che la dittatura andava presa dalle radici e messa al sole. Fondata su questi principi è stata la scelta di molti giovani, miei coetanei dell’Azione Cattolica, di andare a combattere in montagna per la Resistenza. Da li è derivata anche la mia scelta antifascista e, quindi, la mia partecipazione convinta alla Resistenza.
Come uomo libero e come cristiano.
CENTRALITÀ DELL'EDUCAZIONE
D. Da dove parte l’educazione?
R. La prima formazione, la prima educazione, è alla verità. Al culto della verità, al rispetto della verità...
D. Scusi se la interrompiamo, ma è un’affermazione un po’ forte. Fino a che punto può essere adatta alla realtà della politica?
R. Lasciatemi ripetere ciò che ho già detto perché è essenziale. È vero, spesso si parla della politica come di un settore dove la verità non può essere di casa. Permettetemi di personalizzare questo discorso. Ho più di novant’anni di vita alle spalle e sessanta di esperienza politica: non ho mai accettato, neanche come ipotesi concettuale, questo stupido assioma. È semplicemente falso. Una politica senza verità, non è nulla; o quanto meno non è politica.
Penso a come è iniziata, a come hanno giustificato la guerra in Iraq. Questa guerra che doveva combattere il terrorismo e invece ha consegnato la regione al ricatto mortale quotidiano dei terroristi, è stata giustificata da una negazione della verità. È ormai fuori dubbio, anche per pubbliche conclusioni di inchieste, che l’affermazione del possesso di armi di distruzione di massa da parte del dittatore iracheno era priva di fondamento. E su questa negazione di verità si è voluta una guerra che non sappiamo ancora quando finirà.
Per coprire questa menzogna, si è inventata la tesi della guerra «preventiva»: essa è contro il diritto internazionale che prevede solo, come diritto – e a volte persino come dovere – la «legittima difesa». Il concetto di guerra preventiva è contro ogni principio di etica umana.
I Romani costruirono l’impero usando largamente l’occupazione armata di territori altrui; eppure, anche se non mancavano pensatori, filosofi e giuristi, ebbero il pudore di non battezzare le loro aggressioni con qualificazioni e giustificazioni giuridiche inconsistenti, per non aggiungere la falsità alla violenza. Oggi invece si e compiuto questo doppio delitto.
È solo dalla verità rispettata che può nascere una politica limpida e vera; e i rapporti tra le potenze diventano forti per la credibilità di chi li intreccia. Si può pensare che esista una giustizia senza la verità? Che giustizia è quella fabbricata sulla menzogna? Che esista una libertà fuori dalla verità che non sia sopruso? Che possa chiamarsi pace quella di chi ti stringe la mano dicendo: «Non parliamone più», e poi si tiene dentro il rancore aspettando il giorno della vendetta?
IL DOVERE DELL'IMPEGNO POLITICO
D. Non è facile educare alla verità in tempo di pluralismo; c’è il rischio di cadere nell’integralismo, che nega i punti di vista diversi dal proprio e non permette il dialogo. Oppure nell’ipocrisia che trasforma i valori proclamati in parole vuote. Lei ha parlato di «credibilità»: cosa intendeva dire?
R. La credibilità è il passaggio fondamentale. Dalla verità deve nascere non l’arroganza di affermare se stessi e le proprie idee contro qualcuno, ma la coerenza, cioè l’armonia tra i principi in cui si crede e l’azione di ogni giorno. Non dimentico le parole di De Gasperi ai parlamentari democristiani eletti all’Assemblea Costituente, il 2 giugno 1946: «Bisogna che anche la vostra vita privata sia conforme ai principi che sostenete nella vita pubblica».
La verità chiede che si viva la testimonianza di ciò in cui si dice di credere. La testimonianza è un dovere per ciascuno, ma per chi è chiamato a responsabilità di fronte alla collettività diventa un impegno essenziale. È quello che io chiamerei «il dovere dell’esempio», che genera rispetto e credibilità, e avvicina i cittadini alle istituzioni.
Le istituzioni non sono un organismo «asettico», un pezzo tecnico dello Stato: sono organismi creati per servire il cittadino e tendere al bene comune; sono incarnate da persone che, certo, hanno i propri limiti e ne devono essere consapevoli, ma nelle quali si ha diritto di constatare la presenza del senso di responsabilizza e del costante servizio alla comunità nell’assoluta trasparenza. Ma se gli uomini preposti alle istituzioni mancano di questa spinta a bene operare, se mostrano il divario, la spaccatura, tra impegno pubblico e vita privata, le istituzioni ne soffrono. E così i cittadini si allontanano dalle istituzioni stesse e sentono crescere in se stessi la sfiducia verso la comunità. La democrazia però non vive senza la fiducia dei cittadini.
D. È dunque così complessa la formazione del cittadino?
R. È un percorso in continuo divenire. Soprattutto una costante disponibilità a pagare il prezzo per essere un cittadino davvero consapevole dei diritti e dei doveri che lo riguardano. Dovere per tutti, per ciascuno. Dovere eguale per i cittadini cristiani, che sanno di doverne rispondere a Dio.
A me fu insegnato che cosa è la libertà, come deve essere vissuta, e che si lotta prima per quella altrui, poi per la propria. Questa e la sfida della formazione, dell’educazione al senso laico delle istituzioni, dell’educazione civica alla Costituzione, uguale per tutti, che tutti dovrebbero insegnare nelle famiglie e nelle associazioni. È una sfida, come ho già detto, che tocca da vicino i cristiani.
D. Non è facile per un giovane con forti ideali, motivazioni e con una formazione anche approfondita, entrare in politica. Troppi ostacoli, troppe chiusure. Si ha l’impressione che il «mondo politico» sia alquanto autoreferenziale.
R. Sì, avete proprio ragione. C’è molta esclusione. C’è sempre stata. Io stesso, in tempi tanto diversi, ho riscontrato reazioni negative alla mia candidatura da parte di uomini del partito e dell’Azione Cattolica. E ho avuto contro, fortemente, anche parte del mondo politico. Ma è un fatto istintivo. Eppure io, ignoto, veramente ignoto nella politica (potevo dire con senso dell’umorismo: «Mi presento come pronipote del Milite ignoto», fui eletto primo della lista a Torino, dove c’erano nomi di persone che avevano ricoperto il ruolo di parlamentare prima del fascismo, e di altre che avevano lottato a lungo, per decenni. Come avvenne? Una grande spinta la ebbi per il fatto di aver iniziato fin da giovanissimo – non avevo ancora vent’anni – a parlare in giro per l’Azione Cattolica. Percorrevo periodicamente tutta la diocesi, comprendente ben 400 parrocchie; credo di averle girate pressoché tutte per anni. Mi trovai soprattutto con un’Azione Cattolica che era «un esercito schierato in campo» al mio fianco.
Certo, oggi è molto diverso. Mi rendo conto che l’inserimento è, indubbiamente, non facile.
D. Possiamo approfondire? Cosa significa questo?
R. Significa che la testimonianza politica ha bisogno di una polis. E allora bisogna che ci sia un humus, una comunità che sostenga, un movimento di persone, di cittadini, non di semplici elettori. Poi non dimenticate che dipende da voi la testimonianza. Dipende da voi la volontà e la capacità di mettere insieme la vita – faccio l’esempio del mio caso, di magistrato – con la preghiera. Mettere insieme la vita di parlamentare con la pietà e la grazia di Dio.
Questa è la via, questa è la maturazione necessaria, l’ispirazione più profonda che ti porta a sottolineare la tua individualità all’interno di una comunità, a sottolineare la capacità di stare insieme. Nel mio caso, l’Azione Cattolica costringeva, in un certo qual modo, a stare insieme: le assemblee, le lezioni di catechismo, le manifestazioni in chiesa, le processioni... E questo stare insieme faceva popolo, per questo poi è diventato un popolo che ha avuto la possibilità di pesare politicamente.
Oggi mancano i grandi cenacoli. In quelli di qualche decennio fa c’erano persone che scrivevano un bel libro, offrivano letture fondanti, importanti, che rappresentavano, per il loro spessore intellettuale, una forza per le generazioni, ed erano notevoli condizioni di formazione cristiana, di formazione culturale. Durante i primi decenni di vita democratica, anche i partiti politici avevano una capacità formativa specie sul giovani.
Si obietta « Ma c’è Tizio... ». Certo, c’è Tizio, c’è Caio, se vogliamo anche Sempronio. Ma come mondo cattolico? «Allora, lei vuole la Democrazia cristiana?». Non ho mai risposto a questa domanda perché non voglio perdere tempo. Voglio soltanto che ognuno di noi sia testimone e che sappiamo vivere insieme per non diventare eremiti nel deserto.
Concludo che, quando si parla di testimonianza, occorre considerare anche la testimonianza politica che, come tale, ha bisogno della polis.
D. Pensa che oggi tra i credenti ci sia poca attenzione alla politica? Quasi un vizio diffuso di demonizzarla o di farsi indietro?
R. In un certo senso sì. Aggiungerci questo a quanto già detto: per fare politica, bisogna entrare in politica, non restare sulla soglia. Perché pensare di fare politica fuori si può, ma è una cosa diversa e fatta molto da lontano.
In politica conta il consenso, è importante che ci sia un certo numero di persone che condividono un progetto. Stando attenti pero – queste discussioni le abbiamo avute, alle volte anche in Parlamento – a dire: «Beh, quanti siamo che sosteniamo questo? Siamo venti, siamo trenta? Se non diventiamo almeno cinquanta, non riusciamo a muoverci. E inutile. Facciamo degli interventi, sosteniamo delle tesi, ma non siamo ancora pronti sul piano organizzativo, sul terreno della realizzazione». Questo è sbagliato. Non possiamo rinunciare a fare la tal cosa perché non siamo in numero adeguato: bisogna avere il coraggio di prendere posizione e preparare la via all’incontro con altre persone. Se rinunciamo in partenza, è un tradimento della responsabilità a cui siamo chiamati. Bisogna che, di fronte alla tale teoria o alla tale legge, noi prendiamo posizione, perché questa è contro i principi, o perché è contro gli interessi del bene comune, o contro i più deboli, i poveri, che dobbiamo difendere. In questi casi, io devo prendere posizione: è un dovere di coscienza. Se a questo punto dico che solo se siamo almeno in dieci prendo posizione, altrimenti no, dico di «no» a quello che è il mio dovere. Perché se sono di fronte a un’affermazione di principio – la pace, ad esempio –, non esiste che se siamo in dieci parlo e se sono solo taccio. Ricordo che quando nascevano questioni importanti, dicevo a me stesso: «Oscar Luigi, adesso, ti senti di fare questa battaglia? Questa è una battaglia di principi. Se di colpo resti solo, cosa fai? Devi fare la battaglia. Conterà come una voce sola, ma tu devi farla».
Il consenso è importante, certamente, ma non è il numero che può legittimarti e la mancanza di numero ad assolverti se taci. Però la politica ha anche bisogno che le persone sentano il dovere di partecipare.
Indubbiamente il discorso sul piano pratico – e soprattutto per voi giovani, mi rendo conto – non è facile. Conosco un po’ tutte le difficoltà: dove e come inserirsi. Si può anche, senza dubbio, riuscire a partecipare, a fare una battaglia, in un’associazione vicina alla politica o con una forte sensibilità politica, ma non dimentichiamo la dimensione politica vera e propria: anche se costa e richiede molto coraggio, nel senso che non ci si deve scoraggiare ai primi contatti.

