«La prese per mano». L'incontro con la suocera di Simone



    Incontri /4

    Roberto Seregni – Lucia Scalco

    (NPG 2011-04-2)


    In quel tempo Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva (Marco 1,29-31).
    Quello della suocera di Pietro è il primo miracolo di guarigione che troviamo nel racconto di Marco, il più antico tra gli evangeli. Dobbiamo ammettere che, a prima vista, appare una scelta abbastanza opinabile. Ci spieghiamo.
    Come prima guarigione forse sarebbe stato più programmatico trovarsi davanti ad una patologia gravissima e senza speranze, uno di quei casi che fanno scrollare la testa anche ai primari degli ospedali più prestigiosi.
    Oppure, trattandosi di una prima presentazione della potenza taumaturgica del Rabbì di Nazareth, ci saremmo aspettati che il diretto interessato fosse un personaggio famoso, un uomo ricco e potente, un politico in vista e che il tutto avvenisse in una piazza centrale di Gerusalemme, con la folla ammutolita e i discepoli a bocca aperta…
    Invece no! Gesù è diverso, non cerca l’apparenza e la visibilità. Il Rabbì di Nazareth non vuole uno spettacolo di potenza e ci mette davanti agli occhi un segno da decodificare, una guarigione che ci interpella e ci spinge a guardare oltre.
    Gesù, uscito dalla sinagoga, va alla casa di Simone e Andrea, dove la suocera è a letto con la febbre. Questo è il contesto della guarigione. Su questo quadro facciamo tre considerazioni.
    Prima. Al centro della scena c’è una donna, che non è nemmeno la madre di Simone, ma la suocera. Pensiamo sia noto a tutti che nella cultura ebraica la donna si trovava su un gradino inferiore rispetto all’uomo.
    Nel Talmud – che è la sacra raccolta dei commenti rabbinici alla legge – si trova scritto che è meglio che «le parole della Legge vengano distrutte dal fuoco, piuttosto che essere insegnate alle donne» (Sota B. 19a); e se questo non bastasse per rendere l’idea della situazione, potremmo ricordare che nella lingua ebraica non esiste l’equivalente femminile di «discepolo». Detto questo, comprendiamo quanto sia forte e provocatoria la guarigione operata da Gesù e, più in generale, il suo rapporto con il mondo femminile.
    Seconda. La suocera, scrive Marco, era a letto con la febbre. Non ci troviamo davanti ad una malattia incurabile, ad una malformazione o ad una patologia misteriosa.
    Forse sarebbe bastata qualche buona spremuta, un po’ di riposo e tutto si sarebbe risolto in pochi giorni.
    Terza. Il miracolo avviene nel chiuso delle mura domestiche. Non ci sono folle di curiosi o discepoli dubbiosi che cercano conferme dell’autorità messianica del Rabbì di Nazareth. Gli unici «spettatori» sono i parenti e i primi chiamati che accompagnano Gesù.
    Questi tre elementi che abbiamo sottolineato ci fanno intuire che Gesù, in questa guarigione, non cerca la rilevanza pubblica o la spettacolarità del gesto.
    La marginalità della donna, la semplicità della patologia e il nascondimento del prodigio ci fanno intuire che dobbiamo spostare lo sguardo altrove.
    Non dobbiamo correre il rischio di fare come lo stupido del proverbio, che guarda il dito a chi gli indica la luna…
    Come nell’episodio del lebbroso (Mc 1, 40-45) la guarigione passa attraverso il contatto: Gesù prende la donna per mano, la fa alzare e in quel momento la febbre la lascia e subito si mette a servire.
    Fermiamoci un istante sul con-tatto tra il Rabbì e la suocera di Simone.
    È un incontro tra due profondità, non solo un fatto di pelle.
    Chi tocca dona qualcosa di sé, si comunica; e chi è toccato riceve, viene investito di un dono che può accogliere o rifiutare, ma che per forza di cose lo mette in discussione, perché il tatto è l’unico senso reciproco: puoi guardare senza essere visto, ma non puoi toccare senza essere toccato.
    La mano di Gesù che afferra quella della donna, non solo la rialza dall’immobilità della febbre, ma comunica la sua stessa vita, la sua propria essenza.
    La mano di Gesù contagia: toccata da quella del maestro, anche la donna inizia a servire.
    È il contagio dell’amore che ricrea a sua immagine e somiglianza: «sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
    La suocera di Simone diventa così immagine e modello del discepolo, di colui che si fa toccare e ricreare da Gesù, che da quel con-tatto con Lui esce trasformato e contagiato.
    È l’immagine del discepolo che si fa servo «contagiato» da colui che «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo». (Fil 2,6-7)

    Dimmi, donna, com’era quella mano,
    raccontami di quella stretta che libera,
    di quel contatto che fa sbocciare primavera
    anche negli inverni dei nostri cuori.
    Dimmi, donna,
    con quali occhi il Rabbì ti ha guardata,
    dimmi cosa hai pensato,
    quali paure e gioie,
    hanno attraversato il tuo cuore
    quando Gesù ti ha sfiorata.
    Mi spiace non conoscere il tuo nome,
    ma forse è meglio così.
    Il tuo nome è quello di tutti coloro
    che si sono sentiti sfiorati, alzati e ricreati
    dalla mano del Signore.
    Il tuo nome è quello di tutti i discepoli
    contagiati dalla mano trafitta del Risorto.