Studi di PG
Quanto c’è di nuovo per la pastorale giovanile e la pastorale in genere?
Giuseppe Ruta
(NPG 2011-08-4)
Nihil novi sub sole: «Niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). Di fronte a quanto capita attorno a noi, sia a livello di vissuto e di esperienza, sia a livello di riflessione e di teoria, è possibile ricorrere a Qohelet per liquidare a priori ogni forma di novità emergente oppure, all’inverso, incorrere in quell’ingenuità che accoglie tutto come inedito, ignorando quanto sia frutto del passato e non distinguendo le novità di sostanza da appannaggi di verniciatura superficiale. E allora: non è meglio assecondare il «buon senso» che sta alla base della letteratura sapienziale biblica (cf Mt 13,52) per poter discernere opportunamente quanto c’è di nuovo e quanto c’è di antico, separandolo ulteriormente da ciò che è «vecchio» e sorpassato?
Con questo atteggiamento di apertura critica di fondo, ci si può sentire maggiormente liberi di prendere in esame quanto segue, in ordine alla pastorale giovanile e alla pastorale in genere.
La «pastorale d’engendrement»: qu’est-ce à dire?
Uno dei più recenti paradigmi pastorali e catechetici, di marca francese, che si sta diffondendo in Europa e che registra interesse anche in Italia, è il «modello» che va sotto il nome di «pastorale d’engendrement».[1] In italiano l’espressione può essere tradotta letteralmente, «pastorale di generazione».[2] Ogni traduzione corre il rischio di «tradire» il significato originario, per cui è bene specificare che si tratta di un movimento articolato che coinvolge sia il soggetto «generatore» (Dio attraverso la mediazione e le declinazioni ecclesiali), sia il soggetto «generato» che non subisce l’«azione del generare» ma si presenta pienamente attivo e corresponsabile della propria «rinascita». Ma è proprio su questo secondo versante antropologico che il modello vuole porre l’accento: la rivelazione stessa di Dio non potrebbe esistere o rimarrebbe monca senza l’atto di colui che l’accoglie e la riceve.[3] Essa non avviene con violenza e per sfondamento (par effraction), ma con rispetto e per dono, come presenza data e adveniente.[4]
A scanso di equivoci, secondo coloro che hanno concepito questo paradigma e continuano ad elaborarlo e ad esplicitarlo[5] – la sua teorizzazione, infatti, non può dirsi conclusa, ma è ancora in fieri – esso non intende essere «un modello pastorale ‘d’ultimo grido’ che permetterà di generare più efficacemente i cristiani in un universo culturale che si secolarizza sempre di più»;[6] neanche nutre la pretesa di profilarsi come qualcosa di nuovo o di alternativo ad altri modelli e paradigmi pastorali.
Per dirla con i suoi estensori, questo nuovo «stile» intende reagire al modello pastorale post-tridentino denominato «pastorale de trasmission ou d’encadrement» («pastorale di trasmissione o di inquadramento») che puntava decisamente sulla trasmissione della fede – il cui emblema e strumento privilegiato è costituito dal genere «catechismo»-, e sull’esigenza di uniformità pastorale, con quell’innata tendenza a perpetuare forme standardizzate di vita e di azione, relative a persone, situazioni e condizioni ambientali, di cui ancora si notano tracce nella Chiesa contemporanea, anche se rimangono evidenti limiti e precarietà.
La «pastorale d’engendrement» consiste in una nuova forma di animare i modelli già esistenti e di innescare un nuovo «stile»[7] di vita e di azione, ispirato al vangelo,[8] una maniera nuova d’essere ed entrare in relazione, nell’ambito di un mondo in continua trasformazione, non più cristiano, bensì secolarizzato e «post-moderno». Questo modo di considerare la cultura odierna non si nutre di nostalgia e non si sviluppa in termini di «stallo» e di «crisi» e, di conseguenza, non è segnato da disfattismo pastorale, bensì risulta propositivo e creativo, mediante l’«invenzione di un modello a partire dalla situazione culturale, come si è fatto in altre epoche della storia».[9] Prende le mosse «a partire» dalla cultura di oggi nella sua totalità e non «a prescindere» da essa o peggio ancora svalutandola.
Per «stile» non si intende la forma, opposta al contenuto, bensì la «concordanza tra la forma e il contenuto», nella convinzione che il cristianesimo non sia riducibile alla sua dottrina, ma riconducibile all’«insieme della vita cristiana, sia nelle sue espressioni singolari e plurali, sia relazionali e socio-politiche».[10] Si potrebbe dire che «stile» sta per habitus, modus et motus vivendi, come creazione originaria, originale e sempre aperta in quanto «Dio ci genera a noi stessi».[11]
Questo tipo di pastorale non intende stravolgere le strutture esistenti, bensì suscitarvi all’interno un nuovo soffio di rinnovamento e di rigenerazione evangelica. Più che ai progetti e ai programmi pastorali, seppur contemplati e presi in considerazione, la priorità viene accordata all’ambito relazionale, senza di cui ogni forma organizzativa diventa burocratica e formalistica, e ogni dinamica progettativa diventa tecnica, rischiando di diventare coreografica e puramente ornativa, se non proprio improduttiva, cosicché: «Insistere sulla qualità delle relazioni è un modo rinnovato di considerare l’evangelizzazione. [...] Non rinuncia a elaborare ‘progetti pastorali’, ma è innanzitutto preoccupata di instaurare relazioni armoniche e solidali tra i soggetti...».[12]
Se volessimo racchiudere la tendenza di fondo della «pastorale d’engendrement» in un’unica e stringata espressione, si potrebbe dire in forma imperativa: «urge riscoprire il valore delle relazioni per ritrovare la forza originaria nel generare e ri-generare alla fede oggi!».
APPUNTI PER UN’ANALISI PIÙ ACCURATA
Dopo aver presentato l’identità della «pastorale di generazione» in chiaroscuro, mettendo in evidenza ciò che non è e ciò che intende essere, è importante esplicitare l’analisi di questo «stile» a partire da alcuni binomi (Chiesa-comunità, pastorale-catechesi, agente della pastorale-catechista, linguaggio-relazioni) che riteniamo nevralgici e utili come indicatori per avere un’idea più attinente e dettagliata, a partire dalla quale è possibile pervenire ad una più calibrata valutazione.
Chiesa/comunità
Il «nuovo» paradigma prende atto di un trapasso culturale nella considerazione ecclesiologica complessiva. La visione di Chiesa viene rappresentata in modo suggestivo da Philippe Bacq:
«Noi passeremo probabilmente da una Chiesa alla Rembrandt ad una Chiesa alla Monet; da una Chiesa dalle strutture forti, nette, chiaramente definite e ben visibili, a una Chiesa dai contorni tenui, costituita da piccole comunità sparse e collegate tra di loro da una moltitudine d’uomini e donne del Regno. In breve, una Chiesa alquanto simile alle comunità cristiane del primo secolo. A prima vista, ciascuna di esse potrà apparire isolata e dispersa nell’immenso impero, ma stabiliranno reciprocamente un legame di comunione forte e vivificante che esprimeranno al meglio quanto le prime lettere apostoliche si comunicavano tra di loro».[13]
Affiora un profilo di Chiesa naissante et disparaissante (lett. nascente e che sa ritrarsi)[14] a vantaggio della fede di chiunque e di tutti. Questo punto preliminare inquadra il «modello» riconoscendo da una parte i tratti originari delle comunità primitive, dall’altra la ricollocazione ecclesiale nel mondo post-moderno, segnato dalle appartenenze deboli, con quella discrezione di presenza e azione tratteggiata da testi patristici, quale ad esempio la Lettera a Diogneto. Più che sulla visibilità si fa appello alla trasparenza, più che all’imponenza e all’invadenza si fa leva sulla significanza discreta e incisiva dell’essere «sale, lievito, luce» (cf Mt 5,13-16; 13,33). Per aggiungere un’immagine a quella di Bacq, si potrebbe dire che ciò che interessa di più non sono i campanili che sovrastano il territorio, quanto piuttosto la presenza ecclesiale nelle case, non tanto la delimitazione topografica delle comunità cristiane, quanto i legami di fede e di comunione tra i discepoli del Signore Gesù e ogni soggetto-in-ricerca.
Pastorale/catechesi
Il tipo di pastorale che viene proposto non intende sostituirsi o semplicemente accostarsi ad altri: «Si situa – afferma Philippe Bacq – su un altro piano. Essa comporta aspetti di trasmissione, di accoglienza, di proposta, di iniziazione, ma li integra secondo un suo stile proprio che le conferisce una fisionomia specifica».[15] L’evangelizzazione ecclesiale non consiste nella pura e semplice trasmissione di un messaggio, ma nel prendere posto nella cultura o nelle culture, nel collocarsi accanto per dialogare ed entrare in rapporto, per condividere non solo idee, ma anche ideali ed emozioni, non solo per esternare la propria esperienza o la proposta di fede istituzionale, ma anche per accogliere quella dell’altro, per sentirla come propria e insieme per «traghettare» (secondo la logica del passeur),[16] attraverso l’esperienza cristiana in quanto «santità ospitale» di Gesù Cristo[17] e, in forza di Lui, della comunità cristiana.[18]
Di conseguenza, nell’ambito di questo tipo di pastorale, la catechesi è contrassegnata dalla trama relazionale e, in special modo, da un ben preciso punto di partenza. L’incipit, più che dai contenuti e dalla tematizzazione già data della fede (alias, la proposta ecclesiale), è dato dalla domanda che proviene dai soggetti-in-ricerca e dalla loro esperienza, a partire da un postulato di base così sintetizzabile: «il vangelo parla ancora agli uomini di oggi» e parla prima di quanto si possa pensare. Il tipo di comunicazione che s’instaura è di tipo paritario, di ricerca comune dei significati per l’oggi delle narrazioni fondamentali della fede. L’incontro di evangelizzazione e catechesi risulta essere uno spazio «interlocutorio» tra soggetti ecclesiali e soggetti-in-ricerca («chiunque»[19]) e si sviluppa quasi sempre nell’occasionalità e nel rapporto a-tu-per-tu, anche se non è impossibile che si snodi in forma «più sistematica e organica» di itinerario e in un contesto di gruppo o di comunità. L’opzione catechistica di fondo è di natura ermeneutica e narrativa, giammai trasmissiva e dottrinale. Di conseguenza la Parola di Dio non è ornativa o di supporto alla formulazione dottrinale, ma costituisce in tutta la sua portata la sorgente e l’anima della catechesi.[20]
Il processo formativo che viene caldeggiato consiste nel «potersi identificare qui e ora come interlocutore e destinatario dell’ospitalità di Dio»,[21] in Gesù Cristo che nella sua esperienza singolare ha reso possibile questo «spazio di libertà e prossimità» tra gli uomini e Dio, luogo di identità personale e di identificazione con Lui,[22] in quell’«ospitalità messianica ed escatologica del Nazareno», che Theobald appella «stile di stili».[23] In questa condizione fondamentale, si verificano simultaneamente singolarità dell’esperienza originaria e molteplicità delle esperienze originali, si riconosce il «profilo comune» dell’atto di fede e la pluralità di forme di esso, diverse l’una dall’altra e mutevoli nel tempo.[24]
Operatore pastorale/catechista
Ogni operatore pastorale si ispira all’agire di Cristo, trova nel suo «stile» un punto di continuo confronto e riferimento. Pur avendo una preparazione ecclesiale di base, pur facendo parte di organismi pastorali, chi opera pastoralmente non si lascia imbrigliare da «precostrutti» e tanto meno da «pregiudizi», ma si apre all’evento dell’incontro, a ciò che è imprevedibile, nella consapevolezza che potrà contare nella forza che viene dall’alto, più che sulle cognizioni acquisite o sulle competenze maturate in precedenza. L’edificazione della comunità ecclesiale e la maturazione di coloro che si aprono alla fede non sono risultato di tecnicismi, ma «generazione dall’alto». Agli atteggiamenti e ai comportamenti di superiorità e di supponenza, si sostituiscono, quindi, modi di essere e di fare più evangelici e immediati, uno «stile» più semplice ed efficace che lascia trasparire i valori del Vangelo senza orpelli e diaframmi.
Catechista è un particolare operatore pastorale che si pone a fianco del soggetto-in-ricerca. Né al di sopra, né al di sotto. Entrambi sono alla ricerca, intendono decifrare il senso delle narrazioni fondamentali della fede in correlazione con le proprie storie di vita. Se esiste un dislivello formativo, consiste unicamente nel servizio che rende il primo: egli si pone come ermeneuta del vangelo e della vita, in quanto permette all’uomo-in-ricerca di cogliere il senso profondo della propria esistenza a contatto con il Vangelo. Il catechista non si serve di programmi precostituiti o di una pianificazione precedentemente elaborata, ma punta decisamente sulla narrazione-interpretazione del vissuto entrato in contatto con il Vangelo.
Linguaggio/relazioni
La trama delle relazioni è, quindi, imprescindibile e fondamentale per il «paradigma di generazione». Ogni appello e messaggio necessita di questa cassa di risonanza e di questa area di intercomprensione e di interpretazione. Non esiste un passaggio di informazioni, di idee, di sensazioni, di emozioni, di affetti, di indicazioni etiche, di operazioni allo stato «puro» e «distillato», ma filtrato dalla dialogicità e dalla reciprocità. L’ecclesia, secondo quest’ottica, emerge primariamente come una connessione di chiamate, un intreccio di rapporti, una fusione di vissuti, e solo secondariamente come una compagine sociale, come tipica forma istituzionale. Lungi dal separare il carisma delle relazioni dagli aspetti istituzionali, la «pastorale d’engendrement» vuole, almeno nelle intenzioni, cogliere l’essenziale dalla parte della comunione, più che dell’istituzione, esorcizzando divaricazioni e scissioni.
Il linguaggio è fortemente narrativo ed evocativo che tenta di gettare un ponte ermeneutico tra le storie di vita dei soggetti e le narrazioni evangeliche fondanti. Di fronte ad una scelta non esclusiva, ma di certo prioritaria tra polo oggettivo (fides quae) e polo soggettivo (fides qua), il paradigma di «generazione» privilegia il secondo, non solo per onorare la «cultura del soggetto» prevalente nella sensibilità odierna o per pura e semplice accondiscendenza pastorale, ma per fedeltà all’evento evangelico originario, alla persona stessa di Gesù che, oltre al messaggio, ha lasciato ai suoi discepoli, segni, opere e uno stile relazionale come punto obbligante di riferimento.[25] Non per nulla gli esempi riportati negli itinerari di pastorale e di catechesi «di generazione» si rifanno a brani evangelici di incontri, più che a discorsi o ad assunti dottrinali.
UNA VALUTAZIONE ALQUANTO PRECOCE
A partire dall’analisi effettuata su alcuni indicatori, tentiamo adesso un bilancio valutativo, senz’altro precoce per la letteratura e la sperimentazione in corso e di certo parziale per il fatto che si basa su quanto è stato finora pubblicato in lingua francese e italiana, senza interviste o contatti diretti con gli autori di questo «paradigma» teologico-pastorale e catechetico.
I lati positivi non mancano, quali l’attenzione al contesto personale e sociale, alla cultura del «postmoderno» che, sebbene ancora poco definita teoricamente, manifesta la sua indubbia emergenza e provocazione verso i sistemi di trasmissione e di generazione della fede. Un altro punto positivo è il recupero kerigmatico ed ermeneutico della fede, che liberato da alcuni standard e schemi linguistici alquanto logori, intende perseguire un contatto più diretto con le sorgenti della fede. La dimensione relazionale, poi, sembra essere il perno su cui poggia e si fonda l’intera impostazione della «pastorale d’engendrement».
Ognuno di questi lati positivi ha il suo «rovescio della medaglia» e tali tratti caratteristici prestano il fianco ad alcuni rilievi critici. Di fronte all’osservazione di cedimento nell’attenzione verso la traditio ecclesiae, quale costellazione su cui basarsi per orientare la propria rotta e il proprio cammino di fede, quale flusso vitale tramite cui è possibile generare nella fede, gli autori così rispondono: lungi dal pensarle come spazi anarchici, le comunità connotate dalla «pastorale di generazione» sono spazi flessibili e dinamici, idonei a rispondere alle esigenze dell’uomo d’oggi, ma anche dotati di chiari punti di riferimento:
«il magistero pone le basi chiare che guidano i credenti desiderosi di riflettere e di comprendere la loro fede. Così compresi, i dogmi permettono di pensare in una certa direzione senza correre il rischio di sbagliarsi. Per esempio, credere che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, una sola persona, – quella del Verbo – in due nature, è legittimo e fecondo. I cristiani del quinto secolo si sono ritrovati in questa formulazione che resta ancora oggi un riferimento per l’intelligenza della fede».[26]
Pensare che questo paradigma abbia in mente una sorta di «epoché», una messa tra parentesi della Tradizione, o che sia senza dogmi e senza riferimenti autorevoli del magistero non è, quindi, del tutto corretto. Ma rimane in sospeso «quando» e «come» queste indicazioni dogmatiche e magisteriali vanno offerte e considerate.
Alcune osservazioni critiche sono state rivolte proprio sul piano della «qualità» pastorale e catechistica che il «paradigma» intende promuovere. Nonostante il tentativo di elaborare un’impostazione maggiormente aderente alla realtà e attinente allo stile evangelico, sebbene la flessibilità e l’agilità della proposta pastorale manifesti i suoi indubbi vantaggi, l’immagine ultima che se ne ricava è più impressionista che realista. Anche nel presentarsi, il fatto di affermare che non si oppone ad altri modelli da cui si distingue, potrebbe far pensare ad un paradigma eclettico e onnicomprensivo, o per lo meno super partes. Si è portati a interrogarsi: si tratta di un indirizzo neo-kerigmatico o qualcosa di più e di differente? I suoi estensori sembrano convergere sull’originalità; per esprimerci in termini chimici, più in direzione di un composto, anziché di un miscuglio. Ma è alquanto difficile allo stato attuale determinarne la qualità innovativa e la significatività.
Ad alcune obiezioni, i promotori del modello sembrano rispondere adeguatamente, ma qualcosa rimane insoluta e in sospeso.
Ad esempio, questa «nuova» pastorale suppone che ci siano «soggetti-in-ricerca»: ma chi sono e quanti sono? La loro presenza giustificherebbe la «nuova» pastorale: ma il problema è proprio una tale esistenza! E se ci sono, occorre aspettare che «vengano» o attendere qualche opportunità o caso fortuito? La tradizione dei vangeli, analogamente alla situazione odierna pluralistica, ci presenta una vasta gamma di situazione al singolare (vedi i personaggi giovannei e lucani) e al plurale (si osservino i cerchi concentrici «relazionali» che vanno dalla folla, alle correnti culturali religiose, ai discepoli, ai dodici, ai tre... rispetto a Gesù), senza entrare in merito agli stadi e livelli di ricerca (non tutti ricercano qualcuno, tante volte cercano qualcosa).
I racconti fondamentali del vangelo non sono già trattati teologicamente all’origine e fino a che punto possono essere ricondotti alla recettività personale del soggetto-in-ricerca? Il fossato tra eventi originari e vissuto dei soggetti è completamente colmabile? Non è bene accettare che ci sia comunque uno scarto di comprensione tra le due polarità?
E il dislivello formativo tra operatore ecclesiale e soggetti-in-ricerca è rimovibile del tutto nell’ottica di una «pastorale di generazione»?
Infine, fino a che punto la liturgia cristiana, come anche le dinamiche proprie della koinonia e della diakonia, vengono prese in considerazione dal paradigma in questione?
A questi interrogativi, i rappresentanti di questo nuovo paradigma sono stati invitati a rispondere, ovviando ad eventuali lacune. Dal lato propriamente epistemologico, il «paradigma di generazione» esercita un certo fascino e un’indubbia attrazione; ha già una sua fondazione ma esige una più piena giustificazione.[27] Il riferimento alle scienze teologiche e alle scienze della comunicazione è particolarmente evidente; alle scienze dell’educazione, invece, tranne per l’attenzione al soggetto come incipit, non viene riservata un’adeguata attenzione, tralasciando di cogliere doverosamente le dinamiche proprie della gradualità e della sistematicità. Se sono presenti diversi e validi stimoli a livello pastorale, sul versante propriamente catechetico è quanto mai urgente dilatare e approfondire la visuale.
Facendo ritorno alla precomprensione di partenza, non è per nulla ipotetico e lontano il rischio «che la pastorale d’engendrement diventi un nuovo slogan, diventi un catch all o un luogo comune».[28] Ecco perché ci si è sforzati di entrare dentro e di tentare di capire più che sia possibile le dinamiche in gioco, senza tirare istintivamente e frettolosamente le conseguenze. Ma non si è potuto fare a meno, oltre ad apprezzarne i punti forti, di constatarne i punti deboli.
NOTE
[1] Cf Ph. Bacq – C. Theobald (edd.), Une nouvelle chance pour l’Évangile. Vers une pastorale d’engendrement, Lumen Vitae – Novalis – Éditions de l’Atelier, Bruxelles – Montreal – Paris 2004; Idem (edd.), Passeurs d’Évangile, autour d’une pastorale d’engendrement, Lumen Vitae – Novalis – Éditions de l’Atelier, Bruxelles – Montreal – Paris 2008. Esplicativi gli articoli di Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, in «Lumen Vitae» 58(2008) 3, pp. 299-318, e G. Routhier, La catechesi «d’engendrement», in «Catechesi» 79 (2009/2010) 5, pp. 57-67.
[2] Gli attuali Orientamenti della CEI, in Italia, fanno esplicito riferimento alla capacità di «generare» continuamente nel campo educativo e pastorale, segno di una diffusa sensibilità a livello europeo verso questa terminologia e i suoi significati (Cf CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, Elledici, Leumann – Torino 2010, nn. 27. 37. 40). Non è appurabile quale sia il collegamento o l’influenza, tra il documento CEI e il paradigma in questione, o eventuale forma di dipendenza.
[3] Cf C. Theobald, La rivelazione, Dehoniane, Bologna 2006, 20092, pp. 51-52, 58, 68, 194 e passim. «Il senso dell’esistenza non è mai dato in anticipo: ciascuno deve provvedere a rendere sensata la propria vita»: M. Epis, La possibilità universale della fede e il singolare cristiano, in «Teologia» 32(2007)3, p. 341 (pp. 339-351).
[4] Cf G. Trabucco, Teologia fondamentale e teologia spirituale, in «Teologia» 32(2007)3, p. 336 (pp. 331-338).
[5] Promotori di questo tipo di «pastorale» sono un gruppo di studiosi gesuiti tra cui spiccano i nomi di Christoph Theobald e Philippe Bacq, e altri ancora, come André Fossion. Il primo, nato a Colonia nel 1946, è professore di teologia fondamentale e dogmatica al Centre Sèvres di Parigi ed è direttore della rivista «Recherches de Sciences Religieuse». È riconosciuto come il «teorico» della «nuova» impostazione pastorale. Tra le sue pubblicazioni, tradotte in italiano: C. Theobald, il saggio già citato La rivelazione; inoltre: Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, Dehoniane, Bologna 2009, 2 voll.; Trasmettere un vangelo di libertà, Dehoniane, Bologna 2010; Seguendo le orme ... della Dei Verbum. Bibbia, teologia e pratiche di lettura, Dehoniane, Bologna 2011.
Il secondo è belga, classe 1938, e opera presso il Centro «Lumen Vitae» di Bruxelles, dopo essersi licenziato in filosofia e filologia classica, e aver studiato teologia a Lovanio, Roma e Parigi, conseguendo il dottorato presso l’Istituto Cattolico della capitale francese. È stato anche direttore del Centro «Lumen Vitae dal 1986 al 1993.
Infine, André Fossion, nato nel 1944, è belga e rinomato catecheta del Centro «Lumen Vitae». La sua tesi dottorale (La catéchèse dans les champ de la communication. Ses enjeux pour l’inculturation de la foi, Cerf, Paris 1990), sotto la guida di J.Audinet che ne sottoscrive la presentazione, ha inaugurato una riflessione stimolante per la teologia pastorale e soprattutto per la catechetica. È stato direttore del Centro «Lumen Vitae» dal 1992 al 2002, presidente dell’Equipe europea di catechesi dal 1998 al 2006. Attualmente, è responsabile del sito di documentazione e di formazione a distanza del Centro «Lumen Vitae».
[6] Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, p. 299.
[7] Oltre ai riferimenti riportati in nota 5, Cf la sintesi offerta in C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 280-303, all’interno dell’intero numero di «Teologia» a lui dedicato (pp. 273-416) e che porta il titolo: Teologia e fenomenologia di Gesù. Teologia fondamentale in contesto post-moderno: dinamismo dell’ospitalità teologale di Gesù e riconfigurazione della fede in Christoph Theobald.
[8] Cf Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, pp. 300-310.
[9] G. Routhier, La catechesi «d’engendrement», p. 64.
[10] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, p. 281. L’accezione di «stile» si rifà alla visione di M. Merleau-Ponty, in Signes, Gallimard, Paris 1960 (tr. It. Segni, Net, Milano 2003). «Lo «stile» è dunque «una maniera di abitare il mondo» nella riuscita concordanza con sé e nel nascondimento a favore dell’altro. [...] Lo stile è quel senso in cui avviene la vita autentica, nella piena corrispondenza tra contenuto e forma, tra fondo ed espressione»: così commenta A. Cozzi, Il fondamento cristologico del cristianesimo come stile. Ovvero la mediazione senza dono del «traghettatore» Gesù, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 311. 315 (pp. 310-320).
[11] Cf M. Epis, La possibilità universale della fede e il singolare cristiano, in «Teologia» 32(2007)3, p. 342 (pp. 339-351).
[12] Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, p. 312.
[13] Ibidem, p. 313.
[14] Cf C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, p. 301. «[...] una comunità che nasce e che si ritrae. Si ritrae, nel senso che non intende occupare tutti gli spazi, ma appunto come il Nazareno è capace di fare spazio a chiunque, senza aspettarsi necessariamente che l’interlocutore occasionale diventi discepolo, bensì con la preoccupazione fondamentale che ogni nuovo venuto sia messo nelle condizioni di conformarsi alla misura di umanità portata da Cristo»: così esplicita la traduzione italiana D. Albarello, Una maniera di abitare il pluralismo. Il cristianesimo come ospitalità e apprendimento secondo C. Theobald, in «Lessico di Etica pubblica» (2010) 1, p. 214 (pp. 194-219); anche in: www.eticapubblica.it/.../Abitare%20il%20pluralismo%20-%20Albarello%20(194-219).pdf
[15] Ph. Bacq – C. Theobald (edd.), Une nouvelle chance pour l’Évangile. Vers une pastorale d’engendrement, p. 11.
[16] Cf L. Bressan, La prospettiva dell’engendrement come stimolo alla teologia pratica, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 389-390 (382-391).
[17] Cf R. Vignolo, Sulla «santità ospitale» di Gesù in termini di teologia biblica, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 399-407.
[18] Cf le osservazioni di L. Bressan, La prospettiva dell’engendrement come stimolo alla teologia pratica.
[19] Cf C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, p.298.
[20] Cf G. Routhier, La catechesi «d’engendrement», pp. 65-66. Theobald ha la tendenza abbastanza pronunciata a parlare della Bibbia più come testo «ispirante» che come «ispirato» (Cf R. Vignolo, Sulla «santità ospitale» di Gesù in termini di teologia biblica, p. 405), ma nello stesso tempo evidenziare eccessivamente il «nuovo» Testamento rispetto all’»antico» il cui riferimento appare marginale: G. Borgonovo, Il Primo Testamento nella proposta di Ch. Theobald: una marginalità che fa pensare, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 408-416.
[21] Così: P. Sequeri, Cristianesimo e stile, in «Teologia» 32(2007)3, p. 278 (pp. 272-279).
[22] Cf C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, pp.285-286.
[23] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, p.299.
[24] Cf C. Theobald, La rivelazione, pp. 193-197; A. Bertuletti, L’approccio stilistico e la teoria della fede, in «Teologia» 32(2007)3, p. 304 (304-309).
[25] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Fare teologia nella postmodernità, pp. 282-290.
[26] Ph. Bacq, La pastorale d’engendrement: qu’est-ce à dire?, p. 317.
[27] Cf gli appunti critici di G. Angelini, Fare teologia nella postmodernità, ma anche contro di essa, in «Teologia» 32(2007)3, pp. 352-369. In particolare Cf l’osservazione sulla nozione di «stile» che rischia la deriva formalistica: p. 357 e p. 362; una certa disattenzione alla funzione critica del cristianesimo rispetto alla modernità e alla postmodernità e la ratifica «ingenuamente provvidenzialistica» di quest’ultima: pp. 365. 367. 368.
[28] G. Routhier, La catechesi «d'engendrement», p. 64.

