Fabio Silvestri
(NPG 2011-06-33)
L’articolo di Fabio Silvestri – docente di Storia Sociale presso l'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti e di Pedagogia generale e interculturale presso l'Accademia di Belle Arti di Roma – è un contributo che ci porta all’interno del pensiero formulato dalle grandi figure del cattolicesimo liberale e democratico, e che in questi tempi di difficoltà e disorientamento merita di essere riconsiderato. Il tema viene sviluppato nella forma di un breve itinerario storico che da Rosmini conduce a fino a De Gasperi. Quando la crisi preme, occorre ritornare alle fonti.
Al di là dei singoli contenuti che sono stati affrontati nell’occasione, nel discorso rivolto da Benedetto XVI il 12 gennaio 2009 agli amministratori della Regione Lazio, del Comune e della provincia di Roma, sono emersi molti spunti interessanti per cercare di chiarire quale sia il ruolo che la politica è chiamata a svolgere nel regolare le cose che appartengono alla «città degli uomini», o meglio per cercare di chiarire quale dovrebbe essere l’essenza autentica di quell’azione nella società e per la società che dell’attività politica costituisce in qualche modo la definizione e il fondamento.
Un problema al quale appare sempre più necessario sforzarsi di trovare una risposta, dato lo stato attuale, certamente non tranquillizzante, in cui si trova a versare la politica stessa, sia sul piano interno, per le proprie innumerevoli colpe, tra le quali a spiccare è una pericolosissima tendenza all’autoreferenzialità e ad un protezionismo di tipo quasi corporativo, sia sul piano esterno, e cioè sul piano della diffusa percezione pubblica del sistema politico, nel quale con sempre maggiore frequenza si tende a vedere non quel «luogo ideale» all’interno del quale ciascuno è chiamato a portare, con gratuito spirito di servizio, il proprio singolo e personale contributo alla ricerca del bene comune, ma uno strumento di servizio, definito e garantito dal rapporto elettorale, diretto ad esaudire le esigenze e le richieste di ciascuno.
Una visione della politica, questa, che appare drammaticamente riduttiva, e sempre meno in grado di rispondere alle tante sfide e alle molteplici «denunce» emergenti da un mondo e da una società che, come è sotto gli occhi di tutti, appaiono farsi sempre più complessi e articolati, e che in troppi casi appaiono fronteggiare quella complessità e quell’articolazione in termini di puro e semplice pragmatismo, così come di rigida e meccanica riproduzione di procedure consolidate nel tempo. Aprendo la strada, per questa via, ad un approccio al cosiddetto «problema politico» che troppo spesso appare non in grado di affrontare, e in qualche modo di «governare», la complessità, dimenticando quel «coraggio di rischiare» di cui parlava Antonio Rosmini, senza il quale appare sempre più difficile tentare di dare ordine al caos che ci circonda.
Così come, allo stesso modo, appare non in grado di fornire risposte adeguate ai grandi interrogativi che, con sempre maggiore frequenza, vengono posti all’ordine del giorno dalla ricerca di una «bioetica» che, anche al di là delle fondamentali questioni «vitali» legate alla nascita e alla morte, appare chiamata ad assumere il suo significato più ampio e autentico, e a determinare un codice di riferimento e un criterio regolativi attraverso i quali fare fronte a tutti gli aspetti di un’esistenza umana che, giorno dopo giorno, si fa più difficile e problematica.
Ma ciò che, in questo contesto, appare forse più importante rimarcare, è che un approccio alla politica quale quello sopra indicato rischia anche di non tenere sufficientemente conto dell’importanza «anche sociale e civile», sottolineata dal Papa, dell’educazione delle nuove generazioni, e quindi di determinare il ruolo fondamentale che la politica stessa è chiamata ad assolvere, se non intende abdicare alla propria naturale funzione, all’interno di un più ampio e generale sviluppo pedagogico che sia anche, necessariamente, processo di costruzione ed edificazione della società. Un processo al quale tutti, come ha sottolineato il Pontefice, siamo chiamati a cooperare, naturalmente «nel rispetto dell’indole e dei compiti propri di ciascuno dei soggetti interessati», ma soprattutto nel pieno rispetto delle responsabilità di ciascuno, e nel pieno rispetto dell’autonomia delle diverse funzioni che ognuno, dal proprio punto di vista, è chiamato ad esercitare.
Un ripensamento dell’ispirazione e dei fini
Perché dunque la politica possa autenticamente farsi strumento di promozione di quello che Benedetto XVI ha definito «il bene umano integrale», occorre che essa sottoponga se stessa ad un doppio processo di ripensamento che si svolga, prima ancora che sul piano dei mezzi, sul piano dei fini e dell’ispirazione che deve guidarne e orientarne l’azione.
Ed in questo senso occorre domandarsi – in una fase storica all’interno della quale, di fronte al crollo delle visioni ideologiche e ad una evidente difficoltà dello stesso sistema dei partiti, la crisi della politica appare risolversi in una concezione «pratica» dello stesso agire politico, se sia ancora possibile vivere e testimoniare l’impegno in politica – come l’esito di una profonda passione personale e di una profonda «intentio» etico-morale al bene comune.
Un interrogativo non di poco conto, specialmente se rivolto alle generazioni più giovani, la cui formazione alla politica si trova in qualche modo a dovere fare i conti, per tutta una serie di ampie e complesse ragioni storiche e politiche, con un modello di riferimento, che spesso si finisce per introiettare, in cui la politica sembra ridursi, appunto, a rapporto di forze e a conquista del consenso, attraverso modalità e strategie mutuate da sistemi «altri» dalla politica stessa.
Ed anche in questo caso, dunque, il problema appare assumere almeno una doppia veste, perché da un lato si tratta di trovare un modo e una forma che ci consenta di impostare e di regolare correttamente il rapporto tra la pratica dell’azione politica e l’orizzonte teorico ( sia esso religioso, morale o ideologico) cui quella pratica e quell’azione non possono fare a meno di riferirsi, e quindi si tratta di rintracciare quelle modalità che consentano a questi due piani distinti di intersecarsi in modo fecondo, senza sovrapporsi indebitamente. Evitando, per questa strada, tutti i rischi e i pericoli che possono derivare dalla mescolanza di «sfere» che sono invece tenute, per la loro stessa natura, a restare separate, al riparo da ogni cedimento all’integralismo e da ogni deriva di tipo fondamentalista, ma anche sottolineando come il rapporto tra ispirazione ideale e pratica politica sia un problema che investe le coscienze di tutti, siano essi credenti o meno, perché tutti sono in qualche modo portatori di quella che potremmo definire una concezione o una «visione del mondo», indipendentemente dal suo essere di tipo filosofico, ideologico e religioso.
Dall’altro lato, invece, si tratta di domandarsi, nella contingenza specifica di chi si trova a vivere e a testimoniare il proprio impegno politico sulla base di una motivazione e di un’ispirazione cristiana, se esista, e se esiste quale sia, il contributo specifico che può derivare da quella ispirazione e da quella motivazione, e ancora più in particolare quale sia il ruolo peculiare che la cristianità è chiamata ad assolvere all’interno dell’agire politico e sociale.
In questo senso appare forse non inutile sottolineare come proprio il rapporto tra fede e politica abbia costituito uno di quei temi di fondo sui quali il mondo cattolico ha da sempre appuntato la sua riflessione, naturalmente in forme e modi diversi a seconda della diversità dei tempi e delle circostanze, e che ha storicamente caratterizzato la lunga vicenda del cattolicesimo politico, e in particolare la testimonianza individuale di tutti quegli uomini che si sono schierati in politica in quanto cristiani, e che hanno fondato la propria azione sul richiamo al patrimonio etico e morale e alla grande tradizione del pensiero e della cultura cattolica.
La posizione di Rosmini
Basti pensare, tra i tanti, all’esempio fornito da personalità quali il già citato Antonio Rosmini, la cui straordinaria apertura sociale e culturale lo pose in molti frangenti all’avanguardia dello stesso movimento cattolico, tanto da entrare in conflitto con le stesse autorità ecclesiastiche sul piano dell’accettazione delle nuove tendenze scientifiche e filosofiche, e tanto da muoverlo a guardare con fiducia nella possibilità di una conciliazione della religione con i principi liberali, fino al punto di avanzare progetti tesi a promuovere una radicale riforma della stessa Chiesa Cattolica. Il che si tradusse, sul piano più propriamente politico, nel ruolo determinante esercitato dal pensiero rosminiano, e in particolare dalla sua opera Memorie di Religione, nell’articolato processo di elaborazione di quella cosiddetta «ipotesi neoguelfa» che, così come fu poi prospettato da Vincenzo Gioberti nel suo Del Primato Morale e Civile degli Italiani, avrebbe dovuto conciliare le nascenti aspirazioni nazionali con la difesa del potere temporale della Chiesa.
Potere che, proprio in nome della distinzione e dell’autonomia del «temporale» dallo «spirituale», lo stesso Rosmini giunse successivamente a mettere persino in discussione, pur di preservare alla Chiesa e al Papato la propria funzione spirituale, tanto da essere ricordato da Cavour (insieme ad Alessandro Manzoni e allo stesso Gioberti) tra quei grandi pensatori «che si sono affaticati per conciliare lo spirito di libertà col sentimento religioso», e che con grande coerenza «hanno consacrato tutta la vastità del loro ingegno all’arduo lavoro di propugnare la conciliazione dei due grandi principi sui quali riposar deve la società moderna».
Un difficile rapporto Cristianesimo-politica
Inoltre, se si riflette sui vari modi in cui, nella storia del nostro paese, si è articolato il rapporto tra cristianità e politica o, più in particolare, se si riflette sui vari modi in cui il mondo cattolico ha offerto il proprio contributo alla vita politica italiana (indicando non di rado anche alcune fondamentali direttrici per il futuro), non si può non richiamare alla memoria anche la singolare testimonianza di uomini quali Romolo Murri, che – nel pieno di quel «dilaceramento» rappresentato dalla «questione romana», e in tempi di diffuso e rigoroso intransigentismo da parte della stessa Chiesa nei confronti del giovane Stato unitario – si fece interprete di un profondo sentimento di rinnovamento in senso cristiano della società e dello stesso Stato.
La figura di Murri
Un sentimento che, se nella sostanza può avvicinare Murri a Rosmini, assunse però nella forma un carattere più radicalmente legato al problema dell’organizzazione, in vista di un suo concreto intervento nella dialettica politico-parlamentare, di un movimento popolare d’ispirazione cristiana, il cui progetto si trovò, come nel caso di Rosmini, ad entrare in rotta di collisione con i vertici della Chiesa, il cui «non expedit» spinse lo stesso Leone XIII a colpire duramente Murri e la sua corrente democratico-cristiana, colpevole, tra l’altro, anche di avere messo in pericolo il carattere unitario che, attraverso organismi quali l’Opera dei Congressi, si voleva garantire al movimento cattolico.
L’impegno dello stesso Murri – in nome di una sempre maggiore autonomia delle diverse organizzazioni cattoliche, e in nome della necessità di una sempre maggiore apertura del cosiddetto «mondo cattolico» non solo verso le istanze promosse dalle masse popolari, ma anche verso le tendenze più avanzate della cultura contemporanea – finì poi con il portarlo anche ad essere accusato di modernismo politico-sociale, ad essere sospeso «a divinis» nel 1907, e infine il 22 marzo del 1909, pochi giorni dopo la sua elezione alla Camera dei Deputati, ad essere ufficialmente scomunicato dalla Chiesa.
Nel rievocare storicamente le diverse prospettive di azione che hanno caratterizzato il modo in cui, nelle vicende politiche italiane, buona parte del movimento cattolico ha testimoniato il proprio «impegno nella polis», e nel ripensare il complesso ruolo storico assolto dai cattolici nella società italiana, occorre sottolineare come essi abbiano assunto posizioni tra loro anche radicalmente diverse, oscillando tra una posizione di «separati in casa» o di «prigionieri» nei confronti di uno Stato «moderno», espressione del liberalismo borghese, che non riconosceva alcuna autorità ad esso superiore, e che seguiva un codice di valori morali autonomo rispetto al tradizionale principio dell’autorità ecclesiastica sugli uomini e sulla società, e una posizione di guida e di indirizzo della vita politica del paese, che si è fatta progressivamente sempre più centrale, fino a svolgere un ruolo chiave nel faticoso processo di ricostruzione della nazione e di edificazione del nuovo Stato repubblicano.
Figure di cattolici in politica
Cammino, questo, che si può far risalire ad Antonio Rosmini così come a Romolo Murri, ma che non si può non fare idealmente arrivare, tra gli altri, alla figura di Aldo Moro, passando anche attraverso personalità tra loro assai diverse quali Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira e Amintore Fanfani e, soprattutto, passando per Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. I quali, in qualche modo specularmente ma su basi teoriche e politiche profondamente diverse, si trovarono, rispettivamente nel primo e nel secondo dopoguerra, a svolgere un determinante ruolo di guida e di indirizzo dello stesso movimento cattolico, che con Sturzo vide il proprio ingresso ufficiale nella vicenda politico-parlamentare italiana, anche se il partito Popolare voluto e costruito dal sacerdote di Caltagirone organizzò quell’ingresso all’interno di un partito che non intendeva essere il «partito» di tutti i cattolici, ma solo di quei cattolici che, politicamente e socialmente, erano orientati in senso democratico e che, pertanto, si configurava come un partito «aconfessionale» e pienamente autonomo nei confronti delle rivendicazioni politiche e temporali della Santa Sede.
Mentre, con la costruzione politica e societaria di De Gasperi, quel movimento fu chiamato a costituire il perno fondamentale attorno al quale avrebbe ruotato l’intero processo di ricostruzione nazionale dopo il drammatico sconvolgimento prodotto dalla seconda guerra mondiale, processo a garantire il quale, anche per le complesse ragioni che avevano determinato il quadro nazionale e internazionale del dopoguerra, un ruolo certamente non secondario fu assolto dall’unità di tutti i cattolici all’interno di una medesima formazione politica. Ma anche l’avere dato vita ad un grande «partito cattolico» in grado di mantenere, per circa cinquant’anni, una sostanziale egemonia sulla vita politica italiana, non impedì allo stesso De Gasperi (che di quel grande «partito cattolico» fu il primo ideatore e promotore) di restare, in linea con la grande tradizione del cattolicesimo politico del nostro paese, sempre straordinariamente attento a difendere l‘indipendenza civile dei cattolici e l’indipendenza dello Stato, e di rifiutare l’idea, anche dopo la schiacciante vittoria elettorale del 18 aprile 1948, che tale partito dovesse governare in una condizione di «splendido isolamento».
Ripartire, pertanto, da Sturzo e da De Gasperi, ma non solo dalla loro esperienza, diventa un elemento di straordinaria utilità, soprattutto di fronte all’esaurirsi delle ideologie e di fronte ad un profondo processo di trasformazione delle stesse strutture partitiche, per recuperare il grande contributo offerto dallo stesso cattolicesimo all’affermazione di una politica laica e non ideologica, e per ribadire come l’impegno politico dei cristiani debba essere un impegno attivo, concreto, in grado di fornire un contributo serio e determinato, e di dare voce all’ispirazione cristiana per alimentare la politica anche attraverso il dovere della testimonianza personale.

