Dalle diocesi
L’esperienza della Diocesi di Città di Castello
A cura di Samuele Biondini
(NPG 2011-05-70)
Raccontare a parole com’è la nostra pastorale giovanile non è semplice. Se chi legge venisse a vedere come lavoriamo e con quali strumenti costruiamo, sicuramente avrebbe l’impressione di una realtà un po’ pazzerella, a volte anche un po’ «fuori stile», ma sicuramente sempre semplice e immediata nel linguaggio. I nostri giovani sopportano male parole come «sacerdote», «santa messa», «novena», «curia»… e quando – assai raramente – questi termini li adoperano loro, si avverte un non so che di disturbo nel pronunciarli. Essi preferiscono espressioni come «il prete», «fratello», «festa», «silenzio», «condivisione», «casa di tutti»…
I giovani cristiani della nostra diocesi si percepiscono chiamati a una vocazione profetica all’interno della Chiesa, come se Dio li avesse scelti per tenere attaccata la «comunità degli eletti» a un mondo che si è tentati di abbandonare, lasciando andare le persone per le loro strade senza stargli vicino; e chissà che questa vocazione non sia davvero specificatamente la loro.
Un compito delle nostra pastorale è quello di proteggere i giovani dal pessimismo che li vuole opprimere, giudicare, se non addirittura agevolare nell’abbandonare il Vangelo. Questo punto di partenza passa prima di tutto attraverso la presa di coscienza che noi adulti non siamo meno peccatori di loro, anzi!.. forse, e dico forse, solo un po’ più pigri anche nel peccare.
Non intendo rendere questo articolo uno spot pubblicitario di propaganda di alcuni contenuti, ma vorrei piuttosto comunicare i principi di fondo che ci fanno da guida: il progetto pastorale ne è la conseguenza.
La maggior parte delle parrocchie sono piccole. Viviamo tutti abbastanza vicini, anche perché le strade che fanno da collegamento sono adeguate. I preti della nostra diocesi stanno davvero vicino alla gente e ognuno, a suo modo, un po’ originale e fuori schema. Certo, non tutti siamo «dottori» o esperti in qualche cosa, ma certamente brava gente. Com’è giusto che sia, tra noi ci sono evidenti differenze: c’è il prete amante di Maria, l’appassionato di economia, lo storico, chi si occupa dei tossicodipendenti, chi crede fermamente nell’importanza di sperimentare una vita comunitaria, chi è fan della parrocchia (o della diocesi), chi si prende specificatamente cura degli anziani… Dunque siamo molto diversi, ma con il passare del tempo abbiamo imparato a stimarci. Il Vescovo sta tenendo duro e da noi i preti missionari di altre diocesi del mondo sono solo 3: questo è uno stimolo per tentare di risolvere i problemi che abbiamo, invece di fingere che non ce ne siano coprendo i buchi del territorio. Il prete che vuole fare pastorale giovanile deve essere stimato dagli altri preti, altrimenti non avrà aperte le porte di intere parrocchie (evito qui di elencare le mie carenze su questo punto).
Due parole anche su uno strumento organizzativo, la Consulta di PG.
Lascio la parola a Giovanni, uno dei membri:
«All’interno della Pastorale Giovanile di Città di Castello, chi coordina e decide le linee guida è la Consulta. Questa, recentemente, ha subito una riorganizzazione: molti membri ‘storici’ hanno lasciato spazio ad altri giovani, per garantire un linguaggio e un approccio più vicino alle nuove generazioni.
Essa è costituita da due preti, dal coordinatore, da due rappresentanti degli animatori (medie e superiori), da un rappresentante dell’ambito Giovani e Missione, da una rappresentante dei vari movimenti diocesani e da una rappresentante delle attività di evangelizzazione.
Inoltre organizza le veglie diocesane (quella dei Santi Patroni, delle Ceneri, di inizio anno pastorale...) e altri modi per restare in contatto col mondo dei ragazzi. Attualmente stiamo lavorando ad un progetto che punta ad avere un centro diocesano esplicitamente riservato alla Pastorale Giovanile. La consulta coordina anche gli oratori della città e organizza annualmente il Pellegrinaggio diocesano dopo Pasqua».
Permettere a ogni giovane l’incontro con Gesù
Come può un giovane mantenere «pura» la sua via? Come può un ragazzo di un paesino di campagna seguire Cristo, quando la sua famiglia non è in grado di trasmettergli una fede che non ha, e la sua parrocchietta non è attrezzata a offrire un cammino adatto a lui sotto tutti i profili (metodologico, spirituale, psicologico, comunitario)?
Già, come può? E tanto più in una società così capace di strappare i cuori e le menti da Gesù.
Abbiamo il compito di rispondere a questa domanda con serietà e con un programma concreto, certamente spontaneo e bello, ma anche studiato a tavolino e con accuratezza, in serio ascolto dello Spirito Santo. Per questo, accanto alla valorizzazione di quello che già esiste nelle nostre parrocchie, ci siamo posti il problema di elaborare un progetto diocesano che raggiungesse quei giovani che hanno comunità parrocchiali impossibilitate a rispondere ai loro bisogni, ma anche tutti quelli che non ne frequentano alcuna.
In principio… la preghiera
Molte le domeniche pomeriggio passate dal mio predecessore a portare gruppi parrocchiali a fare piccoli ritiri: ogni domenica una parrocchia diversa. In quegli anni la pastorale giovanile era poco altro, ma da quel gruppo di ragazzi sono usciti giovani adulti con le idee chiare nei confronti della fede e capaci di fare sul serio. Senza un lavoro preliminare simile, mi sentirei di costruire sulla sabbia. In quegli anni, come ragazzo prima e come seminarista poi, non mi rendevo ancora conto a quale grazia avrebbero portato il tempo passato in silenzio davanti a Gesù e un vespro semplice in uno dei tanti gioielli della nostra diocesi. Da quei ritiri nasceva la direzione spirituale e si riscopriva il valore della confessione, oltre a ricevere in prestito un bel libro da leggere.
Agli inizi della PG
Partire, una domenica, subito dopo pranzo, col «pulmino» del prete per andare ad un ritiro oppure solo per fare una «girata».
Recarsi in un eremo o in un monastero, in una chiesa quasi abbandonata in mezzo alla campagna, in luoghi semplici, a volte quasi dimessi, ma dove potevi provare o trovare qualcosa di unico.
Incontrare qualcuno che abitava questi posti, parlare con loro, farsi raccontare della loro vita, della loro esperienza molto spesso lontana dal nostro mondo.
Queste sono state alcune delle nostre domeniche, concedetemi il termine, spirituali.
Tutto era molto semplice, senza tanta organizzazione: bastava un foglio con dei canti, una guida per la meditazione o solo il libretto della liturgia delle ore, una chitarra e il nostro bravo prete che sapeva come far scaldare il nostro tiepido cuore.
Al resto ci pensava come sempre il Signore.
(Giorgio, 40 anni)
Il legame con la pastorale familiare
Ma tanto zelo serve a poco o nulla se non c’è una comunità capace di custodire il seme, una famiglia che rinforza il ragazzo. La nostra pastorale giovanile ha per questo cominciato a tessere legami con la pastorale familiare, ha partecipato alla sua nascita, dato che sono giovani coppie che la animano, e la sostiene di fronte a chi ancora non ha ben compreso il suo ruolo. Essa prova ad aiutare i giovani a vivere la carità organizzando e sostenendo i progetti esistenti come le esperienze estive in terre più povere. Dunque il cantiere della pastorale giovanile ha operai anche in altre branchie della pastorale, altrimenti il suo lavoro rischia di portare poco frutto.
Una formazione personale
E venne il giorno che i nostri occhi si aprirono, che l’evidenza finalmente si mostrò anche a noi. Da quel giorno abbiamo compreso che non era possibile una pastorale giovanile (soprattutto over 17) di massa. C’era bisogno di una pastorale «personale». Ci siamo resi conto che ogni giovane è una storia complessa (e se per la mia formazione è stato necessario un percorso di 5 anni di seminario – più 2 – con un padre spirituale, un gruppo di condivisione ristretto, un rettore con cui confrontarmi e tanti professori che mi hanno custodito), dello stesso zelo ha bisogno ogni ragazzo che si affaccia alla vita nuova. E allora mi son chiesto: è più difficile fare il prete o il discepolo «non prete»? È più tentato di rinnegare Cristo un prete o chi crede ma non indossa l’abito? Se la risposta giusta è quella evidente, allora a ogni figlio di Dio rinato a vita nuova serve un cammino di formazione fortemente personalizzato e aiutato da persone che si dedicano a lui.
Ma da soli si può far camminare nella fede solo poche persone: per questo occorre avere «formatori» per sostenere i giovani che accolgono il messaggio evangelico.
È sotto l’occhio e la comprensione di tutti con quante ferite arriva alla fede il giovane di oggi. E non si può perseverare se non c’è una piccola comunità (massimo 15 persone) che lo sostiene, se non c’è qualcuno che si prende cura personalmente di lui e una comunità più ampia in cui celebrare la grazia di Dio.
Da queste convinzioni è nata la nostra proposta di iniziare un percorso che rendesse tutto questo un progetto concreto. Il progetto si chiama: Cellule diocesane di evangelizzazione.
Le Cellule
Molte volte ci si chiede cosa significa «evangelizzare», ci si domanda come poter portare alle persone più vicine e a quelle più lontane il Vangelo che noi conosciamo, l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, quali parole usare, in quale modo raccontare la propria esperienza di fede, come riuscire ad amare chiunque come farebbe Lui... Molto più spesso non conosciamo nemmeno qual è lo scopo del nostro essere cristiani, del nostro camminare, qual è la missione a noi affidata, nonostante abbiamo ricevuto il grande mandato dell’evangelizzazione sin dal giorno del nostro battesimo. Rischiamo così, ogni giorno di più, di vanificare in poco tempo la preziosa opera compiuta in noi.
Le Cellule di evangelizzazione rispondono a quest’esigenza: portare il vangelo ad ogni creatura... fino ai confini della terra (At.1,8), alle persone più o meno vicine, a coloro che Gesù ci ha messo accanto perché assetati di salvezza e di verità. Non servono parole particolari, basterebbe una costante preghiera e un servizio svolto con amore, portando semplicemente la nostra umile esperienza. Noi, servi-amici di un Signore che vuole soltanto il nostro «sì» al fine di operare per mezzo nostro nel cuore ferito di un fratello lontano.
Tutto il cammino delle cellule è volto all’evangelizzazione. Gli incontri si svolgono settimanalmente, guidati da un «servo» e con la partecipazione di 6-10 membri tra i quali si crea un’inevitabile intimità e confidenza. Ogni momento dello stesso incontro di cellula è volto al prezioso servizio di evangelizzazione di ogni membro e alle persone per cui essi stanno pregando e servendo: il tutto inizia con la lode spontanea al Signore per le opere da Lui fatte ogni singolo giorno, seguendo poi l’ invocazione al Santo Spirito senza del quale la nostra opera risulterebbe vana. Vi è inoltre il momento più intimo dell’incontro: la condivisione di «ciò che Gesù ha fatto nelle nostre vite ed in quelle dei nostri fratelli», cosicché siamo portati ad aprire gli occhi e accorgerci del bisogno del fratello, e non rendere vana la Grazia che abbiamo ricevuto nell’incontrarlo, riversandola con amore sulle vite di chi è lontano, tenendolo per mano, accompagnandolo da Chi tutto può.
(Michela, 30 anni)
Solo dentro questo cammino di seria formazione si comprendono le due esperienze di evangelizzazione più note: le Sentinelle del mattino, ormai ben conosciute, e One Way, la nostra rock band che suona la musica cristiana degli Hillsong e porta il nome di Gesù nelle discoteche e nelle piazze.
Il futuro
Nuovi progetti si affacciano: abbiamo iniziato «Le Barche», un’esperienza di evangelizzazione promossa dalle «sentinelle», e assieme a tutta l’Umbria stiamo cercando di creare nuovi oratori.
Crescente la collaborazione con una cooperativa di cui la chiesa nomina la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione, per sostenere i nostri progetti...
Le Barche
Tra le attività gran fermento proviene dall’ormai consolidato gruppo delle Sentinelle del Mattino (per saperne di più www.sentinelledelmattino.org).
In particolare, è partita da gennaio una nuova proposta rivolta ai giovani tra i 17 e i 23 anni, chiamata « Le Barche».
L’immagine è quella della barca, che traghetta i giovani all’altra riva: quella della fede in Gesù.
Quello delle Barche è un progetto della durata di dieci incontri che vedono come momento centrale quello del «Talk», durante il quale un membro dell’équipe parla in maniera semplice e diretta di temi «scottanti» e fondamentali della fede: il tutto in una cornice intima ma informale. Il luogo dell’incontro è allestito per l’occasione con bar, luci, musica, proiezioni di foto e video. Si inizia con una cena gratuita per tutti i partecipanti e si continua con un breve momento di preghiera, a cui seguono il Talk e un dolcetto finale per concludere in allegria.
Un’evangelizzazione nuova, quindi, che vede come protagonisti i ragazzi stessi, che con la scusa di una «cena gratis» possono invitare i propri amici e diventare a loro volta giovani «traghettatori» di uomini.
(Veronica, 25 anni)
Quanto ancora ci sarebbe da fare! Ringraziando Dio abbiamo cinque seminaristi che promettono bene, che sanno stare con i giovani… non vedo l’ora che arrivino!
Per capire di più invito a consultare www.sicomoro.it

