Pratica religiosa e pratiche culturali dei giovani musulmani
Panoramica dei paesi arabi e dei paesi occidentali
Vittorio Pozzo [1]
(NPG 2012-09-32)
È comunemente ammesso che i giovani, con i loro comportamenti, delineano le linee di tendenza e di evoluzione della società. Più che nel passato godono di un certa indipendenza, soprattutto nel campo dello svago e del tempo libero. Nei paesi occidentali questa indipendenza è quasi assoluta, mentre nei paesi musulmani è per lo più condizionata da fattori sociali legati alla tradizione, la quale, a sua volta, è condizionata dalla religione. Tuttavia l’avvento di un mondo globalizzato nel quale le frontiere geografiche, politiche, culturali e religiose sono superate dal fenomeno della comunicazione globale e immediata, sta mettendo in crisi le società tradizionali che reagiscono in modo diverso alle sollecitazioni sempre più pressanti, anzi egemoniche, della cultura attualmente dominante che è la cultura liberale dell’Occidente. Se accolgono con entusiasmo e sfruttano le innovazioni tecnologiche, pur mancando il retroterra culturale di cui sono frutto (si pensi all’immagine spettacolare offerta al mondo dai paesi del Golfo, dove la modernità tecnologica contrasta con il peso della tradizione, ma si pensi pure al ruolo dei media nella cosiddetta ‘primavera araba’ [2]), sono molto più caute nell’accettare quanto viene veicolato da queste innovazioni, soprattutto se mette in causa stili di vita e convinzioni religiose, in definitiva l’identità stessa di persone e di popoli. Le reazioni sono diverse, presentando così una gamma di situazioni che vanno dalla chiusura ad un’apertura moderata che salvaguardi ciò che è ritenuto essenziale e irrinunciabile
Partendo da questi presupposti, mi pare interessante analizzare i comportamenti dei giovani musulmani nei paesi arabi (con l’aggiunta di Turchia e Iran che però hanno le loro specificità), e in Occidente, presi, sia gli uni che gli altri, come individui, ma pure come membri di una comunità socio-religiosa che, indipendentemente dalle convinzioni profonde e dalla pratica esteriore di ognuno, condiziona le loro scelte e il loro stile di vita.
Per giovani intendo la categoria di persone tra i 15 e i 24 anni, in riferimento alla definizione usata da enti e organismi internazionali, in particolare le Nazioni Unite.
Segnalo pure fin d’ora la differenza sostanziale tra le società musulmane e le società dei paesi occidentali. Nelle prime l’islam è spesso religione di stato, con forte valenza sociale, ma anche familiare, con trasmissione da padre in figlio, con incidenza determinante sull’educazione e la formazione della mente, e inserimento diretto e immediato nella comunità islamica che si riconosce in un quadro ben determinato di valori e comportamenti. Nelle società occidentali invece queste qualità, eccetto il quadro familiare (ma anche questo è esposto ai contraccolpi di un ambiente diverso, a volte ostile), sono del tutto assenti. Ne risulta che l’acquisizione dei tratti caratteristici del ‘buon’ musulmano si trova spesso compromessa.
Faccio notare infine l’accentuata diversità di documentazione relativa al tema che tratto. Mentre è relativamente scarsa per i paesi musulmani, dove bisogna darsi da fare, oltre a conoscere la lingua del posto, per trovare pubblicazioni, inchieste e statistiche attendibili, è abbondante per i paesi occidentali nelle principali lingue. Enti pubblici, università, ricercatori, periodici e quotidiani, siti internet informano abbondantemente e aggiornano regolarmente studi e statistiche al riguardo.
Per procedere più sistematicamente cercherò di rispondere brevemente e in modo globale ad alcune domande che riguardano i due aspetti della vita dei giovani musulmani che intendo toccare: la loro pratica religiosa e le loro pratiche culturali: due elementi costitutivi della cultura giovanile. Che rapporto intrattengono i giovani con la loro religione? Che importanza le attribuiscono nella loro vita quotidiana? La praticano con assiduità, poco o per nulla? La loro appartenenza religiosa ha un ruolo nella scelta degli amici? Come guardano ai non musulmani? Come si vestono? Chi e che ambienti frequentano? Che cosa leggono? Che musica ascoltano? Che influsso hanno i media su di loro? ecc. Si tratta di domande indispensabili per farsi un’idea, sia pur sommaria, dei giovani musulmani che incontriamo nei vari paesi e con i quali trattiamo, nelle nostre opere o fuori di esse.
GIOVANI MUSULMANI E PRATICA RELIGIOSA
La situazione nei paesi arabi
È comunemente ammesso che la pratica religiosa dei giovani musulmani nei paesi arabi, sia pure in modo non uniforme, è in crescita costante. Questo fenomeno, confrontato con la situazione di pochi decenni fa, è direttamente legato al comportamento delle società nelle quale sono immersi, caratterizzate da uno spettacolare ritorno a valori e atteggiamenti tradizionali legati direttamente alla religione.
Tra i segni esterni più appariscenti: il proliferare di moschee, grandi e piccole, in tutti i quartieri delle città, ma anche nelle campagne; l’affollamento delle medesime il venerdì, durante il mese di ramadan e nelle feste, con forte presenza giovanile; il peso sociale del ramadan, con relativo condizionamento dei ritmi della vita individuale, familiare e collettiva; il diffondersi dell’uso del velo islamico nelle sue varie forme, diventato ormai prassi generalizzata; (al contrario gli uomini, eccetto nella penisola arabica, stanno sempre di più adottando l’abbigliamento occidentale, sia pure con leggere varianti); la moltiplicazione di librerie religiose nelle città con libri particolarmente destinati ai giovani; siti internet sempre più numerosi e rappresentanti tutta la gamma di un islam ‘plurale’, alcuni dei quali interattivi, creati appositamente per la formazione e la guida dei giovani...
Come educatori, ci possiamo chiedere in che misura questi segni esterni che di per sé veicolano valori islamici e determinano comportamenti conseguenti, oltrepassino le apparenze per incidere profondamente nella formazione dei giovani e nel loro impegno religioso e morale. Si comportano in questo modo sotto il peso della tradizione e dell’ambiente, oppure per convinzione? Perché i genitori e magari altre agenzie educative hanno insegnato loro semplicemente a “fare così”, oppure perché hanno insegnato loro il “perché bisogna fare così”, e quindi è la loro coscienza che li orienta e li guida e si preparano, da adulti, a trasmettere ai loro figli la “amâna” (consegna) che hanno ricevuto? Se l’islam è “sottomissione a Dio”, è questa la chiave del buon comportamento e della salvezza eterna del musulmano. Del resto un hadith (detto del Profeta) recita: “La fede non è qualcosa che si può pretendere avere. È la buona intenzione che si ha nel cuore e che si manifesta in un buon comportamento”.Credo che basandosi su queste realtà spirituali (sottomissione a Dio e ruolo della coscienza morale) si possa avere un ampio spazio di azione e punti su cui far leva, senza per questo costituirsi educatori della fede dei musulmani.
Cerchiamo quindi di analizzare brevemente ogni aspetto.
Se la crescente pratica religiosa nei paesi arabi interessa una larga fascia di giovani, sopratutto dei ceti popolari, non si possono ignorare i praticanti occasionali o i non praticanti, presenti soprattutto tra gli studenti universitari e nelle classi sociali più alte, più occidentalizzate e quindi più laiche. Alla pratica a volte ostentatoria dei praticanti si contrappone la riservatezza dei non praticanti, anche per non essere segnati a dito. Enorme inoltre il divario tra la pratica pubblica maschile e quella femminile (recarsi alla moschea o alla sala di preghiera), per ovvi motivi di riservatezza e di pudore, mentre sembra che la pratica della preghiera quotidiana tra le mura domestiche prevalga tra le ragazze. Per il velo è ovvio che nei paesi arabi, data la sua generalizzazione attuale, non rappresenta affatto un carattere ostentatorio e tanto meno provocatorio, (come lo potrebbe ancora essere nei paesi occidentali), anzi, in ambienti più liberali, soprattutto urbani, (Libano, Tunisia, Turchia (ma sempre di meno), la sua assenza è tuttora ammessa pacificamente e non desta alcuna reazione, al contrario di quanto accade in paesi e ambienti più conservatori, mentre altre forme più permissive di abbigliamento femminile rimangono eccezioni.
Se passiamo poi all’importanza che i giovani musulmani accordano alla religione a al suo influsso nella loro vita quotidiana, cioè sulle loro scelte e il loro stile di vita, troviamo una grande varietà di situazioni, ma il fatto più rilevante in molti casi è che, pratiche fondamentali a parte, come la preghiera pubblica e il digiuno, l’islam non è l’unico punto di riferimento. Ci si sente musulmani, ma al tempo stesso giovani, sollecitati quindi da tutto ciò che nel mondo globalizzato odierno può sollecitare i giovani, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa, anche se il contesto gioca sempre un ruolo fondamentale.
Segnalo, come esempio emblematico, un caso caratteristico del paese in cui vivo, il Libano, un paese plurale e variegato. I quartieri sud della capitale, Beirut, sono notoriamente feudo di Hezbollah, una formazione sciita rigida, religiosa, politica e militare, con un inquadramento rigoroso, soprattutto dei giovani. Una recente inchiesta rivela che, nonostante l’ambiente circostante, il controllo severo e la pressione che viene esercitata, sta crescendo una generazione di giovani (nati dopo il 1980) “più o meno” pii. Si tratta di giovani istruiti, pieni di aspettative, a loro agio con i vari media. Mentre il credo religioso è certamente importante per la maggioranza di loro e molti adottano uno stile di vita pio, la loro definizione di questo stile è diversa da quella delle generazioni precedenti. Concretamente, sono i dettagli della pratica che vengono ridiscussi e ridefiniti. In quanto praticanti, si aspettano che l’ambiente e la condotta della gente siano conformi a certi standard morali, ma essi stessi tendono a vedere questi standard con maggiore flessibilità rispetto alle generazioni precedenti, rifacendosi all’occorrenza a diverse autorità di riferimento morale. È quindi la flessibilità di valutazione e, di conseguenza, di comportamento che contraddistingue questi giovani “più o meno” pii che non nascondono il desiderio di ridefinire il quadro della loro condotta, sia pure nei limiti consentiti dall’islam, nel rispetto cioè della netta e fondamentale distinzione tra halâl (lecito) e harâm (illecito). La novità sta nell’accentuazione della responsabilità personale che spinge in avanti i limiti della condotta morale, allargando così il discorso ad altri aspetti della vita. Si sta cioè verificando una discussione, anzi una vera ridefinizione di alcune norme morali, lasciando più spazio all’interpretazione personale e distinguendo tra valori legati alla società, e quindi ai tempi che evolvono e cambiano, e alla legge religiosa. In definitiva, identificarsi con Hezbollah e appoggiarlo come partito, non implica necessariamente identificarsi con la sua interpretazione della pietà e della moralità, e tanto meno sentire la necessità di una “polizia del buon costume” che vigili e intervenga anche nel privato, come accade in Iran e in Arabia Saudita [3]. Mi pare trattarsi di un caso indicativo e significativo. Se ciò si verifica in un ambiente particolarmente rigido, (anche se nel mondo sciita e nelle correnti sûfi l’ijtihâd [4] è sempre stato più praticato che nel mondo sunnita), a fortiori si può legittimamente ritenere che si verifichi pure in altri ambienti. Oltre che fare riferimento alla religione, alla tradizione, all’educazione ricevuta, alle varie autorità di riferimento, si nota ormai la tendenza a valorizzare il ruolo dell’individuo e della sua autonomia. Pur tenendo conto dei vari condizionamenti ai quali ogni individuo può essere sottoposto, si tratta indubbiamente di un notevole passo avanti, legato per lo più al livello culturale, e frutto della modernità che avanza e penetra anche negli ambienti più conservatori.
Degno di menzione è pure il fatto che la pratica religiosa in alcuni paesi non è esente dall’assumere colorature politiche di contestazione ai regimi al potere. Per questo le autorità`esercitano un controllo non soltanto sui contenuti di quanto viene predicato e insegnato nelle moschee, ma sulle stesse persone che partecipano, soprattutto se giovani, nel timore che, secondo una tradizione ben radicata nella storia dell’islam, questi luoghi di culto si trasformino in luoghi da cui partono manifestazioni, complotti e rivolte. (La rivoluzione islamica in Iran insegna e, più recentemente, la ‘primavera araba’ già menzionata).
La situazione nei paesi occidentali
Premetto che l’islam in Europa è autoctono, da vari secoli, soltanto nei Balcani, mentre è di importazione in tutti gli altri paesi europei e in America. Nei paesi occidentali quindi l’islam è estremamente eterogeneo per la varietà dei suoi membri che sono di lingue e culture diverse: Arabi dei vari paesi, Turchi, Iraniani, Pakistani, Africani dei paesi subsahariani, Malesi, Indonesiani..., immigrati da generazioni o di recente, studenti, uomini d’affari, turisti... L’islam balcanico era un islam moderato, liberale, non proselitista, che è sopravvissuto a tutto, anche a 50 anni di comunismo, e che avrebbe potuto offrire un modello di coesistenza pacifica ai musulmani nel resto d’Europa, ma venne sconvolto dalle guerre degli anni Novanta, in occasione delle quali, per l’iniziale indifferenza occidentale, confluirono massicci aiuti militari ed economici sauditi, accompagnati da zelanti predicatori che ne trasformarono la natura, radicalizzando particolarmente i giovani senza educazione e senza lavoro. In Occidente invece, da un islam praticato inizialmente secondo il modello di origine dei vari gruppi, si sta progressivamente passando, secondo i paesi, a un islam più mescolato e, a volte, per intervento dei governi, a un islam che inizia a prendere una coloratura nazionale. I giovani musulmani risentono ovviamente di questa situazione variegata, e sono quindi di livello diverso, socialmente e culturalmente, ma anche per la pratica religiosa. Pur avendo ogni paese delle specificità proprie, è possibile riscontrare delle analogie e dedurre delle linee di tendenza comuni. In ogni caso la religione è importante per la creazione dell’identità, a volte anche per delimitare le frontiere delle amicizie e della solidarietà.
Distinguo i paesi dell’Europa occidentale in due categorie: quelli di vecchia immigrazione (Francia, Belgio, Regno Unito, Germania...), dove la comunità musulmana è più consolidata e organizzata, e quelli di immigrazione più recente (Italia, Spagna...), dove manca ancora di stabilità e l’organizzazione è agli inizi. Inchieste e sondaggi rivelano che, con il diminuire del senso di sradicamento nei paesi di vecchia immigrazione (in particolare in Francia dove si trova la più numerosa e antica comunità musulmana occidentale), ma soprattutto per l’ondata di fervore religioso identitario che ha toccato da alcuni decenni il mondo islamico nel suo insieme, si nota una ripresa della pratica religiosa che può superare il 20-25% e che riguarda pure i giovani, in netta controtendenza con quanto avviene nel campo cristiano e cattolico, dove la pratica religiosa, soprattutto giovanile, continua a diminuire. Il segno più caratteristico non è tanto la frequenza della moschea o delle sale di preghiera, benché assai significativa e che rimane prevalentemente maschile, quanto piuttosto l’osservanza del ramadan che è in netta crescita [5]. Nelle comunità più consolidate e quindi con un reddito maggiore cresce pure di anno in anno la pratica del pellegrinaggio alla Mecca, anche se riservata soprattutto agli adulti.
Tra i gruppi più praticanti vi sono i subsahariani in Francia e i Pakistani nel Regno Unito. Vengono in seguito i Marocchini, i Turchi, gli Egiziani, gli Algerini, i Tunisini... La pratica, tanto degli adulti quanto dei giovani, è legata per lo più a tradizioni proprie di ogni paese e alle relative scuole giuridiche di riferimento [6], alle confraternite (tarîqah) che interessano soprattutto i ceti popolari, ma pure a nuove correnti che determinano tipologie diverse di praticanti [7]. Non va neppur dimenticato il sufismo che, confraternite a parte, interessa soprattutto élites intellettuali musulmane e i neoconvertiti, ma meno i giovani.
Volendo classificare in categorie dal punto di vista della pratica religiosa, si potrebbe parlare di:
- molto impegnati (integralisti o salafiti): coloro per cui l’islam, per lo più rigorista, è l’aspetto centrale della loro vita;
- moderatamente impegnati: coloro che si sentono musulmani, pur non formando l’islam la parte centrale della loro identità e della loro vita;
- non praticanti o indifferenti: coloro per cui l’islam fa unicamente parte della loro identità familiare e culturale.
Concretamente, guardando ai giovani:
- Per quanto riguarda la preghiera rituale, salât, in pubblico o in privato, si va da chi non prega mai a coloro che pregano una volta alla settimana (la preghiera del venerdì) o più spesso, a coloro che pregano occasionalmente.
- Riguardo ad altre pratiche, solo una minoranza porta un segno visibile di appartenenza (ciondolo con simboli religiosi). Anche il hijab (velo islamico) non è la regola, soprattutto tra le ragazze immigrate di seconda o terza generazione.
- Non è neppure frequente che i giovani musulmani siano membri di gruppi o associazioni religiose.
- Le loro pratiche concrete non sono necessariamente il riflesso diretto dell’importanza che accordano alla dimensione religiosa nella vita quotidiana, superiore (come ho già detto) a quella dei loro coetanei cristiani. La ritengono importante per il cibo, molto importante per il senso della vita e l’educazione dei figli, meno per l’abbigliamento. Vi è quindi una graduatoria nei valori. Anzi, per quanto riguarda l’educazione dei loro futuri figli non pochi prospettano di pregare con loro al momento opportuno, atteggiamento ormai raro invece tra i giovani cristiani.
- Anche nella scelta degli amici il fattore religioso è spesso determinante: si danno casi in cui più della metà degli amici sono correligionari, con prevalenza per persone della stessa nazionalità o etnia di origine. Questa tendenza denota chiaramente il desiderio di omogeneità, per sentirsi a proprio agio.
- Infine non va sottovalutato neppure l’influsso che il contesto locale (storico religioso, tipo di religiosità o laicità, ambiente scristianizzato o laicista) può avere sul comportamento dei giovani musulmani. Ne risentono per osmosi.
- Nei casi in cui i giovani assumano atteggiamenti radicali (un islam forte e militante), si può parlare di una forma di ribellione adolescenziale applicata al campo religioso, agli antipodi dell’atteggiamento di giovani occidentali che con spavalderia fanno professione di agnosticismo o di ateismo.
Oltre ai comportamenti esterni e più importanti di essi sono le convinzioni profonde che strutturano l’animo di questi giovani. Nonostante quanto ho detto, dei responsabili musulmani si mostrano preoccupati del divario che notano tra l’islam e i giovani musulmani che vivono in Occidente e si chiedono che ruolo svolgono ancora i genitori nell’educazione dei loro figli. Rilevano un affievolimento nella trasmissione dei tratti tipici del buon musulmano, anzi addirittura schizofrenia di comportamento. Un imam francese spiega questo fenomeno in questi termini: “Il musulmano nato in seno ad una famiglia musulmana è musulmano. Una pratica religiosa come le cinque preghiere quotidiane non è più allora che un automatismo, benché sia il secondo pilastro della fede musulmana. La mente di non pochi giovani è confusa per il fatto che mescolano spesso appartenenza spirituale e appartenenza etnica. C’è molto di psicologico e di sociologico e poco di Islam nel discorso di questi giovani” [8].
Non pochi sociologi abbozzano una spiegazione partendo proprio dal contesto nel quale vivono i musulmani in Occidente: ambiente laico, liberale e spesso libertario e permissivo che contrasta con l’ambiente familiare e comunitario islamico, tradizionalista e conservatore. Ne deriva una perdita dei punti di riferimento che si traduce a volte (o forse spesso) nel divario di condotta tra ciò che la società permette e ciò che la religione vieta. Da questo punto di vista la situazione dei giovani musulmani non è molto diversa da quella dei giovani cristiani che vogliono comportarsi ispirandosi alle loro convinzioni religiose e morali.
Se sul piano legale, cioè esterno, il “musulmano, residente o cittadino, deve considerarsi sotto l’effetto di un contratto morale e sociale con il paese in cui soggiorna” ed è quindi tenuto a rispettarne le leggi, (secondo Tareq Ramadan, ma non tutti la pensano così) [9], il problema rimane per quanto riguarda il foro interno, cioè la coscienza morale. Come non perdere i valori veicolati dall’islam in quanto “sottomissione a Dio” e rimanere coerente con essi [10]?
Il suggerimento dato da responsabili religiosi musulmani è proprio quello di ricordarsi che la “sottomissione a Dio” è la chiave del buon comportamento e della salvezza eterna. Con questo principio assunto consapevolmente, uno si controlla, dà buon esempio ai suoi correligionari e li richiama all’ordine qualora deviassero dalla retta via.
Applicato ai giovani, questo suggerimento si dovrebbe concretizzare nel riapprendere la propria religione, ritornando alla sorgente, cioè alla “sottomissione a Dio”.Verrebbe così colmato il fossato che esiste tra la pratica dei riti islamici e la vita reale, spesso ben lontana dalla coerenza religiosa e morale. Ciò in vista anche delle responsabilità familiari che i giovani, diventati padri e madri, dovranno assumere nell’educazione dei figli, trasmettendo loro la amâna, cioè la consegna che, a loro volta, hanno ricevuto.
GIOVANI MUSULMANI E PRATICHE CULTURALI
Se l’islam non è più per tutti i giovani l’esclusivo punto di riferimento sul piano religioso e morale, a fortiori non lo sarà sul piano culturale, e ciò sarà tanto più evidente nei paesi occidentali dove la cultura invadente e l’ambiente non sono certo impregnati di valori islamici e quindi la contaminazione è più palese.
Presento quindi una carrellata delle principali pratiche culturali adottate dai giovani musulmani nel mondo arabo e mediorientale in genere e nel mondo occidentale, mostrando come queste pratiche incidano sulla loro identità attuale e futura. In questo senso si affiancano alle pratiche religiose, ma ovviamente con una valenza diversa. Tuttavia, mentre nel mondo arabo-islamico il peso sociale dell’islam agisce da moderatore e rallentatore, nei paesi occidentali, svincolati da questo peso, l’esercizio di queste pratiche, pur permanendo delle differenze, spinge sempre più la sfera religiosa nel privato (islam più individualista che comunitario), e allarga il campo della rassomiglianza con i coetanei non musulmani. In entrambi i casi, con sfumature diverse, questi giovani hanno l’impressione di vivere in due mondi e trovano difficoltà a raggiungere un giusto equilibrio tra tutti gli aspetti della loro esistenza.
Tutti riconoscono che i media hanno svolto e svolgono un ruolo importante sia nella percezione del loro islam che nello sguardo portato al mondo occidentale. Non a caso la data dell’11 settembre 2001 (l’attentato alle torri gemelle di New York) rimane per tutti significativa e, a volte, determinante nelle scelte religiose e culturali: si va dall’esaltazione all’imbarazzo e alla condanna, con le implicazioni pratiche che ne derivano.
La situazione nei paesi arabi
La ‘primavera araba’ ha mostrato al mondo che le varie rivoluzioni, lanciate e pilotate dai giovani, anche se poi sono state ricuperate in alcuni paesi da movimenti islamici, sono state fatte senza alcun riferimento all’islam [11]. Come in Europa o altrove in Occidente, questa gioventù si è mossa, si è interrogata, ha sentito il bisogno di radunarsi nelle strade e nelle piazze o sulla rete, nel mondo di internet e della blogosfera, dandosi degli obiettivi ben precisi: libertà e dignità, pane e lavoro, senza ambizioni politiche o presupposti ideologici. Si tratta di giovani sempre più con un diploma universitario, consci delle loro capacità e dei loro diritti, che si battono per valori essenziali, fondamentali.
Osservatori attenti hanno colto l’importanza enorme di quanto stava accadendo: un desiderio di liberazione di natura storica, anzi antropologica; qualcosa di profondamente nuovo nello spazio culturale arabo-islamico, analogo al crollo del muro di Berlino; l’ultima possibilità dell’islam di adattarsi alla modernità e ai valori della democrazia senza rinunciare alla propria identità, anche se Allah non c’entra per nulla in queste rivoluzioni, mentre invece c’entrano la demografia, l’educazione e il livello di istruzione [12].
Un movimento di tale ampiezza non è spiegabile senza riconoscere che questi giovani sono come tutti gli altri giovani del mondo libero, figli del loro tempo, inseriti in un mondo globalizzato del quale subiscono i contraccolpi, in positivo e in negativo, pur restando e volendo restare musulmani. Quanto è accaduto è il frutto dell’esercizio e dell’assimilazione di pratiche culturali non necessariamente generate dall’ambiente islamico e che vanno al di là dell’islam perché da esso indipendenti. Queste pratiche, al pari dell’islam, ma in modo più dinamico, perché svincolate da schemi dottrinali rigidi, sono, al tempo stesso, un’espressione della loro identità e un elemento costitutivo di essa. Di esse dovrebbero tener conto tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con i giovani, il cui stile di vita sta mutando profondamente.
Premetto alcuni rilievi:
- questi giovani arabi musulmani parlano una stessa lingua, ma provengono da ambienti socialmente e culturalmente diversi, per cui vivono una modernità conflittuale con i suoi risvolti sociali, psicologici e anche economici;
- famiglia, scuola, istituzione religiosa, altre formazioni sociali contribuivano simultaneamente o in successione all’identità culturale dell’individuo; oggi non più, mentre i compagni hanno un ruolo fondamentale (copiarsi gli uni gli altri);
- sono esposti agli stessi influssi della comunicazione globale e comunicano tra di loro con estrema facilità, ricorrendo a volte a un loro linguaggio in codice, per cui sono quasi obbligati a rassomigliarsi nelle pratiche culturali, oltrepassando le frontiere religiose quando queste pratiche ne sono svincolate. La ricerca di comunicazione, di divertimento, di socializzazione è pure spesso ricerca di riconoscimento e di diritti negati altrove (regimi autoritari, ambienti particolarmente chiusi ecc.);
- tranne in questi ambienti rigidi e controllati, come ad es. l’Arabia Saudita, i giovani oltrepassano senza complessi anche la diversità di sesso;
- non sono necessariamente un pubblico passivo; vari hanno la capacità di scegliere; altri passano da un modello all’altro per ridefinire la loro identità culturale;
- dato il loro peso numerico, sono oggetto di attenzione da parte di partiti politici, associazioni della società civile (dove esistono), pubblicità: questa in particolare porta a standardizzare i modelli;
- le loro pratiche culturali dipendono dal loro livello culturale: più il loro livello culturale è basso, più sono tradizionalisti e conformisti, mentre più il loro livello culturale è alto, più sono creativi ed emancipati: ricevono, consumano, assimilano, ma anche producono nuove forme di espressione...
Ed ecco ora alcune di queste pratiche, nuove e innovative:
- regresso dell’ideologia e maggior concretezza;
- predominio dei media (cultura dell’immagine e del suono) e aumento dell’accesso all’informazione, ma, nel contempo, regresso della lettura, limitata alla necessità (studio) o ad interessi particolari;
- crescita costante di chi sa usare internet e altre tecniche di comunicazione;
- prevalere di pratiche tendenti al divertimento e ad alleggerire il lavoro e lo sforzo mentale e fisico;
- adozione e produzione di forme espressive quali vari tipi di musica (contaminazione o superamento tra modelli e ritmi tradizionali e moderni, videoclip, ecc) che esprimano la loro nuova sensibilità e il loro mondo che li separano dai loro genitori e dal loro ambiente [13];
- notevole sviluppo dell’espressione teatrale, dove il vissuto giovanile prevale sui contenuti politici, prevalenti alcuni decenni fa;
- ricorrere all’umorismo e alla satira (caricature, blog, ecc.) come forme di critica sociale, politica e culturale;
- mescolare il loro vissuto con le loro preoccupazioni patriottiche (così i rifugiati palestinesi nei paesi arabi, anche se ormai di terza generazione).
Da questo semplice elenco, appare evidente come ci sia poco di tradizionale in queste pratiche che risentono di un forte influsso moderno, di matrice occidentale.
La situazione nei paesi occidentali
Tutte queste pratiche ad altre ancora si trovano necessariamente potenziate perché si esprimono nel loro ambiente naturale, senza restrizioni o censure di sorta. Mirano spesso alla ricerca di un’identità culturale che mantenga alcune specificità e che quindi distingua questi giovani, ma che li abiliti pure ad affrontare un mondo spesso ostile all’islam e ai musulmani (soprattutto dopo l’11 settembre 2001) e ad interagire con esso, nonostante questa ostilità. Ma non tutti sono preparati e non tutti ce la fanno, pur percependo la difficoltà di dover vivere in tale situazione che, benché non sia la regola, fa sentire il suo peso là dove è presente. Per i più dotati esiste la possibilità di diventare pienamente bi-culturali, ma per tanti altri esiste il rischio di essere culturalmente emarginati, diventando così cittadini di seconda classe, con i problemi che ne derivano: disagio, animosità che può facilmente trasformarsi in ripiegamento su di sé o nella propria comunità, astio, ostilità, devianza, fino alla violenza. Questo rischio tocca principalmente i giovani senza o con scarsa educazione e quelli senza lavoro, perché del tutto impreparati ad affrontare la situazione.
Per tutti questi giovani, da poco immigrati oppure già di seconda generazione o più, il distacco dalla proprie radici culturali cresce inevitabilmente con il passare del tempo, anche se il ritorno temporaneo nel proprio paese di origine, oggi più frequente di ieri, permette loro di riadottare pratiche locali dalle quali si erano allontanati, ma per lo più messe da parte con il rientro nel luogo abituale di residenza e di lavoro, cioè un paese occidentale. Ciò vuol dire che molti problemi legati alla modernità, in particolare l’adozione di pratiche culturali del paese di accoglienza, vengono affrontati in modo nuovo e influiscono profondamente sull’evoluzione della personalità di questi giovani che non trovano più incompatibile l’essere musulmani e l’adottare comportamenti e stili di vita culturalmente indipendenti dall’islam, proprio perché inseriti in un mondo diverso, del quale scoprono aspetti negativi (permissivismo, consumismo, laicismo, ecc.) ma pure tanti aspetti positivi (libertà, diritti umani e sociali, democrazia, progresso culturale e tecnologico, benessere, ecc) di cui non avevano esperienza. Colgono cioè il lato positivo di essere al tempo stesso musulmani ed europei o americani: musulmani per fede, progressivamente europei o americani per cultura e cittadinanza, portatrici queste di valori specifici di cui possono anche andare fieri e di forme nuove di espressione adottabili senza complessi, sperando pure di partecipare in modo più equo ai benefici, anche economici, di questa società che li ha accolti e di cui ormai si sentono parte.
Benché non tutti i giovani musulmani in Occidente la pensino così, per quelli che ritengono indispensabile interagire con l’ambiente nel quale sono immersi, la scoperta e poi l’esercizio crescente di queste pratiche culturali, unite sovente al regresso della conoscenza della propria lingua madre e della propria cultura d’origine, tendono a produrre questa nuova figura di musulmano occidentale per la quale, del resto, si stanno impegnando vari governi, tanto più dopo aver constatato il clamoroso fallimento dell’opzione multiculturale (Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio..., mentre la Francia da sempre, in forza della sua rigida laicità repubblicana, aveva optato per l’integrazione).
Questi giovani hanno i loro talenti, la loro energia, le loro idee che, messi a confronto e nutriti dalla cultura circostante, possono produrre ottimi risultati. Non si spiega diversamente come, nelle generazioni passate, non pochi di loro, pur rimanendo sempre un’élite, siano emersi in vari settori e abbiano dato un contributo positivo alla cultura del loro paese di adozione (Francia e Gran Bretagna in particolare) e siano diventati guide e maestri, purtroppo non sempre ascoltati, delle nuove generazioni. Ciò per dimostrare come non ci siano incomunicabilità, impermeabilità, refrattarietà radicale ad assimilare nuovi modelli culturali e integrarli con quelli di cui si è già in possesso, ma come questi, per non cadere nel banale, debbano essere debitamente selezionati e coltivati, come avviene di solito attraverso l’educazione e l’istruzione. Purtroppo, invece, per la stragrande maggioranza dei giovani musulmani in Occidente, nuove pratiche e modelli culturali vengono assunti per imitazione, nella vita quotidiana, per non dire spesso nella strada, al di fuori cioè di un quadro formativo e, a volte, con la precisa finalità, di farsi accettare dalla società in cui vivono e, in particolare, dai loro coetanei occidentali. In questo caso si tratta chiaramente di una motivazione interessata e opportunista, almeno in un primo momento: “mi adatto per poter sopravvivere”. Il tempo farà poi il resto, in meglio, o magari anche in peggio: i due aspetti sono presenti.
CONCLUSIONE
Di fronte a questa panoramica, necessariamente sommaria e riduttiva, ma sufficiente per farsi un’idea della situazione nei due contesti esaminati, quello arabo-mediorientale e quello occidentale, siamo interpellati come educatori ad assumere la nostra responsabilità.
Abitualmente gli ambienti dove possiamo incontrare questi giovani musulmani sono la scuola e l’oratorio, sia questo legato a una parrocchia o dipendente da qualche istituto religioso. Offro quindi alcune indicazioni sommarie e concrete, valide soprattutto per i contesti occidentali, per favorire il contatto con loro e venire loro incontro in atteggiamento di apertura e di dialogo.
La scuola: aperta a tutti, con i suoi ambienti (aule, cortili, palestra, ecc.) è il luogo privilegiato dell’incontro e dell’integrazione, ma questi due aspetti non nascono per generazione spontanea: solo un dialogo aperto e rispettoso e l’adozione di iniziative adeguate li può favorire. Queste vanno dallo stile dell’accoglienza, all’interessamento per le loro necessità o difficoltà nell’apprendimento (ad es. il problema della lingua), all’evitare che si isolino tra di loro, allo stimolare la partecipazione alle varie attività culturali e ricreative para ed extrascolastiche (sport, gite, ecc.) dove l’interesse comune e la spontaneità del contatto permettono più facilmente di rompere il ghiaccio. Per cui ogni iniziativa tendente a favorire la mutua conoscenza e l’amicizia tra gli allievi va caldamente sostenuta.
Un’attenzione particolare merita l’ora di religione dove, occasionalmente, un allievo musulmano può presentare ai compagni cristiani la sua religione, ma senza troppe illusioni sulle sue conoscenze in materia e, eventualmente, un cristiano presentare la sua religione agli allievi musulmani, evitando però ogni benché minima parvenza di proselitismo.
Anche le principali feste cristiane (Natale e Pasqua) possono diventare occasione di maggior reciproca conoscenza, tenendo però presente la figura e il ruolo di Gesù nell’islam (semplice uomo, grande profeta e taumaturgo, Messia, ma non Salvatore crocifisso, morto e risorto per noi...).
È fuori discussione che i simboli religiosi (crocifisso) non vanno toccati.
L’oratorio: luogo popolare di aggregazione, aperto a tutti i ragazzi e i giovani del quartiere, per le opportunità di svago che offre può attirare facilmente i musulmani che, tuttavia, converrà ammettere solo dopo un incontro chiarificatore con i genitori sulla sua natura e finalità. Il carattere informale delle attività che in esso si svolgono non dispensa inoltre dall’avere le idee chiare su ciò che si può fare o si deve evitare, tenendo conto del numero e della tipologia dei musulmani che lo frequentano. Tanto meglio se si riuscirà a coinvolgere alcuni genitori.
Se l’inserimento dei musulmani in gran parte delle attività e delle iniziative dell’oratorio non fa problema, lo potrebbe essere quello della preghiera comune e dell’educazione morale e religiosa. Mentre per questa si può pensare a vari temi di interesse generale, partendo dal senso di Dio, innato nell’uomo e della sua risposta di fede, nutrita dalla preghiera, dalle buone opere, dal digiuno, ecc., e ai valori fondamentali comuni (libertà, pace, giustizia, gestione del mondo secondo il piano di Dio, ecc.), per la preghiera in comune, occorre essere più cauti. Anzitutto per il concetto stesso di preghiera: l’unica preghiera in senso proprio per il musulmano è la preghiera canonica, fatta cinque volte al giorno, mentre altre forme sono classificate come semplici ‘invocazioni’. Ciò non toglie che ci si possa trovare insieme, cristiani e musulmani, in una preghiera silenziosa o che, in circostanze particolari, si possano preparare delle intenzioni comuni. Da escludere la destinazione di un locale a sala di preghiera per i musulmani. In definitiva, saranno il buon senso, la saggezza, la prudenza e l’esperienza a dettare norme di comportamento adeguate alle varie situazioni.
NOTE
1 Salesiano, già Ispettore del Medio Oriente, dove risiede ininterrottamente dal 1952. Laureato in studi arabi e islamistica. Autore del libro: Se il grano non muore. Libano: 34 giorni di guerra (2006) e di vari articoli e conferenze sul Medio Oriente e sull’Islam.
2 Con questa espressione di origine giornalistica, ma subito adottata dagli stessi protagonisti e dall’opinione pubblica, si designa quel fenomeno che, a partire dalla Tunisia, nel dicembre 2010, ha coinvolto rapidamente gran parte dei paesi arabi, in particolare l’Egitto, la Libia, lo Yemen, la Siria... Nato come movimento popolare di contestazione dei regimi autocratici al potere da molti anni, ha avuto come principali protagonisti i giovani, soprattutto in Tunisia e in Egitto. Non sono scesi in piazza in nome dell’Islam, ma hanno rivendicato maggior dignità per la persona umana, libertà, giustizia, partecipazione, pane e lavoro. Per conquistare questi valori si sono mostrati disposti anche a morire e alto è stato il numero delle vittime, soprattutto in Egitto, Libia e Siria. In questi due ultimi paesi le rivendicazioni sono sfociate in conflitto aperto e vera guerra civile che in Siria è tuttora in corso con pericolose derive confessionali e senza previsioni di soluzione a breve termine: regime e opposizione armata, appoggiata da migliaia di mercenari islamici, gareggiano nel ricorso alla violenza, unicamente preoccupati di eliminarsi a vicenda, senza curarsi quindi dagli effetti collaterali, tra cui la sistematica violazione dei diritti umani, per non parlare pure del grave rischio di destabilizzazione dei paesi limitrofi. Paradossalmente, proprio in Tunisia e in Egitto, dove il ruolo dei giovani fu determinante nel rapido cambio di regime, le prime elezioni libere e democratiche portarono al potere partiti e movimenti di tendenza islamista (al-Nahda e i Fratelli Musulmani) che hanno emarginato i veri protagonisti del cambiamento. Ispirandosi a un’ideologia religiosa, fondamentalmente teocratica, cercano di governare conciliando questi principi con altri attinti dalla modernità. La riuscita o meno di questo tentativo sarà valutata dai cittadini solo alle prossime elezioni, ma non per questo le democrazie che stanno nascendo saranno la brutta copia delle democrazie occidentali. Ci si augura che, pur nella salvaguardia dai connotati islamici essenziali, siano vere democrazie che rispondono alle necessità e alle richieste dei cittadini. .
3 Cf Lara Deeb and Mona Harb, Piety and Pleasure: Youth Negotiations of Moral Authority and New Leisure Sites in al-Dahiya”, in Cultural Practices of Arab Youth, (testi in arabo, inglese e francese), Bahithat, vol XIV, 2009-2010, Beirut, pp. 416-427. Sull’interpretazione di halâl e harâm, ecco quanto un’autorità di riferimento morale sciita ha affermato: “Vi è un altro livello che riguarda la vita in generale, ed è il livello dei buoni costumi (akhlâq) e dei valori (qiyam). Questo livello riguarda la scelta dell’individuo stesso [...] e dipende dal suo stato d’animo, dall’ambiente circostante, dalla sua cultura e dalle sue prospettive sul suo ruolo nella vita. [...] Finché una persona non fa qualcosa di vietato (muharram) in determinati luoghi, non è un problema che li frequenti”. (Ivi, p. 422) (in riferimento a bar e ristoranti dove si potrebbero servire alcolici).
4 È il principio che permette al sistema normativo islamico di adattarsi alle circostanze mutevoli della storia. Le principali scuole giuridiche sunnite avevano proclamato la “chiusura dell’ijtihâd” a partire dall’XI sec. Oggi non pochi ne sostengono la riapertura.
5 In Francia il rispetto integrale del digiuno riguarda soprattutto gli ultracinquantenni e i giovani al di sotto dei 24 anni. Cf Regain de pratique religieuse chez les musulmans de France, in La Croix, 19/10/2008. In Canada la pratica tra i giovani di recente immigrazione sarebbe doppia rispetto a quella dei loro coetanei cristiani. Cf Rubina Ramji, La création d’un islam authentique. Les musulmans de deuxième génération qui grandissent au Canada, in canadametropolisnet/pdfs/Pgs_can_diversity_genuine_islam_f.pdf/ (1/12/2010).
6 Ad es.: Scuola malekita nel Maghreb e in Africa occidentale, shafe’ita in Africa orientale, hanefita in Turchia, Medio Oriente e Pakistan.
7 Ad es. il Tablîgh nel Regno Unito: un movimento di origine indo-pakistana che propone un islam ritualizzato e missionario; il salafismo, che, rifacendosi alle origini, pretende incarnare l’islam autentico, ecc.
8 Tareq Oubrou in Jeunes musulmans et Islam: le grand écart?. https://islam-aarifa.conceptforum.net/societe-f15/jeunes-musulmans-et-islam-le-grand-ecart-t18 (24/11/2010).
9 Tareq Ramadan in Islam et laïcité, cit. nel sito indicato alla nota precedente.
10 Si noti, ad es., la contraddizione tra il posare uno sguardo lascivo su una ragazza non velata e non ammettere che una propria sorella possa uscire di casa senza velo, oppure fare sesso con donne occidentali per “fare esperienza”, sapendo che con una di esse non ci si sposerà mai, perché la tradizione obbliga a sposare solo una musulmana... Per di più, comportarsi in questo modo e compiere la preghiera rituale, praticare il ramadan, ecc. da buon musulmano.
11 Cf nota 1.
12 Cf Abdelwahab Meddeb, Printemps de Tunis: la métamorphose de l’histoire, Paris 2011; Tahar Ben Jelloun, L’étincelle: révoltes dans les pays arabes, Paris, 2011; Emmanuel Todd et Youssef Courbage, Allah n’y est pour rien, Arretsurimages.net.
13 Ad es., le reti televisive libanesi, basate tutte, eccetto quelle a connotazione religiosa o di militanza politica, su una feroce competizione commerciale, proliferano di reality show, videoclip e intrattenimento leggero, diffusi via satellite e che attirano un pubblico giovanile in tutto il mondo arabo. Cf Ornella Milella e Domenico Nunnari (a cura di), Media arabi e cultura nel Mediterraneo, Roma 2009, p. 126. In particolare, il programma di successo Star Academy della LBCI, giunto ormai all’ottava edizione, basato su una selezione di giovani dei vari paesi arabi che difficilmente potrebbero esibirsi a casa loro, (tanto più in abbigliamento non certo islamico), fa sovente del vincitore un eroe nazionale, accolto trionfalmente al ritorno in patria sia da giovani che da meno giovani. Caustico e severo, al contrario, il giudizio dello sceicco Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah: “I nostri giovani affrontano il martirio (nella lotta contro Israele), anziché esibirsi a Star Academy”.

