I giovani ci insegnano...


    Ecclesia

    Rosario Vella

    (NPG 2013-01-60)

    Quello che segue è l’intervento al Sinodo, da poco concluso, dal Vescovo di Ambanja in Madagascar

    Santità,
    Carissimi confratelli,

    Vorrei salutare tutti voi a nome di tutta la Conferenza Episcopale malgascia.
    Non sono nato in Madagascar ma faccio parte della Chiesa malgascia da 31 anni come missionario salesiano figlio di don Bosco.
    Il Madagascar da diversi anni si trova in una situazione difficile.
    Tutti parliamo di «crisi», ma in Madagascar parliamo di «caos». Caos politico, giuridico, sociale, ma soprattutto morale.
    Dato positivo è che la gente è sana e conserva i valori tradizionali quali la religiosità, l’accoglienza, la fraternità, il rispetto per la vita, l’aiuto nei momenti difficili...
    L’Africa, il Madagascar è un paese giovane e la Chiesa in Africa e in Madagascar è una chiesa giovane.
    Il 60% della popolazione è formata di persone al di sotto dei 20 anni. Le nostre chiese sono strapiene di bambini e di giovani.
    La nostra ultima «Giornata Mondiale dei giovani» ha radunato 35.000 giovani.
    Conosciamo il peso dell’Anziano nelle Comunità patriarcali e in genere nel mondo tradizionale; è l’anziano che trasmette i valori, i costumi... L’anziano parla e dice l’ultima parola. L’anziano regge il timone della barca.
    Ma l’artefice del cambiamento è il giovane! Il giovane percepisce meglio i «segni dei tempi».
    Il giovane che ha forti basi nella fede e che ha ricevuto una educazione solida, può sfidare le avversità di un mondo in cambiamento inarrestabile.
    Noi – come Chiesa e come Vescovi – educhiamo e insegniamo ai giovani. È un lavoro arduo, con poche soddisfazioni immediate.

    Apprendere da loro

    Chi insegna però deve essere capace di apprendere, insegnando ai giovani abbiamo tante cose da apprendere da loro.
    Cosa i giovani, nel quadro della Nuova Evangelizzazione, ci possono insegnare?
    1. A Madrid, lo ricordiamo, durante la veglia ci fu una vera tempe¬sta e una fitta pioggia che non scoraggiò i giovani che, pur bagnati, rimasero in adorazione silenziosa. Nessuno tornò a casa. Sua Santità Benedetto XVI disse loro: «La vostra forza è più grande della pioggia».
    I giovani hanno da insegnare alla Chiesa e a noi Vescovi il coraggio e la forza.
    La Nuova evangelizzazione ha bisogno di evangelizzatori coraggiosi. È vero che la Chiesa attraversa in tutte le parti del mondo tempi difficili (ma quali tempi non furono difficili?). Si direbbe che la barca di Pietro si trova in mezzo alla tempesta. Il mare è impetuo¬so quando soffia il vento. Lasciamoci guidare dal vento dello Spirito Santo e non lamentiamoci se le onde ci danno l’impressione di affondare. Anzi dovremmo preferire questi rischi piuttosto che navigare in acque stagnanti che ci danno solo false sicurezze.
    2. Quando i giovani dialogano amano sempre essere allo stesso livello dell’interlocutore. I giovani hanno da insegnarci l’umiltà.
    Molte volte noi ci presentiamo al mondo come superbi maestri di una verità di cui ci pensiamo unici detentori, dimenticando che invece siamo deboli e stanchi pellegrini di una ricerca che non avrà mai fine.
    Così ci conferma l’esperienza di Sant’Agostino: «Forse anche quando vedremo Dio faccia a faccia così come egli è, avremo bisogno ancora di cercarLo e di cercarLo senza fine...» (Agostino, Enarrationes in Psalmos 104,4)
    Quando noi ci presentiamo al mondo come maestri, inneschiamo sempre una reazione negativa, in genere di rifiuto. Quando ci mettiamo insieme con loro alla ricerca della verità, allora tutto cambia.
    Nel dialogo all’interno della Chiesa, nel dialogo ecumenico, nel dialogo inter-religioso, nel dialogo con le grandi religioni o con le persone di altre convinzioni non dovremmo avere questo atteggiamento di umiltà?
    La ricerca è più utile e fruttuosa se si fa da strade diverse. Non meravigliamoci quindi se, anche nella Nuova Evangelizzazione, anche nel nostro meraviglioso Sinodo le idee sono diverse. Anzi cerchiamo di vedere «il positivo che c’è nell’altro» (NMI 43).
    3. I giovani ci insegnano la gioia.
    Una gioia che è anzitutto interiore perché viene da Dio, ma che si eprime anche esternamente.
    I giovani chiedono a noi una liturgia più gioiosa, più partecipata, più conforme alla loro vita, una liturgia di canti e di danze.
    Ci chiedono una morale esigente ma non negativa, una morale che liberi i giovani dalle schiavitù dell’egoismo, del relativismo, dell’edonismo e che riempia il loro cuore.
    I giovani ci chiedono una fede non intellettuale ma vitale.
    Una fede che passi dalla mente ma che arrivi al cuore. Una fede da vivere non in qualche circostanza della vita o in qualche giorno dell’anno o della settimana, ma una fede che faccia parte della vita reale di una persona.
    E noi Vescovi, maestri di fede e di morale e presidenti di ogni liturgia come viviamo tutto questo?
    4. I giovani sono molto sensibili a lavorare insieme a condividere le esperienze, ad aiutarsi l’uno con l’altro. Insomma i giovani ci insegnano la spiritualità di comunione.
    Faccio riferimento, non sviluppandoli, ai numeri 43.44.45 della Novo Millennio Ineunte.
    La nostra formazione nel passato molte volte è stata di tipo individuale.
    Fin dai seminari siamo stati abituati a pensare che l’unione con Dio si poteva raggiungere da soli, anzi molte volte gli altri potevano essere di ostacolo.
    La Nuova evangelizzazione richiede in tutti noi una conversione, un cambio di mentalità: è la spiritualità di comunione.
    5. I giovani ci insegnano l’amore alla Croce.
    In Madagascar – ma credo che sia una costante in tutte le giornate mondiale dei giovani in tutti i continenti e in tutti i paesi – i giovani passano una veglia intera ad adorare la croce.
    È veramente commovente vedere i giovani inginocchiati o prostrati davanti alla Croce e lì parlare a tu per tu con Gesù. Toccare la Croce per loro è purificazione interiore e rinnovamento di vita.
    Il Beato Giovanni Paolo II aveva affidato ai giovani la Croce.
    La Croce è – ce lo ricorda spesso il Santo Padre Benedetto – segno di un amore infinito, di un amore che non teme la morte ma che dà la vita per coloro che si amano.
    La Croce è segno di una vittoria sul male personale e sul male del mondo;
    La Croce è la «nostra gloria, salvezza e risurrezione».
    Concludo citando l’inizio di una delle strofe dell’inno di passione: Ave, Crux Spes Unica. Ave, Croce, unica speranza.
    Ce lo hanno insegnato tutti i santi (non faccio citazioni perché sono tutti compresi), ma voglio solo ricordare i due giovani presentati come modelli dal Papa quest’anno: Pier Giorgio Frassati («La vita è gioia anche se attraverso le sofferenze») e Chiara Luce Badano (riferendosi alla sua malattia: «Se tu lo vuoi, Gesù, anch’io lo voglio»).