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    Vita spensierata



    Segni dei tempi e anno della fede /6

    È finita la festa?

    Luigi Guglielmoni – Fausto Negri

    (NPG 2013-07-56)


    A Pinocchio non piace né studiare, né lavorare. Desidera solo divertirsi e perciò, anche se ha fatto tante promesse alla Fata Turchina, viene sedotto dalla proposta di Lucignolo e condotto dall’Omino di Burro (untuoso e mellifluo) nel Paese dei Balocchi. Lì vive un periodo di assoluta spensieratezza, tra chiassi, schiamazzi e divertimenti proposti in ogni ora del giorno e della notte. La conclusione è ben nota: diventa un asino. Cercava una libertà assoluta, e si trova a dover obbedire alla frusta di un domatore di un circo: quando si azzoppa, la sua pelle viene venduta per pochi soldi. Poi avrà la fortuna e il coraggio di riscattarsi. Andrà invece peggio a Lucignolo, che morirà asino.
    La favola più conosciuta al mondo insegna una verità lampante: chi vive solo per divertirsi, ad un certo punto si «animalizza», diventando schiavo dei propri vizi.

    La vita come menzogna

    Al di là dei facili slogan pubblicitari si nasconde una sacrosanta verità: chi desidera vivere divertendosi continuamente, non si diverte affatto. Il perché è molto semplice: basta comprendere l’etimologia del termine «divertimento». Esso deriva dal latino «divertere», che significa «cambiare strada», «divergere» dalla solita routine. In altre parole: l’autentico divertimento può arrivare solo da un serio impegno e dopo una certa fatica. Sa divertirsi chi si è impegnato seriamente, sa rilassarsi chi prima ha sudato.
    Il divertimento e la serietà, se dosati nel modo giusto, non sono opposti tra loro. Il problema è l’eccesso. Lo scrittore tedesco Peter Hahne afferma: «Ci serve un mutamento dei paradigmi culturali... Di ridere ne abbiamo abbastanza».
    Anche se pare paradossale, uno degli effetti più certi e pericolosi della società del divertimento è la perdita della serietà. Nel senso che la cultura della distrazione e dello svago impedisce la riflessione su ciò che è veramente importante.
    Dietro alla disinvolta facciata del divertimento, si nasconde una grande paura. Nessuno può essere sempre al «top» o «in tiro». Per tante persone l’importante è non riflettere: i neri pensieri rischiano di rovinare il tempo libero. Il vuoto interiore viene riempito, dunque, con qualsiasi «immondizia». Molte persone diventano vittime di un infarto del tempo. Le pause fanno paura. L’obiettivo diventa allora lo stare in movimento, spesso alla massima velocità possibile. E tuttavia, privi di bussola, rischiamo di prendere la strada sbagliata. Il godimento allegro, infatti, riempie quei vuoti della personalità dove prima si trovavano i valori. Meglio rifugiarsi nell’ebbrezza di una vita «che non è mai tardi»… E così la festa finisce normalmente nel classico mal di testa da post-sbornia.

    Società no limits

    La cultura in cui viviamo ci invita continuamente a soddisfare i nostri bisogni. «Di tutto, di più» non è solo uno slogan televisivo ma il motto di tutta una cultura massificata. Ci viene detto che è questa la vera libertà. La società del divertimento porta i suoi figli all’eccesso. Se una volta per l’emozione bastava un ottovolante, oggi ci si può annoiare anche con il bungee-jumping. E se prima l’occasione per fare una festa era una torta e un qualche bicchiere di vino, oggi è il mega-party con drink alcolici e pasticche a dare la misura delle cose.
    Il vero Paese dei Balocchi è la società in cui siamo immersi. Non per nulla i comici, che un tempo erano sottopagati, oggi sono gli attori principali di quasi tutte le pubblicità rivolte ai giovani; anche gli spot televisivi – pensati per vendere prodotti – devono infatti essere divertenti.
    La società del divertimento è anche il risultato di uno sviluppo economico, di un’industria vera e propria. Il «giorno del Signore» è diventato il «weekend», l’esodo è la fuga dalle città per i fine-settimana o le ferie, il riposo notturno si è spesso trasformato in sballo nelle discoteche. Creare divertimento è un vero affare. Prima di ogni altra cosa, il divertimento si fa pagare. Un famoso giornalista ha scritto: «Senza il divertimento l’economia mondiale crollerebbe; già per questa ragione esso non può cessare».
    I bisogni indotti e sempre più pressanti assomigliano al cavallo di Troia; sembrano un omaggio, ma si tratta di un attacco sottile. Quella costruzione venne portata spontaneamente dentro le mura, cioè nel cuore della città, ma dal suo ventre uscirono quei nemici che la distrussero. Lo stesso succede per i bisogni che diventano veri e propri imperativi: all’inizio appaiono vantaggiosi, sembrano promettere più inclusione sociale e maggior pragmatismo ma, dopo un po’, i conti non tornano. La mancanza di misura porta ad una nuova dipendenza: alla perdita del senso della misura. Alle masse che si divertono è sparito il sorriso; la vera gioia appartiene a pochi.

    La temperanza

    Tra le quattro virtù cardine dell’esistenza la dottrina cattolica indica la «temperanza». Essa riguarda tanti aspetti della vita, però in realtà «temperare» significa disporre bene qualcosa per il suo uso: temperare una matita è disporla in tutte le sue parti così da poterla usare bene. Il clima «temperato» è proprio delle regioni nelle quali il freddo e il caldo si accordano tra loro. Il senso del termine «temperanza» è dunque la capacità di soddisfare con equilibrio e moderazione i propri istinti e desideri. Alla temperanza sono allora collegate molte altre virtù più facili da capire: dominio di sé, ordine e misura, armonia, autocontrollo; tutti atteggiamenti assai importanti per l’equilibrio di una persona.
    Ai Corinti che affermavano: «Io posso fare tutto quello che voglio», San Paolo risponde: «Sì, ma non tutto giova. Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla» (1Cor, 6,12). Agire per capriccio (termine che deriva da «capra», animale saltellante, imprevedibile) significa obbedire alle voglie del momento, ai propri desideri superficiali. Così facendo una persona non diventa più libera ma schiava di tutti i suoi appetiti.
    Infatti non esiste la libertà assoluta. Libertà implica sempre un’obbedienza.
    L’obbedienza sbagliata schiavizza. Ognuno diventa ciò che sceglie e ama.
    A qualcuno occorre obbedire. Se si obbedisce a Dio che, solo, vuole il nostro bene, si avrà una vita buona. In caso contrario, è facile che seguire maestri che di certo non vogliono il nostro bene ma curano solo i loro interessi.
    L’avere delle cose, il piacere, il potere sono tre cose fondamentalmente buone.
    La loro assolutizzazione le fa diventare nostri padroni, mentre dovrebbero essere a nostro servizio.
    Il possesso richiede di essere sempre più esteso, negando ogni solidarietà. Pensa al Re Mida.
    Il piacere richiede una voracità per cui il ventre diventa nostro Dio. Ricordati della Maga Circe.
    Il dominio richiede sempre più conferme, ignorando ogni logica di comunione. Basti pensare a come è finito Hitler, che aveva tutto e non ha dato niente.
    Giustamente scriveva Ilario di Poitier, Padre della Chiesa:
    «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo combattere contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che ci lusinga… Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni, ma ci arricchisce dandoci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel suo palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa, ma ci uccide l’anima».
    Non c’è forse una descrizione più attuale della nostra civiltà odierna.
    La fede aiuta a percorrere un cammino di libertà:
    Non sono mio/a… sarebbe l’egoismo.
    Non sono degli altri… sarebbe il plagio e la schiavitù.
    Non sono di nessuno… sarebbe il vuoto e la disperazione.
    Sono Tuo, Signore… La mia libertà è il tuo disegno su di me!

    Gesù Maestro del desiderio

    Gesù, nel suo insegnamento e nelle sue azioni, è andato molto al di là di questo. Il desiderio umano è spesso fragile, costantemente minacciato di essere ridotto da noi stessi all’uno o all’altro dei nostri bisogni. Cristo è un autentico «Maestro del desiderio», la cui prima preoccupazione nel rapporto con i discepoli è di destare in loro un desiderio profondo. Egli non chiede mai l’abolizione dei desideri; al contrario, fa comprendere alle persone che incontra che l’errore non è quello di desiderare la gioia e la grandezza, ma di accontentarsi di gioie e grandezze troppo piccole, che non hanno la dimensione infinita che è dentro il loro cuore. I suoi sforzi pazienti intendono indurre i discepoli a desiderare di più di quanto sembra loro capace di soddisfare la loro fame e sete. Questa è la Bella Notizia: la grandezza a cui siamo chiamati non è altro che la grandezza propria di un Dio che è Amore; quindi non la grandezza del proprio godimento, ma quella del dono di se stessi; non il piacere del divertimento, ma la gioia che deriva dalla bellezza di una vita che diventa offerta di sé. I gesti e le parole di Gesù diventano un modello per coloro che lo intendono seguire come «Via, Verità e Vita». Essi vanno totalmente controcorrente con l’attuale cultura del «cheese»; non donano divertimento ma una profonda gioia interiore.

    Tre tipi di divertimento

    Il puntare sul desiderio di grandi altezze, è ben espresso in una parabola scritta dal teologi francese Teilhard de Chardin.
    Egli racconta di un gruppo di escursionisti partiti alla conquista di una difficile vetta. Alcune ore dopo la partenza erano divisi in tre gruppi. Nel primo si erano riuniti coloro che rimpiangevano il fatto di aver lasciato l’albergo. «Chi ce lo fa fare?», disse qualcuno. Decisero così di tornare indietro. Passarono la giornata chiusi nelle loro stanze, a dormire, giocare a carte, fumare.
    Nel secondo gruppo nessuno era dispiaciuto di essere partito ma, davanti alla fatica e alle difficoltà della salita, qualcuno suggerì: «Guardate che panorama! Non faremmo meglio a goderci la montagna qui dove stiamo?». Fu così che si sdraiarono sull’erba o si misero a caccia di farfalle, aspettando l’ora del picnic.
    Altri invece, desiderosi di conquistare la vetta, non staccarono mai gli occhi dall’obiettivo finale. Nonostante la fatica e alcune nuvole che oscuravano a tratti la vetta, raggiunsero la meta e poterono contemplare il mondo dall’alto.
    Le persone del primo gruppo rappresentano i «nati stanchi», i pessimisti. Per essi l’esistenza è, alla fin fine, uno scacco, un’illusione. La loro è una felicità di tranquillità, del tipo: «Se casca il mondo, io mi sposto». Per loro l’uomo che si diverte è colui che meno pensa, sente, desidera.
    Le persone del secondo gruppo sono i «buontemponi». Essi cercano di riempire il tempo «ammazzandolo» e il loro scopo è di godere ogni cosa, così come viene, seguendo l’impulso del momento. La loro è una felicità di piacere: lo scopo della vita non è agire e creare ma divertirsi cogliendo l’attimo, secondo il detto antico: «Chi vuol esser lieto, sia; del doman non v’è certezza».
    Il terzo gruppo rappresenta invece gli appassionati, coloro per cui vivere è una scoperta continua. La loro è una felicità di sviluppo. La gioia non direttamente il loro fine, ma arriva quale ricompensa delle loro azioni. Essi, al ritorno, hanno gli occhi pieni di sole ed una grande felicità interiore; per questo, sono i soli che sanno veramente fare festa.

    Beati gli afflitti?

    Tra gli insegnamenti di Cristo, vale ora la pena soffermarsi sulla «beatitudine degli afflitti» perché, se non capita nel suo giusto valore, può far pensare ad una religione della tristezza, del dolore e del pianto. Mentre la vita di Cristo è stata bella, buona, piena di amicizie e di gioie profonde.
    La nostra è la società dal sorriso sfoderato; per essa la tristezza è considerata come una patologia o come mancanza di personalità: da rigettare, dunque. Tutti devono essere forti, sempre in forma, allegri e spensierati. Non sopportiamo l’esternazione sincera di sofferenza e lacrime (se non nelle soap opera o in lacrimevoli trasmissioni di intrattenimento).
    In questo contesto ciascuno è obbligato a mentire e a mostrarsi diverso da quello che è. La misura del nostro dolore e del nostro disagio è colma, ma non ce ne possiamo liberare; e così, meno osiamo esprimere il nostro disagio, più ci sentiamo invasi da angoscia e tristezza, mentre la strada verso la gioia piena si fa sempre più ripida.
    Gesù ha affermato che esiste per ciascuno il diritto di esprimere sinceramente i propri sentimenti. Lui stesso ha più volte pianto e, durante l’agonia del Getsemani, ha provato una grande angoscia. Il Maestro di Nazaret ha anche affermato che il culmine della vita spirituale è «diventare come bambini». Davanti a Dio dovremmo essere come i bambini che, quando hanno un problema chiedono, quando sono felici ridono, e quando sentono un dolore piangono o si arrabbiano. Il Giobbe biblico non è affatto paziente: si ribella al dolore come ai discorsi dei suoi amici intellettuali, piange, è angosciato e se la prende addirittura col Signore. Alla fine egli è giustificato da Dio stesso, mentre i discorsi razionali dei suoi amici non vengono nemmeno presi in considerazione.
    Gesù arriva ad affermare che coloro che piangono (non i piagnucoloni) possederanno un loro futuro; che sono autenticamente felici coloro che non hanno assassinato la loro sensibilità e che conservano nel loro cuore «di carne» il dolore di chi soffre. Essi non rimuovono la realtà di un mondo in cui interi popoli vengono massacrati in nome del progresso, non voltano lo sguardo davanti alle lacrime di chi è vicino a loro. Beate queste persone: esse cominciano ad essere «umane». Non hanno nulla da temere; essendo in sintonia col loro cuore e con l’animo angosciato di tante persone, sono anche vicine a Dio. Esse sono più prossime a Lui di chi deve continuamente sorridere e mostrare i propri denti smaglianti. Il Signore «consolerà ogni lacrima» e nel suo Regno «non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).

     



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