Giovani a due velocità



    Nando Pagnoncelli

    (NPG 2014-05-8)

    PS. Per non appesantire il file, lasciamo le tabelle nel pdf scaricabile dal sommario


    Chi sono i giovani oggi, quali valori hanno? Cerchiamo di raccontare l’universo giovanile, pur senza pretesa di avere risposte su tutte le questioni e consapevoli che le ricerche sociali tendono ad appiattire le letture. Per farlo, mi rifaccio a tre fonti:
    - i dati Istat, le statistiche ufficiali per capire soprattutto i numeri;
    - il Rapporto Giovani, promosso dall’Istituto Toniolo, importante perché va a coprire un deficit informativo sul mondo dei giovani. Si tratta di una ricerca inedita, «longitudinale», nel senso che segue un campione di giovani per un periodo importante della loro vita, interpellandoli su diversi argomenti, e cercando di capire quali siano i valori, le opinioni, i comportamenti prevalenti. In Italia si parla spesso, forse troppo, dei giovani, ma poi si fa fatica a relazionarsi a loro e capire quali sono i bisogni che esprimono;
    - la terza fonte è una ricerca realizzata da IPSOS, un Istituto demoscopico (il secondo gruppo al mondo) presente in 85 paesi. Si tratta di una ricerca svolta sul campione del Toniolo, per capire quali siano le figure di riferimento per i giovani e quale il loro livello di fiducia nei confronti degli altri.

    I DATI DEMOGRAFICI

    Partiamo dall’analisi dei dati demografici.

    Italia sempre più vecchia, giovani sempre meno

    La piramide demografica (SCHEDA 1) ci dice che il nostro paese sta invecchiando.
    La base relativa ai giovani è più ristretta, mentre quella delle persone tra i 40 e i 50 anni tende ad allargarsi; una volta si chiamava piramide perché aveva una forma tale per cui si vedeva una ampia base di giovani che poi via via si restringeva. La durata della vita era meno lunga, oggi fortunatamente si vive più a lungo, le condizioni di vita sono migliori, i progressi della medicina sono avanzati, ma in realtà facciamo meno figli, per cui in una situazione di questo tipo abbiamo un paese che invecchia.
    Che implicazioni ha questo dato?
    Innanzi tutto è un paese che fa fatica a rinnovarsi. Se guardiamo la piramide dei paesi in via di sviluppo, essa ha una base di giovani molto più ampia a cui attingere per attivare processi di innovazione.
    E poi questo tipo di struttura demografica ha un impatto forte sui consumi: se infatti si limitano i processi di autonomia dei giovani, diventa difficile uscire dalla famiglia di origine, per ragioni occupazionali o di autonomia economica.
    Inevitabilmente ciò si traduce in una contrazione di consumi perché nuove famiglie rappresentano un elemento di dinamicità del sistema economico complessivo.
    Un terzo problema è l’equilibrio, la sostenibilità previdenziale. Il sistema delle pensioni si basa sul contributo pagato dai lavoratori attivi. Ora, se si riduce la base dei lavoratori attivi, ci troveremo, in prospettiva, in una situazione in cui sempre meno lavoratori giovani contribuiranno con il loro lavoro a sostenere il sistema delle pensioni che avrà un numero di pensionati tendenzialmente crescente. Anche questo dovrebbe indurre a riflettere sulla necessità di mettere in moto dei meccanismi che favoriscano i processi di autonomia dei giovani.
    Un ultimo elemento lo ha messo a fuoco un demografo italiano, Giancarlo Blangiardo, che ha usato questa espressione particolarmente felice: «Un inverno demografico potrebbe anche tradursi in un inverno democratico». Ciò significa che la politica che vive di consenso, di voti, di partiti e di leader politici, in un sistema democratico andrà a cercare i voti nelle classi più numerose, rispondendo ai bisogni e alle aspettative di questi ultimi; quindi anziché saldare la frattura tra le generazioni, una parte della politica tenderà a rispondere - solo per una questione di numeri - di più ai bisogni delle generazioni mature o anziane, che ai bisogni dei giovani.
    Nella parte bassa del grafico si vede invece la struttura demografica della popolazione straniera che vive in Italia, dove il tasso di natalità è più elevato.
    In un decennio, dal 2003 al 2013, la popolazione complessiva nel nostro paese è aumentata del 4,5%, ma i cittadini italiani sono diminuiti dello 0,7%. Ciò vuol dire che il contributo a questa crescita demografica è legato alla presenza della popolazione straniera che ha raggiunto i 4,5milioni di individui (considerando la popolazione regolare). A questo andrebbero aggiunti gli stranieri non regolari.
    La piramide demografica, nel momento in cui nel 1861 si costituisce l’Italia, è una piramide vera e propria, e la stessa struttura è sostanzialmente conservata (pur con notevoli modificazioni) nel 1951, l’anno del boom economico del nostro paese dopo l’uscita dalla guerra, la crescita del benessere per molte famiglie, la creazione e la nascita del ceto medio. Ancora una volta c’è una base molto ampia di giovani che sostengono questo sistema. Nel 2012 non si può più certametne definire una «piramide».

    Quali sono le prospettive?

    L’Istat dice che nel 2050 (quindi non tra tantissimi anni) le persone di oltre 65 anni passeranno dal 20% attuale al 30% complessivo: quasi una persona su tre avrà dunque più di 65 anni.
    Gli ultra80enni passeranno dall’attuale 6% scarso al 15%. Tutto ciò indurrà ad avere una presenza di una popolazione straniera decisamente più numerosa: il 7% di oggi sarà il 17% nel 2050 e sarà una condizione necessitata dal fatto che avremo bisogno di dipendenti nelle nostre aziende, persone dedicate ai servizi e così via. Nel 2050, sempre secondo l’Istat, questa popolazione straniera sarà molto disomogenea: un cittadino su 4 nel nord-ovest e solo il 3% nelle isole.
    Quindi, o si mette mano alla cosiddetta «questione giovanile» e alla «questione demografica» (e ci rendiamo conto che questo è un problema che riguarda l’intero paese e le prospettive di questo paese) o ci ritroveremo in quella situazione che viene descritta dall’Istat, attraverso delle semplici regressioni statistiche.

    La questione occupazionale

    Uno dei problemi più importanti è il tema occupazionale.
    Conosciamo i dati Istat della disoccupazione generale: la disoccupazione in Italia è pari al 12,7%, mentre la media europea è del 10,7%. Due anni fa, nel gennaio del 2012 il livello di disoccupazione italiano era al 10% ed era leggermente inferiore rispetto alla media europea.
    La situazione in questi due anni è peggiorata nel nostro paese: due punti di disoccupazione in più rispetto alla media europea. Ma il dato che ci preoccupa molto è quello della disoccupazione giovanile, che è arrivato nel dicembre del 2013 quasi al 42%, mentre era al 32% due anni fa: l’aumento è di 10 punti percentuali. Anche qui la differenza rispetto alla media dei 27 paesi dell’Unione Europea (che era una differenza di 10 punti) è diventata una differenza di 20 punti. Questi dati sulla disoccupazione sono eclatanti. Se facciamo un raffronto con il 1988, ci accorgeremo però che la popolazione giovanile tra i 15 e i 24 anni era poco più di 9milioni di persone, mentre oggi è di quasi 6milioni, e che il 40% oggi corrisponde a 603mila disoccupati, mentre nel 1988, anche se la disoccupazione era più bassa, al 34,5%, corrispondeva ad 1 milione e mezzo di disoccupati.
    Cosa è successo nel frattempo?
    Si fa un po’ fatica a contestualizzare il fenomeno e le sue implicazioni. Proverei allora a considerare una categoria, tristemente famosa con un acronimo inglese, NEET (Not in Education, Employment, or Training), cioè i giovani che non lavorano, non studiano e non stanno seguendo corsi di formazione: sono i giovani inattivi e disoccupati.
    Ho riportato i dati di due classi di età, dai 20 ai 24 anni - in alto - e tra i 25 e i 29 anni - in basso (SCHEDA 2 e 3). Il confronto è del 2011 sul 2012. Ci si potrebbe chiedere come mai prima il dato era il 42% circa di disoccupati e qui i disoccupati risultano 10%. Perché il disoccupato è chi è nelle condizioni di cercare attivamente un lavoro, quindi se un giovane studia non può essere alla ricerca attiva di un posto di lavoro e quindi non può essere un disoccupato. Quindi in valore assoluto il disoccupato oggi, tra i 20 e i 24 anni, pesa per il 13,3% (lo si vede in giallo) ed è un dato in crescita, e questo è un dato preoccupante rispetto all’anno precedente, quando i disoccupati erano il 10,6%.
    Quindi il punto è che non sono tutti disoccupati i giovani di cui stiamo parlando, perché tra i 20 e i 24 anni abbiamo quasi il 39% che studia, un 32% che lavora, un 13,3% che è disoccupato, cioè cerca lavoro ma non lo trova, mentre il dato più preoccupante in assoluto è quello degli inoccupati, quelli che non cercano nemmeno lavoro e dunque sfuggono alle statistiche. Sono rassegnati, questo è un elemento su cui riflettere.
    Ed è a mio parere ancor più preoccupante se si guardano i giovani tra i 25 e i 29 anni dove il 13% circa studia (grazie al cielo), il 57% ha una occupazione (quindi anche qui stiamo parlando della maggioranza assoluta dei giovani che hanno una occupazione: precaria, a tempo determinato, a tempo indeterminato); e il 10,9%, quindi in crescita di 2 punti da un anno all’altro di disoccupati. Altro dato preoccupante è quello degli inoccupati, il 18%.
    Allora andiamo a vedere questi fenomeni nelle diversi classi di età, cioè i NEET nelle 4 classi di età che consideriamo.
    Constatiamo due classi di età che hanno un andamento stabile nel corso degli ultimi anni, i 30/34 enni, che sono il 37,2% nel 2012, l’anno prima era il 37,7%, e l’altro sono i giovanissimi, tra i 15 e i 19 anni con dati abbastanza stabili nel corso del tempo (torna l’11- 12%). Invece le due fasce di età che ci devono preoccupare molto sono quelle tra i 20 e i 24 anni dove i NEET hanno una impennata: dal 21% nel 2008 (e con il conclamarsi della crisi peggiorano le condizioni occupazionali e le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro), oggi sono al 29,5% quelli tra i 25 e i 29 anni.
    Quindi esiste un tema occupazionale nel nostro paese, non però generalizzato: c’è fortunatamente una quantità rilevante di giovani che hanno una occupazione, ma quello che deve preoccupare è il tasso di inoccupati, cioè coloro che appunto, sconfortati, non cercano più il lavoro e quindi sfuggono alle statistiche della disoccupazione. Tutto questo si traduce in una ritardata uscita dalla famiglia di origine.

    La famiglia

    La famiglia rappresenta un grandissimo ammortizzatore sociale: una parte molto importante di giovani può contare sulla integrazione del proprio reddito attraverso il supporto della famiglia, oppure può contare su una erogazione di servizi da parte della famiglia di origine a partire anche solo dall’accudimento dei figli; non è un caso che molti giovani abitino ad una distanza non inferiore a 30 minuti dalla casa dei genitori.
    Però, al di là di questi aspetti, il 68% dei giovani dai 15 ai 34 anni vive anco- ra con i genitori, dice l’Eurostat (SCHEDA 4). Se si fa il confronto con altri paesi, siamo simili al Giappone con il 64%, quindi 2 su 3. ma per gli altri paesi (Stati Uniti, Germania, Danimarca, Brasile...) una percentuale limitata di giovani tra i 15 e i 34 anni vive ancora nella famiglia di origine.
    Vale la pena considerare il valore assoluto e il valore percentuale di questi dati perché ha colpito tutti il dato che siano 7 milioni i giovani tra i 18 e 34 anni che vivono ancora con i genitori.
    Però nel 2000 erano 8milioni, quindi stiamo parlando di un dato che si sta trascinando da anni nel nostro paese, ma abbiamo visto che la popolazione di giovani sta diminuendo, e quindi può darsi che il valore assoluto di 6,9milioni di cui ci parla l’ISTAT in realtà incida percentualmente di più. In realtà è il 61%, quindi tendenzialmente stabile (nel 2000 era il 60%).
    Questo è un aspetto che va sottolineato, come quello della famosa «fuga dei cervelli all’estero», perché in realtà dobbiamo abituarci ad essere un po’ meno pigri nel leggere i dati e nel farci suggestionare da essi. È importante supportare i processi di autonomia e indipendenza dei giovani e della famiglia.
    Questo riguarda tutto: le pratiche conciliative (il fatto che le donne possano conciliare lavoro e famiglia), gli orari della città dei servizi, l’agenda digitale, la possibilità di non perdere tanto tempo riguardo le mansioni che abbiamo, il poter conciliare lavoro e altri impegni. Quindi quando parliamo del tema dei giovani sappiamo che riguarda l’intera società ma le risposte devono essere risposte più di sistema.
    Tutto questo in che cosa si traduce? In un cambiamento profondo nella struttura delle famiglie del nostro paese Nella parte a sinistra della scheda (SCHEDA 5) abbiamo la composizione delle famiglie nell’88. Quando abbiamo in mente la famiglia pensiamo a genitori e figli; ebbene questa famiglia rappresentava il 52% delle famiglie nell’88, cioè la maggioranza assoluta delle famiglie italiane. Ora questa tipologia di famiglia pesa per il 39% (è la riga verde che indica il calo delle famiglie dei genitori con figli).
    Che cosa sta crescendo invece in misura significativa? Oggi sta crescendo la percentuale delle famiglie composte da una sola persona, le famiglie monocomponenti costituite da famiglie anziane, dal 19% al 28%. Poi abbiamo una percentuale abbastanza stabile di coppie senza figli (rappresentano 1/5 delle famiglie, il 21%), e le famiglie monogenitoriali, che sono in lieve crescita, dal 7% al 9%. Ecco il cambiamento delle tipologie delle famiglie. Basta immaginare cosa significa tutto ciò in termini di erogazione dei servizi, di risposta ai bisogni dei cittadini, che stanno modificandosi in misura molto molto significativa.
    E se le prospettive del 2050 sono quelle prima indicate dell’Istat, quali possono essere le risposte da dare ad una società che sta invecchiando e sta cambiano in misura così significativa? E in tutto questo i giovani come sono considerati?

    I GIOVANI

    Riporto alcune delle frasi più eclatanti riguardo ai giovani e che sono state espresse da alcuni leader politici o uomini con importanti ruoli istituzionali: - Brunetta: «la generazione dei precari è l’Italia peggiore».
    - Ministro Cancellieri: «i giovani vogliono lavorare vicino a mamma e papà».
    - L’ex ministro dell’economia Padoa Schioppa: «i ragazzi di oggi sono dei bamboccioni che non vogliono allontanarsi dalla famiglia di origine e preferiscono continuare a vivere a casa invece di diventare autonomi andando a vivere da soli».
    - Il sottosegretario al lavoro, Martone: «laurearsi a 28 anni è da sfigati».
    - L’ex presidente del Consiglio Monti: «i giovani devono abituarsi all’idea che non avranno il posto fisso».
    Ma sarà vera e corretta questa rappresentazione dei giovani? Non sembrerebbe, perché i giovani, lo vediamo dall’indagine realizzata dall’Istituto Toniolo, sono giovani che tendono ad adattarsi, ad accettare un lavoro non pienamente in linea con le proprie aspettative e con i propri desideri.
    Nella parte bassa del grafico (SCHEDA 6), c’è la percentuale di insoddisfatti a causa di elementi connessi con la propria attività lavorativa: la metà non è soddisfatta del livello di guadagno (47%), quasi uno su due non è soddisfatto della coerenza col proprio profilo e la propria preparazione, il percorso di studi e il lavoro; 36% della stabilità dell’orario, flessibilità, rapporto con i superiori.
    Solo il 10% non è soddisfatto del rapporto con i colleghi.
    Quindi c’è una capacità di adattamento e una disponibilità ad andare all’estero per le difficoltà occupazionali, e per il fatto che si pensa che all’estero ci siano più opportunità di lavoro, ma soprattutto che all’estero il mercato del lavoro sia un po’ più aperto e capace di riconoscere il merito delle persone, mentre in Italia i nostri giovani ritengono che il sistema del mercato del lavoro sia più opaco, più basato su conoscenze e raccomandazioni, su segnalazioni e così via. Ebbene, l’estero rappresenta un modello positivo nel- la percezione, e quindi il 48,9% dice che sarebbe disponibile a trasferirsi all’estero, 1/3 a trasferirsi in un’altra località italiana, mentre solo 1 su 5 non sarebbe disposto a trasferirsi.
    Una piccola parentesi sulla disponibilità a trasferirsi in un’altra località italiana: c’è una percentuale molto elevata di famiglie che possiede la casa che abita, e questo è un dato estremamente positivo, ma nello stesso tempo frena la mobilità sul territorio soprattutto da parte dei giovani, nel senso che la politica abitativa e le condizioni dei canoni di locazioni non sono facilmente compatibili con i livelli di reddito dei giovani.
    Per cui molto spesso non si spostano sul territorio perché temono di dover andare in un’altra città, avere uno stipendio molto basso e doverlo impiegare quasi tutto per pagare l’affitto. Allora, quando si parla delle pratiche conciliative, delle politiche a sostegno della famiglia, bisogna includere la politica abitativa.
    Per quanto riguarda poi la «fuga dei cervelli all’estero», sembra che il nostro sia un paese dove tutte le persone più preparate sono all’estero. Non è proprio così. Anche qui bisogna contestualizzare e lavorare sui numeri veri.
    Quanti sono i giovani che sono andati all’estero in 10 anni? 300.000, dunque circa 30mila all’anno. È certamente un numero importante, ma non tocca milioni di giovani! Non stiamo certamente impoverendo il paese per la fuga dei cervelli! Anche perché di questi (afferma Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica) solo il 27,6% è laureato, per cui la quota dei laureati è ancora abbondantemente minoritaria.
    È un problema, certo, ma ad un livello di emergenza. Il problema collegato è che il saldo è negativo, cioè siamo ancora lontani dall’attrarre giovani degli altri paesi. Sono più i giovani che escono dall’Italia che quelli che arrivano in Italia per avere esperienze di lavoro, e questo dovrebbe indurci a pensare che il nostro paese offre poche opportunità anche agli altri, e che poi l’uscita dall’Italia è auspicata o immaginata da un 50%. Il tema di fondo è che pochi vanno, molti vorrebbero andare, se poi non ci vanno per le più svariate ragioni, non significa che non alimentino un sentimento negativo, addirittura risentimento nei confronti di un paese che non li valorizza e che ne limita le opportunità.
    Questa situazione modifica anche in modo significativo il rapporto dei giovani con l’esterno. Rispetto alle ricerche fatte con IPSOS, i giovani risultano camaleonti adattabili nella interazione con il contesto informale: sono figli di un dinamismo incalzante che hanno fatto proprio, riescono a creare interazioni virtuose solo con entità dinamiche quanto loro: i pari, la tecnologia, il mondo dei consumi, con grandissima capacità di adattamento. Al contrario, i giovani nelle interazioni con le istituzioni sono dei ricci che rizzano gli aculei per mantenere le distanze, per cui si avverte un atteggiamento di sfiducia, di distanza rispetto alle istituzioni in generale e quelle di rappresentanza in particolare.

    Desiderio di famiglia

    Altro dato importante: il desiderio di famiglia è molto avvertito tra i giovani (SCHEDA7). Per l’indagine dell’Istituto Toniolo il 60% dei giovani intervistati afferma che non rinuncia all’idea di poter formare una propria famiglia, e la vede mediamente formata da due o più figli, con una differenza tra donne e uomini. Il 60% delle donne della ricerca vorrebbe avere due figli, contro un 55% degli uomini; il 15% di giovani donne ne vorrebbe tre, e un 2,7% addirittura quattro.
    Quindi, nonostante i giovani vivano la difficoltà di uscire dalla famiglia, questa assume un ruolo molto importante, oserei dire centrale. I giovani si proiettano nel futuro in una famiglia con figli, e non con 1,4 figli come è il numero medio di figli per donna oggi, ma con due-tre o addirittura quattro figli. Oltre il 60% dei giovani intervistati pensa che la famiglia sia la cellula fondamentale della nostra società e si fonda sul matrimonio, mentre l’11,6% è in disaccordo con questa affermazione.
    Il fatto di continuare a vivere con i genitori anche dopo i 25 anni è considerato, a differenza di molti altri paesi di cultura nord-occidentale, del tutto normale. Quindi è difficile dare una lettura univoca di questa situazione. Sicuramente il contesto nel quale vivono è un contesto positivo, e questo fa sì che comunque in termini di proiezione di loro stessi sul futuro l’idea della famiglia continui ad avere un posto centrale, proprio perché l’esperienza di vita all’interno della loro famiglia è una esperienza positiva, che aiuta il giovane a guardare con fiducia la vita: il 39% degli intervistati è del tutto d’accordo con questa affermazione e quasi uno su due è abbastanza d’accordo, mentre solo il 13% non lo è. Abbiamo poi chiesto: «la famiglia è un rifugio dal mondo»? e una percentuale abbastanza elevata condivide questa affermazione.

    Il futuro

    L’altro dato interessante è la percentuale di chi afferma di vedere con molta preoccupazione il proprio futuro (SCHEDA 8): risulta essere doppia tra chi non è sta- to aiutato dalla famiglia a guardare la vita con fiducia, rispetto a chi ha avuto i genitori in grado di trasmettere pienamente questa dimensione positiva. La famiglia è comprensibilmente un rifugio in una fase di difficoltà o in una fase nella quale si percepiscono le avversità del mondo esterno. Bisogna stare attenti a non accentuare molto questo aspetto (di cocooning, il così detto rifugio), che rischia di far diventare la famiglia - anziché cellula di società - una sorta di monade.
    «Che cosa vorrebbero i giovani»? «Che cosa li rende felici»? Abbiamo voluto dare una idea dello strabismo che tante volte c’è nella valutazione del paese e di loro stessi.
    «Il paese va nella giusta direzione o nella direzione sbagliata»? L’89% dei giovani tra i 18 e 35 anni pensa che il paese stia andando verso una direzione sbagliata, a fronte dell’81% degli oltre 35enni: quindi i giovani sono un po’ più negativi rispetto alle prospettive del nostro paese.
    Nello stesso questionario però abbiamo chiesto: «ma la tua situazione personale tra 6 mesi sarà migliore, invariata o peggiore»? Il 27% dichiara che sarà migliore, mentre gli adulti solo per il 19% pensano che sarà migliore. Allora da un lato c’è una opinione prevalente tra i giovani di un paese che sta andando nella direzione sbagliata, ma dall’altro riguardo a loro stessi prevale ottimismo rispetto al mondo adulto, anche se la risposta prevalente - un 56,7% - è che nei prossimi 6 mesi non cambierà nulla.
    Quindi c’è uno sforzo razionale attivo per non adattarsi al peggio.
    Ma «sono felici i giovani di oggi»? A questa domanda è difficile trovare delle risposte autentiche, e allora utilizziamo ricerche sia quantitative che focus group, ricerche basate su colloqui che solitamente vengono realizzati da psicologi. Essi si sentono moderatamente felici, e la felicità è diventata un concetto molto più flessibile e dinamico rispetto al passato. I giovani hanno adottato una sorta di atteggiamento adattivo e difensivo verso un clima depressivo che li circonda, e non solo: la felicità oggi, oltre ad essere emozione estemporanea, è creazione, progetto, può anche essere frutto di un compromesso sostenibile, una felicità più moderata. Si ridimensionano un po’ gli obiettivi, fatti di piccole cose, purché significative.
    Sono sprazzi di felicità: non è una felicità che caratterizza l’intera esistenza del giovane.

    Diventare adulti

    Oggi diventare adulti è decisamente più delicato e complicato rispetto al passato: i giovani sono per così dire «a metà del guado». Da un lato abbiamo traiettorie di vita che sono cambiate: non più quelle scansioni tipiche per cui si studiava, poi si trovava lavoro, poi si usciva dalla famiglia sposandosi, si avevano dei figli... Queste fasi, che erano una volta più stabilmente definite, oggi sono molto più confuse, anche perché il mondo adulto è molto più confuso rispetto ad esse, e dunque è difficile trovare dei punti di rifermento. Spesso i giovani si trovano a metà strada con una autonomia rispetto alla famiglia di origine non del tutto raggiunta, con progetti di creazione di una propria famiglia che rimangono sospesi, pur con un desiderio forte di genitorialità. La conseguenza è che la fascia di età in cui un individuo viene considerato giovane diventa sempre più dilatata, più estesa.
    Fino al punto che oggi gli stili e il dinamismo di vita spingono l’anziano ad autopercepirsi tale... solo verso gli 80 anni! (e questo anche nella percezione dei giovani, si è anziani a 80 anni). Per cui in questa situazione molto dinamica (e anche un po’ confusa), ovviamente è difficile per i giovani realizzare o ipotizzare progetti di vita di lungo periodo.

    FIDUCIA E FIGURE DI RIFERIMENTO

    Con IPSOS, utilizzando il campione dei giovani reclutato per Toniolo, abbiamo realizzato 1638 interviste, un campione rappresentativo dei giovani italiani o residenti in Italia, dai 18 ai 30 anni. Abbiamo chiesto «quanta fiducia hai in...?», proponendo una serie di figure. Questi dati offrono uno spaccato molto interessante dei giovani dai 18 ai 30 anni oggi.
    Scorriamo questa graduatoria. (SCHEDA 9)
    - La mamma; l’84% dichiara di avere molta fiducia nella mamma, che precede di 10 punti la fiducia nel papà, al 73%, poi a seguire c’è la famiglia in generale.
    Quindi più fiducia nelle figure parentali che in se stesso o nel partner.
    - Per quanto riguarda gli amici, il dato è interessante. Si ha più fiducia nella mamma che negli amici, e addirittura il 16% ha poca o per nulla fiducia negli amici. E allora ci si potrebbe domandare: ma perché sono amici se non si ha fiducia in loro? Questo però dipende anche dalla «virtualità» di alcuni rapporti, a causa delle tecnologie: sono amici «tra virgolette».
    - Papa Francesco sta godendo di fiducia molto elevata da parte dei giovani, sostanzialmente simile agli amici, pur con la diversità del rapporto costante quotidiano.
    Mentre invece «parroco e chiesa cattolica » non godono di altrettanta fiducia rispetto a Papa Francesco, a dimostrazione che alcune figure dal grande carisma, rappresentano davvero figure di riferimento.
    - La fiducia nelle istituzioni: Unione Europea solo il 9% e un 27% abbastanza fiducia; significative le percentuali per le istituzioni locali (comune, provincia e regioni), lo stato italiano (governo, camera e senato), e i politici italiani, che chiudono tristemente questa graduatoria, al 2%.
    Anche su questo ci sarebbe da ragionare a lungo, sul ruolo della politica e sulla possibilità di riassegnare valore alla politica, alla rappresentanza, mentre i paesi si stanno spostando verso una grande conflittualità nei confronti della politica.
    Osserviamo le differenze di genere.
    La fiducia in se stessi è un po’ più alta tra i maschi rispetto alle femmine: 72% contro 63%.
    La fiducia nel partner è più elevata tra le ragazze rispetto ai ragazzi: 71% contro 59%.
    La fiducia in Papa Francesco è più elevata tra le ragazze: 49% contro 43%.
    La comunità di persone con cui i giovani interagiscono quotidianamente vede una fiducia più elevata tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
    Osserviamo anche una spaccatura per 4 classi di età: la fiducia nella mamma è un po’ più alta (84%) tra le ragazze tra i 27 e i 30 anni; anche la fiducia in se stesso è più elevata al crescere dell’età (86%), ma questo è comprensibile, perché si hanno più possibilità (magari una occupazione o qualcosa che gratifichi, e lo stesso «nel partner») tra le persone di età 27- 30 anni.
    Abbiamo poi provato ad ipotizzare tre tipi di problemi.
    - «Se hai un problema di lavoro con chi ne parli?». Prevalentemente con il partner, poi a seguire i colleghi e i genitori, gli amici al quarto posto. Le figure «parroco» o «altra guida religiosa» godono di un livello di interazione un po’ bassa.
    - «Se hai un problema di studio con chi ne parli?». Con i compagni di studio prevalentemente, ma ancora una volta con i genitori, poi il partner , poi al quarto posto il «professore o insegnante», e anche questo è abbastanza insolito. Generalmente infatti ci si aspetta che davanti ad una situazione di difficoltà nel processo di apprendimento scolastico, un giovane vada dal docente... e non prevalentemente con i compagni di studi, con i genitori, con il partner e così via! - «Se hai un problema sentimentale con chi ne parli?». Qui al primo posto vengono gli amici, a seguire il partner... e anche questo è interessante, perché se uno ha un problema con una persona, tendenzialmente dovrebbe parlarne con la persona, invece no. Si parla con gli amici e poi col partner e poi con i genitori e così via. La figura del «parroco» sempre all’1%.
    - «Con che frequenza ti capita di parlare di politica?». Diciamo spesso che i giovani non sono interessati alla politica, ma questo non è vero, perché il 20% parla molto spesso di politica, nonostante la politica goda di una fiducia molto bassa, il 41% abbastanza spesso, e la somma di queste due indica che due giovani su tre parla di politica abbastanza o molto spesso. Più da parte dei maschi che delle femminile... e questo è probabilmente un retaggio del passato.
    - «E con chi parli di politica?». Anche qui il dato è sorprendente: con i genitori, con gli amici, con i colleghi, col partner...
    Per la generazione passata invece parlare di politica era quasi un elemento di affermazione della propria identità, della propria diversità, rispetto magari ai genitori: era come l’affermazione della età adulta. Oggi invece si parla di politica con i genitori a conferma che le relazioni intra-familiari sono nettamente migliorate e che le dinamiche sono nettamente molto diverse rispetto a quelle del passato.
    Poi abbiamo chiesto il grado di accordo con alcune affermazioni.
    - «Spesso mi capita di essere di aiuto alle altre persone, anche solo per starle ad ascoltare». Molto d’accordo il 44%, il 48% abbastanza d’accordo; quindi sono giovani che dichiarano di essere spesso all’ascolto di altre persone.
    - «Mi piace confrontarmi con gli altri, ne esco spesso arricchito». Anche qui percentuali molto elevate, quindi ascolto e confronto come elementi importanti per i giovani che abbiamo interpellato.
    - «Quando chiedo un consiglio a qualcuno spero sempre che mi dica chiaramente cosa devo fare». Il 22% pensa così e il 43% e abbastanza d’accordo, quasi due su tre. Emerge certo che posso parlare con altre persone, ma nessuno sa meglio di me come devo comportarmi.
    Quindi la decisione finale spetta a me: il 20% e molto d’accordo e il 38% abbastanza d’accordo.
    Abbiamo chiesto ancora: - «Se dovessi pensare ad una figura di riferimento nella tua vita, quella con cui ti confronti più spesso per parlare di te, chi diresti?».
    Qui lo stereotipo è davvero quello dei «mammoni», perché i giovani han- no risposto «la mamma» al 33%, poi un amico/a (26%), il partner (14%), il papà (9%), il fratello/la sorella (8%), un altro componente della famiglia (3%). I nonni sono molto presenti - anche per l’allungamento della durata della vita degli individui - però un po’ meno rispetto ai genitori. Colpisce molto che gli insegnanti non siano considerati come figure di riferimento in misura più rilevante dai giovani interpellati, così come la guida religiosa (un parroco, un prete, una suora, e così via...: solamente l’1%).
    Il 5% dichiara di non avere figure di riferimento.
    Indico le differenze. La mamma e più importante per le ragazze (38%), contro il 27% dei ragazzi (e questa un po’ sfata l’idea dei figli maschi mammoni); l’amico/ amica un po’ più per i giovani maschi, il partner un po’ più le donne rispetto ai ragazzi; il papà, più citato dai maschi (12%) contro il 6% delle ragazze.
    E quanto alle classi di età come si diceva prima: la mamma di più nell’età più giovane e il partner di più nell’età tra i 27 e 30 anni.
    - «Perché è lui o lei la figura di riferimento? ».
    A questa domanda si offrivano solo due possibilità di risposta, tra le seguenti: perché disinteressato, perché pensa solo al mio bene; mi ascolta senza giudicarmi; riesce sempre a farmi vedere dove sbaglio; capisce realmente i miei problemi: sono risposte che hanno percentuali - sommando il primo e secondo motivo - molto vicine sia pure con modalità interne diverse. E poi, a seguire, perché mi trasmette serenità ed entusiasmo per la vita; è autorevole; mi dà sempre il consiglio giusto; ha tanta esperienza; è una persona coerente, e altre risposte.
    Chi ha risposto a questa domanda (cioè quelli che dicono di avere una figura di riferimento) rappresenta il 95% dei giovani. Ma occorre considerare come queste risposte siano diversificate a seconda della figura di riferimento.
    Per cui: «mi ascolta senza giudicarmi »: sono prevalentemente gli amici; e poi «è disinteressato e pensa solo al mio bene»: è la mamma e il partner, prima ancora del papà o dell’amico; poi ancora «è autorevole, mi dà sempre il consiglio giusto»: è prevalentemente il papà, con il 33%.
    Non ci sono grandi differenze invece rispetto all’affermazione «riesce sempre a farmi vedere dove sbaglio»: tra il 35 e il 36%; «capisce realmente i miei problemi »: è più l’amico con il 42%, mentre il papà con il 19% «trasmette entusiasmo, serenità», soprattutto il partner, a seguire il papà; «l’esperienza»: il papà, e poi la mamma; infine «la coerenza«, che non vede grosse differenze nelle quattro figure di riferimento.
    Interessiamoci di quel 5% di giovani che dicono di non avere «una figura di riferimento » (SCHEDA 10).
    Gli abbiamo chiesto perché. Ecco le risposte: «in questo momento non la trovo anche se ne sento il bisogno»: è il 60% (di quel 5%), il che vuol dire il 3% dell’insieme dei giovani, e il 30% (cioè l’1,5% del totale) dice: «non credo di aver bisogno di nessuna persona di riferimento, me la cavo da solo».
    Abbiamo chiesto a questi giovani: «Chi vorresti che fosse?»: per il 64% un amico, poi la mamma... Come si vede, essi esprimono aspettative e figure di riferimento un po’ diverse.
    Abbiamo insistito: «ma che cosa ti aspetti, che caratteristiche deve avere? ». Le risposte: «deve saper ascoltare senza giudicare», «deve riuscire a fare vedere all’altra persona dove sba- glia», «deve realmente capire i bisogni» e «deve trasmettere serenità ed entusiasmo per la vita».

    TIRANDO LE SOMME...

    Tirando le somme, i giovani hanno davvero due velocità: sono camaleonti adattabili al dinamismo incalzante, si adattano a realtà dinamiche con cui interagiscono, sono ricci che erigono barriere nei confronti delle istituzioni, sono disposti ad adattarsi con grande flessibilità ma senza rinunciare a sognare.
    Per il tema occupazionale, abbiamo constatato che non c’è molta soddisfazione sul guadagno, sul profilo di studi, sugli investimenti, dal punto di vista della formazione. Però allo stesso tempo vogliono una famiglia, un luogo di rifugio, almeno due figli, e se possibile anche qualcuno in più. Sono consapevoli che l’Italia stia andando nella direzione sbagliata, ma loro stessi sono più ottimisti degli adulti rispetto alla estrazione personale. La loro felicità è, più che altro, una emozione estemporanea; si sono abituati sostanzialmente a fare dei compromessi sostenibili in una situazione non facile per loro. Le figure che li accompagnano sono figure tradizionali, sorprendentemente come la mamma, figure all’interno del nucleo familiare. Entra molto in gioco la famiglia, e c’è una migliorata relazione tra genitori e figli rispetto alle generazioni passate. La mamma è la principale figura di riferimento, soprattutto perché disinteressata, e pensa solo al bene del proprio figlio, sa ascoltare senza giudicare, esattamente come sanno fare gli amici.
    L’aspetto educativo è strettamente correlato all’aspetto relazionale: l’idea di non essere giudicato, di pensare al bene dell’altro.
    Pochi i giovani che non hanno una figura di riferimento, e non ce l’hanno al momento perché dicono che non l’hanno trovata. Alcuni però dicono di poterne fare a meno, e di cavarsela da soli. Il «parroco», come le altre figure religiose, ad oggi, non sembra rappresentare un significativo punto di riferimento per i giovani, nonostante la fiducia in Papa Francesco e nonostante anche la fiducia nella chiesa sia decisamente più elevata rispetto alla fiducia che i giovani esprimono nei confronti di altre istituzioni, in particolare quelle di rappresentanza.
    Un identikit dei «nostri» giovani», quelli con cui l’operatore pastorale oggi deve fare realisticamente (ma con ottimismo) i conti.