Michael Longhi *
(NPG 14-04-77)
Arrivo al porto di Genova in una fredda mattina di febbraio. Un invito mi porta sul mare ad ascoltar parlare di giovani e di pastorale giovanile. C’è il Convegno Nazionale. Il primo, per me. Il tredicesimo per la storia di quanti in queste acque navigano da tempo. Arrivo a Genova e il cielo coperto non mi aiuta certamente a trovare quella bella poesia suggeritami dal titolo dell’evento: “Tra il porto e l’orizzonte”. Le nubi e gli edifici non concedono al mio sguardo di assaporare l’orizzonte del mare aperto. La pioggia mi impedisce di scoprire il porto antico. Ma l’invito mi conduce qui, in questo luogo. Accogliere un invito è affidarsi: è farsi ospite, quindi farsi accompagnare in una terra, in una casa che non conosci, che non è la tua. È accettare di cambiare lo sguardo. Me l’hanno ripetuta spesso, a Genova, la questione dello sguardo. Non è mai uno solo. Ce ne sono parecchi. Si deve smettere di pensare che l’orizzonte si vede solo guardando il mare, l’orizzonte può essere anche il porto. Si deve smettere di pensare che l’unico orizzonte possibile sia il tuo. Non è così. Per far ciò mi sono fidato. Di chi mi ha accolto. Di chi mi ha raccontato il suo orizzonte. Di chi ha studiato l’orizzonte, ed è più esperto di me. Di chi forse non lo ha ancora del tutto trovato. Ed ora eccomi qui a raccontare di quello sguardo che Genova ha dato al mio essere educatore.
La foschia
Essere educatore non è semplice. In primis, perché dico bene, si è educatori, non lo si fa. Sembra un’inezia ma non lo è. Una semplice parola cambia il modo di vivere il proprio compito.
Essere educatori e vivere la pastorale giovanile non è semplice. Perché se sei educatore e vivi relazioni con i giovani, in queste non puoi metterti una maschera, in gioco c’è tutta la tua vita. Essere educatori è essere testimoni. E la testimonianza, per essere vera, deve fondarsi su solide basi. Deve avere una parola capace di guidarti anche nelle difficoltà. Anche nella foschia; e la foschia è spesso presente in una relazione educativa.
Cosa intendo quando parlo di foschia? La foschia, per un educatore, è sicuramente l’incertezza della meta, o meglio, l’incertezza data dalla libertà di ciascuno. Tu ti muovi, sproni, agisci con forza e quantità, ma del frutto del tuo servizio, dell’esito, non ne sei il proprietario. Non saprai mai se quanto fai, quanto spendi, quanto semini sarà abbastanza. È una delle regole del gioco: “dell’abbondanza gratuita, della tua cura, non sarai tu a beneficiarne”. Questa foschia da un lato è un grande bene: evita agli educatori l’errore diffusissimo - che spesso si compie - di rimandare a sé il tutto. Di essere protagonisti. Educatori “One Man Show”, di quelli capaci di smuovere folle, di far divertire, di essere anche efficaci. Ma non veri. Perché o sei con me o non sei. O sei come me o non sei.
Rileggo, in questo rischio, l’invito di mons. Brambilla a far riconoscere al donatario di ogni azione educativa l’esigenza di far proprio lo stile, far propria la vita evangelica. Dall’altra questa foschia ti lascia un po’ alienato. Perché spesso non va, spesso si sbaglia, spesso non riesci a mostrare una via giusta. Spesso i giovani si allontanano per seguire vie più semplici e più comode. La foschia è non essere formati al proprio compito. O, peggio, pensare di sapere già tutto. Lo diceva bene don Ricca nella sua relazione: «l’educatore deve essere in continua formazione». Un’esigenza che è cura di sé e del giovane tuo prossimo. Essere educatori pronti e formati è la base per non correre il rischio di improvvisare. Di perdere la meta e la strategia. La foschia è intraprendere viaggi che non hanno obiettivi seri, col rischio di fermare tutto il cammino al solo divertimento, al solo evento. Siamo spesso impegnati a costruire tantissime occasioni in cui ci preoccupiamo principalmente di far divertire i giovani. Quello che conta è la musica e la “macchina del fumo” (foschia, appunto). Quello che conta è far divertire, non rendere felici. E tra divertimento e felicità, la differenza è tanta. La foschia, infine, è sicuramente il contesto in cui ci troviamo a operare, a vivere il nostro servizio pastorale. Una foschia che non invoglia i giovani a trovare un obiettivo verso cui spingersi. È la foschia della superficialità relazionale, delle incertezze sociali, della mancanza di valori solidi. È l’instabilità. È la mancanza di un orizzonte. Ecco alcune grandi difficoltà che ritrovo nel mio cammino pastorale con e per i giovani.
Il porto
A Genova questa foschia l’ho vista e vissuta. L’ho condivisa nelle fatiche comuni e nei racconti dei relatori che presentavano un quadro non paradisiaco del contesto in cui ci troviamo a vivere. Però proprio in questa foschia mi sono ritrovato parte di un cammino comune e condiviso: quello del desiderio di cura. Ecco il grande tema del convegno: la cura educativa. Nella foschia e nell’incertezza ho trovato un punto fermo. Un posto sicuro, un porto certo. Che mi mostrava come - seppur con grandi differenze, con storie diversissime tra loro - la cura educativa, il desiderio di attenzioni, la prossimità è prassi comune a tutte le pastorali giovanili. È un bel porto dal quale partire. Una buona base. Si diceva, a Genova, che nell’educatore si deve curare “Testa e Cuore”. Bene! Il cuore l’abbiamo. L’ho vissuto e apprezzato. Ecco una bella scoperta che il porto di Genova mi ha lasciato.
Il faro
Testa e cuore non bastano. Non basta la formazione, la strategia, una attenta progettazione. La razionalità è sì necessaria, ma deficitaria. Non la completa neppure la volontà. Fondamentale - l’abbiamo scoperto insieme - l’essere educatori desiderosi di cura. Ma non basta neppure una immensa bontà d’animo. A Genova, insieme, ci siamo ridetti l’importanza di un Faro che illumini ogni nostro gesto. Centrale in questa presa di coscienza il ricco contributo donatoci da don Sala. Non possiamo presupporre l’azione del messaggio evangelico in questo nostro compito! È porto e orizzonte. È cammino e senso di ogni nostra azione. Ecco perché essere educatori non basta. Pastorale giovanile significa testimonianza. Non è questione di «un servizio educativo, pur ottimo che sia». Serve sempre rimandare alla centralità e la bellezza dell’incontro con Cristo. E di questa bellezza raccontarne («mostrare la convenienza» diceva don Sala) e viverne (testimoni credibili e «portatori di bellezza» diceva don Ricca) ogni attimo. Solo con una viva spiritualità che abiti il nostro essere educatori e testimoni possiamo intraprendere il viaggio educativo appoggiati e aiutati dalla forza e dalla luce del Signore.
Il viaggio
Il convegno si è chiuso con l’invito a porre tutte queste parole condivise nel porto in ciascun singolo viaggio e servizio. Testa, cuore e spirito al servizio delle pastorali giovanili tutte. Magari condividendo quanto di buono appreso a Genova con le comunità educanti diocesane. È un compito che mi porto dietro. Insieme all’immagine, bella, che racconta di uno stile di vivere il proprio compito. Quella di Antoine de Saint-Exupéry, regalataci da mons. Brambilla: «se vuoi costruire una nave non richiamare prima di tutto gente che procuri la legna, che prepari gli attrezzi necessari, non distribuire compiti, non organizzare lavoro. Prima risveglia invece negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, gli uomini si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”. Il convegno ha saputo risvegliare in me questa nostalgia. Ora sta a me, con la mia vita, provare a risvegliarla negli altri.
L’orizzonte
Me ne parto dal porto di Genova tre giorni dopo. Il tempo è cambiato rispetto al mio arrivo. Un timido sole apre l’orizzonte. Che scopro non essere il mare che mi lascio alle spalle. L’orizzonte che mi aspetta è quello della mia comunità. Dei giovani che attendono e desiderano un compagno vicino nella foschia. Per costruire insieme un porto, e farci illuminare dalla bellezza di un Faro capace di guidarci verso l’unico vero Orizzonte: il Suo.
* Educatore e studente di Scienze Religiose. Collabora da diversi anni con l'ufficio di PG diocesana di Bergamo (Upee).

