Francesco Motto
(NPG 2014-06-24)
Sono numerose le prospettive secondo le quali si può leggere la vicenda biografica di don Bosco e anche i suoi scritti. L’ampia letteratura disponibile ne offre indiscutibili prove, anche se va detto subito che non tutte le interpretazioni date sono convincenti, fondate, valide. I condizionamenti di schemi acriticamente ripetitivi e i pregiudizi vanno spesso di pari passo con forme retoriche e deformazioni, per non dire di caricature, che magari hanno trovato qualche credito sulla stampa.
Nostro intento in questo momento è però semplicemente quello di rispondere ad una precisa domanda: se e quale tipo di protagonismo giovanile apostolico don Bosco ha realizzato nel proprio percorso formativo e quale protagonismo giovanile apostolico ha promosso nei giovani da lui educati. In altre parole, care a papa Francesco: nella vicenda storica di don Bosco si può parlare, senza forzature ideologiche, di giovani come discepoli-missionari (EG 119-121) nella pastorale ordinaria, in quella delle persone che non vivono le esigenze del battesimo e in quella di coloro che non conoscono Gesù Cristo (EG14).
Precisato subito che il linguaggio ottocentesco di don Bosco non può essere quello del secolo XXI e che don Bosco preferisce formare i giovani attraverso racconti di esperienze e narrazioni di vita, anziché costruzioni di schemi, definizioni, sistemi teorici, complesse dottrine, credo che la risposta possa essere positiva e che si possa documentare a due livelli.
Anzitutto a livello di modelli di giovani in carne e ossa offerti all’imitazione di tutta la gioventù. Senza bisogno di ricorrere a papa Paolo VI, che 100 anni dopo avrebbe scritto che l’evangelizzazione nel secolo XX richiedeva testimoni – e non tanto maestri – don Bosco, e con lui altri educatori, direttori spirituali e agiografi del suo tempo, era convinto che presentare modelli di “giovani ben riusciti” fosse la strada migliore per stimolare l’ammirazione e l’imitazione. Tanto più se si trattava di giovani del proprio tempo, conosciuti, addirittura compagni di collegio.
Lo afferma lui stesso nell’introduzione alla vita di Domenico Savio “Intanto cominciate [o giovani] a trar profitto da quanto vi verrò descrivendo; e dite in cuor vostro quanto diceva sant’Agostino: Si ille, cur non ego? Se un mio compagno, della stessa mia età, nel medesimo luogo, esposto ai medesimi e forse maggiori pericoli, tuttavia trovò tempo e modo di mantenersi fedele seguace di Gesù Cristo, perché non posso anch’io fare lo stesso?” Ma lo ripete anche in quella di Magone: “Voi troverete qui parecchie azioni da ammirare, molte da imitare, anzi incontrerete certi tratti di virtù, certi detti che sembrano fino anche superiori all’età di quattordici anni. Ma appunto perché sono cose non comuni mi parvero degne di essere scritte". E si potrebbe dire altrettanto di altri racconti biografici e delle stesse autobiografiche Memorie dell’Oratorio, nel cui prologo precisa immediatamente le finalità del suo elaboratissimo manoscritto: “Servirà di norma a superare le difficoltà future prendendo lezione dal passato; servirà a far conoscere come Dio abbia egli stesso guidato ogni cosa in ogni tempo”.
Dunque anche la sua esperienza, raccontata con la precisa intenzione di tracciare un itinerario di una vita e insieme di una vocazione carismatica, diventava una sorta di percorso ideale da seguire, un preciso programma di azione se si volevano raggiungere gli stessi suoi positivi risultati.
In secondo luogo a livello di scelte operate, di opzioni preferenziali, di strategie messe in campo lungo la sua vita di educatore. A riguardo non basta la lettura dei pur numerosi scritti. Deve essere preso in considerazione pure tutto il vissuto di don Bosco, le attività da lui svolte, le iniziative e proposte che ha lanciato ai giovani, riuscite o meno, di breve o di lunga durata. Com’è noto, don Bosco scritti e vita si illuminano a vicenda. E’ quello che tentiamo ora di fare.
Don Bosco, fanciullo e giovane, modello di apostolo fra i compagni
Non dovrebbe essere ignoto agli appassionati di don Bosco come lui stesso all’età di quasi 60 anni si sia deciso a redigere per i suoi la storia dei suoi primi 40 anni di vita, quelli in cui, a suo giudizio, la Provvidenza lo aveva preparato a dar vita alla società salesiana. Rileggendo da adulto gli avvenimenti dei primi decenni di vita, egli vi scorge tutta una preparazione alla sua missione di apostolo dei giovani, un’autentica vera anticipazione del futuro. Non per nulla considera la sua infanzia e giovinezza (1825-1835) come già Memorie dell’Oratorio (che invero nascerà solo verso la metà del secolo). E difatti gli avvenimenti scelti e il modo stesso di raccontarli assurgono deliberatamente al ruolo di eventi-simbolo della missione e del metodo salesiano per i suoi “figli” e per chi vuole a lui ispirarsi.
Soffermiamoci rapidamente su due momenti particolari, quelli che potremmo definire appunto l’Oratorio (ante litteram) al suo paese e nella cittadina di Chieri.
Semplice contadinello dei Becchi, Giovannino (Bosco) – come racconta lui stesso – scoprì in se stesso particolari doti di intelligenza, di cuore e destrezza fisica. Non se le tenne solo per sé. Con il consenso della mamma li mise al servizio della formazione religiosa dei suoi compagni uditori e spettatori che fossero: “Prima e dopo i miei racconti facevamo tutti il segno della santa croce colla recita dell’Ave Maria…. Quando ogni cosa era preparata e ognuno stava ansioso di ammirare novità, allora li invitava tutti a recitare la terza parte del Rosario, dopo cui si cantava una lode sacra. Finito questo montava sopra una sedia, faceva la predica, o meglio ripeteva quanto mi ricordava della spiegazione del vangelo udita al mattino in chiesa; oppure raccontava fatti od esempi uditi o letti in qualche libro. Terminata la predica si faceva breve preghiera, e tosto si dava principio ai trattenimenti".
Pure l’esperienza di Giovanni, giovane studente per quattro anni a Chieri (1831-1835), può essere letta in chiave di autoformazione personale e di apostolato. Basti pensare alle affascinanti sfide con il saltimbanco, unicamente motivate dalla volontà di non allontanare i giovani della cittadina dalla frequenza alle funzioni religiose domenicali. Basti pensare alla fondazione della famosa “società dell’allegria”, i cui due soli articoli regolamentari erano di ispirazione prettamente religiosa: “1° Ogni membro della Società dell’Allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon cristiano; 2° Esattezza nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi".
Adolescente lontano da casa, Giovanni sentiva il bisogno di amicizie con cui crescere. Fra i tanti compagni scelse quelli con cui poteva scambiare buoni pensieri e condividere momenti di devozione. Si radunava in casa di qualcuno di loro “per parlare di religione", intrattenersi in "pie conferenze, letture religiose, in preghiere”, scambiarsi “buoni consigli” e correggersi “a vicenda i difetti personali che taluno avesse osservato, o ne avesse da altri udito a parlare”.
Fra i compagni migliori si distingueva il giovane Luigi Comollo, con il quale Giovanni intrecciò una profonda relazione spirituale, al punto da scrivere che da lui aveva cominciato a imparare a vivere da cristiano. Ed appena ebbe l’occasione di far amicizia con un giovane ebreo, Giona, non se lo lasciò sfuggire. Ne favorì la conversione al cristianesimo, affrontando l’irosa reazione della madre che non ne voleva sapere di battesimo del figlio.
Da queste poche esperienze di vita, ben selezionate e volutamente orientate in senso carismatico – una storia provvidenziale condotta direttamente da Dio per la “salvezza” dei giovani – si può già trarre una prima conclusione: Giovanni, fanciullo-adolescente, che non aveva mai udito della vocazione missionaria di ogni battezzato, che non conosceva quanto un giorno sarebbe stato chiamato l’”apostolato dei laici”, si sentì chiamato ad essere apostolo-missionario fra i compagni, a trasmettere loro, ovviamente secondo le possibilità del momento, quanto aveva imparato in famiglia, udito dal sacerdote in chiesa o a scuola, imparando sui libri a sua disposizione.
E lo fece da autentico protagonista, con un certo orgoglio e un dichiarato compiacimento, di cui poi chiede scusa fin dall’inizio del suo racconto…. Si autopropone a tutti i giovani come ragazzo religiosamente intraprendente, come giovane dalla precoce passione apostolica, docile ai suggerimenti degli educatori (mamma, sacerdoti, insegnanti) e alle mozioni dello Spirito.
Domenico Savio: collegiale modello e confondatore della Compagnia dell’Immacolata
La funzione esemplaristica è evidentissima in vari scritti biografici di don Bosco e particolarmente nelle biografie dei tre giovani allievi dell’Oratorio: Domenico Savio (1859), di Michele Magone (1861) e di Francesco Besucco (1864). Esse vengono a sostituire quelle di altri santi lontani nel tempo (s. Luigi), magari a carattere leggendario e fantastico come piaceva in età romantica, sia quella di Luigi Comollo, pur scritta da don Bosco, ma legata ad una sensibilità del primo ‘800 ormai superata dopo gli avvenimenti del 48-50. La breve vicenda biografica dei tre ragazzi allievi, molto diversi fra loro, è redatta all’unico fine di indicare una strada di vita cristiana giovanile e addirittura di perfezione percorribile da tutti i giovani, collegiali o meno. Ci limitiamo alla figura di Domenico Savio.
Don Bosco lo presenta come un allievo, sereno, che sente il preciso dovere di studiare, condividendo allegramente con i compagni tutti i momenti della giornata, anche se, dotato di straordinario spirito religioso, era incline alla preghiera e all’estasi serafica. Don Bosco sottolinea con forza questo aspetto, conoscendo probabilmente l’insofferenza degli educandi verso alcune pratiche religiose, e per questo proponeva il modello di una ragazzo che trovava gioia là dove altri sentivano noia.
Si può dire altrettanto forse per l’ansia apostolica che caratterizzava la vita del Savio in collegio: «Fu più volte udito a dire: “Se io potessi guadagnare a Dio tutti i miei compagni, quanto sarei felice!". Intanto non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare buoni consigli, avvisar chi avesse detto o fatto cosa contraria alla santa legge di Dio… Spesso ne parlava ai compagni del poco zelo che molti hanno per istruire i fanciulli nelle verità della fede”. Il pensiero di salvare anime lo accompagnava ovunque, anche in tempo di ricreazione.
Ma anche in vacanza non veniva meno alla sua vocazione di apostolo zelante: “Giunto appena in patria, vedevasi tosto circondato da fanciulli suoi pari, più piccoli, e anche più grandi, che provavano un vero piacere trattenendosi con lui. Egli poi distribuendo i suoi regali a tempo opportuno, eccitavali a star attenti alle domande, che loro faceva ora sul catechismo ora sui loro doveri. Con questi bei modi riusciva a condurne parecchi con lui al catechismo, alla preghiera, alla messa e ad altre pratiche di pietà”.
Domenico Savio poi, con alcuni dei migliori compagni, fondò con il consenso di don Bosco una sorta di società segreta, la Compagnia dell’immacolata. Gli scopi principali fissati nel Regolamento erano due. Il primo era di carattere devozionale : “Una sincera, filiale, illimitata fiducia in Maria, una tenerezza singolare verso di Lei, una devozione costante ci renderanno superiori ad ogni ostacolo, tenaci nelle risoluzioni, rigidi verso noi stessi, amorevoli col prossimo, esatti in tutto”. Il secondo obiettivo invece era apostolico: aiutare i compagni in particolare difficoltà, come gli indisciplinati, i sofferenti, i nostalgici della famiglia che avevano lasciato, gli incapaci di parlare italiano. Tali “clienti” erano presi in consegna da un membro della Compagnia il quale da “angelo custode” lo assisteva finché si fosse ben inserito in collegio. “Il servizio della carità – direbbe oggi papa Francesco – è una dimensione costituiva della missione della chiesa” (EG. 179) e la Compagnia dell’Immacolata a suo modo lo faceva già un secolo e mezzo fa.
Ovviamente alle spalle c’era sempre don Bosco che approvando il 9 giugno 1857 il Regolamento che invitava ad “edificar i compagni ammonendoli caritatevolmente ed eccitandoli al bene colle parole, ma molto più col buon esempio”, ribadiva, come condizione, che durante gli incontri settimanali si doveva sempre determinare qualche opera di carità esterna. Non per nulla da questa Compagnia sarebbero usciti i primi salesiani, Michele Rua, Giovanni Cagliero, Giovanni Bonetti e altri, al punto che don Bosco volle fosse presente in ogni sua casa.
Ovviamente non tutti i ragazzi potevano facilmente identificarsi con il pio e riflessivo Domenico Savio o lo stesso Francesco Besucco; forse per loro, soprattutto i più vivaci, sarebbe stato più facile identificarsi con lo scatenato e simpaticissimo “ragazzo di strada” Michele Magone, che partito da una condizione morale di svantaggio, raggiunse notevoli vette di maturazione spirituale e apostolica. E don Bosco non dimentica pure le bambine, con le coeve operette Avvisi alle figlie cristiane (1856) e Angelina o la buona fanciulla (1860).
Dunque la precisa intenzione di fare di tutto per “salvarsi l’anima”, e per salvare l’anima altrui – detto nel linguaggio di don Bosco – era l’obiettivo di Domenico Savio, che anelava addirittura alla conversione dell’Inghilterra al cattolicesimo. Tradotto nel linguaggio odierno il Domenico Savio proposto da don Bosco è un campione di santità giovanile, costituita dal compimento dei doveri del proprio stato (scuola, gioco, allegria, amicizie), ivi compreso quello di fare apostolato, di annunciare il vangelo in mezzo ai compagni in tutte le occasioni, anche pericolose (come nella sfida a sassate fra due litiganti).
Un associazionismo giovanile ai fini educativi-spirituali
L’associazionismo giovanile ai fini educativo-spirituali era di casa a Valdocco. Prima della Compagnia dell’Immacolata (1856)), vi era sorta quella di San Luigi (1847) con radici antiche e tradizionali e successivamente vi sorgeranno quella del SS. Sacramento (1857) nata dal preesistente Piccolo Clero e di San Giuseppe (1859) per gli artigiani. Tutte avevano uno statuto regolato da uno stesso orientamento devozionale, ma in certa misura ciascuna contribuiva a rendere i giovani attivi collaboratori con gli educatori nella propria maturazione alla libertà adulta. I membri diventavano infatti i fedeli alleati dei Superiori nell’attuare i fini educativi dell’Istituzione e nell’osservare con serenità e precisione i minuti regolamenti ivi in vigore.
Se un adulto era in qualche modo presente come supervisore, non doveva però essere il direttore, come scrive appunto nei Ricordi confidenziali a don Rua “Il Piccolo Clero, la Compagnia di San Luigi, del Santissimo Sacramento, dell’Immacolata Concezione siano raccomandate e promosse. Dimostra benevolenza e soddisfazione verso coloro che vi sono ascritti; ma tu ne sarai soltanto promotore e non direttore; considera tali cose come opera dei giovani la cui direzione è affidata al catechista”.
Sullo stesso piano educativo di tali forme associazionistiche si ponevano le “Conferenze San Vincenzo de Paoli degli Oratori di Valdocco, di san Luigi e dell’Angelo Custode. Qualificate come “Conferenze annesse” a quelle ufficiali della città di Torino, di cui don Bosco era membro, esse contemplavano, ancora una volta, la ricerca, tutti assieme, della santificazione dell’anima propria e altrui perseguita con lo stesso ardore della distribuzione degli aiuti materiali ai bisognosi. Anche le “conferenze”, con le loro sedute comuni all’Oratorio e le loro opere di carità all’esterno, venivano così ad essere valida esperienza di crescita apostolica per i giovani, un autentico allenamento a diventare adulti ricchi di fede, zelanti e generosi.
Prova generale di carità operativa a Valdocco era stata fatta allo scoppio del colera nell’estate 1854. In tale occasione don Bosco (con la piena collaborazione di mamma Margherita) si dedicò all’assistenza ai malati nelle case e negli improvvisati lazzaretti, in risposta all’invito del sindaco di non abbandonare i malati. Chiese la collaborazione dei suoi giovani più grandi che a decine, nonostante i rischi di cadete vittime dell’epidemia, si offersero volontari. Fu una scuola di vita e fra loro Rua e Cagliero, che pochi mesi prima (gennaio 1854) avevano voluto impegnarsi privatamente a “fare coll’aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di farne un voto al Signore”.
I sogni: una strategia formativa per i salesiani
Don Bosco è l’uomo dei sogni e delle visioni. Se ne conoscono oltre cento e si prestano a molteplici interpretazioni storiche, tenuto ben presente che erano sempre riservati al proprio pubblico di giovani e di salesiani e che lo stesso sognatore esortava a non concedere ad essi particolare fede. Ciò detto è un fatto che determinati sogni, raccontati ai salesiani, hanno particolare significato nel frangente storico della congregazione in cui veniva raccontato. A don Bosco interessava particolarmente l’impatto e l’efficacia che il sogno, la visione, il resoconto onirico poteva avere sulla vita spirituale degli ascoltatori, sul loro impegno di vigilanza e di fedeltà alla missione cui erano chiamati. Fra i tanti stralciamo quello dei nove anni, che sembra si sia ripetuto più volte e quello del pergolato di rose.
Nel primo sogno il piccolo Giovanni, dopo aver cercato con la forza di far tacere i fanciulli che in un cortile bestemmiavano, viene invitato da un uomo venerando a mettersi «alla testa di que’ fanciulli aggiugnendo queste parole: “Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti adunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”. Poi di fonte a fanciulli sostituiti da una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, orsi e di parecchi altri animali, una donna lo invita a rendersi "umile, forte, robusto" onde trasformare quegli animali feroci in "altrettanti mansueti agnelli, che tutti saltellando correvano attorno belando come per fare festa a quell’uomo e a quella signora».
Il sogno sarebbe tornato nel’ottobre del 1844 al momento in cui doveva trasferire l’Oratorio. Don Bosco si trova in mezzo a massa di lupi, di capre e caprette, di agnelli, pecore, montoni, cani e uccelli che facevano schiamazzo, una pastorella l'invita a non fuggire ma ad accompagnare il gregge preceduto da lei e ad ogni sosta molti animali si cangiavano in agnelli, il cui numero andavasi ognor più ingrossando.Arrivati ad un prato gli animali saltellavano e mangiavano insieme tranquillamente.
Poi sogna un cortile, con una chiesa e si accorge che 4/5 degli animali si erano trasformati in agnelli e sopraggiungevano parecchi pastorelli per custodirli, i quali però si fermavano poco e se ne andavano. «Allora succedette una meraviglia: Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri». Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili. (…)
Alla luce di quanto in effetti avvenne in seguito con la fondazione della società salesiana, iniziata con personale avventizio e fondata invece su basi sicure con giovani cresciuti all’Oratorio, è facile ritrovare il significato di quei pastorelli, che, arrivati da non sia dove, non rimangono con don Bosco e di quegli agnelli (ragazzi del gregge) che invece si trasformano in pastori.
Altrettanto facile da interpretare è il famoso sogno del pergolato di rose che la Madonna invitò don Bosco a percorrere. Camminando scalzo per non sbriciolare le rose, si accorse presto che sotto di esse si trovavano le spine, per cui ritornò sui suoi passi per calzare le scarpe. Colà si trovò circondato da numerosi compagni che gli chiesero di accompagnarlo. Accettò ma allorquando quei chierici, preti e laici si accorgono delle spine, non pochi tornarono indietro gridando "siamo stati ingannati! ". A nulla valse l’insistenza di don Bosco di riprendere il cammino. Fortunatamente “vedo avanzarsi verso di me uno stuolo di preti, chierici, secolari, i quali mi dissero: – Eccoci; siamo tutti suoi, pronti a seguirla. Anche se alcuni scoraggiati si fermarono, una gran parte di essi giunse con me alla meta“.
Come si legge tra le righe, don Bosco, dopo gli iniziali fallimenti con preti, chierici e laici avventizi, si accorse che i “pastori” doveva trovarli nel ‘suo gregge’: si chiamavano Rua, Cagliero, Francesia, Cerruti, Bonetti…. Toccava a lui giorno dopo giorno farli crescere spiritualmente, formarli religiosamente ed educarli al sistema preventivo educativo, fino al punto di sentirli e farli sentire vero confondatori della sua Congregazione, protagonisti, come lui, di una missione divina.
La dimensione missionaria all’estero
Nell’800 lo spirito missionario già vissuto in patria da molti, si manifesta in misura crescente nella vocazione alla “missio ad gentes”. Prende piede un ampio movimento convergente dall’alto e dal basso, sostenuto dall’azione coordinatrice della Gerarchia e dei papi in persona (Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII).
In questo contesto nacque la Società salesiana, grazie anche allo spirito "missionario" di don Bosco, che ancora prete diocesano alla pastorale strutturata preferì la ricerca di quanti sono "lontani" e "fuori". La sua “missione giovanile interna" diventò in effetti la piattaforma ideale delle “missioni estere". La svolta missionaria avvenne nel 1875, allorquando la "Congregazione degli Oratori" degli anni cinquanta, diventata la società salesiana nel 1859, diventò anche una sorta di "Istituto per le missioni estere". Il salesiano fino allora semplice “missus ad iuvenes” divenne ”missus ad gentes”. Fu un balzo connaturato con l’indole di fondatore, a cui l’impazienza pastorale non consentì di fermarsi ai traguardi raggiunti e spinse a dare, con nuove mete, accresciuto dinamismo alla sua Società religiosa. Alla sua epoca, anche se non ci si esprimeva nei termini attuali di natura missionaria della Chiesa in quanto comunità di evangelizzati e di evangelizzatori, le missiones ad gentes ebbero un forte rilancio ecclesiale, soprattutto all’indomani del Concilio Vaticano I (1868-1869).
Nel discorso di addio l’11 novembre 1875 don Bosco prese come tema le parole del Vangelo: “Ite in mundum universum, docete omnes gentes, praedicate evangelium meum omni creaturae” e affermava: "Con queste parole il divin Salvatore dava un comando; non un consiglio, un comando di andare nelle missioni a predicare il suo Vangelo". Quindi, li proclamava "missi" dalla Chiesa e dal suo Capo: "Sì, partite pure, andate ad annunziare il vangelo e ad amministrare i sacramenti in quelle regioni, ma ricordatevi che la Chiesa è una, tanto in Europa come in America. La Provvidenza che ci governa qui, vi governa là. Gesù Cristo è salvatore delle anime che sono qui come di quelle che sono là”.
Non bastava dunque il semplice cuore missionario; era necessario l’avvallo ufficiale del papa e in lui della Chiesa. E a chi rivolgeva queste parole, se non a giovanissimi salesiani, a giovani ascritti, addirittura ad allievi dei collegi salesiani colà riuniti? Don Bosco lancia la vocazione missionaria, spinge i giovani ad avere il coraggio di guardare il mondo oltre il proprio orizzonte e a mettersi a disposizione per evangelizzarlo. Valeva la pena investire tutte le loro energie perché il vangelo potesse giungere tanto agli emigrati italiani dell’Argentina, che erano in estremo pericolo di dimenticarlo, agli indios della Patagonia, là dove non era arrivato. I giovani salesiani diventano così veri protagonisti di una inedita evangelizzazione.
Conclusione
Don Bosco, figlio di un cattolicesimo ottocentesco che lungo il secolo ritrova nuovo vigore trasformandosi da intimistico in militante, caritativo, sociale, ha messo al centro della sua sensibilità pastorale il “grande affare” della salvezza dell’anima. A suo dire, ciascuno è chiamato a provvedere personalmente, a farsi cioè protagonista di questa riuscita spirituale nel tempo e nell’eternità. Ma il modo migliore di farlo è quello di operare per la salvezza altrui, sia dei propri vicini da riconquistare alla fede, sia dei lontani da avvicinare per la prima volta alla fede. Lo zelo per le anime che ha caratterizzato la vita di don Bosco, di Domenico Savio, delle varie Compagnie salesiane, dei Salesiani in genere, tanto in patria che all’estero, non è troppo distante, linguaggio a parte, dalla “nuova evangelizzazione” proposta da papa Francesco. Di discepoli-missionari desiderosi di collaborare alla missione redentrice di Cristo e rinnovamento del mondo, di giovani protagonisti della propria e altrui crescita spirituale, fino a raggiungere le vette della santità, è ricca la storia salesiana, che dunque ancor oggi parla a chi vuol sentire.

