(2014-01-40)
• Visione del film "Caterina va in città"
(Regia di Paolo Virzì, Italia, 2003)
È la storia di Caterina, una ragazza di tredici anni che si trasferisce insieme alla famiglia dal paesino di provincia Montalto di Castro in un quartiere popolare di Roma, nella casa dei suoi nonni. Il padre, frustrato insegnante di ragioneria, vorrebbe per la figlia quello che lui non è riuscito ad ottenere, e cioè che frequenti gente illustre e prestigiosa. Caterina, ragazza semplice e ingenua, sarà dunque catapultata in un ambiente ostile alle ragazzine come lei e sarà costretta a seguire ora una moda e ora l'altra, pur di integrarsi in una realtà che lascia molti nell’anonimato. Gli adulti protagonisti della pellicola sono spesso schizofrenici e isterici, concentrati sulle proprie ideologie e ambizioni, incuranti e complici dei propri figli, impreparati rispetto ai compiti genitoriali di guida e di ricerca dell’autenticità dei più giovani.
Spunti per la riflessione
- “Non mi dò pace. Qualcosa di me combatte contro qualcos’altro. Mi chiedo dov’è andato a finire il mio io di prima e il mio io di ora sono veramente io?”: queste parole rappresentano l’intensità della ricerca identitaria dei ragazzi e delle ragazze e l’inquietudine che tante volte invade il loro animo.
- Caterina, stanca degli insulti e delle amicizie opportunistiche, dopo una rissa a scuola scappa e girovaga per la città. È il simbolo della rottura di uno stato di cose che la turba e la disorienta e il desiderio di ritrovare se stessa. Si rifugia dall’amico americano vicino di casa che la vede ogni giorno dalla finestra e che, come specchio, gli narra i suoi cambiamenti repentini e le dinamiche della sua famiglia, chiedendole “Ma tu chi sei veramente?”.
- “Noi siamo persone che possiamo contare solo sulle nostre forze e che proprio per questo ce la potevamo fare, invece mi sbagliavo. Siamo vittime”. Il riscatto dall’anonimato e la ricerca di senso della propria vita sono i desideri profondi che muovono i genitori di Caterina nei dialoghi accesi e nei gesti alle volte sconsiderati. Essere guide nell’erranza dei più giovani richiede di riconoscere la necessità di riconoscere di essere personalmente erranti e bisognosi di essere, anch’essi, guidati.
- Il film inizia con un viaggio, dal paesino alla città, e termina con altri viaggi, la fuga del padre in moto e la vacanza di Caterina e sua mamma al mare. Come possiamo considerare queste erranze?
- “Ho trovato una spiegazione a tutto questo in un documentario scientifico alla Tv. Dicevano che al contrario dei pesci che coi loro occhi guardano di lato e delle mosche che guardano dappertutto, noi uomini possiamo solo guardare avanti”: il progetto esistenziale è ciò che dà senso ai cambiamenti e ai passaggi di Caterina, alle trasformazioni della sua famiglia e che orienta e concretizza sogni e prospettive future. Caterina, infatti, sembra approdare all’autenticità esistenziale e a dar forma alla sua identità, dopo tanto vagare …
• Ascolto della canzone “Sì viaggiare”
(Lucio Battisti)
Quel gran genio del mio amico
lui saprebbe cosa fare,
lui saprebbe come aggiustare
con un cacciavite in mano fa miracoli.
Ti regolerebbe il minimo
alzandolo un po'
e non picchieresti in testa
così forte no
e potresti ripartire
certamente non volare
ma viaggiare.
Sì viaggiare
evitando le buche più dure,
senza per questo cadere nelle tue paure
gentilmente senza fumo con amore
dolcemente viaggiare
rallentare per poi accelerare
con un ritmo fluente di vita nel cuore
gentilmente senza strappi al motore.
E tornare a viaggiare
e di notte con i fari illuminare
chiaramente la strada per saper dove andare .
Con coraggio gentilmente, gentilmente
dolcemente viaggiare.
Quel gran genio del mio amico,
con le mani sporche d'olio
capirebbe molto meglio;
meglio certo di buttare, riparare
Pulirebbe forse il filtro
soffiandoci un po'
scinderesti poi la gente
quella chiara dalla no
e potresti ripartire
certamente non volare ma viaggiare.
Si viaggiare…
Spunti di riflessione
- “Quel gran genio del mio amico/lui saprebbe cosa fare, /lui saprebbe come aggiustare /con un cacciavite in mano fa miracoli”: molto spesso, sia come educatori nei confronti dei ragazzi, sia come erranti che chiediamo aiuto ad altre guide, ci appoggiamo a logiche risolutorie e riparative. In quali occasioni ed esperienze ciò si manifesta? Quale diverse prospettive si possono coltivare?
- “Evitando le buche più dure/Dolcemente viaggiare/rallentando per poi accelerare”: alcune espressioni nel testo si riferiscono a modalità di essere in viaggio: quali condividi e quali aggiungeresti? Quali possono essere le buche più dure in un viaggio? In cosa non vorresti mai incappare come educatore?
- “Sì, viaggiare”: l’espressione di disponibilità racchiusa nel “sì” ci ricorda altri “sì” importanti e la necessità di un impegno personale nell’intraprendere un cammino di vita. Quando ti è capitato di ripartire e di dover dire “sì” all’impegno educativo? Cosa è significato?
• Ascolto della canzone “Come il sole all’improvviso”
(Zucchero)
Nel mondo
io camminerò
tanto che poi i piedi mi faranno male
io camminerò
un'altra volta
e a tutti
io domanderò
finché risposte non ce ne saranno più
io domanderò
un'altra volta
Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
male che come il sole all'improvviso
scoppierà scoppierà.
Nel mondo
io lavorerò
tanto che poi le mani mi faranno male
Io lavorerò
un'altra volta.
Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
tanto che come il sole all'improvviso
scoppierà, scoppierà
Nel mondo
tutti io guarderò
tanto che poi gli occhi mi faranno male
ancora guarderò
un'altra volta.
Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
tanto che come il sole all'improvviso
scoppierà, scoppierà
Nel mondo
tutti io guarderò
tanto che poi gli occhi mi faranno male
ancora guarderò
un'altra volta.
Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
male che come il sole all'improvviso
scoppierà, scoppierà.
Spunti per la riflessione
- Questo testo può essere definito come l’ “inno” dell’educatore-viandante, perché? Su cosa ci induce a riflettere?
- “Domandarsi, guardare, lavorare, amare…”: sono le azioni-chiave su cui si punta l’attenzione: cosa ne pensi in riferimento alla tua esperienza personale? Quali verbi aggiungeresti?
• Visione del film "Il ladro di bambini"
(Regia di Gianni Amelio, Italia, 1992)
Antonio è un giovane carabiniere che ha il compito di trasferire da Milano ad un orfanotrofio di Civitavecchia l’undicenne Rosetta, prostituita dalla madre, e il suo fratellino Luciano. Purtroppo, però, qui i ragazzi non possono essere accolti e il viaggio prosegue per un Istituto della Sicilia, passando dalla Calabria, terra d’origine del carabiniere. Tutto il film ruota attorno al rapporto tra il giovane e i bambini, un rapporto di progressivo avvicinamento, conoscenza, coinvolgimento emotivo.
Spunti per la riflessione
- Antonio dopo poche ore di viaggio viene lasciato solo dal collega carabiniere; si trova così ad avere la piena responsabilità del viaggio e dei ragazzini. Il collega, prima di andarsene, gli suggerisce di togliersi la divisa, ma incerto dell’utilità e del significato di questo gesto la indossa ancora per un po’. La divisa, probabilmente, lo rassicura, legittima il suo ruolo e gli indica implicitamente quale comportamento tenere. Il primo passaggio in questa esperienza è quindi proprio quello di “spogliarsi” dai ruoli precostituiti.
- Le difficoltà lungo il viaggio non sono poche: Luciano ha l’asma e non vuole mangiare, Rosetta ha spesso desiderio di silenzio e di fuga. Il rifiuto dell’orfanotrofio a prendere i bambini rende tutto più complesso. È in questo momento che Antonio si interroga fortemente sul suo compito: “Questo è il lavoro dell’assistente sociale, è lavoro di femmine. Io me ne laverei le mani…”. Le domande di Antonio si intrecciano con quelle di Rosetta: “Che viaggio ti hanno fatto fare? A me non mi prendono da nessuna parte…”. Le domande sul “fare” nascono, in realtà, la ricerca di senso, la comprensione più profonda d ciò che sta avvenendo nella loro vita. Antonio risponde prendendosi cura dei ragazzi e rischiando anche qualcosa di sé, della sua carriera.
- Una tappa importante del viaggio è quella in Calabria, dove i ragazzi incontrano la famiglia del carabiniere; qui imparano, infatti, pian piano non solo a vedere l’adulto nel suo ruolo, ma nella rete affettiva e nei sentimenti ed emozioni che egli vive. Antonio si “svela” nel dialogo con la nonna, nella foto e nei racconti di quand’era bambino, nei progetti futuri. Cresce anche il senso di protezione del carabiniere nei confronti dei ragazzi; non è più solo una protezione istituzionale, ma emotiva, affinché non vengano nuovamente “colpiti” dai pregiudizi del mondo adulto.
- La sosta al mare rappresenta un altissimo momento esistenziale ed educativo. Antonio invita Luciano a fare dei respiri profondi; poi lo porta in acqua e gli insegna a nuotare. Il contatto fisico, i sorrisi, i gesti di sostegno e di affidamento e anche la spesa economica di cui il carabiniere si fa carico personalmente, e di cui i ragazzi si accorgono ne fanno un’esperienza unica, che resterà iscritta nel percorso di entrambi. Il bambino, infatti, delinea già una continuità e un desiderio di amicizia futura; chiede al carabiniere se prende l’indirizzo e se andrà a trovarli e Antonio offre la sua piena presenza: “Ormai ti ho preso in custodia e non ci perdiamo più…”.
- Nel dialogo tra Antonio e il collega emerge tutta la complessità della giusta distanza, del difficile equilibrio tra ruolo e presenza, tra fare ed esserci: “Sai cosa ti costa quello che hai fatto? L’espulsione per sequestro di persona. Non dovevi entrare nell’arma, ma nella croce rossa. Dovevi solo eseguire gli ordini”. La domanda di senso iniziale si ripresenta e si estende: come si concretizza la rete di sostegno ai minori? Le istituzioni possono essere sorde ai bisogni e alle vicende dei più giovani? Alcune figure sono chiamate ad eseguire gli ordini o possono (e devono) anche maturare un’attenzione educativa ed essere presenti come persone?
- La conclusione del viaggio riassume il percorso dei tre protagonisti: i bambini, pur nel disorientamento a cui devono far fronte, imparano a ridiventare bambini e ad assaporare i momenti di gioco, l’esperienza diretta con le cose, la presenza disinteressata dell’adulto; il carabiniere farà i conti con la sua sensibilità e con il desiderio di aiutare gli altri e affermare la giustizia. I ragazzi, mentre prima risultano tra loro distanti e aggressivi, imparano a prendersi cura l’uno dell’altro e a sostenersi reciprocamente.
• Visione del film "In viaggio con Evie"
(Regia di Jeremy Brock, Gran Bretagna, 2006)
Ben è un ragazzo che si appresta a varcare la maggiore età, scrupoloso e ligio al dovere: il suo papà è il pastore reverendo del paese e sua madre è tutta dedita al volontariato e all’aiuto del prossimo. Ben, su indicazione della mamma, inizia a lavorare presso un’anziana del quartiere per ricavare soldi per il volontariato e incontra così la signora Evie, attrice e poetessa, donna eclettica, irrispettosa, energica e allegra che sconvolge il mondo e l’impostazione educativa di Ben ma gli permette di trovare spazi personali di conoscenza e autenticità. Ben imparerà così non solo a guidare l’auto, ma ad orientare la sua vita al meglio, in rispondenza a ciò che sente di essere e non tanto alle aspettative altrui.
Spunti per la riflessione
L’intera pellicola è discutibile dal punto di vista educativo e ha un linguaggio non sempre adatto ai ragazzi, ma è interessante soprattutto per gli adulti perché mostra alcuni elementi importanti in relazione all’essere guida.
- Presenta alcuni modi di essere guide per i ragazzi: la mamma di Ben, con una forte incoerenza morale, dice di insegnargli a guidare, ma spesso gli fa fare teoria e guida al suo posto, non lasciandogli spazio di ascolto, di autonomia e fiducia; la signora Evie che lo porta fuori, gli fa sperimentare alcune cose, usa una sosta forzata in campeggio per rompere gli schemi e costringe il ragazzo a prendere in mano la sua vita, accettando anche di essere a sua volta guidata dal ragazzo; Evie assume anche alle volte il ruolo di guida affettiva: invita, difatti, Ben a coltivare l’interiorità, a dispetto dalle apparenze esteriori e ad esprimere al meglio le proprie emozioni e sentimenti; il padre che rinuncia alla guida in nome di un impegno più alto, ma non manca di dare a Ben piccoli elementi di conoscenza della realtà esterna. Probabilmente né la mamma, né il papà, né la signora Evie rappresentano l’essere guida per eccellenza, ma permettono di discutere e problematizzare caratteristiche e funzioni e attenzioni da sviluppare.
- Un viaggio ad Edimburgo per un concorso di poesia a cui Evie è inviata sarà l’occasione per Ben per fare le prime esperienze affettive, ma anche per valutare rischi e possibilità della vita. Al ritorno di fronte ad un bellissimo panorama la signora Evie dice: “La vita ci confonde. Quando pensiamo che sia tutto finito, la vita ci butta addosso un panorama come questo e non sappiamo più dove siamo”: queste parole possono essere espressione della capacità di stupirsi e di saper stare nello spiazzamento assieme al ragazzo, in assenza di certezza ma con il desiderio di esserci. È questo sguardo stupito di fronte al ragazzo che le permette di tirar fuori il meglio da lui, non rinunciando a palesare bisogni e ad indicare disposizioni e virtù da conquistare.
• Visione del film "Una storia vera"
(Regia di D. Lynch, USA- Canada 1999)
Alvin è un uomo di settantatrè anni che dopo aver appreso la notizia dell'infarto del fratello, con cui non ha mai avuto un gran rapporto, decide di andarlo a trovare. Il viaggio non sarà dei più semplici perché il mezzo di trasporto scelto è un trattore malconcio e la strada molto lunga. Lungo la via fa molti incontri, alcuni molto particolari, che lo aiutano a riflettere su alcuni aspetti fondamentali per la propria vita.
Spunti per la riflessione
- Anche se appare secondario il mezzo di trasporto scelto è di fondamentale importanza: lo aiuta a procedere con lentezza e rappresenta il suo contatto con la terra. Metaforicamente quali mezzi di trasporto utilizzo con i ragazzi di cui mi prendo cura?
- Gli incontri fatti hanno la funzione di far ripercorrere ad Alvin la propria storia, di fargli maturare una maggiore consapevolezza degli errori in funzione della riconciliazione col fratello. Quali sono gli incontri che reputo fondamentali del mio percorso di vita e nella formazione del mio compito educativo? Su quali aspetti esperienziali hanno fatto luce?
- Possiamo definire questa erranza un viaggio di riconciliazione? Ed io con cosa e con chi ho bisogno di ritrovarmi per compiere al meglio il mio impegno educativo?
• Lettura di uno stralcio del libro “Al faro”
(Virginia Woolf)
Perché mai, si chiese, premendo il mento sulla testa di James, dovevano crescere tanto in fretta?Perché dovevano andare a scuola?A lei sarebbe piaciuto avere un bimbo sempre piccolo. Era così felice di tenerlo in braccio. Sì, che dicessero pure di lei che era tirannica, prepotente, autoritaria, se volevano; non le importava. E sfiorando i capelli di James con le labbra pensò che non sarebbe stato mai più così felice, ma si interruppe, ricordando come s’arrabbiava suo marito quando lei diceva così. E tuttavia era vero. Erano più felici ora di quanto sarebbero mai stati. Un servizio da tè di poche lire bastava a far felice Cam per giorni e giorni. Li sentiva al piano di sopra sgambettare e ciangottare appena svegli; un gran chiasso nel corridoio, poi la porta si spalancava ed eccoli entrare freschi come rose, un po’ sbalorditi, ma sveglissimi, come se quell’entrata in salotto dopo colazione che si ripeteva ogni giorno, fosse sempre un avvenimento per loro. E così era per tutto il resto del giorno, finché lei non saliva a dar loro la buonanotte, e li trovava annidati nei loro lettini, come uccelli tra ciliegie e fragole, ancora lì a raccontarsi storie su un qualche nonnulla che avevano sentito, o qualcosa che avevano trovato in giardino. Avevano i loro piccoli tesori. E così andò dal marito e gli disse, perché devono crescere e perdere tutto questo?Non saranno più così felici. Lui si arrabbiò. Perché aveva una visione così malinconica della vita? disse. Non era ragionevole. (…) Era strano, ma lei era convinta che fosse proprio così, con tutta la sua tristezza e la sua disperazione, lui era più felice nell’insieme, e più ottimista di lei. Forse perché era meno sensibile alle inquietudini umane, chissà. E poi aveva sempre il suo lavoro a cui poteva appoggiarsi. Non che lei fosse pessimista, come lui l’accusava di essere. Lei semplicemente pensava alla vita – e una minuscola striscia di tempo le si presentò davanti agli occhi, i suoi cinquant’anni. Doveva riconoscere che per lei questa cosa che chiamava vita era una cosa terribile, ostile, pronta a saltarti addosso se le dai l’occasione. C’erano i problemi eterni:il dolore, la morte, la miseria. (…) Ma a tutti i suoi figli diceva, dovete farcela. Proprio perché sapeva ciò che li aspettava – l’amore, l’ambizione, una solitudine tremenda in luoghi desolati – spesso le veniva di pensare, perché mai devono crescere e perdere tutto ciò? Allora, impugnando la spada contro la vita, si diceva, sciocchezze. Saranno felici.
(V. Woolf, Al faro, Milano, Feltrinelli, 2002)
Spunti di riflessione
- La signora Ramsay è una madre affettuosa che si dedica molto alla famiglia e ai bisogni dei suoi otto figli. Di fronte ai cambiamenti e alla crescita dei propri ragazzi vorrebbe arrestarla pur di non confrontarsi con le sfide future. Ritorna nostalgicamente al tempo passato come per paura di affrontare il rischio della tristezza e dello sviamento. Come educatori come vi ponete rispetto al futuro e alle trasformazioni dei ragazzi? Siete capaci di lasciarli andare?
- Il nuovo interroga l’esistenza e la pone di fronte ai grandi interrogativi di vita: quali domande sorgono rispetto al futuro? Quale sguardo hai sul futuro?

