Testa e cuore. La spiritualità dell’educatore



    Domenico Ricca

    (NPG 2014-05-36)


    Non posso parlare di questi temi se non facendo riferimento alla storia della mia presenza di quasi 35 anni al carcere minorile «Ferrante Aporti» di Torino con diverse articolazioni e modalità.
    Con tanta voglia di:
    - capire, sulla base dei ragazzi e ragazze che ho incontrato in carcere, ma anche fuori, nei dibattiti, negli incontri, nel ministero pastorale della parrocchia,
    - capire di me con loro, sugli adulti e loro, sulla società civile e loro,
    - e anche di ricerca, di studio, di approfondimento.

    Con la convinzione che il carcere è un mondo, che troppe volte rischia di essere ancora un mondo a parte, e come si va ripetendo da più parti: «la tragica discarica finale dove vengono fatti precipitare problemi che nessun altro vuole o può risolvere: dai problemi della salute a quelli della tossicodipendenza o dei fallimenti familiari e scolastici; dai problemi del disordine amministrativo a quelli della miseria, dell’immigrazione, della disoccupazione, dell’emarginazione e dell’abbandono».
    Un carcere comunque dove si toccano con mano i diversi livelli di povertà:
    - da quelle antiche cui purtroppo ci siamo già troppo assuefatti, ma ancora esistono qua e là in alcune famiglie,
    - a quelle nuove: le povertà invisibili senza tutela e senza diritti, in cerca di relazioni più che di cose materiali;
    - Il disagio degli adulti che non sono e non si sentono mai abbastanza pronti e preparati.

    Sono qui a testimoniare, da salesiano e da educatore, la mia vicinanza con i giovani, ma anche e a volte soprattutto con gli adulti, perché ho cercato anche di essere attento alla disperazione dei genitori, alle loro domande insistenti: dove abbiamo sbagliato?
    - Convinto che a livello educativo occorre creare circoli virtuosi.

    Un’altra grande esperienza che ho vissuto: quella dell’Associazionismo e Terzo Settore, il lavoro sociale e politico… già sperimentato negli anni dell’Oratorio. Il tutto in un processo che sappia coniugare testa e cuore, azione e pensiero.
    E con la coscienza che un educatore deve essere percepito come tale perché dentro una comunità educante, un educatore generatore di alleanze.

    LA FIGURA DELL'EDUCATORE

    Ne richiamo la figura, come esplicitata nel documento CEI (Il laboratorio dei talenti n. 23).
    «Ripercorrendo la memoria delle tradizioni dell’oratorio, la prima evidenza che ci viene consegnata è il valore insuperabile dell’autorevolezza delle figure educative...
    Ancor oggi il più grande patrimonio dei nostri oratori è rappresentato dalle decine di migliaia di educatori, formatori, animatori e collaboratori che prestano un generoso servizio, donando tempo e competenze...
    Ma la disponibilità da sola non basta, è necessaria anche la competenza che si realizza attraverso un attento cammino di formazione pensato e progettato insieme nei luoghi e nelle forme più appropriate...
    Vanno garantiti infatti, all’interno della progettazione, momenti e spazi per la formazione della comunità educativa dell’oratorio: è necessario che periodicamente ci si ritrovi per la formazione, per pregare, per verificare il lavoro svolto...
    La necessità di avere in oratorio figure stabili di riferimento è indiscutibile: tradizionalmente essa è individuata nel direttore, coordinatore o responsabile dell’oratorio, ma in alcuni grandi oratori operano stabilmente diversi educatori.
    I ruoli di responsabilità, in passato, venivano svolti per lo più da sacerdoti o religiosi/religiose. Oggi, sempre più spesso, tale compito viene affidato a dei laici preparati...»

    Chi è l’educatore? [1]

    Ogni adulto è chiamato a prendersi cura delle nuove generazioni, e diventa educatore quando ne assume i compiti relativi con la dovuta preparazione e con senso di responsabilità.
    L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla.
    La passione educativa è una vocazione, che si manifesta come un’arte sapienziale acquisita nel tempo attraverso un’esperienza maturata alla scuola di altri maestri.
    L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale. Educare è un lavoro complesso e delicato, che non può essere improvvisato o affidato solo alla buona volontà.
    Il senso di responsabilità si esplica nella serietà con cui si svolge il proprio servizio.
    Senza regole di comportamento, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, e senza educazione della libertà non si forma la coscienza, non si allena ad affrontare le prove della vita, non si irrobustisce il carattere.
    Infine, l’educatore si impegna a servire nella gratuità, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). Nessuno è padrone di ciò che ha ricevuto, ma ne è custode e amministratore, chiamato a edificare un mondo migliore, più umano e più ospitale.

    Educatore padre, fratello e amico

    Richiamo alcune qualità e compiti, proprio soltanto abbozzati, come richiamo per un approfondimento successivo ma soprattutto un confronto con l’esperienza: ) Capacità dell’educatore di programmare, attuare, controllare i contenuti del proprio intervento; in altri termini: di sapere esattamente cosa vuole, che cosa fare e cercare.
    * Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci e di non stare fuori dal campo dove viene giocata la partita. Se è vero che nell’educando ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, è altrettanto vero che, lasciato a se stesso, potrebbe correre il rischio di non attuare tutte o completamente le sue possibilità di crescita.
    * L’educatore sicuro e rassicurante, consapevole del proprio compito e responsabile, autorevole e non autoritario, cerca di instaurare un autentico dialogo e un costruttivo confronto con un giovane.
    Vitalmente implicato nella relazione educativa, la sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando.
    È la sua persona che educa.
    * Nell’educatore il giovane non cerca più tanto il padre che pensa a tutto in sua vece, l’amico che gli organizza il tempo libero, il fratello che si interessa della sua crescita, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, più disponibile ad offrirgli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità inespresse, che non attento a unicamente neutralizzare gli elementi negativi e controproducenti.

    LA SPIRITUALITÀ DELL'EDUCATORE

    La spiritualità del Buon Pastore (Gv 10,1-16): l’icona del Buon Pastore

    Tale immagine unifica tutto il nostro essere attorno alla sua persona, liberando da ogni ostacolo e portando alla pienezza di vita in Lui.

    Il Buon Pastore conosce e ama il suo gregge
    È il Pastore che dà la vita per le sue pecore, le salva e le tiene unite secondo le promesse di Dio, mediante la sua morte e risurrezione.
    Egli predilige i piccoli, i semplici, gli umili e a loro rivela tutta la sua tenerezza e intimità. Fa crescere, maturare e diventare feconda la pecora docile alle sue cure.
    È chiaro ciò che Gesù vuole dire con queste immagini.
    Egli conosce i suoi discepoli, li conosce «per nome» (che per la Bibbia vuol dire nella loro più intima essenza).
    Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Cristo non sa contare che fino a uno: e quell’uno è ognuno di noi.

    Come si prende cura
    * All’educatore sta particolarmente a cuore colmare il vuoto più profondo del cuore dei giovani, aiutandoli nella ricerca di senso della loro vita e soprattutto offrendo un percorso di crescita nella conoscenza e nell’amicizia con il Signore Gesù, nell’impegno concreto di vivere la loro vita come una vocazione.
    * Ha capacità di individuare le cure di cui hanno bisogno i giovani. Mette in atto strategie di avvicinamento affinché i giovani possano sentire la cura e l’attenzione come autentiche e sincere.

    Egli è la «porta delle pecore»
    Attraverso di lui si accede ai pascoli della vita. In altre parole: ci fa uscire dalla schiavitù della legge alla libertà del Figlio.
    Ci dona infatti la sua stessa vita di Figlio, rendendoci partecipi del suo rapporto di conoscenza e di amore con il Padre.

    Come si prende cura
    * Chi sta sulla porta individua le persone, ne vive i momenti intensi come quelli apparentemente più futili (perdere tempo), sta con loro nei luoghi, situazioni e frontiere dove essi ci aspettano.
    * In mezzo a loro con discrezione e autorevolezza, offrendo proposte valide per il loro cammino.
    * Fa uscire dalla schiavitù, è la porta (fa passare); non attua una cultura del dominio e del possesso.

    Diventeranno un solo gregge
    Gesù sceglie liberamente di donare la vita per uno scopo ben definitivo, che è l’unità di tutte le pecore. Ci sono altre pecore che attendono la chiamata alla sequela («devo condurre»), all’ascolto («mi ascolteranno») e all’unità («diventeranno un solo gregge e un solo pastore»).
    L’educatore è l’uomo dell’unità e della comunione.

    Come si prende cura
    * Una pedagogia della presenza, cioè un sistema educativo che realizza la finalità dell’educazione integrale attraverso una complessa rete di relazioni tra educatori, giovani e ambiente socioculturale.
    * L’esperienza educativa si deve condensare in una intensa condivisione di vita con i giovani, nella partecipazione ai loro interessi e nella risposta alle loro esigenze di cultura, di lavoro, di formazione, di preparazione alla vita adulta.
    * L’educatore è l’uomo della normalità, giorno dopo giorno, passo dopo passo, senza azioni spettacolari, è colui che sa stare in mezzo, dentro.
    * Una spiritualità della presenza: «Oggi si può riscontrare in molti operatori pastorali, comprese persone consacrate, una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità» [2].
    «Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale.
    Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un’accidia paralizzante» [3].
    * È un educatore «funambolo», vicino/ distante.
    «L’arte di educare non è un po’ come l’arte del funambolo? Saper dire sì, saper dire no, essere sufficientemente vicini, essere sufficientemente distanti. È tutta una questione di equilibrio!» [4] Come educatori siamo compagni di cammino dei giovani e guide competenti, individuando tempi e strategie.
    Mentre siamo in mezzo ai giovani come educatori, li coinvolgiamo come nostri primi collaboratori, collaboratori non destinatari.

    Le mie pecore conoscono me
    Nella Bibbia la conoscenza non deriva da un processo puramente intellettuale, ma da una esperienza, da una presenza che si effonde in amore.
    Conoscere Gesù significa conoscere l’amore che salva ogni uomo. È una conoscenza che è intimità; è un amore reciproco tra pastore e pecore; esse vengono chiamate per nome; l’insieme delle pecore non è un «gregge», ma un popolo di Dio, Chiesa, in cui ognuna ha un rapporto personale con Lui. «Ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni (…) sei prezioso ai miei occhi» (Is 43,1,4); sei degno di stima, sei importante per me.
    Nelle parole e nei gesti di Gesù, come nell’atteggiamento della Chiesa che prende sempre più coscienza della sua missione di dare a tutti la possibilità di sperimentare la salvezza attraverso una dolce e buona accoglienza, si rivelano i tratti di un’autentica pastorale che riguarda ciascun discepolo che ha sperimentato la cura del buon Pastore, che sempre dà, che sempre si dà e chiede di fare altrettanto.
    Il primo gesto che Maria compie dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo, è un gesto di sollecitudine, di amore che si prende cura: va a casa della cugina Elisabetta e porta la gioia, la speranza e la fiducia (il Magnificat).

    Come si prende cura
    * Essere attenti a cercare tempi e incontri stabiliti che favoriscono la condivisione e il confronto perché la nostra azione educativa sia coerente con il Progetto educativo che abbiamo in mente.

    La spiritualità del Bel Pastore: Io sono il «bel pastore»

    Nella cultura classico-ellenistica la virtù interiore si manifestava nel- la verità, anche attraverso una «forma adeguata» (estetica, cioè percepibile) a questo «bello morale».
    Qual è la bontà-bellezza di Gesù? Il suo amore donato sino alla pienezza! Quella di Cristo è carità che sa intessere profondi legami di comunione e che è capace di attrarre con la confidenza, la mitezza del tratto; essa sa difendere e proteggere.
    Tali attitudini profonde non sono però semplicemente interiorizzate da Gesù. Dice il testo: esse si riverberano su tutta la persona del pastore; i suoi gesti, le parole, gli atteggiamenti, in generale lo stile di vita, fanno trasparire questa donazione interiore. Interessante notare la contrapposizione rispetto agli atteggiamenti «brutti», propri del mercenario: costui abbandona al pericolo, si rinchiude in egoistica autodifesa, consegna alla divisione, non ama e non conosce il gregge! «È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?» (F. M. Dostoevski, L’Idiota).
    Ma di quale bellezza si sta parlando? E in che senso «salverà» il mondo? «È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla «via della bellezza» .
    Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove.
    In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù. Non si tratta di fomentare un relativismo estetico, che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza, ma di recuperare la stima della bellezza per poter giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto. Se, come afferma sant’Agostino, noi non amiamo se non ciò che è bello, il Figlio fatto uomo, rivelazione della infinita bellezza, è sommamente amabile, e ci attrae a sé con legami d’amore.
    Dunque si rende necessario che la formazione nella via pulchritudinis sia inserita nella trasmissione della fede. È auspicabile che ogni Chiesa particolare promuova l’uso delle arti nella sua opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo «linguaggio parabolico».
    Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri».
    (Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium n. 167)

    La Bellezza è un diritto di tutti
    Essa è un atto di restituzione ai poveri: gli ambienti belli, le nostre chiese belle sono una restituzione ai poveri (il bello educativo).
    «Io vi saluto tutti e tanto più di buon cuore, in quanto che è la prima volta che vi vedo dopo le vacanze. ….
    La maggior parte di voi si trova qui per prepararsi ad entrare nel ginnasio o per passare in altra classe superiore o per rimarginare qualche ferita riportata all’esame finale, e tutti questi hanno da studiare. Vi son poi altri che al principiar dell’anno devono ripetere l’esame di quei trattati che in quest’anno scorso hanno studiato, e questi pure hanno da studiare per compiere e ripetere i loro trattati. In questo numero sono compresi indistintamente tutti i chierici. E gli altri che non avessero occupazione fissa devono sempre far vacanza? Quando non vi fossero più libri da leggere, né in libreria né in biblioteca o che li avessero già letti tutti, allora io direi loro: riposatevi pure. Ma fintantoché vi son libri da leggere vi dirò sempre: leggete! Fra questi sono quelli che vennero per passare in filosofia e a questi consiglierei di leggere il trattato che avranno da studiare quest’anno; e poi possono leggere o studiare un libro di Virgilio, di Orazio, di Ovidio o un canto di Dante o ripetere quelli che hanno studiato nel corso di latinità». Domenica 7 ottobre 1877 (Don Bosco)

    La spiritualità del buon Samaritano (Lc 10,25-37)

    Il buon samaritano mette in atto due gesti importanti
    * L’urgenza dell’intervento… «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui».
    * La progettazione di solidarietà lunghe.
    «Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno».

    «Una mano benefica, che si prenda cura di loro» 1841: Don Bosco in visita alle carceri della città.
    «Vedere turbe di giovanetti sull’età da 12 a 18 anni; tutti sani, robusti, di ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire.
    Chi sa, diceva tra di me, se questi giovani avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a Don Cafasso e col suo consiglio e coi suoi lumi mi sono messo a studiare il modo di effettuarlo ».

    Educazione e carità, ovvero le situazioni di difficoltà
    Sono convinto che anche nella riflessione generale sulla pastorale giovanile non bisogna perdere questa attenzione alle situazioni di difficoltà, dove si concretizza la nostra carità pastorale.
    Bisogna chiamare i ragazzi poveri con i loro nomi: da quelli nelle comunità di accoglienza per minori, agli immigrati che vivono situazioni particolari di disagio perché stranieri anche se culturalmente a volte più avanti dei nativi. Li incontriamo nei Centri di formazione professionali, negli oratori e in alcuni spazi delle scuole medie. Penso ai nostri ragazzi italiani con carenze affettive e di identità, privi dei basilari dell’educazione a causa di adulti rinunciatari, e poi quelli che cercano nelle nuove droghe, nell’alcool il luogo della realizzazione di sé...
    La povertà è sempre presente in mezzo a noi, i dati, le ricerche, lo confermano.
    L’apostolo Paolo racconta (Gal 2, 10) che Pietro, Giacomo e Giovanni, nel licenziarli perché riprendano fiduciosi il loro cammino fra i pagani per annunciare Cristo, stringono con effusione la mano destra di Paolo e di Barnaba: «Ci raccomandarono soltanto di ricordarci dei poveri della Chiesa di Gerusalemme. E questo ho sempre cercato di farlo».

    La forza pedagogica della carità
    * La forza pedagogica della carità.
    È quanto la Caritas italiana va ribadendo da più di 40 anni, dietro l’impulso di Paolo VI, quando volle la Caritas e ne affermò la sua prevalente funzione pedagogica: «Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica» (Paolo VI a Caritas Italiana, 28.09.1972).
    * Il tema di Fiuggi 2012, nel celebrare i 40 anni della Caritas era proprio quello di una Chiesa che educa servendo carità, tema situato a buon diritto nel programma decennale della Chiesa Italiana Educare alla vita buona del Vangelo.

    È urgente
    * sviluppare la promozione di una cultura evangelica della carità che recuperi e traduca in termini visibili e comunitari le caratteristiche della carità di Gesù;
    * l’inserimento della dimensione caritativa nella pastorale organica della Chiesa locale;
    * l’educazione comunitaria, secondo il metodo della pedagogia dei fatti, che impegna la comunità a partire dai problemi, dai fenomeni di povertà, dalle sofferenze delle persone, dalle lacerazioni presenti sul territorio, per costruire insieme a loro risposte di prossimità, di solidarietà e per allargare il costume della partecipazione e della corresponsabilità per promuovere il bene comune.
    Credo sia importante «pensare e progettare una pastorale» dove la carità non sia un corollario aggiuntivo, ma sua parte integrante. Una pastorale che sia maggiormente incarnata e attenta alle situazioni.
    Ecco la testimonianza di don Bosco.
    «L’idea degli oratori [5] mi nacque dalla frequenza delle carceri di questa città. In questi luoghi di miseria spirituale e temporale trovansi molti giovanetti sull’età fiorente, d’ingegno svegliato, dì cuore buono, capaci di formare la consolazione delle famiglie e l’onore della patria; e pure erano colà rinchiusi, avviliti, fatti l’obbrobrio della società».
    Questi principii (anni 1841-42) mi fecero conoscere due importantissime verità: che in generale la gioventù non è cattiva da per sé; ma che per lo più diventa tale pel contatto dei tristi e che gli stessi tristi gli uni separati dagli altri sono suscettibili di grandi cangiamenti morali. In questo frattempo, frequentando le carceri di Torino ho potuto scorgere che gli sgraziati che trovansi condotti in quel luogo di punizione, per la maggior parte sono poveri giovani che vengono di lontano in città o pel bisogno di cercarsi lavoro, o allettati da qualche discolo. Soprattutto ne’ giorni festivi abbandonati a se stessi spendono in giuochi o ghiottonerie i pochi soldi guadagnati nella settimana. Il che è sorgente di molti vizi; e que’ giovani che erano buoni, diventano ben tosto pericolanti per sé e pericolosi per gli altri. Né le carceri producono sopra costoro alcun miglioramento, perciocché colà dimorando apprendono più raffinate maniere per far male, e perciò uscendo diventano peggiori» [6].
    (Don Bosco, «Cenni storici intorno all’Oratorio di San Francesco di Sales» (1862)

    Un educatore che sa fare connessioni: ovvero l’associazionismo
    Il Rapporto CENSIS del 2013 afferma che siamo una società sciapa e infelice in cerca di connettività, e che il sistema ha bisogno e voglia di tornare a respirare, oltre le istituzioni e la politica. Una breve analisi.
    * Una società sciapa e infelice. Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza? Oggi siamo una società più sciapa: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa. E siamo malcontenti, quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il grande lago della cetomedizzazione, storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.
    * In cerca di connettività. Il filo rosso che può fare da nuovo motore dello sviluppo è la connettività (non banalmente la connessione tecnica) fra i soggetti coinvolti in questi processi.
    * Oggi le istituzioni non possono fare connettività, perché sono autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo.
    * E la connettività non può lievitare nemmeno nella dimensione politica, che è più propensa all’enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l’antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide (dalla selva dei decreti legge all’uso continuato dei voti di fiducia).
    * Se istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva.
    «La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono...
    La proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito che apre strade nuove in sintonia con le loro aspettative e con la ricerca di spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto. È necessario, tuttavia, rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa». (Evangelii Gaudium sulle Associazioni n. 105)

    La spiritualità dell’incarnazione

    Sappiamo che la spiritualità dell’educatore deve essere una spiritualità incarnata e impastata delle storie degli uomini, oltre che del soffio di Dio.
    Anche l’immagine e il luogo del Convegno: una città, un luogo significativi: Genova e il porto antico rimandano al tema del mare aperto (la vita che un giovane sta affrontando e il porto, riferimento che ciascuno cerca per sé).

    Le sfide del territorio
    Il territorio è luogo dove l’educatore vive ed esprime il suo essere nella storia.
    Una significativa citazione da "il laboratorio dei talenti " (n.25).
    «Fin dalle sue origini l’oratorio, nelle varie situazioni e tradizioni, ha posto attenzione alle necessità e alle povertà delle nuove generazioni. Oggi occorre prendere atto che molti oratori faticano a perseverare in questa medesima apertura, per la complessità delle sfide culturali sociali che li coinvolge. In altri quartieri o paesi, invece, l’oratorio resta l’unico vero punto di riferimento ecclesiale e sociale, non di rado capace di denuncia e di rottura rispetto a ingiustizie e degrado.
    Purtroppo non sono poche, anche tra i più giovani, le situazioni in cui il disagio scivola in comportamenti a rischio fino alla dipendenza da alcol e droghe. Gli oratori, se per loro natura non sono presidi per il contrasto al disagio sociale, possono però fare molto in termini di prevenzione e di sostegno ai ragazzi e ai giovani in difficoltà. Occorre per questo che, oltre ad offrire luoghi protetti e sicuri, sappiano «stare anche sulla strada» per cercare e per accogliere i soggetti più feriti e bisognosi. Di fronte alla sfida dell’interculturalità, inoltre, gli oratori rappresentano oggi uno dei luoghi più avanzati e maggiormente coinvolti nei processi di accoglienza e di integrazione dei figli degli immigrati. Il linguaggio dell’accoglienza fa già parte, di fatto, del patrimonio e della sensibilità educativa dell’oratorio. Tale contesto può favorire un confronto, anche per superare una certa indifferenza diffusa, rispetto alle questioni più profonde dell’identità, compresa quella religiosa».

    Formazione, competenza e professionalità
    * Non solo azione, ma formazione, e quindi la struttura deve offrire e deve esigere che l’educatore accolga e viva con serietà i momenti formativi.
    * Competenza sapendo che è competente e significativo quell’educatore che non si tira indietro di fronte anche agli imprevisti.
    * Professionalità: aperto al confronto, capace di innestare azioni di empowerment, che sa generare sinergie capaci di produrre alleanze.
    * Che sa coniugare efficacia ed efficienza.

    Educatori: adulti significativi [7]
    In stretta relazione con il tema della famiglia, presento quello che comunemente oggi chiamiamo come ‘adulti significativi’.
    Si sente la mancanza di modelli che indicano la via, che hanno la capacità di ispirare il cuore dei giovani.
    Come adulti noi stessi, credo che dobbiamo fare attenzione a non cadere in quella facile conclusione superficiale, radicando tale fenomeno nel rifiuto dei giovani di ascoltare o di obbedire.
    Essere adulti significativi implica una forte dose di autoconsapevolezza, quella dei propri limiti e quella delle proprie possibilità. Insieme ad essa si sente anche il bisogno di una forte dose di coraggio, di audacia.
    I giovani non aspettano che i loro educatori siano persone perfette, ma che siano persone autentiche, persone credibili che vivono ciò che predicano e testimoniano ciò che professano di essere.
    I giovani prendono sul serio solo quegli educatori che sono autenticamente impegnati in una personale ricerca del senso; quegli educatori pronti a offrire non parole di condanna, ma spazio di crescita, non giudizi affrettati, ma parole di conforto e di coraggio verso una visione più sana della vita.

    PER FARE SINTESI

    Quali attenzioni o atteggiamenti di fondo deve avere un educatore? [8]

    La ricerca di senso…

    Viviamo in un universo segnato dalla crisi di senso. Abituati sempre più a vivere l’attimo presente, molti dei nostri contemporanei si dispensano dal porsi questa domanda sul senso della vita.
    Si assiste oggi ad una reale crisi di senso tra i giovani. Molti di loro vivono oggi alla moda dei personaggi dei media, in sequenza flash, senza scopo ultimo.
    Questa crisi fa correre due rischi: il divertimento, vale a dire un modo di vita superficiale, terribilmente occupato, che fa di tutto per evitare di guardare in faccia la morte e la sofferenza; e quello della depressione [9].
    La questione del senso diventa centrale nella nostra società moderna.
    «La cultura contemporanea è percorsa da correnti che ignorano, quando non negano, ogni senso che trascenda l’esperienza immediata e soggettiva. Porta così ad una visione frammentata della realtà, che rende la persona incapace di padroneggiare i mille eventi del quotidiano, di andare al di là di quello che è epidermico o sensazionale.
    I tempi di maturazione del senso possono essere lunghi. Importante è non rinunciare e non chiudersi di fronte alla prospettiva di ulteriori e più ricche scoperte » .

    Apertura alla trascendenza

    E cioè all’oltre umano, all’accettazione del limite, all’accoglienza del mistero, l’accoglienza del sacro nei suoi aspetti soggettivi e oggettivi, alla riflessione e alla scelta religiosa. Prendere in considerazione la trascendenza vuol dire accettare interrogativi, andare oltre il visibile e il razionale.

    Una mentalità «etica»

    Capace di discernere tra il bene e il male e saper orientarsi al bene. Tale cultura è illuminata dalla coscienza morale, centrata sui valori piuttosto che sui mezzi, e assume come punto fondante il primato alla persona. È questo un compito di noi adulti di fronte ai giovani, ai ragazzi.
    Non occorre fare cose strepitose, ma riprenderci la nostra responsabilità, con un agire privato e pubblico coerente, riscoprendo ogni giorno quella chiave giusta per declinare i valori morali che hanno accompagnato la nostra crescita, base di ogni vivere civile e democratico: l’onestà, la legalità, la sobrietà, la giustizia, la cittadinanza attiva, la solidarietà.

    La progettualità

    L’apatia di fronte al senso si tramuta spesso in indifferenza verso il futuro.
    Senza una visione della storia non appaiono mete appetibili per cui impegnarsi, eccetto quelle che riguardano il benessere individuale. In periodi precedenti le ideologie, con la loro carica utopica, spinsero la progettualità sociale ed essa favorì anche la disposizione personale a coinvolgersi in un progetto storico.

    Impegno per la solidarietà

    In opposizione a quella cultura che porta a centrarsi sull’individuo.
    Progetti personali generosi possono emergere soltanto lì dove la persona ammette che la sua realizzazione è legata a quella dei suoi simili.
    La solidarietà è un’aspirazione diffusa che sale dal profondo delle coscienze, dal cuore degli avvenimenti storici e si manifesta sotto forme inedite e quasi inattese.
    Ma la cultura della solidarietà è spesso trascurata o viene indebolita da forti correnti economiche e culturali.
    Essa suppone una visione del mondo e della persona che consideri l’interdipendenza come chiave interpretativa dei fenomeni positivi e negativi dell’umanità.
    Ma occorre saper leggere la realtà.
    Niente ha una sua spiegazione esauriente o una soluzione ragionevole se viene considerato in forma isolata.
    Povertà e ricchezza, denutrizione e spreco sono fenomeni correlati.
    Ho aperto con un ricordo personale e chiudo con un altro ricordo. Concretamente cosa mi ha lasciato il carcere? Alcune scelte di fondo.
    * Non si può più essere neutri o meglio neutrali di fronte al mondo, i fatti, la realtà sociale; bisogna scegliere da che parte stare, un modo diverso di guardare i ragazzi fuori: affetto, amicizia.
    * Non si agisce mai da soli, l’importanza dell’educare insieme, riscoprendo i ruoli autentici anche degli altri .
    I ragazzi sono imprevedibili… mai dire mai.
    Non si può dire: tutto è finito, è inutile, ma occorre saper cogliere le opportunità (i momenti topici di un carcere, di fronte agli omicidi…).
    * Ogni ragazzo sa sognare in grande, è capace di grandi cose. L’importante, però, è che possa incontrare adulti ed educatori che lo sostengano nella vita e nelle scelte quotidiane, che gli diano fiducia e lo aiutino a sperare e a credere nelle persone che lo circondano.
    Perché vale quanto don Bosco diceva «In ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».

    Un augurio: siate educatori felici

    «Ditemi: voi aspirate davvero alla felicità? In un tempo in cui si è attratti da tante parvenze di felicità, si rischia di accontentarsi di poco, di avere un’idea “in piccolo” della vita. Aspirate invece a cose grandi! Allargate i vostri cuori! Come diceva il beato Piergiorgio Frassati: vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la verità, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere. (Papa Francesco) [10]


    NOTE

    1 Cfr Il documento della Conferenza Episcopale Italiana Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010- 2020, n. 29.
    2 Papa Francesco Esortazione Apostolica EVANGELII GAUDIUM, n 78.
    3 Op cit. n. 81.
    4 Jean-Marie Petitclerc, Pedagogia salesiana e giovani immigrati, Torino 29 maggio 2004.
    5 Oratorio: «casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria» (Cost. art. 40).
    6 Giovanni Bosco, Cenni storici intorno all’Oratorio di San Francesco di Sales in Pietro Braido, Don Bosco nella Chiesa a servizio dell’umanità, Las Roma 1987 (1862).
    7 Cfr. Fabio Attard, Educare al tempo della complessità Seminario SCS/CNOS – Salesianum 11-14 febbraio 2010.
    8 Cfr. P. Chavez, Venite e vedrete, Strenna 2010, ACG 409.
    9 X. Thévenot. L’affectivité en education. Collection terre nouvelle n° 12 Edition don Bosco pag. 6.
    10 Papa Francesco, La forza rivoluzionaria delle Beatitudini. Messaggio per la GMG, 13 aprile 2014.