L’umanesimo evangelico e la pastorale giovanile



    Massimo Maffioletti *

    (NPG 2016-03-24)

    Cartoline contemporanee

    La letteratura corrente ha già abbondantemente registrato l’immagine “nichilista” e “narcisistica” che oggi si vuol avvalorare parlando dei giovani. L’immagine è confezionata quasi sistematicamente dal mondo adulto per stigmatizzare e prendere le distanze da quello giovanile (fatto salvo contraddirsi con tendenze adultescenti: biografie non risolte di adulti retrocessi allo stadio bambino-adolescente, vero mito da eternizzare[1]). L’idea niciana dell’“ospite inquietante” si è guadagnata crediti sufficienti anche nel parterre dell’educazione cattolica: l’ospite rispolverato dai saggi di Umberto Galimberti[2] è il nichilismo insediatosi nell’anima svogliata delle nuove generazioni, nelle esistenze rassegnate a vivere senza più porsi la domanda di Senso (la vita come promessa) e, soprattutto, incapaci di volere nuovamente la vita. L’ospite inquietante avrebbe fatto incetta proprio del bene messo a disposizione per la stagione giovanile dell’esistenza, anche nell’epoca del “Grande Disincanto”: il desiderio o l’arte di volere la vita[3]. I giovani di oggi sarebbero la prova provata della profezia confezionata dal grande filosofo tedesco. Il quale ha poi gemmato copiose attualizzazioni: dall’uomo senza qualità di Musil[4] alla cultura del narcisismo di Lasch[5]. Non è andata male nemmeno al meno pretenzioso Michele Serra che con la fortunata metafora degli “sdraiati” ha regalato non poche soddisfazioni ai cercatori di metafore “parlanti”. Il romanzo dello scrittore giornalista de L’amaca è un’autobiografia del disagio dei padri (e delle loro speranze) senza risparmiare osservazioni pungenti sullo stile di vita – sdraiato, appunto – delle neo-generazioni egofone (iPhone) e digitambule[6]. Dei giovani si è detto (e si dice) di tutto, provando e riprovando a coniare formule simbolicamente efficaci per circoscrivere un mondo non facile da incasellare: oggi vengono rappresentati da freddi acronimi come Nerd o Neet, Founders o Millennials. Sono, appunto, “rappresentazioni” che dicono qualcosa (di vero) ma non il tutto di un mondo in continua evoluzione. Un mondo che a volte scoraggia e che invece per lo più spiazza. Positivamente.
    Suona sempre un po’ ingeneroso parlare del pianeta, o meglio della galassia giovanile in termini pessimistici, come se non potessimo ricavare nulla di promettente da questi bamboccioni o choosy di ultima generazione, perennemente immaturi[7]. Suonano inappropriate le considerazioni incapaci di riconoscere che i figli sono sempre figli di una cultura che li ospita e li ha messi al (nel) mondo[8]. Eugenio Scalfari e Alessandro Baricco anni fa aprirono sulle pagine di Repubblica un fitto testa-a-testa a proposito della profondità e superficialità della cultura tardo-moderna. Il giornalista intellettuale inneggiava non senza una punta di romantica nostalgia alla necessità del profondo (virtù adulta smarrita) mentre lo scrittore maitre à penser era convinto che la superficialità fosse la pratica (giovane) per abitare il mondo[9]. Una sorta di leggerezza o levità, che – secondo Baricco – non fa a pugni con la profondità ma permette di dare alle cose il peso che oggi esse hanno: cioè, relativo. Un’altra maniera, in fondo, per riformulare la “liquidità” di baumaniana memoria: l’impossibilità di ereditare dal passato, la tentazione di adattarsi al presente, l’incapacità di guardare al futuro. Non c’è nulla di stabile, nulla di assoluto: tutto è liquido. Relativo. I giovani però sono i primi a non cercare sapere assoluti o stabili (né pre-stabiliti), elevano il provvisorio a condizione esistenziale: non sono stabili ma continui passatori. La loro vita è un esodo continuo. E non è detto che sia tutto da buttar via.

    Almeno la chiesa non manchi di speranza

    È una sgradevole mancanza di speranza non voler cogliere nelle nuove generazioni potenzialità e risorse. Non sappiamo se il mondo giovanile sia davvero come viene dipinto. Molta della narrazione corrente ravvisa del vero, d’accordo. Le molteplici analisi socio-culturali evidenziano il sostanziale mutamento del paradigma antropologico. O meglio: il paradigma antropologico è cambiato perché a registrarne i nuovi orientamenti è la stessa popolazione più giovane. Il cambiamento, però, non riguarda soltanto i giovani ma anche il mondo degli adulti, eterni Peter Pan che abdicano al compito della paternità in nome di una continua “maternizzazione” del reale e delle relazioni. Spesso chi ne tratteggia il profilo si limita a guardarle con distacco, senza una punta di giusta (com-)passione. In questa maniera non rendiamo giustizia alla realtà.
    Il primo atto di fede di una comunità cristiana è non arrendersi all’idea che le nuove generazioni siano un frullato di vite allo sbando. È solo la fiducia che può vedere la verità della realtà.

    Il vangelo come umanesimo

    Anche la chiesa ha visto consumarsi al suo interno lo “scisma sommerso”[10], in altra forma magari, prendendo atto che il mondo giovanile preferisce veleggiare verso altri orizzonti lontano da quelli che essa crede onestamente di voler apparecchiare. Che le nostre chiese accusino la sindrome del banco vuoto non è un’opinione ma un fatto. Il vuoto non dovrebbe spaventarci ma interrogarci. Non si tratta di puntare il dito contro la cultura postmoderna ma metterci in ascolto di quello che sta accadendo, ammettendo con umiltà di non avere tutte le risposte al sommovimento in atto nella cultura stessa. I giovani sono i primi sensori del cambiamento. Potrebbero diventarne, però, i protagonisti. Sappiamo da qualche tempo che la questione non è più come avvicinare i giovani alla chiesa né viceversa. La chiesa non entra nell’orizzonte giovanile non perché non abbia più nulla di interessante da dire ma perché ciò che dovrebbe starle a cuore – il vangelo – lo dice in maniera stanca, rassegnata, quasi nemmeno lei ci credesse. Il vangelo non entra nello spazio d’interesse giovanile non perché non sia appassionante ma perché si pretende che i giovani incontrino la “buona notizia” soltanto presso luoghi ecclesialmente preconfezionati. Invece, la grande sfida di una nuova pastorale è accogliere l’idea che il vangelo parli già non solo alla ma nella vita e nelle coscienze degli uomini. E, dunque, anche dei giovani, a partire dai mondi che essi stessi desiderano abitare e stanno di fatto abitando. Si tratta di guardare il mondo giovanile esso stesso come “buona notizia”. Questa sarebbe la sfida che una pastorale giovanile all’altezza del suo compito dovrebbe accogliere.
    L’intelligenza cristiana è saper vedere che il vangelo è già all’opera nelle giovani generazioni. Lavora dal di dentro della vita. Non si tratta di portare il vangelo ai giovani (il vangelo non è una semplice “cosa” da portare; è la “forma” umana del vivere affinché la vita sia qualcosa di umanamente compiuto) ma d’intuire quanto di vangelo il mondo giovanile ospita in sé. È nella loro ricerca di Senso, nella loro voglia di sperimentarsi nel mondo, nel desiderio di costruire ed essere protagonisti che vanno scovate le tracce del vangelo all’opera. Il vangelo non è un lavoro. Il vangelo è al lavoro. Da sempre.
    Impietosa la sequenza cinematografica de Il villaggio di cartone (2011) di Ermanno Olmi che ritrae l’anziano (tuttavia profetico) parroco celebrare davanti a un’assemblea vuota mentre i nuovi fedeli sono giovani immigrati in fuga braccati dalla polizia che trovano ricovero negli scantinati bui della sua chiesa. Conosciamo il ritratto della “prima generazione incredula”[11]. Anche qui la letteratura è abbondante.
    Al netto dell’empasse rimbalza una chiesa sostanzialmente afona, quasi sprovvista di quella “lingua madre” concreta in grado di accogliere (e parlare a) il mondo giovanile. Le nuove generazioni non si accostano a una realtà di cui percepiscono soltanto il lato istituzionale (allergici come sono alle istituzioni) e poco promettente. Perché mai dovrebbero? Le generazioni giovanili tendenzialmente (mai generalizzare, d’accordo) non si affacciano su quel mondo ecclesiale ancora troppo preoccupato di circoscrivere il perimetro dell’essere o meno cristiani (cattolici), e imprigionato dalla sistematica tentazione di contarli, perdendo di vista il fatto che la novità evangelica opera al di là di questi confini: di per sé, è l’umano da vivere la sostanza di ogni “vocazione” cristiana. La drammatica giovanile è qui: i giovani non riconoscono l’esperienza cristiana come la grammatica sapienziale con la quale parlare la lingua della vita. Non riescono a intravvedere nell’esperienza cristiana il profumo dell’appello a desiderare di vivere la propria umanità come questione in cui si decide il senso stesso dell’essere uomini. L’essere cristiani non è altro dall’essere veramente umani. Nemmeno i cristiani hanno un altro compito se non appunto quello dell’umano. La buona notizia del vangelo sorprende l’uomo perché non gli chiede atti religiosi: gli chiede di volere la vita, di volerla sempre, anche quando l’esistenza è contro e non sembra più esserci ragione di sperare. Il vangelo è appello a vivere all’altezza di quell’umanesimo che i cristiani credono di aver visto all’opera nella testimonianza umanissima di Gesù, cioè nella sua maniera di essere stato uomo in questo mondo: da figlio (riconoscendo l’alterità paterna e frantumando religiosamente l’idea religiosa di un Dio in ostaggio dei suoi conterranei) e da fratello universale (spendendosi perché a tutti sia riconosciuto il bene della giustizia e della dignità, contrastando la visione individualistica e narcisistica corrente). Dunque, un’esistenza nella modalità del dono o dell’essere-per-altri (pro-esistenza). I giovani sentono che la questione non può risolversi nel far parte della chiesa, essere cattolici, partecipare ai grandi eventi ecclesiali quando appartenere li separa dal vissuto umano che cercano e cercano di onorare. Sentono che “cattolico” non è un buon aggettivo. Non li rappresenta. Nessun giovane si cimenta in un’esperienza nella quale non riconosce che la posta in gioco è la sua libertà e umanità. Nemmeno se l’esperienza portasse l’aggettivo di cristiano. La sfida pastorale forse è raccolta in una semplice convinzione: si tratta di mostrare che il vangelo dice sempre l’umano dell’uomo e che l’uomo (anche quando non lo riconosce né può riconoscerlo) desidera sempre ciò che il vangelo dice[12]. Azzardiamo: l’uomo desidera ciò che il vangelo dice, non immediatamente perché lo dice il vangelo ma perché è proprio il vangelo a dire il senso della vita che egli cerca.
    Se c’è un percorso da far guadagnare ai giovani è presentare il vangelo come la via di un umanesimo e che la fede prima di essere cose da credere è imparare il mestiere dell’esistenza; non c’è altra maniera di vivere la vita se non nella fiducia. Non c’è mai vita reale se non appunto vivendola nella fiducia o nella fede[13]. Non è un caso che Gesù spesso chiudeva i suoi dialoghi o incontri per strada con l’invito: “Va’, la tua fede ti ha salvato”[14]. Una pastorale all’altezza del suo compito dovrebbe sentirsi impegnata a “esplicitare la qualità umanistica della fede cristiana. La fede evangelica sembra verosimilmente chiamata – dai segni di Dio e dall’ora storica – a essere presidio insostituibile per l’umano che è comune, quello di cui le filosofie critiche non si occupano più”[15].
    Per umanesimo – consapevoli dell’uso a volte ambiguo di questa categoria – intendiamo non una dottrina ma quella via per la quale al centro del cammino religioso c’è la persona[16]. Il cristianesimo ha sempre intuito questa dimensione, imparando a fronteggiare le provocazioni e le domande poste dalla cultura.

    Fare casa e imparare il sapere dell’umano

    La pastorale giovanile – come questione che dà da pensare – dovrebbe essere inserita in un contesto di ampio respiro che preveda il rischio di raccontare in maniera credibile il vangelo come questione della vita. Quello che, però, diamo come presupposto certo, in realtà va cercato e trovato proprio insieme ai suoi uditori e cercatori: i giovani.
    La questione della pastorale giovanile, perciò, non può essere ridotta all’uso (illusorio) dei nuovi linguaggi. Basta parlare come parlano loro e il gioco è fatto. La deriva modaiola e il fascino dei social network, o dei i vari Facebook, Whatsapp, Twitter e tutte le altre App dell’attuale scenario tecno-sociologico hanno già il fiato corto[17]. Il mondo giovanile non è in cerca di seduttori linguistici ma di testimoni che sappiano accendere il desiderio della vita[18]. È una mezza bufala quella del continuo aggiornamento dei nuovi linguaggi. Bisogna semmai avere il coraggio di far corrispondere la vita alla parola. La vita del testimone è l’unico linguaggio che merita di essere riconosciuto. Il passaggio è fin troppo ovvio, forse. Ma il vento porta la voce di questa esigenza.
    Un libro che meriterebbe di essere ancora oggi preso in considerazione e studiato con serietà, nonostante paghi il debito della passione viscerale del tempo da cui proviene, è Esperienze pastorali[19]. Don Lorenzo Milani, nell’immediato dopo guerra, rispondeva alla questione giovanile (soprattutto negli anni di San Donato di Calenzano) attaccando senza peli sulla lingua il mondo degli oratori, non in quanto oratori ma perché – allora – sinonimi di svago e di “vacanza” (o vuotezza) mentale, di sospensione dell’autentico compito che ci mantiene umani: il pensiero libero e liberante della coscienza. Don Milani, attraverso la scuola popolare prima e la scuola “totale” poi a Barbiana, coltivò un’idea molto precisa: il compito della pastorale era attrezzare le nuove generazioni a fronteggiare la vita. Le sue scuole erano dei quasi laboratori di idee perché i giovani imparando a parlare parlassero la storia e il mondo, cioè lo abitassero da uomini e non da schiavi. Qualcosa di un’idea così – il primato della parola (della Parola) – dovremmo rispolverarla. Con più coraggio. Il mondo giovanile oggi non è più – fortunatamente – preda dell’ignoranza. Eppure, è sempre questo il compito che inizialmente occorrerebbe onorare: allenare le giovani coscienze al pensiero autonomo e libero, e al paziente e umile discernimento. È nella coscienza, il grande scrigno segreto, che Dio parla[20]. Il rispetto per la coscienza dei singoli, per il loro personale tragitto, senza la preoccupazione d’irreggimentare (o di cattolicizzare, grande tentazione di gran parte della pastorale giovanile) è un buon metodo anche oggi. I giovani hanno molta più cultura, ma volere il loro bene significa metterli sulla strada di quella cultura che non è il sapere più cose ma sapere il senso del vivere[21]. Restituissimo ai giovani il desiderio del pensare avremmo già reso servizio al vangelo. Facessimo loro intuire che i cristiani sono i primi a non ritenere estraneo nulla di ciò che è umano[22] e che il loro compito è la cura dell’umano comune, sarebbe un buon trampolino di lancio. L’obbedienza al vangelo, anche senza saperlo, sarebbe assicurata.
    Un lavoro promettente con i giovani dovrebbe partire dal mondo che essi vivono e non dal mondo verso il quale si vorrebbe condurli. Mettersi in ascolto della cultura giovanile come minimo prevede la frequentazione di ciò che essi leggono, vedono, vivono: studio, letteratura, cinema, teatro, tempo libero. Non è la scoperta dell’acqua calda. È la necessità di abitare i mondi da cui essi attingono idee, suggerimenti e indicazioni per la loro ricerca di Senso. I giovani hanno fontane proprie cui abbeverarsi: non ne fanno parte né la chiesa né gli oratori (e quindi non costituiscono per loro fonti di buon sapere). Ed è come se il sapere che la Chiesa custodisce non fosse riconosciuto come promettente. Ritorniamo alla drammatica giovanile: il vangelo possiede in sé i tratti attrattivi di un umanesimo che custodisce un’idea (paradossalmente) vincente della vita e dell’uomo, eppure le nuove generazioni del discorso cristiano percepiscono (o trattengono) soltanto il carattere noioso o perdente.
    Siamo nani sulle spalle dei giganti. Sarebbe quanto meno furbo “rubare” il mestiere dell’arte pastorale ad alcuni autentici geni della tradizione cristiana che intuirono immediatamente come prioritario privilegiare l’attenzione pastorale al mondo giovanile. Le energie pastorali migliori dovrebbero essere loro indirizzate, invece di concentrarle quasi totalmente all’iniziazione cristiana, perché oggi la vera iniziazione al vangelo parte realmente da qui; il che significa abbandonare l’idea di una chiesa che si occupi dei piccoli senza lo sfondo della comunità di adulti[23].
    È spontaneo riprendere le esperienze di Dietrich Bonhoeffer e di Romano Guardini. Due teologi che hanno fatto della pastorale il cimento della teologia, il banco di prova naturale del pensiero cristiano. Il primo era stato incaricato di elaborare un’idea di seminario che contrastasse l’ideologia nazista alla quale si era votata la chiesa ufficiale. Spunti enormi ce li consegnano sia Vita comune sia Sequela. Anche Guardini aveva avviato una sorta di comunità giovanile, dalla quale prese vita niente di meno che il movimento “Rosa Bianca”. Verrebbe da sottolineare che se si volesse davvero avviare un lavoro serio coi giovani bisognerebbe ripartire dalla vita comune. Dal semplice far casa con loro. Stiamo rispolverando un’idea semplice e banale: se si vuole avviare un serio lavoro di pastorale giovanile occorre prevedere il tempo. Tanto tempo. I giovani chiedono tempo. La maggior parte dei nostri sforzi pastorali sono rivolti ad altro. I giovani il (tuo) tempo lo esigono e lo risucchiano. Per meno di un’abbondante investimento temporale non si può pretendere nulla.
    La pastorale giovanile se da una parte è sapere, dall’altra è esperienza. Richiederebbe la costruzione di buoni legami, amicali e fraterni. Richiederebbe l’esperienza della convivenza tra loro, del vivere insieme. Occorre mettere a disposizione spazi per la vita quotidiana, lo studio, l’ascolto e la parola, lo scambio e il confronto, l’incontro. E, poi, la comunione dei pasti, la liturgia della cucina. Le parole della preghiera. Basterebbe accendere un po’ il fuoco per sentirsi a casa, anche se non sei a casa tua. La vita insieme feriale è un cimento vincente, mette alla prova identità e carattere, consolida un’idea di fraternità. Una comunità parrocchiale dovrebbe rischiare di allestire tempi-spazi per esperienze di convivialità, rinunciando ovviamente all’ambiguità della fusionalità esclusiva. Occorre dare casa a donne e uomini, ai loro corpi e al loro desiderio di legame e relazionalità. La costruzione di una casa per coltivare la fraternità (e quel sapere di sé che si guadagna sempre grazie al confronto con altri da sé) sarebbe il primo banco di prova dove mettere in discussione il titanismo dell’individualismo etico e contrastare l’avvento dell’attuale perdita dei legami sociali. Ci vuole un’esperienza fuori casa per costruire casa.
    Fare casa è ospitare parole altre (oltre alle proprie), parole di altri elevati a compagni della nostra avventura umana. Un buon progetto di pastorale con i giovani dovrebbe calendarizzare una familiarità con maestri avvincenti e testimoni convincenti. Senza preclusioni né pregiudizi. Il gusto del sapere s’accende se qualcuno ci parla di ciò che si è acceso in lui. Il desiderio di mettersi in gioco nella vita per qualcosa di alto nasce dall’incontro con chi spinge a volare alto. Fa parte ancora della drammatica di cui si è accennato non avere la grammatica per parlare la lingua delle altezze e delle profondità esistenziali.
    La narrazione di un progetto di pastorale giovanile introduce un altro elemento decisivo: il viaggio. Se scelto con cura, preparato insieme, si rivela uno strumento magistrale per far incrociare la storia e le storie. L’arte è sempre una buona compagna di viaggio. Imparare l’arte del viaggiare e del camminare.
    Una buona esperienza di pastorale con i giovani prevede pratiche della cura dell’umano e l’ingaggio in una progettualità dove la gratuità e il dono sono il vocabolario principe. È auspicabile l’esperienza del volontariato, magari soltanto per un mese estivo (rinunciando alle proprie ferie con gli amici), o addirittura di caratura internazionale. Esperienze di mondialità per imparare a globalizzare la fraternità. Ci sono buoni inviti in pastorale: uno di questi è uscire da sé sporcandosi le mani in progetti di solidarietà e fraternità.
    Infine, un accenno al mondo, alla città e alla cultura, che tendenzialmente sembrano non fidarsi delle nuove generazioni; in realtà chiedono l’investimento di energie giovanili in progetti politici e di cittadinanza. È una comoda tentazione quella di pensare che i giovani non siano appassionati alla “causa-mondo” o alla “causa-città” o alla “causa-terra”: la politica è la forma più alta di carità (Paolo VI). Anche per loro. La costruzione della città di tutti non può essere un’appendice della vita.
    Come si evince da queste semplici note, non si tratta di riscrivere chissà quali ricette di pastorale giovanile. Non c’è per nulla questa pretesa. Le osservazioni offerte sono soltanto l’omaggio all’antica sapienza dei pastori che sentivano “l’odore delle pecore” (Francesco) avventurandosi nell’esperienza di vita con loro. È stata ed è ancora l’attitudine necessaria affinché il mondo giovanile non venga relegato alla periferia della cura pastorale. La chiesa per prima dovrebbe guardare alle nuove generazioni con maggior coraggio e sapienza. Ma dovrebbe avere il coraggio di frequentarle, ascoltarle e promuoverle.

    * Parroco della Beata Vergine Immacolata in Longuelo – Bergamo


    NOTE

    [1] «I bambini non sono l’avvenire perché un giorno saranno adulti; ma perché l’umanità si avvicina sempre più a loro, perché l’infanzia è l’immagine dell’avvenire». La citazione di Milan Kundera (Il libro del riso e dell’oblio, Bompiani, Milano, 1980) è tratta da Francesco M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi, Torino, 2014) Sulla “bambinizzazione” della cultura vedi anche Marcel Gauchet, Il Figlio del desiderio. Una rivoluzione antropologica (Vita e Pensiero, Milano, 2010).
    [2] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano, 2007. Si segnala dello stesso autore anche il piccolo Giovane, hai paura? (ed. Marcianum Press, Venezia, 2014).
    [3] Nella stagione delle “passioni tristi" la questione del Senso coincide con il volere la vita come qualcosa di desiderabile perché promettente. Il nichilismo non è soltanto la negazione di ogni valore, ma di ogni volere. Vedi, appunto, M. Benasayag e G Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004.
    [4] La monumentale opera rimasta incompiuta di Robert Musil usciva negli anni Trenta a Berlino e suonò da subito come una metafora profetica, un grido di allarme per il tutto il Novecento. Tra i recenti studi sulla post o tardo-modernità si può utilmente inserire anche il lavoro della psicanalista Catherine Ternynck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, (Vita e Pensiero, Milano, 2012).
    [5] C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, 1981. Sempre di C. Lasch, L’io minimo, Feltrinelli, Milano 2004.
    [6] Gli egofoni e i digitanbuli sono invece i protagonisti dell’ultimo Ognuno potrebbe (Feltrinelli, Milano, 2015), generazioni figlie del “sublime autismo” tecnologico e della “sindrome dello Sguardo Basso”: “(Passano i digitambuli, nel vasto mondo attorno, a migliaia, a milioni, assorti nei loro rettangolini di luce fredda, così fredda che neppure gli si riverbera sul viso. Lo sguardo rivolto in basso rende la loro fronte piana; le palpebre a mezz’asta fanno schermo alle pupille, nascondendo anche il colore degli occhi. Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non adesso. Adesso tutto è solo e sempre in corso, e soprattutto non è qui che è in corso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto.)”. Il romanzo Gli sdraiati è uscito sempre per Feltrinelli nel 2013.
    [7] Vedi ancora F. M. Cataluccio, Immaturità, Einaudi, Torino, 2014.
    [8] Per una lettura della contemporaneità – tenuto conto della sterminata produzione – mi rifaccio all’analisi di Pierangelo Sequeri nel suo saggio Contro gli idoli postmoderni (Lindau, Torino, 2011). Il primo capitolo riguarda, per esempio, il mito narcisistico della “fissazione della giovinezza”, “l’idolo dell’adolescenza interminabile”. L’analisi sembra però riguardare innanzitutto il mondo dei grandi.
    [9] Il carteggio uscì su Repubblica a fine estate del 2010 con questo titolo accattivante: “2026, la vittoria dei barbari. Uno scrittore viaggia nel futuro, alla scoperta di un'èra dominata dalla superficialità. Con una sorpresa: non sarà poi così male”.
    [10] Prendiamo a prestito la folgorante formula di Pietro Prini (vedi il saggio Lo scisma sommerso. Il messaggio cristiano, la società moderna e la Chiesa cattolica del 2002 pubblicato presso le edizioni Garzanti, Milano), per evidenziare che è in atto un ulteriore scisma tra Chiesa, parrocchie e nuove generazioni. Forse la formula può risultare un po’ forte ma è indubitabile la sua provocante attualità. Sullo stesso tema, di più recente pubblicazione, si veda Marco Marzano, Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della chiesa in Italia (Feltrinelli, Milano, 2012).
    [11] A. Matteo, La prima generazione incredula, ed. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010. Di recente è uscito un saggio di Claudio Cristiani che già nel sottotitolo – La prima generazione dei “nuovi credenti” – prova a bilanciare la tesi di Matteo: Non è una fede per vecchi (ed. Ddb, Bologna 2015).
    [12] È la sfida raccolta anche dalla chiesa italiana che si è raccolta a Firenze lo scorso novembre: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Sondare o lasciar parlare l’umanità di Gesù aiuterebbe a comprendere che nella maniera umana con cui Gesù ha voluto vivere la vita ogni uomo può riconoscere i tratti della sua stessa umanità. Inoltre, Gesù vivendo l’umano comune ha deciso di riconoscere molta serietà all’umano di ogni uomo. Aiuterebbe molto a comprendere anche il suo essere il Figlio di Dio: “Ciò che Gesù ha di singolare e di eccezionale non è nell’ordine del religioso ma dell’umano” (cfr. J. Moingt, L’umanesimo evangelico, Qiqajon – Comunità di Bose, 2015). L’umanità di Gesù è l’umanesimo di Dio. La sua Parola per l’uomo è umana. Buone piste di lavoro le consegna anche F. G. Brambilla, Adamo, Dove sei? Sulla traccia dell’umano (Cittadella editrice, Assisi, 2015).
    [13] C. Theobald, Trasmettere un vangelo di libertà, EDB, Bologna 2010
    [14] Dovrebbe essere decisiva l’evidenza evangelica del fatto che Gesù abbia iniziato il suo percorso di “passatore” non dal Tempio di Gerusalemme e che semmai egli abbia elevato case e strade a nuovi “luoghi teologici”. Una rilettura attenta dell’umanità di Gesù – mettendosi in ascolto dei testi evangelici (e di buona parte letteratura profetica di cui il passatore si fa interprete) – aiuterebbe a comprendere maggiormente come Gesù facesse pastorale. E lo facesse – diciamo così – per conto di Dio.
    [15] Vedi Pierangelo Sequeri, Per un’etica della concretezza in Luoghi dell’infinito, n. 200 / novembre 2015: “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito. La prima e l’ultima parola dell’umanesimo di Dio è anche la prima e l’ultima Parola di Dio”.
    [16] Vedi J. Moingt, L’umanesimo evangelico, Qiqaion – Comunità di Bose, 2015.
    [17] Lo dimostra il saggio significato di Luigi Zoja, La morte del prossimo, (Einaudi, Torino, 2009)
    [18] La divulgazione del primato del desiderio, la rivalutazione della figura del padre (il Nome del Padre), la necessità del testimone del desiderio è merito della fortunata produzione saggistica di Massimo Recalcati. Il quale ha il pregio di intrecciare e far dialogare – sulla scorta di Jacques Lacan e dell’altrettanto grande allieva Françoise Dolto – le domande dell’umano con i testi biblici, facendo emergere come la forza dei testi evangelici sta nella loro capacità di dire ciò che l’umano – universalmente riconosciuto – cerca. Di Recalcati si possono volentieri citare, anche per un proficuo lavoro pastorale con i giovani, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca moderna (Raffaello Cortina editore, Milano, 2011), Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (ed. Feltrinelli, Milano, 2014), La forza del desiderio (ed. Qiqajon 2014), Ritratti del desiderio (Raffaello Cortina editore, Milano, 2012). Mentre val la pena segnalare i dialoghi di Françoise Dolto con Gérard Sévérin I vangeli alla luce della psicoanalisi. La liberazione del desiderio (et al. / edizioni, Milano, 2012).
    [19] La pioneristica e altrettanto discussa opera di don Milani uscì nel 1958 a Firenze (Libreria Editrice Fiorentina). La coincidenza merita di essere segnalata: nello stesso anno, Angelo Giuseppe Roncalli diventava Giovanni XXIII.
    [20] Secondo la grande lezione del Concilio Vaticano II che parafrasa l’aforisma di Terenzio, commediografo pagano del II secolo a.C.: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: nulla di ciò che è umano mi è estraneo; vedi Gaudium et spes, n. 16).
    [21] Sulla questione del rapporto tra cristianesimo, chiesa e cultura è istruttivo Giuliano Zanchi, L’arte di accendere la luce. Ripensare la Chiesa ripensando il mondo (Vita e Pensiero, Milano 2015) e il precedente Prove tecniche di manutenzione umana. Sul futuro del cristianesimo (Vita e Pensiero, Milano 2012). Per impostare una pastorale all’altezza delle domande e della ricerca giovanile occorre affrontare seriamente la questione della cultura.
    [22] È sempre il Concilio Vaticano II (nell’incipit della Gaudium et spes) a parafrasare la massima di Terenzio, commediografo pagano del II secolo a.C. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: nulla di ciò che è umano mi è estraneo).
    [23] All’interno della categoria anagrafica di “giovani” anche gli adolescenti meriterebbero ben più di una citazione passeggera, non foss’altro perché il generoso lavoro degli oratori e della pastorale giovanile in Italia prevede siano proprio essi l’oggetto di una cura che deve partire da lontano, forse addirittura dalla stessa iniziazione cristiana. C’è molto più di un nesso tra iniziazione cristiana, tempo oratoriano dell’adolescenza, e mondo giovanile, anche se quest’ultimo si sente a volte un po’ “stretto” o “estraneo” negli spazi-tempi degli oratori.