Domenico Sigalini
(NPG 2017-05-46)
Ho una frase scolpita nella coscienza da quando mi sono innamorato della figura sacerdotale di don Milani che in questi tempi viene giustamente messo in risalto dallo stesso papa Francesco. Gli dicevano gli uomini di sinistra, che allora senza reticenze si firmavano comunisti, press’appoco così: “Lascia la chiesa che ti contesta tutto quello che dici e di cui sei convintissimo, come se vivessi solo per quello, e che fa parte decisiva della tua vita”. E lui candidamente: “Senza la chiesa dove vado a chiedere perdono per i miei peccati?”.
Da queste battute veniva chiarissimo a me negli anni della famosa contestazione giovanile (il ’68, era solo due anni dopo che io nel ’66 sono diventato prete) una collocazione chiara, pure dentro tutta la voglia di cambiare, di mobilitare i giovani, di partecipare al processo di cambiamento che ci entusiasmava. In questo tempo vivevo all’interno della contestazione, essendo iscritto alla università statale di Milano per laurearmi in matematica, e ho sempre visto la chiesa come un riferimento ineludibile per me e per i giovani con cui lavoravo, a partire da quella fede solida che dovevo continuamente riscrivere nella mia vita e nella vita dei giovani. La “lettera a una professoressa” di don Milani, la leggevamo alla facoltà di fisica lungo i corridoi, in numerosi ciclostilati esposti sui tatze bao (così si chiamavano le bacheche improvvisate con listelli di legno).
Non c’era troppa differenza tra cattolici e altre ispirazioni nei primissimi tempi e tutti sognavamo qualcosa di nuovo. Modestamente, noi cattolici eravamo già vivaci e pronti al cambiamento, perché il Concilio era finito da tre anni (1965) e le nostre parrocchie erano già popolate da chitarre, ciclostilati, messe beat, gruppi giovanili, momenti formativi non più frontali, ma in cerchio e con la possibilità spontanea di prendere la parola. L’idillio finì troppo presto, quando cominciarono gli adulti, i falchi, a metterci in mano le pistole. Allora ancora di più abbiamo visto la saggezza di una struttura come quella ecclesiale, che ci criticava, ma ci dava un minimo di dialogo, comunicazione, lotta pure sempre a misura di ragazzi e giovani non violenti, ma decisi a realizzare gli ideali che nutrivamo.
Oggi in mezzo a tanta confusione, complessità, fragilità, non è nemmeno sentita la necessità di uno spazio, un insieme di relazioni, momenti simbolici, luoghi concreti cui appartenere, perché si appartiene in tanti modi diversi a tanti luoghi, da quelli geografici (vedi la sacrosanta movida con gli amici dal venerdì sera alla domenica, la tifoseria di una squadra allo stadio o solo nei pressi, il concertone rock) a quelli elettronici e virtuali (facebook, giochi a gara e i social in genere). Tendenzialmente non sono luoghi che producono appartenenza, ma isole di convivenza, cioè non si sta assieme per degli ideali, ma per dei bisogni, che non sono certo da disprezzare o da ignorare.
Pure la Giornata Mondiale della Gioventù ti prende, ti coinvolge, ti apre orizzonti, ti scalda, ma non ha continuità aggregativa e di appartenenza nella vita. Detto in altri termini: abbiamo fatto una bella GMG, siamo tornati caldi e soddisfatti, ma presto si prendono la rivincita le movide, i supermercati, i bar, caratterizzati da mutazioni genetiche dovute alle mode… Funzionano così alcuni pellegrinaggi, anche in Terra Santa o a Medjugorie. Resta solo un’appartenenza temporale attraverso i social. Ma la chiesa è una comunità che esige relazioni stabili, percorsi non improvvisati, appuntamenti periodici, tempi forti, esposizione di identità definite. Possono anche essere temporanei e non definitivi, ma una certa continuità deve esserci. Fermarsi sul sagrato della chiesa dopo la messa a fumarsi una sigaretta con gli amici, sta diventando impossibile, non perché giustamente non si deve fumare, ma perché sarebbe un luogo che ti identifica troppo e che non fa parte del modo di vivere soft in tutto.
Una esperienza che da questo punto di vista offre molta appartenenza sono le associazioni, i movimenti, le aggregazioni giovanili che mettono al centro relazioni continuate, ideali comuni e qualche esigenza che deve essere tenuta in conto se si vuole uscire da questo vagare e da questa solitudine che molti giovani vivono.
La posta in gioco e la proposta
È evidente che questa ricerca non è alla luce di un adattamento agli indici di gradimento. Essa ha un patrimonio conquistato con il sangue di Gesù e con quello di tanti martiri, di ieri e di oggi. È il luogo di una Parola che non costruiamo noi, è un dono che non ci siamo inventati noi, ma che nasce dal cuore trafitto di Gesù; è la sposa di Cristo, è il sacramento della salvezza, il segno di un perdono necessario ad ogni vita e ad ogni società. Papa Francesco ci ripete spesso che è un ospedale da campo. Del resto le immagini di chiesa sopra ricordate (cfr Comunità: un “pericoloso” nome della Chiesa) sono molteplici, storiche, attuali, ben delineate.
Ora proprio dentro queste immagini, dentro questa esperienza da cui noi tutti siamo venuti e in cui siamo cresciuti con i nostri innumerevoli difetti, vogliamo aiutare i giovani e aiutarci con loro a cercare un chiodo, magari su nel cielo, meglio dentro di sé, cui appendere la vita, le amicizie, i progetti, i tentativi, le decisioni, le solitudini e viverle in sicurezza, con un minimo di continuità, in attesa di diventare vera appartenenza, magari definitiva con tutte le caratteristiche della mobilità geografica e spirituale di questi tempi. Non è un problema solo giovanile, ma anche di molti di noi adulti. Questo credo che sia anche il senso di un sinodo indetto da Papa Francesco sul mondo giovanile, non in senso generico, ma cogliendo l’esigenza di fondo di ogni giovane: che posto ho nella vita del mondo, nella mia, nel mondo dei miei affetti, nel mondo del lavoro, nella mia collocazione rispetto a tutti i cambiamenti che devo subire o per cui voglio vivere? Più banalmente: chi sono?
A questa domanda c’è la possibilità di formulare una risposta?
Non posso non rifarmi - come faccio spesso, perché ne sono molto convinto - a un discorso di san Giovanni Paolo II nel settembre del 2001, in quell’anno in cui sono crollati di schianto i nostri presagi di un mondo migliore in un millennio appena cominciato. Papa Giovanni Paolo II aveva posto molta enfasi sul famoso anno 2000. L’aveva atteso con gioia, ce lo ricordava sempre come un appuntamento decisivo per la vita di ogni uomo, della chiesa e dei giovani stessi.
Ancora ricordano le parole scolpite in una generazione che ancora le vive a Tor Vergata. Siete sentinelle del mattino, voi metterete fuoco in tutto il mondo… Quella generazione si è presa le sue responsabilità, ma oggi i 18-25enni di allora hanno 35-45 anni, sono adulti, definiti negli ideali e nella vita, sempre in grado di approfondire e cambiare, ma sono un po’ distanti dai giovani di oggi.
Ebbene nel settembre 2001 contro ogni avvertimento sulla sicurezza dei cieli, dopo i fattacci delle torri gemelle di New York, papa Giovanni Paolo II era andato in Kazakhistan e aveva parlato ai giovani che gli domandavano: “Chi sono io per te, papa Giovanni?”.
E lui rispondeva: “Tu sei un pensiero di Dio, un palpito del cuore di Dio…”. E questo, san Giovanni Paolo II lo diceva non ai giovani cristiani soltanto, perché la maggioranza di quella popolazione giovanile riunita nello stadio di Astana, la capitale del Kazakhistan, era mussulmana o atea dopo tanti anni di comunismo.
L’elemento forte su cui occorre oggi ripensare la bellezza e la necessità della chiesa, il chiodo cui appendere le vite dei giovani, le loro attese, le loro solitudini è proprio la consapevolezza che nessuno è al mondo a caso, non siamo il risultato di una brodaglia che ogni tanto esprime una persona fatta in serie, non siamo clonati, siamo pensati e amati. Se nelle tue delusioni, asprezze, fatiche, tradimenti, sai di essere un pensiero e un palpito del cuore di Dio, capisci che non è vero che non sei di nessuno, non sei un caso sfortunato, non sei lasciato mai solo, non c’è nessuno che ti dice: arrangiati, la vita non ti sega, ma ti pone in contatto con questa consapevolezza assieme a tanti altri. Questo Dio del cui cuore sei un palpito, non è un espediente retorico, non è la solita vaghezza di fronte alla materialità delle nostre concezioni di vita che ci espongono continuamente in cerca di un oltre. È una persona, un essere incontrabile e la Chiesa te ne dà continuamente la possibilità, i contatti con Lui, stabiliti da Lui, non dai nostri inganni. Non vorrei rovinare ora, con una parola sempre sentita e collocata entro strettoie di significato fuorvianti, tutta la carica del discorso del papa santo dicendo che la vita di ciascun uomo, di ciascun giovane ha alle spalle una chiamata; ti senti chiamato per nome, non sei calcolato a chili o a massa che ingombra come sugli ascensori, ma sei provocato da qualcuno a rispondere in maniera originale a questo appello.
Questa noi la chiamiamo nell’ecclesialese: vocazione, che non è provocazione a farsi prete o suora, anche quello, ma soprattutto è chiamata a dare un tono tuo, esclusivamente tuo alla tua vita, a leggere con passione quel che sei, che gusti, che ti attira profondamente.
Perché è nelle tue qualità, nei tuoi doni, nelle tue fragilità che il Signore ti scrive quella chiamata che intavola fra te e Lui un dialogo serrato, deciso, convinto sulla felicità della tua vita. E la tua vita sarà felice se realizzerai con generosità questa chiamata.
Hai bisogno di qualcuno che ti aiuta, che non ti fa prendere lucciole per lanterne, che cioè sa dirti almeno la direzione in cui cercare, che lui percepisce dalla conoscenza che ha di te, dalla Parola di Dio, dalla situazione che sta attorno a te, dai bisogni dell’umanità che ti circonda o che Lui ti indica di seguire.
Certo, se tu metti in dubbio Dio, come può sempre capitare, soprattutto con la tua intelligenza, i tuoi ragionamenti, le tue ideologie, farai fatica. Si può però fare un salto rischioso nel buio intellettuale, che non è il massimo delle tenebre. Ne conosci molte altre di tenebre che sanno di disperazione, di non ritorno, di morte talvolta, di violenza inaudita. Occorre rischiare un dialogo. La fede non sarà mai il risultato di una ricerca, ma Dio, Gesù è Lui che ti cerca, che ti parla, che ti conosce e ti provoca. Lasciati provocare.
Tutto quello che sei, che fai, che vivi e che ti sembra importante e bello perché fotografa la tua vita non è mai a caso. Se vai in parrocchia non è una pura inclinazione, se vai in chiesa, se frequenti pratiche religiose, non è questa o quella abitudine automatica al mondo cattolico o ecclesiale, non ha origine in questo o quel grado di soddisfazione che provi a fare servizi ecclesiali, ma è la chiamata di Dio e la tua risposta senza pretese. È una relazione dell’anima con l’amante che è Dio. È qualcosa di sponsale. Certo si può iniziare con una attrazione esteriore ma, per non creare grossi equivoci, è necessario collocarsi a questa profondità. L’amore trova o fa simili coloro che si amano.
Non ti incanta la bellezza e la grandezza del nostro essere umani, in un mondo di bit e di elettroni, di sequenze logiche e di formule? Vogliamo ridirci con coraggio che è bello essere umani, è bello avere sentimenti, è bello emozionarsi con la consapevolezza che non sono di fronte a uno specchio che mi rimanda solo la mia fotografia di disperato, ma sono chiamato per nome alla felicità? Potranno in seguito nascere domande del tipo: io chi sono? sono felice? tu, se ci sei batti un colpo. Sono domande che ti collocano nella consapevolezza di non parlare con un muro, di non rispondere a una eco, ma di sentirti chiamare per nome da qualcuno.
Ogni persona è chiamata per nome; nessuno è lasciato solo, ogni persona si sente risuonare un nome e un invito per una mission.
Gesù non chiama a stare in un salotto, o al balcone della vita, ma ti provoca a una missione, che ti realizza al meglio come persona e dentro questa risposta ricostruisci il tuo vero “chi sono”.
La chiesa che cosa c’entra?
La chiesa è il segno della convocazione dell’insieme dell’umanità, è essa stessa con-vocata, cioè caratterizzata da una chiamata come tale e definita come accolta di chiamati: occorre porre alla base di ogni proposta o prassi pastorale che essere cristiani non è mai essere generici o clonati, non è mai una risulta di tradizioni anche belle, nemmeno è una scelta che mi faccio perché sono convinto, mi trovo bene, ho faticato, e di conseguenza ci sono riuscito a tornare nella chiesa, ma è sempre una risposta a una chiamata personale.
Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto, chiamato voi. La vocazione, e quindi tutto l’impianto che fa capire, propone, chiarisce la vocazione; il dinamismo vocazionale non è accessorio o attività di qualcuno meno ancora il compito di un ufficio di curia, ma l’anima della vita ecclesiale, parrocchiale, di associazione o di movimento.
Il dinamismo chiamata-risposta nemmeno deve essere in questo modo annacquato nel generico, ma esplicitato come esigenza di servizio all’amore. Insomma c’è una unicità della persona e una unicità del rapporto tra Gesù e ciascuna persona. Tutto questo si deve riscoprire nei vari aspetti della vita della chiesa a partire seriamente dalla liturgia, dove si ascolta Dio che parla, dove si accoglie il dono del Corpo di Gesù, dove nel rito ci si vive una prossimità con Dio e con gli altri, dove non si nutre una devozione intimistica, ma si condivide vita e preghiera, dono e perdono.
La chiesa deve presentarsi fatta da adulti nella fede e nella vita che aiutano a crescere i giovani in questa prospettiva
Che configurazione devono avere questi adulti, che formazione occorre mettere in atto per loro. È un tassello importante per creare appartenenza profonda, oltre le necessarie amicizie, vita di relazione, esperienze di comunione. Ma faccio aiutare in questo da un bel libro [1] ispirato al beato Russolillo, ispiratore dei vocazionisti, che definisce in questi termini da me reinterpretati la figura dell’adulto.
Profeti di desideri
Si parte da ogni desiderio umano fino a scoprire attraverso di essi e oltre essi il desiderio divino. Con linguaggio icastico si dice che occorre aiutare a togliere la maschera del desiderio di Dio, scavando a ritroso verso l’origine del desiderio, della lotta, della domanda… per raggiungere l’unità della propria vita. Solo a contatto con la sorgente il desiderio può diventare decisione
Profeti di fiducia
La fiducia è lo spazio lasciato vuoto dal calcolo e apre all’esperienza di un Dio affidabile. Qui è eccezionale il riferimento a san Paolo nella II lettera a Timoteo. “So a chi ho dato la mia fiducia”. È facile scoraggiarsi, ma se c’è una scelta di questo tipo, le difficoltà si collocano sul coraggio del superamento. Come si fa ad aiutare ad affidarsi? Serve attenzione all’umanità dei giovani, scorgere i grovigli del loro cuore, riconoscere all’interno della propria storia i segni dell’amore di Dio, fare dello sguardo fiducioso di Dio su ciascuno, il proprio sguardo.
Profeti di libertà
Contro la mentalità diffusissima nel nostro tempo e tra i giovani che provoca molta sofferenza: la libertà è solo l’autonomia dell’individuo.
Fare tutto ciò che si vuole non è avere la felicità, perché non tutto ciò che si vuole è un bene della vita propria. Tante volte i giovani hanno tempo e occasioni per fare tutto ciò che vogliono, ma non c’è niente che a loro piace, che li convince e stanno ore chiusi nella loro “latta” prima di sgommare fino alla prossima sosta ancora insoddisfacente. E così di sgommata in sgommata consumano una esperienza di libertà, ma senza verità. Almeno si deve aiutare a capire un doppio movimento: la libertà imprevedibile e inafferrabile di Dio e la libera azione dell’uomo, mendicante di cielo. La proposta di Dio, il palpito del suo cuore per il mio, non è mai sacrificio della propria libertà, ma educazione e scoperta delle proprie possibilità.
Profeti di speranza
La speranza è lo sguardo di chi ti aiuta a scrutare l’orizzonte e a vedere la luce dopo il buio. Sant’Agostino dice che Gesù è diventato la nostra speranza perché è stato tentato, ha patito, è risorto. In lui puoi vedere la tua fatica, e la tua ricompensa; la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella risurrezione. E così è diventato la nostra speranza. Sperare non è sognare, al contrario è il mezzo per trasformare ogni realtà. Qui don Tonino Bello avrebbe molte cose da insegnare.
Narratori e testimoni di bellezza
Sant’Agostino dice di Gesù: è bello in cielo. Bello in terra, bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori: bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte, bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Il dialogo risposta all’appello di Gesù non trova il massimo della sua espressione nella logica; si tratta di immergersi nella bellezza di un Dio che si fa prossimo, che incontra, che chiama, condivide...
Conclusione
I giovani per poter appartenere non hanno più bisogno di teorie e formule, ma testimonianze di vita vissuta, faticosa, gioiosa, impegnata.
Solo una vita che ha il profumo contagia alla vita. Occorre passione, pathos, non certo pizzi e merletti; occorre gioia e voglia di vivere per provocare alla vita. Papa Francesco è molto apprezzato perché è diretto; le sue parole hanno dentro una vita concreta coerente e visibile, appassionata, audace, spontanea pure.
La fede si apprende sempre alla scuola della comunità, dove c’è sempre un annuncio esplicito forte e motivato e ci sono testimoni di una fede differente, concreta, che narra l’irruzione della presenza di Gesù nella propria esistenza.
Dalla fede nasce la bellezza, risposta a una chiamata alla santità, che non è vivere con la paura di non esserne all’altezza, ma il coraggio di sapersi amati, pensati, scelti da Dio, nonostante tutte le nostre fragilità e limiti.
NOTE
1 Cfr Paolo Greco-Giuseppe Surace, Il mormorio di un vento leggero, Elledici 2016.

