Per un artigianato dell’accompagnamento salesiano
Ufficio Nazionale Vocazioni - Salesiani Don Bosco – Italia
(NPG 2018-03-32)
3. “Se un birbante…”
«Se un birbante…».[1]
Come se si potesse per davvero cambiare. E come se a cambiare potesse essere un ragazzo con un futuro davanti già vecchio e una vita già scritta.
Michele. Tredici anni. Terza elementare. Di professione, nullafacente. Cresciuto troppo in fretta, in strada, senza un padre che gli indicasse e lo precedesse su quella giusta.
Neppure lui ci credeva più. Anche se in fondo al suo cuore lo desiderava - eccome! - di poter cambiare. Ma aveva disimparato da tempo come si fa a sognare e a sperare. O per lo meno, non se lo ricordava più.
Quella sera don Bosco stava per perdere il treno a Carmagnola e Michele era solo questo. Un ragazzo in fondo buono, ma abbandonato a se stesso. Solo e perso. «Chi mi aiuterà?»[2] aveva detto alla fine a don Bosco, con un tono assolutamente diverso, senza più nessuna aria di sfida, ma solo con tanta, troppa paura. «Chi mi aiuterà a cambiare, a sognare e a provare una vita diversa?».
Ed ora, eccolo, a Valdocco, correre incontro a don Bosco. Sembra lo stesso di prima. Ma invece è già un altro.
È il 17 ottobre del 1857. Nessuna predica. Poche battute e si ricomincia a sognare. Don Bosco gli sorride e lo chiama «mio caro».[3] Lui, il generale di Carmagnola, «il disturbatore universale che quando non interviene tutto è in pace; e quando se ne parte, fa un beneficio a tutti»[4] è caro a qualcuno. Prezioso.
Di fronte a quel sorriso e a quello sguardo scopre dentro di sé una volontà e una disponibilità che non sapeva di avere: «Sono disposto di fare come volete; se però mi lasciate la scelta, preferirei di studiare». Nessuno dei suoi amici, neppure se l’avessero sentito dal vivo, avrebbe mai potuto credere a quelle parole. Il Michele che ben conoscevano mai avrebbe chiesto di poter mettersi a studiare. Ma Michele non è più quello di prima. È un’altra persona. È libero finalmente di essere fino in fondo se stesso, fino a rivelare quell’inaudito desiderio sepolto da sempre in fondo al suo cuore.
«Se un birbante…».
E le parole quasi gli si fermano in gola. Sono bastati due soli veloci dialoghi, per fidarsi di quel prete e del suo sorriso. Per entrare in confidenza con lui. E quando don Bosco lo invita a continuare, Michele si apre, fino a dire di getto e in un solo respiro: «Se un birbante potesse diventare abbastanza buono per ancora farsi prete, io mi farei volentieri prete».[5]
Pensava fino ad allora che non sarebbe mai cambiato. Inchiodato a un ruolo, prigioniero di una maschera che gli andava sempre più stretta, ma impossibile da togliere. Ma adesso ci crede e ci spera.
Si chiama Michele. È stato un birbante. Ora è un ragazzo che sogna.
E don Bosco che di sogni se ne intende, e che sa che quelli veri non son di frasi fatte, lo prende sul serio. E a fiducia risponde con fiducia: «Vedremo adunque che cosa saprà fare un brigante. Ti metterò allo studio…».
Per Michele non è facile. Ma giorno per giorno cambia per davvero. Sente la nostalgia di Dio e della sua Grazia, sperimenta e si commuove per il suo perdono. Conosce la dolcezza e la bellezza di essere di Maria, rilevando un animo sensibile e profondo.
In poco tempo il suo cambiamento sarà così profondo, da diventare lui stesso un angelo custode per qualche suo compagno che non sapeva ancora che a Valdocco si poteva cambiare, fino ad essere felici.
Quando il 21 gennaio 1859 la malattia lo portò via, il Signore accolse in Paradiso un birbante che era morto come un santo.
E dire che se un prete, una sera di nebbia, non avesse rischiato di perdere il treno, forse un’anima si sarebbe persa…
Dopo avere preso in considerazione il riferimento contestuale (cap. 1) ed aver esaminato alcune dimensioni caratterizzanti l’accompagnamento salesiano vissuto da don Bosco a Valdocco (cap. 2), questa terza parte del lavoro intende offrire alcuni spunti di riflessione che possano orientare verso l’operatività. Accostandosi a questa terza fase, due premesse si rendono necessarie.
Innanzitutto in questa sezione si è fatta la scelta di offrire alcune indicazioni puntuali rispetto all’accompagnamento. È infatti questa un’esigenza che da più parti emerge: “Come si fa concretamente ad accompagnare?”. Quale la carta di navigazione attraverso cui potersi avventurare con sano equilibrio nel mare magnum di questa pratica pastorale? Ecco dunque l’esigenza di essere dettagliati e puntuali nell’evidenziare gli elementi che appaiono significativi in merito.
Di contro, ed è questa la seconda premessa, alcune pericopi[6] ci testimoniano quanto il messaggio evangelico non possa prescindere dai destinatari dello stesso; pertanto appare necessario che tale percorso non vada inteso come una “ricetta preconfezionata” da applicarsi tout court. Infatti l’esperienza dell’accompagnamento che, papa Francesco definisce un’arte,[7] corrisponde più alla dinamica della personalizzazione artigianale che alla pedissequa reiterazione del “copia e incolla”. Non dunque un percorso stringente e normativo, quanto piuttosto un’offerta di orizzonte che aiuti l’orientamento del cammino.
Il districarsi tra normatività e personalizzazione sarà possibile solo esercitando un sano discernimento, che appare sempre più come fondamento di una sempre rinnovabile metodologia pastorale.[8] In tal senso si può dire che il discernimento non sia solo uno dei fini dell’accompagnamento, ma che in esso e di esso vive e si alimenta per una sua sana pratica.
GLI EQUILIBRI DI UN INCONTRO
Un primo aspetto da inquadrare nell’ottica dell’accompagnamento è la ricerca di equilibrio in una serie di apparenti antinomie,[9] posizioni e visioni che ad uno sguardo frettoloso potrebbero sembrare contrastanti. Tale ricerca, più che un mero sforzo speculativo, dice il bisogno di adattare e personalizzare il percorso secondo le esigenze e le capacità di ciascuno.
Piedi in terra e sguardo al cielo
Don Bosco è stato un uomo che ha costruito tutto il suo vivere in un sano equilibrio tra queste due polarità: piedi in terra e sguardo al cielo. Egli, infatti, ebbe un sano realismo, che gli diede la possibilità di dare risposte attuali alle emergenze incontrate; al contempo seppe mantenere uno sguardo rivolto non soltanto attorno ma anche in avanti. Come un abile marinaio in mare aperto ha saputo cogliere i segreti delle costellazioni, i segni che vengono dall’alto: piedi ben fissi per terra, ma con gli occhi rivolti al cielo, egli ha guardato in alto, senza mirare in alto, senza mai montarsi la testa, mantenendosi sempre “umile, forte e robusto”.
Un sano accompagnamento, che sappia adeguarsi in maniera corretta alla logica dell’incarnazione, non può che cavalcare questo equilibrio tra realtà e sogno, tra esigenze del mondo e dello Spirito. È lo stesso giovane che deve imparare a vivere una adeguata armonia nella propria vita senza più distinguere le cose dello spirito da quelle “materiali”, comprendendo che tutta la propria esistenza è chiamata ad essere unicum non frazionabile in settori distinti, ma armonizzabili nell’esistenza di Cristo.
Relazione paziente e generativa
L’accostarsi al giovane mette in campo le coordinate della libertà, da ambo le parti. Non un incontro che chiude, rallentando il passo, ma che spalanca scenari di scelta nei quali l’accompagnato possa sentirsi protagonista libero, ma non solo. Nell’esperienza di Valdocco, infatti, molti giovani si sono sentiti dire: “Vuoi stare con don Bosco?”, percependosi liberi e interpellati a prendere posizione. Chi accompagna, non può semplicemente assistere alla crescita, ma sospinge verso passi concreti, possibili, capaci di aprire orizzonti nuovi per il singolo.[10]
Come nella realtà biologica, anche nella vita credente, non si possono pensare crescite repentine e armoniche insieme, o stagnanti e graduali allo stesso tempo. La saggezza di chi accompagna implica una reale gradualità di proposta e un approfondimento costante nel cammino. Ciascuno può essere accompagnato, accolto nel punto in cui si trova la propria libertà,[11] senza bloccare le sue potenzialità più belle di maturazione. Don Bosco propone a tutti di far parte del proprio oratorio e ha il coraggio di proporre a qualcuno di inserirsi nella sua famiglia.[12]
Il delicato equilibrio dell’accompagnamento implica poi un sano bilanciamento tra attesa di tempi maturi e sana premura nel far procedere l’accompagnato. È la dinamica del “subito”, così frequente nel Vangelo di Marco, sposata con la paziente attesa delle continue conversioni di Pietro verso un’adesione sempre più totale e definitiva a Cristo. Di riflesso, è la capacità di don Bosco di iniziare immediatamente un piccolo catechismo con Bartolomeo Garelli, ma anche la paziente ricerca – non affrettata e improvvisata – di una congregazione femminile che potesse fare per le ragazze quanto lui stesso faceva per i ragazzi. Non quindi pretesa di rapidità nelle scelte e nei passi, ma chiarezza di intenti e paziente adattamento alle reali possibilità del singolo.
Relazione personale e relazioni comunitarie
Il costante richiamo tra il cammino personale e comunitario è garanzia di verità del percorso, certezza di sottrazione all’autoreferenzialità, opportunità di confronto e rinuncia ad orizzonti particolaristici.
La persona infatti esige per sua natura di poter maturare in tutte le proprie dimensioni (intellettuali, fisiche, spirituali, affettive, relazionali), ma è necessario che lo faccia senza pensare a sé con autoreferenzialità o autonomia. Solo la relazione concreta con un ambiente stimolante permette al singolo una reale maturazione. L’accompagnatore che non ha chiaro tale equilibrio rischia di non aprire il singolo ad una realtà più ampia, di farlo crescere illuso di essere maturo anche se solo. Allo stesso tempo, se l’accompagnatore curerà un ambiente stimolante e popolato, ma senza l’occhio sull’accompagnamento personalizzato, rischierà di avere una collettività senza singoli in cammino, un gruppo allineato, ma senza eccellenze stimolate da un discernimento vero, oppure un insieme eclettico di personalità valide, ma incapaci di vero lavoro in comune, perché non abilitate a guardare con profondità sé, gli altri, l’ambiente.
Questo vale sia livello locale, ove persona e ambiente, singolo e gruppo o crescono insieme o rischiano di non fiorire, sia a livello ispettoriale, ove la circolarità fra le proposte delle singole case e quelle dell’ispettoria garantisce l’allargamento degli orizzonti, un’autentica esperienza di Chiesa, la responsabilità verso la propria casa, il confronto con chi cammina più speditamente, la possibilità di dialogo con altri soggetti in grado di accompagnare e la necessità di concretizzare il cammino percorso.[13]
PROTAGONISTI DELL'INCONTRO
È lo Spirito Santo il primo e vero accompagnatore. È lui a fare cose grandi, a illuminare, condurre, guidare, accompagnare, incoraggiare, plasmare, convertire, sostenere, vivificare. Questo paragrafo desidera però porre l’attenzione sugli altri due protagonisti dell’accompagnamento, la guida e il giovane, per declinarne peculiarità ed esigenze,[14] senza dimenticare l’ambiente e la comunità in cui prende vita tale relazione.
Sartoria
È il luogo in cui si rende presente lo Spirito Santo e la sua azione, è la comunità ecclesiale. Poiché nell’azione pastorale la metodologia comunionale è prioritaria rispetto al contenuto proposto, e poiché il messaggio è svilito o sviato nel caso in cui non venga annunciato in un contesto di comunione, è essenziale che chi coordina una realtà pastorale curi l’ambiente relazionale con stile evangelico.[15] Nello specifico della formazione della comunità educativo-pastorale, è importante che l’accompagnamento in genere sfoci in un percorso personalizzato, così da valorizzare le specifiche vocazioni e permettere la condivisione delle competenze, non solo organizzative e gestionali. Quando è progettata, realizzata e verificata come comunità educativo-pastorale l’azione apostolica è realmente strumento di salvezza. Per questo è auspicabile, in ogni comunità educativa, che vi sia la preparazione e il costante aggiornamento di persone adatte a tale impegno.[16] Per un servizio degno verso i giovani, sarà prezioso consegnare ai formatori una serie di indicazioni pratiche e teoriche, in un contesto di gradualità e costanza.
Sarto
La cura di sé
Molto spesso avviene che il prendersi cura degli altri non trova adeguato corrispettivo nel prendersi cura di se stessi, ma con ciò si alimenta il «pericolo reale di perdere il polso della propria vita personale, di ciò che ci riguarda personalmente, di ciò che fa parte del nostro intimo tabernacolo interiore».[17] Se è vero che la missione dà il tono a tutta la vita dei consacrati,[18] lo è per poter servire meglio e per poter portare più frutto, non per la dispersione. Nel presente testo si è parlato delle tre “S” (sanità – sapienza – santità) come mete ed elementi di discernimento accanto al giovane. Questo triplice binario può guidare l’accompagnatore nel lavoro su sé stesso perché docile all’azione dello Spirito possa suscitare i passi giusti da porre in atto nel cammino.
Per servire meglio è necessaria sanità. Come per il giovane, dice riferimento alla cura di sé, intesa come cura dell’igiene della propria persona, del modo di presentarsi agli altri, equilibrio e la maturità nelle relazioni, attenzione nell’essere temperanti nel cibo e nel sapersi ritagliare adeguati tempi di riposo. Una guida “dissipata” difficilmente potrà orientare altri verso la pienezza della vita cristiana.
Per portare frutto è richiesta sapienza. Rimanda ad una remota preparazione all’accompagnamento. Non lo si può improvvisare solo a partire da quanto si è vissuto nel proprio percorso formativo o facendo riferimento a ciò che si ritiene opportuno, ma richiede studio e preparazione seria e attenta. In questo senso, risulta essenziale l’aver “frequentato” gli autori classici della vita spirituale, da secoli luci nitide e sostegno solido nel formarsi e nel guidare. La lettura e lo studio dei grandi maestri consente di sentirsi parte di un cammino ecclesiale, di non appoggiarsi all’autore in voga al momento, di spalancare orizzonti inesplorati.[19] Il percepire di avere tra le mani la vita del giovane non deve creare timori che bloccano e portano a declinare disponibilità, ma a rispondere a quanto viene richiesto sapendo responsabilmente accettare la sfida della formazione e della verità su se stessi.[20]
Per essere trasparenza di Dio, infine, occorre brilli santità, che fa riferimento al proprio cammino di interiorità (che va sempre curato), ai propri tempi di preghiera e di incontro personale e silenzioso con il Padre, datore di ogni bontà, con il Cristo, buon pastore in cerca della pecora smarrita, con lo Spirito, vasaio sempre all’opera. A chi accompagna è necessaria frequentazione quotidiana della Parola nella meditazione, ascolto del Padre, conformazione a Cristo, docilità allo Spirito, passione apostolica… Una guida che non cura il proprio percorso spiritale verso dove orienterà il cammino di coloro che la Provvidenza gli affida?
Accompagnatori accompagnati
Nessuno dà ciò che non ha. Se poi è vero che i giovani hanno diritto ad avere educatori credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento,[21] è anche vero che tali caratteristiche – da vedere come meta più che come realtà pienamente presente negli ambienti ecclesiali – sono frutto di un graduale percorso su di sé, in quanto accompagnati. Non potendo condurre altri lì dove non si è stati, è realmente essenziale che l’accompagnatore abbia già calcato le strade che altri potrebbero poi percorrere. Non per far ripetere pedissequamente il medesimo percorso, quanto piuttosto per essere esperti in un possibile itinerario fra i molti proponibili.[22] L’accompagnatore, se non accompagnato e senza una propria esperienza di preghiera quotidiana, non svolge un servizio con serietà: molto probabilmente porterà su vie che, se è vero che non sono oggettivamente negative, di certo non saranno pienamente secondo quanto lo Spirito potrebbe indicare. In quanto a servizio delle persone, ha la grave responsabilità di essere ben attrezzato interiormente, al fine di non creare rallentamenti nel cammino o fuorviare le intenzioni, colme di fiducia, proprie dei destinatari.
Questo non significa che solo un’élite di perfetti debba accompagnare i destinatari di un’opera, ma non vuol dire neanche che chiunque debba farlo (magari perché ha un ruolo specifico), né che tutti ne siano in grado. Un insieme di fattori (saggezza e maturità affettiva della persona, percorso personale svolto, competenze acquisite, capacità di aggancio e confidenza, discrezione e maturità nel saper mantenere un certo riserbo) possono favorire o dissuadere a formare e far maturare eventuali accompagnatori. Si tratta di una reale valorizzazione dei carismi di ciascuno, per il bene comune, senza confusione o sovrapposizione di ruoli, ma con la consapevolezza che un corpo con molte membra non può pretendere che ciascuna parte replichi per capriccio o con autonomia le funzioni altrui.[23]
In tale contesto pare opportuno anche evidenziare la fecondità di un confronto dell’accompagnatore con figure sapienti che abbiano più esperienza di accompagnamento per verificare lo stile adottato e per alcune problematiche specifiche emerse durante i dialoghi.
La paternità spirituale
È il tratto tipico di don Bosco, sarto, padre e maestro della gioventù. Orfano a due anni, eppure padre di moltitudini di orfani. È un tratto tipico dell’accompagnatore, frutto di un cuore consegnato al Padre, capace di donazione totale, di amore non possessivo, che rende autonomi e proietta verso il futuro.
Il padre, la madre spirituale sono persone ricche di umanità, che hanno vissuto e vivono la propria vita con intensità, che spiccano per prudenza, capacità di comprensione, arte di aspettare, docilità allo Spirito.[24] Che hanno colto l’essenza della propria esistenza come servizio, capaci di accostarsi con massimo rispetto alle persone, che tessono trame di relazioni, che sostengano il giovane ad assimilare personalmente i valori e le esperienze vissute, ad adeguare le proposte generali alla propria situazione concreta, a chiarire ed approfondire motivazioni e criteri.[25] È quell’aiuto in prospettiva personale e comunitaria.[26] Il padre, la madre spirituale sa “camminare con…”, con l’atteggiamento di chi non vuole insegnare, ma si percepisce “compagno di viaggio” dentro una relazione di ascolto e di accoglienza;[27] sa puntare al cuore, per rendere libera e aperta la persona che accompagna. Sa ascoltare, perché dall’ascolto dell’altro si può imparare ad ascoltare se stessi, [28] si esercita nell’arte dell’ascolto.[29] Splendide le parole di Bonhoeffer: «Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestar loro ascolto. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua Parola, e analogamente l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo».[30] Nell’accompagnamento spesso si è preoccupati solo dell’ortodossia dell’annuncio e si dimentica l’importanza della relazione (del “quando” e del “come” fare l’annuncio).[31] Gli accompagnatori, ricchi di paternità e maternità, sono persone capaci di condividere, di spezzare il Pane della Parola e il Pane della Vita sentendosi compagni di viaggio. Capaci di scomparire al momento giusto, vedi Emmaus. Paternità vuol dire essere pazienti e comprensivi con l’accompagnato, trovare i modi per risvegliarne la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere, per aiutare la persona a giungere ad un punto di maturità, in cui sia capace di decisioni libere e responsabili. A tal fine è necessaria un’immensa pazienza.[32]
La stoffa
Pensare al ragazzo o al giovane destinatario dell’accompagnamento significa soffermarsi sulla verità che egli è, a partire dalla crescita fisica, psicologica e sociale che va maturando. Approfondire, seppur brevemente le fasi evolutive, appare fondamentale nel desiderio di porsi accanto, facendosi carico della fatica di tradurre l’accompagnamento in itinerari adeguati all’età e alla maturazione psicofisica dei ragazzi e dei giovani,[33] con la necessaria attenzione alla differenza del maschile e del femminile, nelle varie stagioni della vita.
Preadolescenza: stagione dell’emozione privilegiata
La preadolescenza rappresenta la fase introduttiva dell’adolescenza (10 – 14 anni circa), in cui si avvia la desatellizzazione dai genitori, oggetti d’amore primari, come conseguenza del fisiologico cambiamento dovuto alla pubertà, poiché il corpo è alla base del senso di identità psicologica. Le componenti che disorientano il mondo infantile non riguardano, però, solo la sfera fisica; il passaggio a nuove modalità di pensiero (ipotetico-deduttivo)[34] proprio di questa fase è altrettanto sconvolgente, poiché, origina nuove forme di coscienza che caratterizzeranno poi il periodo dell’adolescenza: si stabilizzerà, cioè, il primato della rappresentazione sulla percezione. Il disinvestimento dell’identificazione infantile corrisponde ad un’esperienza di perdita di sé, oltre che dei primitivi legami d’amore; ciò porta a sentimenti di ambivalenza, incertezza e insicurezza. Sorge, così, il bisogno dell’appartenenza al gruppo dei pari come conseguenza del bisogno di identificarsi a partire dal riconoscimento della propria autonomia. Il gruppo permette al ragazzo di vivere nuove esperienze al di fuori del controllo dei genitori, in modo da scoprire i propri talenti. L’inizio del processo di separazione-individuazione dalle figure genitoriali[35] rappresenta una forza vitale di trasformazione e possibilità di scelta. Nonostante debba separarsi, il preadolescente necessita ancora dell’adulto per dirigere le scelte e gli sviluppi futuri, quindi, caratteristica del preadolescente è questa costante precarietà tra dipendenza e autonomia. Spesso si tende a sottovalutare l'importanza di questa fase, invece è qui che devono essere presentati senza forzature i possibili stati di vita, incoraggiando il cammino verso l'autonomia, senza fargli mancare però guida, protezione e contenimento.
In questa fase sono da curare particolarmente la preghiera di ringraziamento per la scoperta dei doni personali, del gruppo; la ricerca nella Bibbia e nella storia della Chiesa dei modelli, presentati e rivissuti magari anche attraverso la drammatizzazione; la presentazione delle varie vocazioni nella Chiesa (tutte importanti e belle, tutte impegnative); la scoperta esperienziale della bellezza delle più svariate attività di gruppo, ludiche e di impegno, fino al gusto di avviare un piccolo servizio verso gli altri, compiuto assieme; il vivere l’amicizia con Gesù, attraverso un proprio ruolo giocato bene nella Celebrazione dell’Eucaristia; la gioia di chiedere perdono nel sacramento della Riconciliazione e lo stimolarli a sognare in grande, da protagonisti attivi del loro ambiente. L’educatore, in questa fase, non trascura di contattare i singoli, instaurando con ciascuno, con una certa frequenza, un cammino di accompagnamento personale, senza tante forme ufficiali e senza esteriorità.[36]
Adolescenza: stagione dell’identificazione
L’adolescenza è la fase che va dai 14 ai 18 anni circa. Di fronte a chi continua a descrivere questa età come quella della crisi, del disorientamento, pare importante sottolineare con forza la positività di questa trappa della crescita, quella dell’acquisizione della propria identità adulta,[37] dando significato alla propria esistenza, poiché il soggetto non è ancora costretto in ruoli definiti e le diverse identificazioni gli permettono di sperimentarsi. Essa si sviluppa attraverso un percorso evolutivo che vede il soggetto come portatore di varie componenti che coesistono in un sistema dinamico. L’adolescente è chiamato ad attivare un processo di rielaborazione di tali componenti al fine di trovare la propria unicità.[38] Ciò che gli permette tale passo è la maturità del pensiero, raggiunta attraverso l’esperienza di situazioni nuove in cui potersi scontrare con la realtà ed interpretarla, oltre che scoprire le proprie abilità e i propri limiti. Ciò permette di costruire un proprio percorso esistenziale e fare scelte più consapevoli; cioè, ogni adolescente può aspirare ad obiettivi personali più alti, ma per costruire il proprio progetto di vita deve imparare a bilanciare aspirazioni e mezzi a disposizione, essendo consapevole che la capacità di “volere” può anche corrispondere a quella di “potere”, ma non sempre il passaggio è immediato.[39]
La scoperta più importante per l’adolescente resta quella del mondo interiore, spazio che permette di osservare la bellezza della propria esistenza e nel quale nessuno ha accesso. In questa seconda fase, infatti, si ha un investimento sui propri pensieri ed emozioni: l’innamoramento o le discussioni su valori ed ideali sono strumenti che egli utilizza per raggiungere la consapevolezza di sé, costruire un ideale dell’Io ed esprimere i conflitti interiori. Per quanto riguarda la de-idealizzazione dei genitori, essa causa il bisogno di identificarsi in qualcun altro; nell’immaginario dell’adolescente esiste un tipo di adulto che vorrebbe incontrare, che racchiude in sé forza, positività, gusto per la vita, coerenza e capacità di ascolto. L’opportunità di cui necessita l’adolescente, infine, è quella di divenire protagonista del quotidiano. Protagonismo non significa avere successo, ma avere senso; significa potersi dare una risposta positiva alla domanda “Io chi sono?”. Qui entra in gioco il desiderio, inteso come progetto in cui l’Io ideale e l’Io attuale si legano. Egli diviene capace di immaginare scenari possibili, ha la possibilità di immaginarsi diverso da com’è adesso: riesce a progettarsi in un tempo che è sempre più spostato in avanti e che può arrivare all’eterno attraverso la fede ad esempio. Ciò ha il potere di cambiare il presente, poiché in questo modo si ha la possibilità di superare le paure del quotidiano.[40]
In questa tappa il gruppo degli adolescenti e i singoli va avviato ad un tipo di preghiera, che volutamente tralasci le formule e diventi preghiera di situazione e del travaglio della stagione che stanno vivendo (con l’espressione del proprio corpo, con i fatti del giornale e con il rivedere le proprie esperienze). Proprio perché l’adolescente fugge dal sociale e dall’impegno per gli altri, preferendo decisamente il conformismo di gruppo nelle mode e nel divertimento, è il momento di far vivere loro delle esperienze forti a contatto con situazioni molto toccanti di servizio e di attenzione agli ultimi e, di conseguenza, provocare come singoli e come gruppo, un impegno di servizio, maturato via via come senso di responsabilità verso gli altri.[41]
Giovinezza: stagione del discernimento e della scelta
Raggiunta la nuova identità, il giovane desidera confrontarla con altre persone. Inizia così una nuova fase (a partire dai 19 anni) caratterizzata dal desiderio di intimità affettiva, di condivisione delle esperienze, dal tempo delle scelte per eccellenza (la conclusione del percorso superiore degli studi, le scelte universitarie, la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro). È tempo fecondo, se letto in chiave vocazionale, come tempo di ulteriore scoperta della propria vita come dono da rendere dono con le proprie scelte. Il giovane maturo sente la necessità di generare, di creare, sia nel lavoro, sia nella famiglia; generatività intesa nella sua accezione più ampia come capacità creativa e produttiva in tutti gli ambiti della vita, che presuppone l’avere fiducia verso gli esseri umani, l’avere speranza nel futuro e la capacità di prendersi cura degli altri. La cura rappresenta la dote essenziale dello stadio verso cui il giovane è incamminato.[42] Si deduce, quindi, che tale compito di sviluppo spinge il giovane a raccogliere i frutti di ciò che ha seminato, alla creazione di qualcosa di utile attraverso il proprio impegno sociale e i propri riscoperti talenti, tramandando agli altri la propria esperienza.
In questa tappa occorre, attraverso un cammino costante di preghiera, di servizio e di confronto frequente (tutte e tre le cose insieme), iniziare il giovane a leggere realisticamente e responsabilmente nel proprio progetto di vita; accompagnare il giovane a maturare la scelta personale convinta e responsabile della fede, soprattutto esercitandosi a far giostrare insieme preghiera e vita quotidiana, nel contatto quotidiano con la Scrittura e il giornale, nella fedeltà ai sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione, aprendosi alla realtà Chiesa nel suo insieme, al di là dell’esperienza di piccola Chiesa nel proprio gruppo. Molto utile a tal proposito qualche esperienza forte: convegni ecclesiali, grandi convocazioni, luoghi di intensa spiritualità (a patto che non rimangano parentesi evasive). Occorre far maturare ulteriormente la capacità di servizio, con esperienze mirate, in linea col cammino di scoperta della propria vocazione. Di certo il lavoro più arduo per l’accompagnatore è quello di aiutare il giovane a discernere chiaramente la propria scelta di vita e a maturare, di conseguenza, la propria decisione, lasciando le pluri-appartenenze; vivere una sola appartenenza, identificandosi pienamente con la propria vocazione. In casi sempre più numerosi può essere molto utile prospettare al giovane, paralizzato davanti alle sue decisioni, un’esperienza forte di servizio di volontariato fuori della propria cultura, oppure presso centri di particolare attenzione agli ultimi.[43]
ESPERIENZA DELL'INCONTRO
Generare confidenza
«La familiarità porta amore e l’amore produce confidenza».[44] Così don Bosco sintetizza il valore e il senso della confidenza in un ambiente educativo: vertice e cardine del rapporto fra educatore e ragazzo. Con questa chiave possiamo dunque comprendere i tre passaggi proposti: l’accoglienza, l’esperienza di gruppo e il dialogo personale. Non tappe successive, ma disposizioni d’animo e progettazione educativa nel cuore della comunità.
L’accoglienza
Il tratto evangelico dell’accoglienza dei piccoli è stato vissuto da don Bosco in modo eminente, non solo verso i ragazzi che bussavano alla porta dell’Oratorio, ma anche come attenzione paterna verso le domande inespresse di quanti incontrava: «Io sono un tuo amico!»[45] è il suo biglietto da visita ad ogni incontro: con Michele Magone, con Bartolomeo Garelli,...
È un’accoglienza del tutto disinteressata, di cui i ragazzi colgono la perfetta gratuità, oggi come allora. È un’accoglienza fatta di attenzione per le cose semplici della vita quotidiana del ragazzo: «amare ciò che amano i giovani».[46] È quel ministero dell’ascolto che dovrebbe caratterizzare il tratto di ogni educatore, che vive la presenza in mezzo ai ragazzi nell’informalità del cortile, della strada o nella formalità della scuola, come occasione di prossimità e di disponibilità all’incontro. È il tratto del Buon Pastore che dà la vita per le pecore.
I gruppi
Ogni giovane, coinvolto dall’iniziale simpatia e accolto nel punto in cui si trova la sua libertà, entra in contatto con una proposta di vita e di spiritualità. Così, l’accoglienza sperimentata matura in appartenenza sempre più consapevole attraverso l’esperienza dei gruppi d’interesse e apostolici. In essi infatti prende forma un cammino fatto di gradualità e differenziazione.[47] Si pensi al “sistema delle Compagnie” di allora e alla molteplicità delle proposte che caratterizzano un ambiente vivace oggi. L’accompagnamento, che la CEP compie attraverso i gruppi, aiuta ciascun giovane a crescere:[48]
- nel senso di appartenenza che dalla comunità locale apre alla Chiesa intera, arrivando anche a sperimentare la stessa vita della comunità religiosa,
- nella relazione vitale con Cristo,
- nel coinvolgimento sempre maggiore nella missione apostolica, che apre alla domanda vocazionale.
Poiché i gruppi costituiscono una mediazione tra l’anonimato della massa e la solitudine chiusa in se stessa,[49] è di vitale importanza la presenza testimoniale di animatori-accompagnatori, capaci di innescare in ciascuno dei giovani il desiderio di un accompagnamento sempre più personale e personalizzato.
Le esperienze
Papa Francesco, nel bellissimo discorso “a braccio” ai partecipanti al Convegno dell’Ufficio Nazionale Vocazioni della CEI del 5 gennaio 2017, ha affermato che «oggi i giovani devono essere in moto, i giovani devono camminare; per lavorare per le vocazioni bisogna far camminare i giovani, e questo si fa accompagnando», cogliendo così un tratto essenziale dell’accompagnamento, quello delle dinamiche esperienziali che costringono a sporcarsi le mani, insieme a loro.
Questa dimensione del servizio provocante è già stata presentata nelle sottolineature conclusive di ognuna delle età della vita nel capitoletto sulla stoffa. Pare importante evidenziarla ulteriormente, poiché pare un’attenzione particolarmente importante nella cura e nell’accompagnamento dei giovani maschi, meno disponibili a volte a grandi e lunghe riflessioni di introspezioni e al tempo stesso generosi nel donare il loro tempo, lasciandosi coinvolgere in prima persona in esperienze di lavoro e di servizio a contatto diretto con gli ultimi e le loro povertà. Tali esperienze risultano essere spesso, come sottolinea anche il papa poco più avanti nel discorso già citato, occasione perché le grandi domande di senso (a cui è difficile rispondere) vengano a galla con più facilità e profondità.
Incontro personale
Gli educatori presenti nella comunità educativo-pastorale, consapevoli del compito di accompagnare ciascuno nella sua crescita integrale e nelle sue scelte più personali, offrono molteplici possibilità di comunicazione personale,[50] quel “a tu per tu” tipico della prassi pedagogica salesiana.
L’incontro personale, abitato dallo Spirito, si concretizza, nello stile salesiano, in diverse forme:
- La “parolina all’orecchio”. Don Bosco ha sempre unito allo stare insieme in cortile la parola personale «all’orecchio»,[51] una parola efficace capace di toccare la vita del singolo, alla portata di tutti.
- Le occasioni di dialogo. Ha un valore e una funzione particolare: vuole svegliare nel giovane una collaborazione attiva e critica al cammino educativo. Nasce dall’urgenza di quanto preme alla vita del giovane e prende il via da situazioni concrete. Quando tale dialogo diventa più frequente si può fare il passaggio ad un accompagnamento personale.
- L’accompagnamento personale. Con esso la comunità tutta, nella persona dell’accompagnatore, svolge un servizio educativo-pastorale preziosissimo, facendo della fede, come vita in Cristo, il tema centrale del dialogo,[52] aiutando «a discernere la vocazione personale di ognuno nella Chiesa e nel mondo, e a crescere costantemente nella vita spirituale fino alla santità».[53] Raramente nasce da una richiesta esplicita di accompagnamento o di ricerca di una guida spirituale.
Perché l’offerta dell’accompagnamento sia davvero molteplice e raggiunga tutti, «la comunità educativo-pastorale deve offrire occasioni e possibilità di dialogo “a tu per tu”»,[54] individuando «figure educative capaci di operare l’accompagnamento personale»;[55] giovani e adulti (animatori dei gruppi, allenatori, educatori) che hanno il dono dell’ascolto e che, senza invadere l’intimità della coscienza, accettino tale responsabilità educativa, comunitariamente e individualmente. Ed è nell’offerta di una ricca e propositiva comunità di educatori, all’interno di una pluralità e varietà di interventi, che il ragazzo e il giovane potranno eleggere il “proprio” educatore, in una dinamica vitale elementare: la scelta dell’adulto o del giovane significativo al quale affidare i movimenti del proprio cuore, le confidenze, al quale manifestare i propri dubbi, di fronte al quale cadono tutte le maschere in una relazione reale che rivela l’Altro.
Per garantire continuità e unitarietà all’offerta dell’accompagnamento è necessario che questo proceda per percorsi strutturati e condivisi all’interno della comunità educativa.
Temi dell’incontro
Lungi dal voler elencare in modo minuzioso e dettagliato, secondo un ordine preciso, i temi che devono essere “trattati” nell’accompagnamento, ci sembra utile fornire una griglia che sia di stimolo nell’instaurare ed approfondire il dialogo dell’accompagnamento personale. Sarà la sapienza dell’accompagnatore a comprendere la modalità di dosare e approfondire tali temi.[56]
Sanità, l’autenticità di sé
- Affettività
- Sincerità
- Conoscenza di sé
- Capacità di perdono
- Uso dei media
- Corporeità e identità sessuale
Sapienza, la vita donata
- Servizio, come donazione di sé
- Presenza gratuita in cortile
- Famiglia
- Gestione degli affetti
- Crescita nelle virtù
- Scelta delle amicizie
- Dovere studio/lavoro
- Gestione dei tempi di divertimento e di svago
- Gestione del tempo libero
- Perdono
- Vita di gruppo e senso ecclesiale
- Cortile
Santità, il primato di Dio
- Preghiera personale
- Parola di Dio
- Eucarestia
- Confessione
- Riferimento filiale e costante a Maria Santissima
Gli strumenti
I punti che seguono non vogliono certo essere una raccolta esaustiva degli strumenti per l’accompagnamento, ma semplicemente una raccolta di quelli che, nei racconti dell’esperienza di tanti confratelli, sono sembrati più diffusi e quindi descriventi una prassi pastorale salesiana dell’accompagnamento.
Il racconto della propria vita
La Scrittura è la narrazione della storia della salvezza, ovvero la narrazione della relazione fra Dio e l’uomo lungo il tempo. E i soggetti di questa narrazione sono protagonisti della relazione stessa. «Narrare le esperienze attuali acquista una funzione ermeneutica riguardo al passato: ne chiarisce le dinamiche, ne svela le ricchezze, ne individua le carenze».[57] La tradizione biblica e quella della spiritualità cristiana ci consegnano la narrazione come luogo di comprensione allo stesso tempo di Sé e di Dio all’interno della storia, aprendo alla possibilità di interpretarla come storia della salvezza, ovvero come luogo e tempo abitato dal Dio della vita.[58] Questo proprio perché ci si trova immersi «in una storia che ha dato vita e speranza, sente il bisogno e la gioia di continuare a raccontare questa storia di vita».[59]
Ecco perché uno strumento prezioso e utile dell’accompagnamento è certamente quello del “racconto della propria vita”. È utile suggerirlo all’inizio, e anche nel corso del cammino, come momento di appropriazione e comprensione della propria storia e come strumento da possedere per la lettura degli eventi futuri. Il «fare memoria» permette di rintracciare nel passato le ragioni del presente e quindi di compierne le premesse in esso inscritte e soprattutto comprendendosi all’interno di una “trama”, un tessuto di storie, di relazioni.
A seconda dell’indole del giovane accompagnato tale dinamica potrà concretizzarsi in diario, in quaderno dell’anima, o in qualunque altra “scrittura” che giunga al fine descritto. Potrà essere condotta secondo lo scorrere cronologico, oppure procedere per i “macro temi” già elencati.
L’esame di coscienza
In preparazione alla celebrazione della Riconciliazione ben vissuta e frequente, l’esame di coscienza potrebbe essere strutturato come segue.
- Un primo tempo di contemplazione e meditazione sulla misericordia di Dio (può essere utile leggere qualche brano della Parola: le parabole della misericordia, il racconto della Passione di Gesù…). Solo chi fa esperienza di questo amore e di questa accoglienza illimitata, di fronte alla quale cade ogni paura ed ogni vergogna, ha il coraggio di guardare con verità alla propria storia.
- Un tempo di lode a Dio per i doni ricevuti: abilitare il giovane e ringraziare, ad accorgersi della presenza di Dio nella sua vita.
- Un tempo di confronto con un esame di coscienza adeguato all’età, che gli sia utile per aprirsi con sempre più coraggio all’amore di Dio. I peccati confessati diventano occasione per sentirci ancora di più figli prediletti del Padre.
- La conclusione con l’individuazione di un proposito di cammino concreto e verificabile.
Vissuto in pienezza, il sacramento e la sua preparazione sono certamente il luogo in cui a poco a poco vengono sanate le ferite che ognuno porta incise nella propria storia.[60]
Per rivitalizzare quotidianamente il cammino
Durante il cammino di accompagnamento è cruciale proporre al giovane strumenti da vivere quotidianamente, non solo per la preparazione immediata al sacramento della riconciliazione, ma per aprirsi ad una lettura profonda di sé.[61] Si tratta di un cammino di continua conversione, cioè un percorso di riconoscimento delle proprie miserie e ferite, dei propri talenti e dei propri doni, come luogo in cui Dio ci raggiunge con il suo Amore. Fra i possibili non possono mancare: un graduale cammino di preghiera secondo la Liturgia delle Ore, l’ascolto meditato e pregato della Parola,[62] l’esame di coscienza serale, brevi ed incisive frasi da ripetere lungo la giornata (giaculatorie),[63] la verifica di gesti di gratuità disinteressata, un quaderno in cui scrivere i propri pensieri, la devozione mariana.
Il progetto - regola di vita
Ha un carattere personale, ma non è l’elenco dei propri desideri, impegni, attività, hobby… È frutto di un cammino di accompagnamento in una rilettura di sé (magari fissata nel racconto di vita) alla luce della fede, della propria storia, dei doni ricevuti, delle ferite e in un serio impegno di discernimento della volontà di Dio nella propria vita.
Dopo essersi accordato con la propria guida su alcuni snodi del suo cammino, per la scrittura di tale progetto il giovane vive un tempo di silenzio e di preghiera prolungato, che potrebbe essere così strutturato:
- invocazione dello Spirito Santo: è Lui il protagonista. «Può essere il mio progetto, solo se è il suo…!».
- affidamento alla Vergine Maria: per chiederle il dono di essere docili, disponibili.
- partire da un brano della Parola di Dio di riferimento: lasciare un tempo di ascolto per rileggere la propria realtà.
- concretezza e aderenza alla realtà: chiamare le cose per nome. Può essere utile la semplicissima tripartizione: il mio rapporto con Dio, con me stesso e con gli altri. Per ogni ambito: cosa mi dice il Signore? quali le sfide più urgenti?
- individuare per ogni aspetto un punto di cammino concreto e verificabile.
- affidamento al Signore. Può essere utile legare i propositi fissati a un momento di preghiera quotidiana.
Il progetto di vita va confrontato con l’accompagnatore subito dopo la sua redazione e dopo un tempo prefissato per una verifica. Il giovane è invitato a riprenderlo di frequente, nella preparazione alla Confessione, nei momenti di ritiro, nei tempi forti dell’anno liturgico. Di anno in anno, il progetto va ripreso e riformulato. Più si avanza nel cammino, più questo strumento sarà semplice, essenziale e profondo.
Approfondimento vocazionale
Un cammino di accompagnamento personale ha certamente fra i suoi obiettivi quello del concepire e affrontare la vita come dono, ricevuto gratuitamente e, quindi, da condividere al servizio della pienezza della vita per tutti.[64] Come tutta la pastorale giovanile, di cui è espressione, anche l’accompagnamento spirituale «è radicalmente vocazionale: la dimensione vocazionale costituisce il suo principio ispiratore e il suo sbocco naturale».[65]
Non potranno certo mancare una presentazione ed un confronto “vitale” con gli stati di vita del cristiano e le scelte vocazionali presenti all’interno del proprio carisma, una condivisione di vita all’interno dei gruppi ricerca locali (cfr. Messis Multa) e una tematizzazione sempre più esplicita nel cammino dei gruppi ricerca ispettoriali (cfr. Darei la vita).
Alcuni segni che in un giovane denotano la possibilità di una domanda vocazionale da approfondire potrebbero essere:
- la presenza dedita e generosa nel proprio ambiente,
- la disponibilità al servizio,
- l’attenzione/sensibilità verso i più bisognosi,
- il gusto per la preghiera,
- la capacità di vivere la fatica,
- il saper vivere serenamente le relazioni di amicizia,
- la capacità di entrare in relazione con tutti,
- la trasparenza nel racconto di sé,
- la testimonianza gioiosa della fede anche quando costa,
- il confronto libero sui temi dell’affettività,
- il fascino per una vita di piena donazione a Dio.
Sembra inoltre importante delineare elementi di cammino concreto perché il ragazzo e il giovane possano maturare il dono di una vocazione scoperta e accolta:
- educare all’amore e alla castità, per contribuire alla crescita affettivo-sessuale, in armonia con le altre dimensioni fondamentali della sua persona, al fine di mantenere atteggiamenti di apertura, di servizio e di oblazione;
- educare alla preghiera, come elemento essenziale e primario nell'orientamento e nella scelta della vocazione, per scoprire l’importanza del silenzio, della riflessione, della capacità di leggere la propria vita, per vivere con costanza i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia che lasciano maturare sentimenti di gratuità e fiducia verso Dio;
- educare al lavoro e all’impegno, come luogo di collaborazione attiva all’azione di Dio creatore e di costruzione del bene comune a partire da quello dell’ambiente nel quale si vive, a casa come in oratorio, a scuola.
- educare all'accompagnamento personale, come cammino spirituale offerto nel rispetto e nella giusta comprensione della maturità della persona che si accompagna.[66]
Le attenzioni
Come suggerito dal Quadro di riferimento della pastorale giovanile (2014), è necessario che il Progetto Educativo Pastorale di un ambiente locale preveda persone, tempi e luoghi pensati per favorire l’incontro personale.
L’inizio
Poiché responsabile dell’accompagnamento è tutta la comunità educativo pastorale, l’inizio di tale processo ha bisogno di una riflessione sistematica a livello progettuale. Nel Consiglio della CEP e nella redazione, attuazione e verifica del PEPS locale si individueranno persone, luoghi e tempi che garantiscano effettivamente tale possibilità. Durante l’anno tale organo riserverà un tempo dedicato allo Scrutinium Vocationis, come suggerito dal documento Messis Multa.[67]
L’educatore eletto dal ragazzo o dal giovane come suo accompagnatore avrà cura, iniziando il cammino, di esplicitare l’assoluta libertà che lo deve contraddistinguere ed invitando l’accompagnato a mantenere vive le relazioni con tutti gli educatori della CEP.
Proprio all’inizio occorre vincere la tentazione presente in vari educatori a non auto-proporsi come accompagnatori spirituali, ma semplicemente, in quanto responsabili di itinerari di educazione di un gruppo o di una comunità, proporre l’accompagnamento personale come luogo di approfondimento del proprio itinerario di crescita nella fede.
I luoghi
Perciò sarà necessario:
- comprendere che sono le persone a rendere significativi i luoghi. «L’oratorio sei tu», dice don Rua ad un giovane salesiano;
- riscoprire il cortile come luogo privilegiato sia per l’informalità della parolina all’orecchio, sia per la sistematicità del colloquio strutturato;
- fare in modo che la disponibilità dell’educatore al dialogo e all’incontro sia visibile e comprensibile da ogni giovane;
- sviluppare in modo creativo in ogni ambiente pastorale (oratorio – centro giovanile, scuola e centro di formazione professionale, collegio universitario, opera sociale per giovani a rischio) le sue potenzialità specifiche, a partire dai luoghi informali tipici di ogni ambiente (in cui gli educatori sono presenti in modo attivo e propositivo, disponibile e aperto, simpatico e non giudicante) senza dimenticare quelli formali ed istituzionali;
- privilegiare decisamente il rapporto personale faccia a faccia, “alla luce del sole”, in luoghi facilmente accessibili e visibili.
La gestione dei tempi
Per sua natura l’accompagnamento spirituale che si struttura nel dialogo personale ha bisogno di tempi che non siano frettolosi o semplicemente informali. La frequenza e la durata degli incontri certamente varia a seconda della persona, dell’età, dalla stagione della vita che si attraversa, dalla situazione vitale. Se nella preadolescenza il dialogo assume la forma della chiacchierata spontanea e breve e della parolina all’orecchio, l’adolescenza, come stagione della vita bella e di grandi trasformazioni, richiede dialoghi strutturati e tempi più codificati (ad esempio una volta mese). Nella giovinezza, poiché si sente la chiamata a scelte definitive, il dialogo assume la forma stabile e spontanea dell’apertura all’azione dello Spirito, della responsabilità matura e del confronto esplicito con la propria vocazione.
A tale proposito spetta al confronto libero fra accompagnato e accompagnatore valutare e progettare, per quanto possibile, tappe, tempi e verifiche in itinere (che non possono mancare) del cammino stesso. È proprio del cammino muovere la libertà del singolo verso scelte concrete. Avere una meta, degli obiettivi intermedi (da verificare di tanto in tanto) esplicita la bellezza e la serietà del cammino di risposta all’accoglienza del dono della vita.
La libertà interiore
Per differenti motivi lungo il cammino, improntato a libertà, il giovane o l’accompagnatore possono valutare l’opportunità di un cambio di marcia: una conclusione del cammino stesso, il confronto su un tema specifico o in occasioni particolari con un altro accompagnatore, il cambio della guida, l’integrazione temporanea di uno specialista, l’affidamento ad altro accompagnatore più esperto. Tali eventi sono per entrambi i soggetti occasioni di crescita, di maturazione, di Grazia e come tali vanno vissuti. Può essere utile far precedere tali momenti di snodo da una sintesi approfondita del cammino percorso fino a quel punto.
La maturità di una guida si manifesta anche nel saper cogliere i propri limiti come accompagnatore e nel saper gestire senza gelosie l’opportunità di affidare ad altri il giovane.[68]
Temi particolari
L’esperienza suggerisce che nel dialogo strutturato si presentano alcuni temi che necessitano di una particolare cura e prudenza. Fra i vari, se ne elencano alcuni, sottolineandone il valore.
Silenzi e attesa. Un accompagnamento sano e maturo vive di equilibrio fra silenzi e attesa. Il non detto da parte di chi è accompagnato non per forza dev’essere esplicitato tutto e subito; ha bisogno di tempi di tematizzazione ed elaborazione personale, di un clima di fiducia piena e di accoglienza schietta e non giudicante prima di essere consegnati nelle mani del fratello che accompagna. Allo stesso tempo l’accompagnatore vivrà con serenità l’attesa della maturazione di chi accompagna, certo dei tempi di Dio e consapevole del proprio di ogni stagione della vita. È opportuno gestire con equilibrio l’incoraggiamento al colloquio regolare e il rispetto dei tempi del singolo.
Rapporto con la confessione. Spesso i ragazzi e i giovani usano vivere la confessione con la stessa persona (nel caso sia anche prete) dalla quale sono accompagnati. Se da una parte questo permette una conoscenza più globale della persona, è bene tenere sempre ben distinti i momenti, vivere la confessione con sobrietà e brevità, non riprendere argomenti della confessione nel momento dell’accompagnamento. Può aiutare l’uso di due luoghi diversi, perché il ragazzo o il giovane siano aiutati a comprendere le due nature differenti di quanto è vissuto con la stessa persona.
Sessualità. La vita affettiva è certamente tema di accompagnamento; è bene, però, non essere invadenti ed attendere con discrezione e pazienza che tale sfera possa essere affrontata dalla persona accompagnata quando più si sentirà a suo agio nell’affrontarla. Rientra in questa attenzione la ricerca prudente dei metodi per saper aiutare i giovani a considerare tale dimensione come preziosa nel cammino di maturazione dell’identità.
Accompagnamento a distanza. Seguendo la prassi di don Bosco, non sembra coerente con la nostra spiritualità l’uso, purtroppo diffuso, dell’accompagnamento spirituale a distanza attraverso strumenti, quali Skype e simili, fatti salvi casi eccezionali, per i quali è sempre bene confrontarsi con la comunità nella quale il giovane è effettivamente inserito e con chi guida la comunità alla quale l’accompagnatore appartiene.
Comunicazione sociale. Gli strumenti di comunicazione sociale sono luoghi da abitare, da vivere come veri e propri cortili digitali, luoghi informali di incontro con i giovani, dalle enormi potenzialità e bellezza per l’annuncio del Regno. E, al tempo stesso, da utilizzare con prudenza, con quegli atteggiamenti che il buon senso suggerisce.
Strumenti bibliografici (qrcode nel sito e nel file PDF)
NOTE
[1] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Michele Magone allievo dell’Oratorio di san Francesco di Sales, 118.
[2] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Michele Magone…, 116.
[3] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Michele Magone…, 117.
[4] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Michele Magone…, 117.
[5] G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Michele Magone…, 118.
[6] Si confronti ad esempio l’episodio della Samaritana (Gv 4, 1-26) e di Zaccheo (Lc 19,1-10).
[7] EG, 169.
[8] A conferma di ciò si consideri che nell’esortazione Apostolica Post Sinodale Amoris Laetitia il termine discernimento o il verbo ad esso corrispondente è presente ben 50 volte (cfr. A. Spadaro – L. J. Cameli, La sfida del discernimento in «Amoris Laetitia», in “Civiltà Cattolica”167 (2016) 3985, 3-16).
[9] Don Bosco stesso ha vissuto questa tensione fra diverse antinomie nella propria persona. A questo riguardo si consulti P. Brocardo, Don Bosco. Profondamente uomo profondamente santo, LAS, Roma 20014.
[10] Si ricordi al riguardo l’esperienza di don Bosco con don Rinaldi, nella quale l’accompagnatore offriva costantemente stimoli per tappe successive, scelte progressive, impegni concreti. Cagliero metterà in atto la sua libertà quando dirà “Frate o non frate, io sto con don Bosco” (Cfr. MB 6, 334).
[11] Cost. 38.
[12] Ancor prima della fondazione della Congregazione Salesiana (1859) don Bosco era solito invitare i giovani più generosi ad unirsi a lui nel servizio ai più piccoli (1854).
[13] A questo riguardo, richiamiamo il testo di don Bosco a don Alasonatti: “Mio buon amico, se vuole seguire la voce di Dio, faccia tacere per ora la voce della natura e degli affetti. Qui Dio lo aspetta. Io non posso assicurarle altro che lavoro, ma le sto garante che avrà una gran ricompensa in paradiso. Si faccia coraggio, imiti l’esempio degli apostoli, e venga dove il Signore lo chiama. […] Non ho l’autorità di dirle Sequere me; ho però quella di ricordarle che Dio ha bisogno che lo venga a servire a Torino, a beneficio di queste centinaia di ragazzi, che aspettano chi loro spezzi il pane della vita e quello dell’anima”. F. Motto (ed.), Epistolario. Introduzione, testi critici e note. Volume primo (1835-1863), LAS, Roma 1991, 143.
[14] Cfr. A. López, Le sfide nella formazione di direttori spirituali nella vita religiosa, in F. Attard – M. A. García (Edd.), L’accompagnamento spirituale. Itinerario pedagogico spirituale in chiave salesiana al servizio dei giovani, Elledici, Torino 2014, 229.
[15] A questo riguardo, si veda R. Sala, Il segno della comunità educativo-pastorale. Profezia di fraternità nello spirito e nella missione salesiana oggi, Convegno Nazionale CISI, "Fare di ogni CEP la casa e la scuola della comunione" - Roma, 18 febbraio 2017.
[16] Bellissimo, a tal proposito, rileggere queste preziose righe di don Ziggiotti: la nostra preparazione ai compiti propri del salesiano «deve farsi nell'ambiente educativo tra i giovani, nella scuola, nell’assistenza, nella ricreazione, nello studio dei caratteri, nella pazienza continua, nella fraterna collaborazione della famiglia nostra. È in questo campo specifico che si prepara il salesiano a conoscere se stesso, ad acquistare l’unione con Dio, a moderare il proprio carattere, ad essere umile e sottomesso, cordiale e comprensivo, nell’educare il ragazzo a queste virtù essenziali di cui avrà egli pure bisogno nella sua vita e con le quali farà certamente fortuna: l'amore al dovere, il rispetto alla legge morale, la presenza di Dio, l'imitazione di Gesù Cristo e dei Santi, il bisogno di Dio». (ZIGGIOTTI R. Il cortile come luogo di formazione del salesiano, in ACS XLV Maggio-Giugno 1964 N. 236, pp. 9-10).
[17] M. A. García, L’accompagnamento personale nella proposta educativa-pastorale salesiana, in F. Attard – M. A. García (Edd.), L’accompagnamento spirituale. Itinerario pedagogico spirituale in chiave salesiana al servizio dei giovani, Elledici, Torino 2014, 229.
[18] cfr. Costituzioni salesiane, 3
[19] Per un serio servizio di accompagnamento, risulta indispensabile e onesto aver letto almeno le opere principali di Ignazio di Loyola, Francesco di Sales, Alfonso Maria de’ Liguori, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux, Charles de Foucauld (solo per citare i principali). Lo stesso si dica delle biografie dei santi, declinazione concerta di esistenze vissute secondo il Vangelo.
[20] Come si avrà modo di dire in seguito, colui che accompagna deve essere anche capace di leggere con verità la propria persona, sapendosi fare da parte allorquando percepisse, alla luce dello Spirito, di non essere in grado di accompagnare.
[21] Dal Documento preparatorio al Sinodo. Si veda pure in merito EG 171.
[22] A questo riguardo occorre precisare due criteri fondamentali, senza i quali il discernimento non può attuarsi: occorre innanzitutto che vi sia un contatto autentico e profondo con se stessi e, quindi, una buona capacità, serenità e maturità nel saper leggere e decifrare onestamente il proprio io, i propri sentimenti e i propri desideri. In secondo luogo non è possibile operare un vero discernimento spirituale se non è coltivata, in modo costante e fedele, un’autentica relazione con Dio, nello spirito della preghiera e nell’ascolto della Parola. Senza il primo aspetto, la spiritualità diventa disincarnata e, cioè, la vita di fede viene sganciata dall’esistenza quotidiana e dalla storia reale della persona che è, invece, un luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Senza il secondo aspetto, invece, sotto la parola “discernimento” si nasconderebbe una vaga e non ben precisata analisi introspettiva o psicologica, un guardarsi dentro più in base a criteri di tipo personale, sociologico o psicologico che, invece, rispetto alla volontà di Dio e alle ispirazioni della Sua Parola. In sintesi, il discernimento è il vero punto di contatto tra preghiera e azione.
[23] Cfr. 1Cor 12
[24] cfr. Evangelii Gaudium, 171.
[25] cfr. P. Chávez, «Venite e vedrete», ACG 409, 33.
[26] cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Vocazioni nella Chiesa italiana, 48.
[27] cfr. G. Salonia, Accompagnare i giovani tra ferite e voglia di libertà, in: “Vocazioni” 31 (2014) IV, 43-44.
[28] cfr. G. Salonia, op. cit., 45-46.
[29] cfr. Evangelii Gaudium, 171.
[30] cfr. D. Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 1991, 75.
[31] cfr. G. Salonia, op. cit., 48.
[32] cfr. Evangelii Gaudium, 171-172.
[33] cfr. Darei la vita, 43 e ss.
[34] cfr. J. Piaget, La nascita dell’intelligenza nel fanciullo, Giunti, Milano 1976.
[35] cfr. P. Blos, L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica, Franco Angeli, Milano 1993.
[36] cfr. G.M. Roggia, Scelte di vita e criteri di discernimento, conferenza del 20 giugno 2014.
[37] cfr. L. Aleni Sestito (Ed.), Processi di formazione dell’identità in adolescenza, Liguori, Napoli 2004.
[38] cfr. M.R. Mancaniello, L'adolescenza come catastrofe. Modelli d'interpretazione psicopedagogica, ETS, Pisa 2002.
[39] cfr. M. Livoldi, Identità e progetto. L’attore sociale nella società contemporanea, La nuova Italia, Firenza 1987.
[40] cfr. V. Andreoli, Lettera ad un adolescente, Bur Rizzoli, Milano 2012.
[41] cfr. G.M. Roggia, Scelte di vita e criteri di discernimento, conferenza del 20 giugno 2014.
[42] cfr. E. Erickson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Armando Editore, Roma 2003.
[43] cfr. G.M. Roggia, Scelte di vita e criteri di discernimento, conferenza del 20 giugno 2014.
[44] G. Bosco, Lettera da Roma, Istituto Storico Salesiano, Fonti Salesiane, LAS Roma 2014, 447.
[45] G. Bosco, Vita di Michele Magone, 115.
[46] G. Bosco, Lettera da Roma, cit.
[47] cfr. QRPG, 115.
[48] cfr. Messis Multa, 67-71.
[49] cfr. QRPG, 115.
[50] cfr. QRPG, 115.
[51] QRPG, 116.
[52] cfr. QRPG, 116.
[53] QRPG, 116.
[54] QRPG, 117.
[55] QRPG, 117.
[56] A tal proposito si rimanda alla bibliografia ragionata, nella quale sono presenti indicazioni sia per l’accompagnatore, sia per i giovani.
[57] C. Molari, Una lettura esistenziale della Bibbia come “evento narrativo”, in Note di Pastorale Giovanile, n°6/1989, pag. 96
[58] Basti pensare a tale proposito la narrazione di Natan a Davide presente in 2Sam, 11.
[59] R. Tonelli – L. Gallo – M. Pollo, E se provassimo con la narrazione?, in NPG 03 (1992), 37
[60] Non può esistere un cammino di accompagnamento senza un’esperienza regolare ed autentica di incontro con la Misericordia di Dio, nel sacramento della Riconciliazione. Di fronte ad un passo particolarmente importante, quale una scelta di vita, o per quanti sono arrivati alla fede dopo un periodo di lontananza, può essere utile proporre eccezionalmente lo strumento della confessione generale.
[61] Può essere utile recuperare quella pedagogia della Grazia che don Bosco presenta in tanti suoi sogni sulla confessione, sulla vergogna e sui lacci del demonio, sulla bellezza di una coscienza pura.
[62] Don Bosco suggeriva la cosiddetta meditazione del mercante (cfr. MB IX, 335).
[63] Slanci del cuore, chiamati così da Francesco di Sales nel XIII capitolo della Filotea.
[64] cfr. P. Chavez, ACG 409, «Venite e vedrete».
[65] idem.
[66] cfr. ibidem, 26-32.
[67] MM, 39-42.
[68] cfr. don Bosco che non confessava agli EESP.

