Chiamati a diventare amore


    Imparare il servizio alla scuola di Maria

    Linda Pocher

    (NPG 2018-05-32)


     

    Piena di Grazia

    Maria full of grace è il titolo di un film del 2004, scritto e diretto da Joshua Marston. La protagonista, Maria, è una giovane donna colombiana schiacciata dal peso di un quotidiano che non ha scelto e che non le lascia aperta alcuna prospettiva per il futuro. Tutto cambia nel momento in cui scopre di essere incinta. La vita che sente crescere dentro di sé la spinge a trovare il coraggio di mettere in discussione abitudini e relazioni che già da tempo le andavano strette, per iniziare a cercare qualcosa di nuovo: un nuovo lavoro, tanto per cominciare, magari in città. Inaspettatamente, le viene offerta la possibilità di partire per gli Stati Uniti, portando nello stomaco una ventina di ovuli pieni di cocaina. Maria accetta e parte per un viaggio rocambolesco, nel corso del quale sfiorerà più volte la possibilità dell’arresto, della detenzione, della morte.
    Quasi per caso, negli Stati Uniti incontra una connazionale, molto maggiore di età, anche lei in attesa del primo figlio. La donna, accogliendo Maria nella propria casa e condividendo con lei la sua gioia per l’imminente arrivo del bambino, risveglia nella ragazza la speranza in un futuro migliore, e il desiderio di fare tutto il possibile perché la piccola vita che porta in grembo possa nascere, crescere, vivere. Scegliendo la vita per il suo bambino, Maria sceglie di mettere se stessa al servizio della vita: quella realtà fragile e preziosa di cui è intessuto ogni essere umano e che ha bisogno del consenso di una madre, della sua protezione, della sua cura per poter germogliare, crescere e diventare a sua volta capace di dare la vita. La prima conseguenza di questa scelta, di questo acconsentire alla maternità, che le era piovuta addosso inopportuna e non voluta, è che anche per lei inizia finalmente una vita carica di senso, una vita che vale la pena di essere vissuta, tutta intera, con le sue gioie, le sue fatiche e i suoi dolori.
    Cresciuta in un ambiente pesantemente segnato dal degrado sociale, Maria ci viene presentata dal film come sull’orlo di un precipizio, ovvero nel momento in cui compie il primo passo nel mondo della criminalità. Che cosa ha in comune questa ragazza, con la Madre del Signore? L’accostamento alle vicende del Vangelo, reso esplicito dal titolo della pellicola, dal nome della ragazza e da quell’incontro così decisivo nello sviluppo della vicenda con una donna in gravidanza, molto maggiore di età, sembra quasi blasfemo a causa della crudezza con cui il regista presenta il clima di violenza, di menzogna e volgarità, nel quale Maria si dibatte fin dal primo momento. Eppure, c’è un punto in cui Maria e Maria si incontrano e si assomigliano ed è esattamente lo spazio del «sì» alla vita, che è per l’appunto l’unico spazio in cui anche noi, insieme ai giovani che ci sono affidati, per quanto segnati da piccoli o grandi «crimini» compiuti o subiti nella nostra storia presente o passata, possiamo iniziare ad assomigliare alla Vergine Maria.

    Al servizio della vita

    Non abbiamo molte notizie di Maria di Nazaret, per quanto riguarda la sua storia precedente all’irruzione dell’angelo nella sua stanza, del Figlio di Dio nella sua vita. La Chiesa garantisce, proclamandola immacolata, della sua purezza senza incrinature: in ogni piccolo evento che ha preceduto l’annuncio angelico, e che a noi resta sconosciuto, Maria si è lasciata amare dal Padre fin nella radice del suo essere e si è lasciata condurre dallo Spirito, senza fare capricci e senza opporre resistenze, in una armoniosa danza con la grazia che, certamente, rendeva risplendente e affascinante la sua persona, dolce e consolante la sua compagnia. Così nel racconto del suo «sì», l’evangelista Luca può facilmente raccogliere e condensare in poche righe tutto ciò che c’è da sapere sulla sua persona: lei è la prescelta, l’amata, la «piena di grazia» (Lc 1,28). È come se la sua vicenda, almeno quella che deve essere raccontata, cominciasse solo da qui. La sua bellezza, la sua grazia, si irradia su tutta la storia dell’umanità proprio a partire da questo «sì».
    Nel momento in cui Maria sente pronunciare su di sé la dichiarazione d’amore del Padre, infatti, il Cielo si apre improvvisamente davanti ai suoi occhi ed Ella, ad un tempo tremante e sicura, si riconosce nella missione che le viene affidata e, per diventare Madre, si fa serva, serva della vita che tra poco inizierà a germogliare nel suo grembo (cfr. A. VON SPEYR, L’Ancella del Signore, Jaca Book 2012). Alla sua prontezza nell’accettare il dono, corrisponde la prodigalità divina: lo Spirito Santo la riempie di sé e, insieme al Figlio di Dio che sta per farsi uomo, porta nella sua vita tutti i suoi doni: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). È la prima Pentecoste della storia, è qui che nasce la maternità della Chiesa, da qui si sviluppa la sua chiamata ad accorgersi di chi è più fragile, a farsi carico di chi è esposto alla morte a causa dell’abbandono. Qui nasce, dal «sì» di Maria, che apre il suo grembo al bambino Gesù, la Chiesa come Madre dei viventi, come Serva della vita, grembo dei figli di Dio.
    Anche se il nostro percorso esistenziale si presenta molto diverso da quello della Madre del Signore, tuttavia, anche la nostra vita, come quella dell’altra Maria, la protagonista del film di Joshua Marston, può venire come raccolta tutta in un punto e trasfigurata da un «sì», piccolo o grande che sia, ma pronunciato senza calcoli e senza tentennamenti, di fronte all’irruzione del Signore della Vita, che non si stanca mai di venirci a cercare, di sorprenderci con i suoi doni, di sconvolgerci con la sua semplicità.
    Quando infatti accettiamo, in qualunque modo, l’invito a mettere noi stessi al servizio della vita di chi ci sta accanto, rispondiamo, anche senza saperlo, alla chiamata di Dio, che ama nascondersi, certo, nei piccoli e poveri dimenticati da tutti, ma anche nelle fragilità dei fratelli e sorelle che ci stanno più vicino. «Tutto ciò che fate a questi piccoli – garantisce Gesù – lo avete fatto a me» (cfr. Mt 25,40). In cambio del nostro piccolo «sì», veniamo anche noi afferrati dallo stesso amore che ha afferrato Maria e siamo riempiti di Spirito Santo, siamo pieni di grazia. Tutto quello che precede quel momento, la superficialità, il degrado, perfino la violenza, viene trasfigurato in una storia di salvezza, in una rocambolesca preparazione a ricevere quel battesimo di fuoco che Gesù desidera donarci e che è preparato per noi dall’eternità (Lc 12,49-50). Quello che viene dopo, però, rimane, per la ragazza colombiana come per ognuno di noi, tutto da scrivere. Il film si chiude sulla decisione di Maria di non tornare dai trafficanti, ma non ci viene detto nulla di quello che farà poi della sua vita. La libertà restituita dalla grazia, in effetti, è una rinascita ad una vita nuova, della quale tuttavia è necessario farsi carico in prima persona. Non è una vita già giocata, è un’avventura che sempre ricomincia, sempre chiede di essere vissuta.
    Il dono ricevuto, il piccolo pezzo di Cielo gustato in un incontro inaspettato, in una esperienza di servizio che ha riempito il cuore di gioia, potrebbe essere ancora una volta sotterrato, per pigrizia o per paura (Mt 24,24-30). La Vergine di Nazaret ci indica la via: lei che ha saputo collaborare con il Padre, il Figlio e lo Spirito al dispiegamento totale del dono ricevuto, accetta volentieri di farsi nostra maestra. Don Bosco garantisce addirittura di averglielo sentito dire in uno dei suoi sogni: «Se voi sarete per me figli devoti, io sarò per voi Madre amorosa» (cfr. A. BOZZOLO, ed., I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa, LAS 2017).

    Accorgersi

    Il primo consiglio che Maria ci dà, se ci mettiamo alla sua scuola, è quello di imparare a tenere gli occhi bene aperti, e ancora di più, tenere aperto il cuore! L’evangelista Luca tratteggia bene per noi la grande ricettività di questa giovane donna. Ciò che segue la scena dell’annunciazione lo testimonia. Gabriele non le ha chiesto di visitare la cugina Elisabetta, le ha soltanto comunicato, come segno a sostegno della sua fede, che l’anziana parente è incinta. Tra le tante parole dette dall’angelo, questo particolare non le sfugge, anzi, la spinge a partire e a partire subito (cfr. C.M. MARTINI, La donna della riconciliazione, PIEMME, 1995).
    Sempre Luca, inoltre, sottolinea esplicitamente l’abitudine di Maria a raccogliere tutto ciò che vede e che sente nel suo cuore e a custodire, in quello scrigno, ogni cosa, in attesa che il significato di tutto le sia svelato, in vista di compiere, al momento opportuno, la prossima piccola scelta (Lc 2,19.51). Maria, insomma, è in un dialogo continuo e attento con la realtà che la circonda: una volta partito l’angelo, non rimane sola, restano ancora gli avvenimenti e le persone che incontra a fare per lei da messaggeri della volontà di Dio. Non soltanto negli anni di Nazaret, ma anche durante la vita pubblica di Gesù, la sua presenza è discreta, ma fondamentale. Maria, ogni volta, si fa avanti nel momento giusto perché ha la capacità di discernere «i segni dei tempi» (Mt 16,3). Maria sa quando c’è bisogno di lei, perché sta in ascolto, sempre. A Cana, come alla croce, come al cuore della prima comunità radunata in attesa della Pentecoste.
    Questo suo atteggiamento costante di apertura alla realtà e alle persone, inserisce Maria nella tradizione dei sapienti di Israele, ovvero di tutti quegli uomini e donne che, come Salomone, hanno chiesto a Dio il dono di un «cuore che ascolta» (cfr. 1 Re 3,9), in modo da poter riconoscere in ogni cosa la Sua presenza ed essere sempre pronti a fare la Sua volontà. È interessante notare, a questo proposito, che proprio nel sogno dei nove anni, il titolo che don Bosco sente attribuire a Maria non è Immacolata, né Ausiliatrice o Vergine, né Madre o Regina… ma «Maestra di Sapienza». Nei molti sogni mariani che costellano la vita del Santo, inoltre, l’intervento educativo di Maria nei suoi confronti inizia quasi sempre con un invito a «guardare», cioè a fare attenzione a ciò che accade sotto i suoi occhi. La capacità di accorgersi, dunque, di essere presenti con attenzione a ciò che si vive, è allo stesso tempo un tratto tipicamente mariano e una attitudine fondamentale dell’educatore salesiano. È fiducia nella bontà dell’altro e di Dio e continua ricerca di quel «punto accessibile al bene», che non è altro che la presenza operante dello Spirito nel cuore mio e dell’altro e della storia di cui siamo partecipi e protagonisti.
    Accorgersi, fare attenzione, cercare il punto accessibile al bene, come ha fatto Maria all’annunciazione, a Cana, alla Croce o nel Cenacolo, significa fare spazio all’altro nella sua realtà, che si tratti del prossimo o di Dio, perché possa esprimere il suo desiderio, il suo bisogno, senza essere umiliato. Se sono in ascolto, l’altro non mi deve pregare, non deve fare i salti mortali per attirare la mia attenzione. È allora che sono pronto a partire, a servire, ad amare fino a dare anche la vita.

    Diventare amore

    Il secondo consiglio che Maria ci dà, è quello di non contrapporre amore di Dio e amore del prossimo – e di non fare neanche graduatorie! – ma di coniugarli piuttosto insieme. Anche questo consiglio Maria lo ricava dalla sua esperienza: è un unico movimento di carità che la spinge ad accogliere la Parola di Dio e a partire per visitare la cugina Elisabetta. È lo stesso amore che la guida ad aver cura di Gesù, di Giuseppe, degli apostoli e di tanti altri uomini e donne di cui non sappiamo nulla e che pure hanno trovato in lei aiuto, soccorso, consolazione. Amore, infatti, è soltanto un altro modo per chiamare lo Spirito di Dio, infuso nei nostri cuori (Rm 5,5). Dio, infatti, è amore e noi, creati a sua immagine e somiglianza, siamo chiamati non soltanto ad imparare ad amare, ma a diventare amore. Quando apriamo gli occhi e il cuore a questa realtà, che è lo Spirito di Dio che opera in noi, e iniziamo a prenderne consapevolezza, ci accorgiamo che lo Spirito stesso ci suggerisce, momento per momento, che cosa dobbiamo fare per corrispondere nel modo più efficace possibile alla chiamata che Dio stesso ci rivolge attraverso le persone che incontriamo, e a scegliere di volta in volta i gesti più appropriati ad esprimere l’amore, a seconda della situazione in cui ci troviamo.
    Certo, si tratta di un processo che richiede di accettare un certo combattimento interiore, una necessaria purificazione. A differenza di Maria, noi non siamo nati immacolati, siamo però chiamati a diventarlo, proprio attraverso l’esercizio continuo della carità (Ef 1,4). Si tratta di imparare a riconoscere la voce, il tocco, dello Spirito di Dio e ad assecondarlo, finché la sua voce diventi in noi più forte di tutte le altre voci. Allora, come dice la Scrittura, sperimenteremo che, più ci apriamo all’azione di Dio, più Dio stesso può suscitare in noi il volere e l’operare (Fil 2,13). Quando parliamo di amore, dunque, non parliamo di un sentimento, ma di quella forza interiore che ci spinge a mettere in gioco tutto il nostro essere in favore della vita del prossimo.
    La scelta di giocarci nell’amore per Dio e per il prossimo, dunque, è una unica e medesima scelta: è la scelta di metterci al servizio della vita, in tutte le sue manifestazioni. È la scelta di stare nella relazione, nel faccia a faccia con colui o colei che mi sta davanti ed è inevitabilmente differente da me, impegnandomi totalmente per la sua vita. È la sfida di riconoscerlo bello e amabile, poiché è creato e amato da Dio, anche quando la sua bellezza e amabilità non appare. Io amo il prossimo, allora, «quando voglio appassionatamente che egli viva, di quella vita vera, unica per lui, che egli riceve da Dio, il solo Padre. Io mi impegno a servire il suo camminare in quella vita, a non avere progetto alcuno su di lui, alcuna volontà se non che viva quella vita che gli appartiene».
    E non soltanto per un momento, ma «persevero in questa decisione qualunque cosa succeda, anche se non so ciò che è bene o male, anche quando mi accorgo che l’altro diventa il nemico di se stesso». È questa l’esperienza di Maria ai piedi della Croce, quando il Figlio che tanto ha amato la tira dentro al suo amore per i discepoli che lo hanno appena tradito, rinnegato, abbandonato. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13), aveva detto Gesù. E nel momento in cui Egli incarna questa parola innalzato sulla croce, ai suoi piedi Maria incarna quell’altra parola della sua predicazione: «Amate i vostri nemici» (Mt 5,44), che nel suo caso significa: prendere come suoi figli quelli che hanno ammazzato Gesù, quelli che le hanno strappato ingiustamente il suo tesoro più grande.
    Se il «sì» dell’annunciazione è la base del servizio alla vita di Maria, qui troviamo il suo vertice, il punto più alto del suo servizio alla vita e alla salvezza dell’altro. Maria si è aperta all’amore mettendo se stessa al servizio della vita ed è stata trasformata tutta in amore: la sua maternità non conosce confini, è «un’alleanza definitiva, anche con quelli che fanno scelte di morte contro ciò che è vivo, quelli che optano per la morte» nemici di se stessi, del loro prossimo, di Dio (cfr. J.-P. BRICE OLIVIER, Non avere paura del corpo, Qiqajon, 2018).

    Il segno della gioia

    Certo che imparare ad amare così è il cammino di una vita. Anzi, è il cammino della vita. Ma, come capire se ci siamo immessi in questa strada oppure no? Come capire se stiamo incamminando i giovani su questo cammino? Maria, come terzo consiglio, ci offre un criterio di discernimento: il segno della gioia.
    Dal Vangelo di Luca sappiamo che Maria si è fermata tre mesi in visita alla cugina Elisabetta (Lc 1,39-56). Non ci viene raccontato nulla, tuttavia, dei molti servizi che certamente Maria ha compiuto in favore della cugina e della sua famiglia lungo questa permanenza. L’unica scena che viene narrata nel dettaglio dal Vangelo è quella dell’incontro tra le due donne, incontro caratterizzato da una esplosione di gioia. Servizio, è l’altro nome dell’amore, è l’amore che si fa concretezza, attenzione alla realtà dell’altro, gesto, premura. Se è vero che c’è un solo amore, che è lo Spirito, e che in questo amore siamo chiamati a crescere di incontro in incontro, nella nostra vita quotidiana, fino alla pienezza dell’amore, il fatto che in questa scena, nella quale la Chiesa ha sempre riconosciuto una icona del servizio cristiano, l’accento cada non sulla fatica, ma sulla gioia, merita in modo particolare la nostra attenzione.
    Possiamo facilmente immaginare le difficoltà e i dolori a cui sia Maria che Elisabetta si trovavano esposte in quel momento della loro vita: una gravidanza fuori dal matrimonio da un lato; una gravidanza in età avanzata dall’altro. La scintilla che fa divampare la gioia, Luca lo dice chiaramente, è l’apertura di entrambe all’azione dello Spirito. Maria ed Elisabetta gioiscono perché nella loro disponibilità a mettersi al servizio della vita riconoscono l’azione più grande del Dio della vita e intuiscono che la loro disponibilità, che si esprime nei gesti semplici della vita quotidiana di una madre di famiglia, avrà delle ricadute importanti nientemeno che per la salvezza dell’umanità. Maria ed Elisabetta gioiscono perché si scoprono collaboratrici di Dio, della sua grazia che opera nel mondo e, in questa consapevolezza, non è più il risultato finale che conta. Il momento presente è già il luogo della gioia. E come non pensare, che sia stata proprio questa consapevolezza, questa esperienza della gioia che viene da Dio, a sostenere la fede di Maria nelle ore più buie della sua vita terrena?
    Il contrario della gioia, d’altra parte, non è la tristezza e neppure la fatica o il dolore. Il contrario della gioia è l’invidia. Il vangelo di Luca ce lo fa notare, attraverso un’altra scena che vede per protagoniste due donne e che ruota ancora intorno al tema del servizio: è la scena dell’accoglienza di Gesù in casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42). In quel caso, anche se c’è il servizio, quel che manca, almeno nel cuore di Marta, è proprio la gioia. La donna non riesce a godere del suo donarsi, perché lo fa per essere riconosciuta dal Maestro. Non c’è gratuità nel suo dono, non c’è attenzione alla realtà dell’altro, ma piuttosto il tentativo di adempiere a un dovere o di ricevere una lode. Maria, invece, ai piedi di Gesù, è tutta protesa nell’ascolto di Lui e Gesù dimostra di gradire questo dono, più del servizio materiale della sorella. La contrapposizione, tuttavia, non è da porre tra contemplazione e azione, tra volontariato e preghiera, ma tra un cuore che ascolta e uno che pretende.
    Nel sogno del pergolato di rose, Maria introduce don Bosco proprio in questo apprendistato. Le rose, infatti, rappresentano la carità. Soltanto alla fine del pergolato si trovano le rose senza spine, ovvero la carità ormai fatta propria, la capacità di amare pienamente senza più bisogno di sottoporre il cuore alla necessaria purificazione. La gioia, tuttavia, la bellezza delle rose, accompagna tutto il cammino. Non si contrappone al dolore causato dalle spine, ma lo accompagna. La gioia, inoltre, è ciò che traspare all’esterno, è il tratto tipico di don Bosco, insieme all’amore dimostrato effettivamente e affettivamente: perché non basta che i giovani siano amati, essi devo sapere di esserlo.
    Mettersi al servizio della vita, dunque, sull’esempio di don Bosco e alla scuola di Maria, significa aprirsi all’esperienza paradossale della gioia cristiana: «una sensazione che è radicata così profondamente da poter convivere anche con una situazione esteriore opposta, come accade agli apostoli, lieti d’essere stati flagellati “per il nome di Gesù”, primi d’una interminabile lista di credenti contenti nella prova, nella malattia, nel martirio, nella violenza». La gioia, lo diceva anche Madre Mazzarello, è il segno di un cuore che ama il Signore e che, proprio in forza di questo amore, diviene capace «non solo di godere, ma pure di piangere, specie con chi piange. Allo stesso modo e sempre per la sua singolare natura la gioia è personale, ma è pure contagiosa, è il miglior modo di stabilire relazioni, di vivere l’amicizia. È espressione tipicamente terrena, che allieta la vita di tutti, ma indica il mistero, o una tensione che proietta l’uomo oltre se stesso e le sue umane tristezze» (A. CENCINI, I santi abitano la gioia (i perfetti no), Parola Spirito e Vita 76, 2017).
    La gioia, segno che ci siamo messi al servizio non di noi stessi, ma della vita e dunque del Dio della vita, così come l’amore, è un altro nome dello Spirito Santo ed è la strada salesiana verso la santità.