L'altrove dei giovani, liturgia, ragazze


    Osservazioni sparse sulla “Sintesi” CEI delle risposte al Questionario

    Daniele Gianotti, Vescovo di Crema


    (NPG 2018-01-46)


    Richiesto di reagire con qualche osservazione e commento alla Sintesi delle risposte diocesane al Questionario in preparazione al Sinodo 2018 su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, predisposta dalla Conferenza Episcopale Italiana, chiarisco subito che non farò un commento d’insieme sul testo. Mi limito a sottolineare due o tre punti che mi sembrano meritevoli di attenzione, un po’ perché forse più congeniali alla mia esperienza, un po’ perché – in un caso almeno – mi sembra di notare il classico “silenzio assordante”.

    1. “Dentro” o “fuori”?

    E incomincio dal fondo, da ciò che la Sintesi segnala proprio nelle ultime righe del testo, dove si propongono alcune considerazioni sull’efficacia delle pratiche pastorali di accompagnamento vocazionale dei giovani nella Chiesa italiana, efficacia “talvolta messa in dubbio se si guarda ai risultati immediati che si vorrebbero raggiungere: rivedere molti giovani frequentare gli ambienti ecclesiali”.
    Molto opportunamente, mi sembra, la Sintesi ricorda che questa domanda non può essere misurata solo sul metro di un impianto di Chiesa che, fondamentalmente, vorrebbe portare (o riportare) i giovani “dentro” ai suoi spazi abituali. Gli spazi sono (anche, e forse per la maggior parte) “altri” e “fuori”, e la questione è di offrire una presenza, un accompagnamento, che raggiunga i giovani lì dove sono e permetta loro di scoprire che la “buona notizia” del Vangelo non è confinata soltanto negli spazi “istituzionali”.
    È saggio non generalizzare troppo l’esperienza individuale: e tuttavia, invitato qualche settimana fa a incontrare una classe dell’ultimo anno di un liceo statale durante l’ora di religione, dialogo con molto interesse e vivacità con ragazze e ragazzi su questioni che toccano la loro vita e anche la loro fede. E chiedo, verso la fine, quanti di loro frequentano con una certa regolarità la vita della parrocchia: pochissimi! L’oratorio? Un po’ di più, ma certo non la maggioranza… Sono per questo giovani del tutto estranei, insensibili, ostili a ciò che la Chiesa ha da annunciare loro? Certamente no. Ma bisogna andarli a incontrare altrove.
    La Sintesi preparata in vista del Sinodo 2018 fa vedere come nelle Chiese che sono in Italia c’è consapevolezza di questa “dislocazione”; d’altra parte, si nota che “i principali luoghi ecclesiali in cui i giovani fanno esperienza di vita cristiana sono le parrocchie. Qui essi trovano generalmente un contesto che risponde al loro bisogno di appartenenza e di aggregazione, di protagonismo e di creatività” (§ 3).
    Una delle grandi questioni, mi pare, è se però i “luoghi ecclesiali” non rischiano di diventare talmente assorbenti – in fatto di attenzioni, risorse umane ed economiche ecc. – che ai luoghi “non ecclesiali” (il che non significa necessariamente, però, “non evangelici”) di incontro con i giovani rimangono poi solo le briciole.
    Giustamente si richiama la necessità di ripensare il volto della Chiesa in termini di “Chiesa in uscita” ma, al di là della formula felice, è proprio vero che “siamo ancora in ricerca di indicazioni operative utili alla sua attuazione”.

    2. Una liturgia viva

    Rispondendo alla domanda: “Che cosa chiedono concretamente i giovani del vostro Paese alla Chiesa oggi?”, la Sintesi dice tra l’altro che i giovani “cercano una liturgia viva” (§ 5).
    Supponendo che questa frase riprenda con fedeltà un sentire emerso dalle risposte diocesane al Questionario preparatorio al Sinodo, ne sono personalmente molto lieto; anche perché la mia personale sensazione (misurata in modo tutt’altro che rigoroso, quindi) è che invece ci sia una certa refrattarietà dei giovani alla liturgia.
    Certo, per lo più la vita liturgica chiama i giovani a uno dei “luoghi” (per tornare al punto precedente) che più “interni” non si può. Se, appunto, è soprattutto “fuori” che dobbiamo cercarli e incontrarli, non dobbiamo poi lamentarci se li vediamo poco – e, quando ci sono, assai poco partecipi –, nelle nostre liturgie domenicali in parrocchia.
    Temo, tuttavia, che l’eventuale disaffezione dei giovani alla liturgia dipenda anche da altre cose, tra le quali la poca cura a un’effettiva qualità della celebrazione. Non è neppure questione, ritengo, di una eventuale scelta più “giovanilistica” (qualunque cosa voglia dire) nelle modalità del celebrare. Credo, invece, che il problema sia nella difficoltà – non dei giovani, beninteso, ma piuttosto in chi abitualmente “gestisce” la liturgia – di prendere sul serio la logica propria del rito, il valore del linguaggio simbolico, l’eccessiva preoccupazione didascalica che invade le celebrazioni…
    Aggiungerei a tutto questo (e ad altro, che avrebbe bisogno di molto più spazio) anche la scarsa presenza del momento liturgico – e, credo, anche di formazione alla preghiera – all’interno degli itinerari formativi proposti ai giovani.
    In ogni caso, se davvero, come anch’io penso, i giovani “cercano una liturgia viva”, qui si apre un cantiere dentro al quale c’è lo spazio di un lavoro bello e affascinante.

    3. Dove sono le ragazze?

    Sarà che la lingua italiana, o l’uso che prevalentemente se ne fa, comprende nel maschile anche il femminile, ma una delle cose che più mi colpisce nella Sintesi è l’assenza pressoché totale di un riferimento specifico al mondo giovanile femminile. Dove sono le ragazze?
    La questione, ovviamente, è anzitutto se l’insieme del quadro offerto dalla Sintesi non potesse venire arricchito da qualche sfumatura di “genere”. Presumibilmente le risposte stesse, pervenute dalle diocesi, non hanno fatto emergere la necessità di precisazioni riguardanti le giovani e i giovani. (Però i dati statistici presentati nella prima sezione del testo offrono alcuni elementi in questo senso; non hanno nulla da dirci sul piano pastorale?).
    Uno degli ambiti nei quali una maggiore attenzione alla problematica specificamente femminile sarebbe interessante riguarda proprio tutta la prospettiva vocazionale, entro la quale si pone il Sinodo e dunque anche il cammino verso di esso.
    Al termine del § 8, dove è questione del “coinvolgimento delle famiglie e delle comunità nel discernimento vocazionale dei giovani”, si notano i problemi legati al fatto che, ad esempio, “non di rado… la famiglia costituisce un ostacolo o un freno, almeno iniziale”; si osserva che “anche le comunità cristiane, complessivamente, non sono sufficientemente consapevoli di essere soggetti protagonisti ed essenziali nel discernimento vocazionale”, e poi si esemplifica, guarda caso, riferendosi al fatto che “molti giovani che giungono in Seminario lo fanno al termine di percorsi tortuosi, senza un confronto con la comunità parrocchiale di appartenenza o un dialogo in famiglia”.
    Mi sembra sintomatico (e un po’ preoccupante) che l’esempio utilizzato sia quello della vocazione al ministero presbiterale. E che ne è di una ragazza che volesse abbracciare la vita consacrata? Non si potrebbe dire che il “caso serio”, per quanto riguarda le vocazioni di speciale consacrazione nella Chiesa italiana (e, se non sbaglio, in tutta l’Europa occidentale), è proprio quella delle vocazioni alla vita consacrata femminile – con la parziale eccezione della vita contemplativa?
    Ma anche sotto altri aspetti – incluso il fatto che spesso le ragazze continuano a essere una presenza determinante nella vita di Chiesa, ad es. sotto il profilo catechistico, educativo ecc. – si avverte l’esigenza di un po’ più di attenzione specifica al versante femminile della cura pastorale delle Chiese in Italia nei confronti del complesso e affascinante “pianeta giovani”.