Per una Chiesa non da Oscar


    Se il vero servizio non rende nessuno “protagonista”

    Stefano Mazzer

    (NPG 2018-05-20)

    Si può essere un Leonardo di Caprio che nel 2016 finalmente si aggiudica la mitica statuetta dopo cinque nomination andate a buca, oppure una Anna Magnani che nel 1956 neppure intraprese il viaggio intercontinentale per esser presente alla serata che la incoronò come la migliore di tutte… in ogni caso l’Oscar più prestigioso porta sempre questo nome: “miglior attore/attrice protagonista”. E se è vero che è pure prevista la statuetta per il miglior attore/attrice non protagonista è pur vero che la sensazione è la stessa dell’argento rispetto all’oro della vittoria. Da non poco tempo questo linguaggio è entrato nel gergo pastorale: si parla spesso di attori della pastorale, di essere o diventare protagonisti della vita della Chiesa, di occupare la scena del momento culturale che stiamo attraversando, di non rimanere spettatori…
    La dimensione del servizio, sulla quale la Proposta Pastorale di quest’anno ci chiede di sostare, ha qualcosa di molto interessante da dirci a proposito. Proviamo a guardarci dentro.

    La gioia di essere co-agonisti

    Una cosa è chiara: per Gesù il servizio non è stato uno degli aspetti caratterizzanti la sua vita tra noi, un’esperienza attraverso la quale misurarsi e mettere a frutto le proprie potenzialità. L’essere servo è semplicemente ciò attorno cui Gesù, e il Nuovo Testamento con lui, compendia tutto il suo essere e la sua missione. È Maestro e Signore, e per questo lava i piedi ai suoi (cf. Gv 13,14); non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita per molti (cf. Mc 10,45); è il servo che mediante la sofferenza è reso perfetto (Eb 2,10). L’elenco dei riferimenti potrebbe allungarsi di molto, ma già solo questi pochi dati ci dicono che, forse, il servizio come dimensione della vita cristiana è qualcosa di più delle esperienze di carità e di volontariato tipiche, ad esempio, della catechesi dei cresimandi o dei gruppi post-cresima. Prima però di soffermarci su questo è bene chiedersi: il servizio ha reso Gesù protagonista? Possiamo pensare così la sua vita e il dono supremo di essa sulla croce? Perché se la pastorale dipende in tutto dall’identità del Pastore e a lui cerca di conformare l’esistenza dei credenti, e se la pastorale in generale, e giovanile in particolare, punta a far diventare protagonisti, ne segue che necessariamente il Buon Pastore dev’essere il Protagonista per antonomasia. È così?
    Nei Vangeli, soprattutto quello di Giovanni, non sembra di trovare un simile riscontro: le parole che Gesù pronuncia sono quelle che ha udite dal Padre; la sua dottrina non è sua; le opere che compie sono quelle che il Padre gli ha ordinato di fare. Ancora: nel deserto Gesù ci va sospinto dallo Spirito; sceglie i suoi dopo una notte di preghiera; è nello Spirito che Gesù esulta e loda il Padre; mosso dallo Spirito eterno offre se stesso come vittima per la nostra salvezza; nello Spirito è risuscitato a vita nuova il mattino di Pasqua. Insomma: in tutto questo, chi è il protagonista? Chi è il primo agonista, quello che agirebbe per primo, che dominerebbe la scena? Sembra che la storia di Gesù – che è e che dovrebbe rimanere l’unico vero cardine della pastorale, perché è storia di Dio e dell’uomo, storia di Dio nella storia dell’uomo – non permetta di parlare di protagonisti ma sempre e solo di co-agonisti. Padre, Figlio e Spirito Santo sono co-agonisti, agiscono solo insieme perché sono l’Unico Dio, il Dio che è Amore. Sì, la bellezza dell’amore consiste proprio in questo: nel non voler essere protagonisti o cedere all’altro il protagonismo, bensì nell’essere da cima a fondo co-agonisti, nel riconoscere che si è solo insieme, che il legame non precede né segue l’identità ma coincide con essa.
    Ha senso, allora, che una generazione di adulti, fuori e dentro la Chiesa, dica “è giunto il momento di dare spazio ai giovani, di renderli protagonisti?”. Non si tratta, in fondo, di reduplicare esattamente quanto si lamenta, ovvero una deriva narcisista della cultura sulla quale non si smette di inveire, salvo poi riproporla sotto mutate specie? Proporre ai giovani delle esperienze, anche forti, chiedere che prendano la parola, che azzardino la loro libertà decidendo di sé, è sicuramente cosa buona e doverosa. Occorre però fare attenzione al modello di vita che, di fatto, può soggiacere nel non detto delle nostre convinzioni. Rendere protagonisti i giovani, oggi, può anche significare il dover rinunciare ad esserlo da parte degli adulti. Ma è questo il vero punto? Decidere chi deve correre all’Oscar del miglior protagonista? Ben più fecondo e ben più difficile, invece, è pensare e generare non spazi da dare ma luoghi da abitare insieme, non protagonismi da suscitare ma dinamiche di vero co-agonismo, più impegnative e sconosciute, certo, ma anche più gravide di futuro. I giovani non devono “avere la parola” perché gli adulti gliela concedono e si mettono in ascolto: ogni uomo, ogni bimbo, ha ricevuto la parola dall’adulto, la parola è un evento che già in sé è frutto dell’incontro tra generazioni, e non può poi diventare un terreno da spartire, magari con una rigorosa par condicio, anche ecclesiale. Un adulto, oggi, può sentirsi protagonista perché ha capito, a differenza degli altri adulti “narcisisti”, che deve lasciar essere protagonisti i giovani: ma siamo sicuri che i giovani desiderino tali adulti? Gesù si è forse ritratto per lasciar servire i suoi o non piuttosto ha identificato il suo servizio esattamente nel servizio dei suoi? Non solo l’avete fatto a me ma anche io l’ho fatto con voi e in voi: insomma, Gesù che serve e Gesù che è servito, Dio che ama Dio, esattamente come nella Trinità.

    Quale servizio per una Chiesa in uscita?

    Così inteso, il servizio non può dunque esser pensato come una conseguenza della scoperta della propria appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Esso, infatti, coincide con l’essere in Cristo, innestati nel suo Corpo, perché il servizio è la forma di Gesù, del suo vivere per. Per tale motivo ridurre il servizio a esperienze di servizio è quanto mai problematico e, spesso, concretamente infruttuoso. Nella cultura dello zapping di esperienze consumate una dopo l’altra non basta offrire esperienze diverse e migliori di altre per scardinare la pervasiva assenza di stabilità nella costruzione della propria identità, soprattutto nei giovani. Gli esempi di santità giovanile che nella Chiesa sono fioriti e stanno fiorendo in questi ultimi anni fanno risplendere come in questi fanciulli, adolescenti e giovani il servizio inteso come vivere per l’altro e nella relazione con l’altro non si sia affacciato solo ad un certo punto della loro vita, bensì è stata una postura assunta ben presto perché resa familiare e offerta come credibile e portatrice di sacrificio e di gioia dallo stile di vita dei genitori o di altre figure educative (si pensi, ad esempio, a Chiara Luce Badano, Antonietta Meo, Silvio Dissegna, Giulia Gabrieli, Carlo Acutis, Alberto Michelotti e Carlo Grisolia, Matteo Farina, Gianluca Firetti, per citarne solo alcuni…). Queste vite mostrano con evidenza come espressioni quali Chiesa in uscita non siano affatto confinabili a quei momenti in cui, perché finalmente diventati “adulti” nella fede, i credenti decidono di uscire, di lasciare le proprie rassicuranti certezze e sacri recinti e lanciarsi nel mondo per portare il Vangelo. No: l’uscire è atteggiamento molto più legato al quotidiano e al feriale che al momento in cui scocca l’ora di “assumersi le proprie responsabilità” nella Chiesa – a questo abbiamo spesso ridotto il sacramento della Confermazione, stravolgendone il senso – e il giovane deve buttarsi nel vivere esperienze forti di servizio – che se non rispondono poi alla sua scala di misura di “fortezza”, ben presto vengono archiviate, pur con riconoscenza. In tal senso il forte accento sul quotidiano che tutte le spiritualità, e in particolare quella salesiana, portano con sé diventa quanto mai salutare nel considerare la dimensione del servizio. Un quotidiano, quindi, che si costruisce e matura ben prima che la pastorale giovanile si “prenda in carico” i giovani e cerchi, in mille modi, di instillare in loro la gioia e lo slancio di una vita spesa per gli altri. Non è più pensabile che, nelle diocesi come nelle singole parrocchie e comunità, coloro che si dedicano alla fascia dei 0-6 anni, che curano la pastorale familiare o la catechesi, la pastorale giovanile o quella degli adulti o degli anziani, non vivano nella comunione e non solo nella collaborazione (che già sarebbe molto!). Se desideriamo davvero una Chiesa obbediente al comando del Pastore, una Chiesa in uscita, povera tra i poveri, non possiamo non comprendere che proprio perché la fede conosce una lunga e decisiva iniziazione, non potrà esser diversamente per il servire, che è la forma stessa di Colui nel quale crediamo e che cerchiamo di amare e far amare. E se è vero che non è mai “tardi” per far scoprire a un giovane la bellezza – e la costosità – del dono di sé, è anche vero – e questo lo sanno bene coloro che non solo pensano “i cammini” ma accompagnano concretamente i giovani a farli, facendoli con loro – che le corde più difficili da toccare e i nodi più sensibili da sciogliere in vite chiuse in se stesse o incapaci di riconoscere il bene che custodiscono in sé vanno quasi sempre a impattare sugli anni dell’infanzia, su quelle relazioni fondamentali, parentali ma non solo, delle quali un’anziana suora che ha trascorso la sua vita con i bambini della scuola dell’infanzia sa molto più di grandi operatori della pastorale giovanile o teorici dei legami. Non è un caso che Papa Francesco, quando parla dei giovani e ai giovani, si riferisca e inviti sempre a riferirsi agli anziani: i legami si praticano, e certa settorializzazione della pastorale impedisce proprio questo praticare insieme la vita. Il servizio è, forse, una delle dimensioni che più rende manifesto questo intreccio generazionale perché esso vive della presenza dell’altro, una presenza colta come essenziale per il mio esserci e non come una propaggine del mio ego che “ha bisogno di donarsi”, di essere protagonista!

    Farsi uno di loro

    «Realizzate sempre più la vostra vocazione di “farsi uno di loro”. Non siano solo parole. Vuol dire molto, sapete. “Farsi uno di loro” è arricchirsi al loro contatto spogliandosi dell’illusione di avere sempre da donare qualcosa. Richiede un animo totalmente aperto e disponibile. L’amore, il vero amore, ha molte esigenze: amare come Cristo Gesù ama, essere pronti per il più piccolo, per il più miserabile dei fratelli, a dare la vita come Gesù l’ha data. È da questo soltanto che vi riconosceranno come suoi discepoli e amici» (Magdeleine di Gesù). Arricchirsi spogliandosi: è la logica di Gesù che ci ha arricchito con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9), che si è spogliato assumendo noi (cf. Fil 2,6), che ci ha donato sangue e acqua quando, ormai morto, non poteva più decidere di donare (cf. Gv 19,34): davvero Gesù è sempre e solo dono. Gesù si è fatto uno di noi perché noi diventassimo figli di Dio facendoci uno con i fratelli. E solo da questo farci una cosa sola il mondo potrà credere (cf. Gv 17).
    Il farsi uno di loro, se lo prendiamo sul serio, rovescia, e non poco, il modo abituale di guardare, educare e vivere il servizio. Non è infrequente considerare il servizio, infatti, come qualcosa che aiuta il giovane a uscire da sé, a non ripiegarsi sul proprio io, a non annidarsi in una realtà virtuale che lo estranea dalla concretezza della vita. Ma un simile ragionamento è degno dell’altro che si intende servire? Fino a prova contraria, non è il servo a decidere di esserlo – perché “gli fa bene” – o a decidere cosa, come e quanto deve fare: tutto questo spetta al padrone. Le parole di Gesù in Lc 17,7-10 sono quanto mai chiare: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». Nelle parole di Magdeleine, riconoscersi servi inutili significa spogliarsi dell’illusione di avere sempre da donare qualcosa: sguardo vertiginoso sul servizio, a cui non siamo abituati, ma che traspare puntualmente dalla consapevolezza che, quando ci si mette a servizio di qualcuno, si scopre che i ruoli di donatario e destinatario del dono saltano, si interscambiano, la realtà della relazione costringe a considerarli nel regime della reciprocità, del co-agonismo. Tale dimensione di reciprocità è l’unica veramente degna dell’uomo, del povero e, ultimamente, di Dio: solo in essa il servizio è luogo di comunione, riconoscimento dell’appartenenza alla stessa umanità, con le sue altezze e i suoi abissi; solo in essa è fugato il rischio di fare dell’altro, e del servizio a lui reso, un’occasione per sentirmi migliore, per appagare il mio desiderio di amare, impoverendo ancor di più il povero perché cercato come strumento – nobile fin che si vuole, ma sempre strumento – di cui ho bisogno per scoprire la verità di me. E, forse, questa è esattamente la malattia spirituale della generazione adulta, tante volte sapientemente stigmatizzata dal Papa nei suoi famosi elenchi delle malattie spirituali tipiche del mondo ecclesiale.

    Tre “direzioni” di futuro

    Entro questo semplice schizzo di alcune coordinate teologico-ecclesiali del servizio, vogliamo proporre ora tre modulazioni concrete nelle quali cogliere alcuni doni/sfide che l’odierna situazione culturale ci esorta a percorrere con fiducia e audacia. Non si tratta di “esempi” pratici, intesi come “applicazione” di una teoria, bensì di luoghi teorEtici (lemma del filosofo Adriano Fabris), luoghi cioè che sono l’accadere insieme, e solo insieme, di uno sguardo sulla realtà e sull’altro e di un agire – e un patire – che non arriva sempre e irrimediabilmente “dopo”. Se oggi, da più parti, ci si rende conto che occorre tornare a imparare a pensare, ripensare il pensiero (cf. Edgar Morin), e se, altrettanto chiaramente, si capisce che questo non può che esser fatto insieme, valgono più che mai le parole di un grande filosofo ebreo del secolo scorso, Franz Rosenzweig, il quale, proponendo e praticando quello che lui chiamò esattamente il nuovo pensare, dichiarava: «la differenza tra pensiero vecchio e pensiero nuovo, […] non consiste nell’esprimersi a voce alta o a voce bassa, bensì nel bisogno dell’altro o, che è lo stesso, nel prendere sul serio il tempo». Proviamo quindi a tracciare tre direttrici che prendano sul serio l’altro e il tempo: solo da qui ci sembra abbia senso parlare di servizio.

    Accogliere/donare il silenzio
    Come ogni realtà autenticamente umana e divina, anche il servizio non può che nascere e crescere nel silenzio. L’amore, quando è vero, non cerca lo strepito ma vive e opera nel silenzio. Il bacio è la parola più silenziosa ma più potente dell’amore. E anche il grido, espressione massima della sofferenza, tante volte rimane soffocato in un silenzio che dice l’eccesso del dolore. Senza allenamento al silenzio, oggi più che mai duro e faticoso, è impensabile il servizio perché l’amore, come la fede, nasce dall’ascolto e l’ascolto esige il silenzio, quello vero, che non tace per “buona educazione” nell’attesa di dire la propria. Pensare agli spazi di ascolto immediatamente come spazi nei quali qualcuno prende la parola è fuorviante. Nessuno ha cominciato a parlare prendendo la parola, bensì ricevendola, ascoltandola dalle labbra di un altro, spesso di un’altra, la madre. Dare la parola ai poveri, mediante il proprio servizio, forse non è esattamente lo scopo a cui dobbiamo indirizzarci e indirizzare. L’altro è già parola, non inizia a parlare quando io, col mio buon cuore, mi avvicino con il megafono per donargli dignità. Quanto bisogno abbiamo di scoprire l’umiliazione di non aver nulla da dire o di non saper cosa dire, di essere “sopraffatti” dall’altro, dalla sua esistenza che ci si impone, dal suo esser già lì e non comparire in concomitanza al sorgere in noi della “spinta” o l’invito a servire. Non è semplicistico né spiritualista, bensì esattamente spirituale: senza educazione e pratica del silenzio, in forma eminente nella preghiera, non cresce nessun vero servizio, perché l’amore di Dio non lo si impara a ricevere se non nella passività della preghiera. Questa è dunque ben di più del serbatoio da cui attingiamo prima di partire con i nostri zainetti per andare a sfamare gli affamati e assetati che sono sulla strada. È dono che può anche irritare, realtà scomoda che spiazza: se non mi lascio lavare i piedi da Gesù non avrò parte con lui, nemmeno con il suo servizio. Altrimenti tante esperienze di servizio si concluderanno in una bulimia spirituale: accumulo ingordo di servizi dati, di momenti “forti” che, a un certo punto, non possono che esser troppi e venir rigettati, trovandosi più affamati e confusi di prima. La Chiesa invece, secondo Papa Francesco, «sa il linguaggio di tanta saggezza delle carezze, del silenzio, dello sguardo che sa di compassione, che sa di silenzio».

    Accogliere/donare la lentezza
    Lentezza? Parola non solo fuori moda e in opposizione diretta agli standard extra e intra ecclesiali, ma decisamente improduttiva. A chi viene in mente di associare intrinsecamente il servizio alla lentezza? Non viene piuttosto in mente l’urgenza, il correre per le strade per portare soccorso a chi ha bisogno di aiuto? Eppure senza lentezza il servizio non solo non dura ma nemmeno fiorisce. Farsi uno con chi soffre, con chi è in difficoltà, con chi vive una situazione di disagio, quali che siano i motivi da cui essa è generata, richiede tempo, tanto, e richiede un ritmo lento. Solo chi pensa al suo servire può ignorare questa concretissima realtà. Imparare l’altro, i suoi gesti, i suoi tempi, richiede un esodo da sé che oggi nessuno più educa né promuove. Io non potrò mai vedere il mondo così come lo vede l’altro, chiunque esso sia. Tanto meno potrò vedere la realtà con gli occhi e il cuore ferito di colui/colei che avvicino con il mio servizio. C’è solo una strada: rallentare, avvicinarsi con i piedi scalzi, lasciare che a dettare tempi, spazi, distanze e vicinanze non sia l’imperativo della mia carità bensì la legge che l’altro è per me. E questo non lo si impara facendo esperienze di carità: lo si può imparare, e a proprie spese, solo spogliandosi davvero e fino in fondo della presunzione di essere utili, di fare opere di bene, di aiutare l’altro. C’è bisogno dell’altro e del tempo, diceva Rosenzweig: sì, di tempo, tanto tempo, un tempo che richiedendo la lentezza di chi impara i ritmi dell’altro spesso provoca una noia o un sentimento di inutilità che può avere il sopravvento. È bello andare i venerdì di quaresima a servire alla mensa dei poveri e, magari, l’anno successivo, cambiare questo servizio (l’abbiamo già fatto!) con la novità della casa di riposo… Ma l’amore resta, e il restare non ha i ritmi frenetici dell’attività a oltranza bensì quelli lenti della fedeltà. Non sarà forse un caso che proprio luoghi e spazi della Chiesa in cui si osa ancora vivere la lentezza dell’amore siano oggi – sì, proprio oggi, in questo mondo della velocità imposta come regola non scritta – cercati e scelti da molti giovani non come fuga ma come casa che sostenga, senza tanto rumore, propaganda e manifesti continui di eventi, proprio coloro che tale velocità ha lasciato per strada mezzi morti. Il povero, il malato… semplicemente, l’altro, mi chiede di imparare un ritmo che non è mio e mi lascia il tempo per farlo. Fedeltà a un servizio è più importante che un curriculum interminabile di servizi “a tempo determinato”.

    Accogliere/donare la prossimità
    Il servizio è realtà di co-agonismo perché non può che accadere in virtù della prossimità. Alla pastorale delle esperienze di carità (e più sono forti, più danno uno shock, meglio è) forse è bene sostituire e riconoscere lo spazio della prossimità. La prima, infatti, è funzionale alla crescita del giovane: in essa l’altro è un luogo che mi fa bene perché mi permette di fare il bene, di esercitarmi in esso e… vedere l’effetto che fa. Il secondo, invece, chiede di lasciarsi coinvolgere e determinare dall’altro, perché lui è già lì, non sono io a farlo diventare prossimo bensì a riconoscerlo come tale, come fratello e sorella che vive già, anche senza il mio servizio. Prossimità significa riconoscimento di un legame che non è il servizio a generare, che il servizio è chiamato a onorare, come si onorano i legami più importanti (non per nulla il IV comandamento chiede di onorare il padre e la madre e nel patto nuziale gli sposi promettono di amarsi e onorarsi). Riconoscersi prossimi, infatti, è evento necessariamente reciproco: per il fatto che tu sei mio prossimo, io lo sono inevitabilmente anche per te. Questa logica può rovesciare “pericolosamente” tanto zelo nel servizio! Ad esempio, come sempre dice e scrive Chiara M. (cf. il suo libro Righe storte. Piccoli esercizi di speranza, San Paolo 2013), più importante di andare a far visita a disabili in carrozzina può essere il lottare perché nella propria città e quartiere, un disabile, se lo vuole, possa entrare in Chiesa con la sua carrozzina e, magari, non esser costretto a stare in mezzo al corridoio tra le navate ma anch’egli entro l’assemblea (basta togliere un banco dalle file!). Se il centro del mio cuore non è il mio servizio ma il mio prossimo di cui io sono prossimo, la vita diventa pericolosamente scomoda. Ma pericolosamente bella e piena di verità: quindi di libertà (cf. Gv 8,32).

    Per concludere

    Come amava spesso ripetere Magdeleine di Gesù, c’è da augurarci che i poveri ci mettano in imbarazzo, che il servizio, prima di farci interrogare su come dobbiamo farlo, quando, con chi, in che forma, perché, ecc., ci tolga sicurezze, ci faccia dimenticare l’Oscar del miglior protagonista. Con le parole di un’altra straordinaria testimone del Vangelo del secolo scorso possiamo anche noi così pregare: «se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione prenderei proprio quel catino colmo d'acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell'asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo, del drogato, del carcerato, dell'omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio, finché tutti abbiano capito nel mio il tuo Amore» (Madeleine Delbrêl).