Paolo Arienti [1]
(NPG 2020-03-26)
Tra i giovani che sperimentano forme di vita comune, senza dubbio ci sarà qualcuno che studia Fisica e ben sa le implicazioni teoretiche e filosofiche della teoria della relatività. Nei primi del ‘900 la questione suscitò anche un enorme dibattito, perché finalmente – e in termini sconcertanti – si giungeva a mettere in discussione il carattere discreto e identico del tempo: una grandezza fisica che sembrava posseduta e dunque organizzabile, dominabile, ora tornava a divincolarsi e ci si chiedeva, rispolverando il buon vecchio Agostino, se e quanto esistesse una variabile interiore, diremmo oggi qualitativa del tempo. Una questione solo in apparenza molto lontana dai lidi ecclesiali, impelagati in calendari catechistici, iniziative per gli adolescenti e orari delle Messe. In realtà è proprio la questione del tempo, e correlativamente quella dello spazio, a poter interpellare, in particolar modo oggi, una dimensione significativa dell’evangelizzazione. Spesso si ha l’impressione di dover partecipare ad una gara che vede le proposte ecclesiali in corsia accanto ad altre, ben altrimenti allenate e foraggiate da adeguati sponsor: scatti garantiti e distanze coperte in pochissimo tempo in ragione della necessità di accaparrarsi clienti. Qualcuno azzarda metafore forse meno nobili e più commerciali, invocando la religione fai-da-te o il centro commerciale in cui recuperare quel che serve: dall’estate ragazzi all’istruzione catechistica.
Solo accelerazione?
Tutto sembra doversi inchinare al ritmo forsennato degli impegni che garantiscono efficienza e onnipotenza, ma a caro prezzo. Anni fa, anche nella cattolica Italia, a saltare – e senza che si potessero trovare adeguati antidoti al fenomeno – è stato addirittura il giorno del Signore, architettura essenziale e decisiva della comunità cristiana che per secoli aveva dettato il ritmo del lavoro e una fetta preziosa e numericamente consistente della socializzazione di base. La domenica è divenuta passo passo spazio e tempo di tutto e di tutti, evidenziando come si stesse perdendo un certo monopolio che atteneva certamente all’esercizio della fede, ma anche aveva a che fare con una certa idea di tempo e di spazio: si è iniziato ad andare sempre meno in certi posti, eleggendo nuovi santuari e nuovi luoghi di aggregazione; si è cominciato a trasformare la festa in tempo libero, ovverosia liberato, affrancato, come se fosse una grandezza totipotente da restituire alla massima libertà. Un’acuta analisi filosofico-sociologica di accelerazione dei processi sociali e culturali si deve qualche anno fa ad H. Rosa[2], che ha messo in guardia dinanzi alla vaporizzazione del paradigma moderno che aveva fatto del dominio sul tempo la propria bandiera tecnologica e ideologica. Ne è nato quello che Isabella Guanzini definisce “un severo regime del tempo, senza valori e senza dogmi”, destinato a governare “neutralmente – ossia segretamente, in un modo a stento percepibile – la nostra esistenza quotidiana soprattutto attraverso meccanismi di accelerazione sociale, ossia attraverso una accelerazione tecnologica spropositata, un’accelerazione dei mutamenti sociali, della comunicazione e del ritmo di vita”[3]. E papa Francesco dedica ad un tema molto simile a questo alcuni passaggi della Christus vivit, laddove si interroga ad esempio sul rapporto tra mondo giovanile e radici[4]. D’altra parte proprio il mondo giovanile contemporaneo (e occidentale) è nato per condizione entro l’esecuzione di questo paradigma e per disposizione propria pare aver giocato sin da subito un ruolo attivo nel disegnare una sorta di avanguardia spazio-temporale, libera dai vincoli dei codici tradizionali che sanno di staticità e ripetitività e sembrano incapaci di produrre senso rispetto a dinamismi sempre nuovi di vita: in fondo è il destino di ogni nuova generazione che cerca nuovi spazi e elabora nuovi approcci, dentro però ad una accelerazione del tutto inedita e imponderabile, come confermano i descrittori della cosiddetta quarta rivoluzione industriale che ha a che fare oggi con l’informazione e la sua diretta interazione con la vita, la sua estensione, la sua mobilità e modificabilità. Sul versante più strettamente religioso, tanta parte della società occidentale e italiana abita il campo dell’inevidenza della fede su cui poco le Chiese si stanno adeguatamente interrogando: una tradizionale scansione del ritmo della vita, dei suoi significati e dei suoi orizzonti pare destinata a tramontare e assumere un assetto residuale, così come sopravvivono ai margini del vivere sociale sacche di resistenza giudicate perennemente in ritardo e dunque private di autorevolezza.
Se ci si chiede che cosa significhi oggi evangelizzare e dunque sperimentare il Vangelo, non si può non ricordare che la fede cristiana è strutturalmente un “noi”, simbolico e complesso, che ha a che fare con il “dentro” e il “fuori”, in una tensione costitutiva che chiede consapevolezza. Varrebbe la pena scorrere le dense pagine della Evangelii gaudium per rintracciare il filo rosso di questa tensione che Francesco rimodula alla luce di due criteri: quello del cambiamento d’epoca e quello della crisi dell’impegno comunitario. È il dentro della preghiera e della comunità, della celebrazione e della costruzione di relazioni autentiche, non impersonali o strumentali, fraterne direbbe il Vangelo. È il fuori della laicità del mondo, del lavoro e dello studio, magari di giovani fuori sede o di pendolari letteralmente consegnati alla sciagura dei mezzi di trasporto. Su questa tensione strutturale, oggettiva e non superabile, si innesta la pertinenza di una riflessione sul tempo e sullo spazio e sulle rispettive “unità di misura”. E per la vita e la sensatezza della proposta ecclesiale una sua variante: che qualità dello spazio e del tempo portano le relazioni ispirate al Vangelo? Può esistere - dentro la furibonda battaglia per spazi e tempi sempre più strattonati e accelerati - una chance anche per le forme, vecchie e nuove, di condivisione del Vangelo?
È opportuno dunque porre l’analisi sull’accelerazione sociale e la conseguente trasformazione dei paradigmi di esistenza (studio, lavoro, percezione di sé, famiglia, relazioni, desideri e investimenti…) a confronto con la pretesa cristiana: quella di non volersi/potersi accontentare di una abitazione periferica e scalcinata, lontana dalla vita propriamente detta dell’uomo accelerato. E questo in ragione non di una malcelata rivendicazione, quanto in forza della passione che già animava la riflessione di Bonhoeffer[5]: il posto autentico del Vangelo non va limitato alle questioni irrisolte, bensì riconosciuto anche in quelle “risolte”, laddove l’umanità progetta, spera, desidera.
Qualcosa di evangelico su spazio e tempo
Un tempo e uno spazio costantemente strattonati e accelerati si usurano e consumano i propri abitatori, estenuandone la capacità critica e smettendo di essere l’habitat naturale dell’umano. Per questo una provocazione attualissima sta dentro le indicazioni di “casa” della Christus vivit e dentro tutte le forme di relazione comunitaria sana e rispettosa che restituiscono l’umano a se stesso, rompono il guscio dell’isolamento e ridimensionano il peso ideologico della performance. Una sfida che sa ridire il proprium del Vangelo, tornando a narrare dimensioni affievolite anche tra i giovani. In alcuni spazi e tempi è invocato ancora il gratuito, ne viene re-istruita la preziosità, come accade con la tecnica del Kintsugi che non annulla le ferite del limite, ma le ricuce valorizzandone filoni di senso e di prospettiva. Il tempo può ancora essere “sprecato”, ovverosia versato nella logica del fraterno e sottratto alla sola sperimentazione di sé e alla mera produttività delle risorse.
Si possono così ripensare quelle che Guanzini chiama opportunamente oasi di decelerazione: spazi e tempi in cui parole come casa, fraternità, ascolto e dialogo non soggiacciono all’arrabbiatura televisiva o alla rivendicazione totalitaria del vincere, ma sono ricomprese come autentici luoghi di nutrimento gratuito, di dono, di reciproco riconoscimento. “La comunità cristiana può in questo orizzonte essere un’enorme risorsa: può essere pensata come un’oasi di decelerazione, ossia come uno spazio di riconciliazione fra sé e il tempo, fra sé e il proprio operare. Perché abbiamo un’assoluta necessità di un tempo che interrompa nel vivo il circuito spossante del nostro fare e disfare, che apra un varco e un punto di fuga nel cerchio ossessivo dell’azione e della produzione. Gli esseri umani non coincidono con le loro funzioni, con le loro prestazioni o con le loro routine sociali: sebbene fondamentali per il riconoscimento degli altri e per l’esistenza comune, e dunque per l’identità personale, diventano una figura della morte se si totalizzano, occupando tutto lo spazio e tutto il tempo della vita. Non basta fare, occorre anche salvarsi da ciò che si fa, e conciò anche salvare ciò che si fa”[6]. Che oltre ritmi e frenesie si possa porre altro? Lo si possa condividere con scelte serene ed essenziali, senza ingaggiare battaglie oscurantistiche?
Per una conclusione aperta
Perché non annoverare le esperienze di vita comune giovanile in questo orizzonte antropologico e spirituale? E dunque inserire queste iniziative, spesso frammentarie e faticose, in una architettura più solida di scelte, di senso, di prospettiva? Certo, la provocazione della figura dell’oasi si può applicare ad ogni contesto della vita ecclesiale, da quello liturgico-simbolico a quello del ritmo feria/festa. Ma in particolare per il mondo giovanile che sperimenta l’immersione accelerante, spesso eteronormata, nella mobilità frammentata del mondo, l’offerta di uno spazio e di un tempo di qualità, animato dall’affezione del gratuito, vale come oasi di senso: e soprattutto lì è possibile ascoltare la Parola e immergersi nell’esperienza concretissima dei due di Emmaus. Perché lì è possibile ritrovare legame e vicinanza, rinsaldare radici e focalizzare pesi e misure. E questo senza alcuna fuga intimistica, poiché restano sul campo i ritmi propri di lavoro, studio, trasporto; ma nella coscienza di poter e dover sperimentare che non tutto sta fuori, che non tutto deve correre, che non tutto è possibile secondo il paradigma prometeico che in ultima istanza isola ed esautora.
È l’idea di “casa” che si fa spazio e tempo di qualità.
NOTE
[1] Paolo Arienti, prete dal 1999, è direttore della pastorale giovanile della Diocesi di Cremona dal 2011 e insegnante di teologia presso gli studi teologici di Cremona, Crema, Lodi, Vigevano e Pavia e presso l’ISSR di Crema.
[2] Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione, Einaudi, Torino 2017. Un’allusione al tema trattato anche in Francesco, Evangelii gaudium, nn. 62 e 67.
[3] Isabella Guanzini, “Dove sono due o tre”, in https://www.diocesidicremona.it/blog/apertura-dellanno-pastorale-il-dono-e-la-responsabilita-di-fare-comunita-oggi-21-09-2019.html. Dell’autrice si veda l’efficace Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Ponte alle Grazie, Firenze 2017.
[4] Cfr. Francesco, Christus vivit, n. 179 sgg.
[5] Cfr. Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1988, pagg. 348-350.
[6] Isabella Guanzini, op. cit., p. 2. L’autrice continua: “La comunità cristiana è uno dei pochi luoghi che ci rimangono in cui non siamo costretti a rifuggire davanti alla nostra stessa impotenza e per questo è il luogo in cui non opprimiamo coloro che ci mostrano la loro debolezza. È il luogo in cui la vulnerabilità non viene rimossa, ma diventa al contrario l’elemento necessario per l’emersione della questione del senso e della verità di noi stessi”, op. cit., p. 4.

