Alberto Martelli *
(NPG 2021-03-46)
La scuola attraversa da tempo un periodo di crisi, che le fa perdere identità e prestigio sociale: in una società mediamente alfabetizzata, l’istruzione di base offerta dalla scuola non fa più la differenza e tende ad essere svalutata. La comunità cristiana intende dare fiducia alla scuola, sostenere la sua credibilità, stringere con essa un’alleanza educativa basata sulla reciproca stima, eliminando distanze e forme di reciproco sospetto. Non si tratta di “occupare” la scuola, ma di restituirle il ruolo sociale che merita, essendo rimasta uno dei pochi presìdi culturali in una società che non sembra credere al valore della cultura.
Se la pastorale è l’azione ecclesiale che rende storica e concreta la sua missione evangelizzatrice, essa non può evitare di interessarsi della scuola. Quest’ultima infatti «ha il ha il compito di trasmettere il patrimonio culturale elaborato nel passato, aiutare a leggere il presente, far acquisire le competenze per costruire il futuro, concorrere, mediante lo studio e la formazione di una coscienza critica, alla formazione del cittadino e alla crescita del senso del bene comune»[1].
Un ruolo di primo o piano in tutto questo l’hanno certamente La scuola cattolica e i centri di formazione professionale d’ispirazione cristiana i quali fanno parte a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione e formazione e nel rispetto delle norme comuni a tutte le scuole, hanno il compito di sviluppare una proposta pedagogica e culturale di qualità, radicata nei valori educativi ispirati al Vangelo, ma la Chiesa non si limita a questo: per la Chiesa la scuola è una realtà da amare e in cui stare con passione competenza contribuendo alla costruzione del progetto scolastico a vantaggio di tutti, credenti e non credenti:
A scuola, infatti, si aprono spazi in cui poter ricercare insieme il senso delle cose, comprese la fragilità e la morte. Nelle aule non si trasmettono solo conoscenze, ma valori che siano bussola di riferimento. Insegnando a lavorare insieme, si costruisce l’appartenenza alla comunità; studiando il passato, si abilita a interpretare gli eventi del proprio tempo; aiutando ciascuno a riconoscere e coltivare i propri talenti, si investe in un capitale di competenza, novità, fiducia nel futuro comune: la Chiesa, esperta in umanità (cfr. Populorum progressio, n. 13), non può ritenersi estranea a tutto questo[2].
Gratia supponit naturam
Crediamo fortemente, con Papa Francesco, che la tradizionale espressione gratia supponit naturam, sia oggi traducibile ed espandibile in gratia supponit culturam[3], e che quindi l’esigenza di accorciare le distanze con la realtà scolastica è fondamentale per una pastorale giovanile che non vuole essere tagliata fuori dai luoghi in cui i giovani costruiscono il proprio futuro. La scuola è responsabilità di tutta la comunità umana e non solo degli addetti ai lavori e la pastorale della scuola, o scolastica, come l’abbiamo sempre conosciuta, deve per questo evolversi in una più incisiva e coinvolgente pastorale “per la scuola”:
sostenendo i genitori nel loro compito educativo, formando e accompagnando gli insegnanti, offrendo a ragazzi e giovani itinerari formativi attenti alla loro vita, sviluppando un impegno culturale e una presenza sul territorio che la rendano attenta alle sfide odierne e attrezzata dal punto di vista spirituale e culturale, così che la fede cristiana abbia piena cittadinanza nella scuola e nella formazione, e dunque nell’educazione dell’Italia del nostro tempo[4].
La scuola è innanzitutto il luogo della sfida della cultura, ossia della disponibilità di intravedere un senso nella complessità del reale. Soltanto a questo prezzo è possibile una vita umana consapevole, che sappia rispondere alla chiamata della propria vocazione e che possa in questo modo scegliere e rispondere di sé in modo adulto. La pastorale per la scuola ci ricorda che «non possiamo separare la formazione spirituale dalla formazione culturale. La Chiesa ha sempre voluto sviluppare per i giovani spazi per la migliore cultura. Non deve rinunciarvi, perché i giovani ne hanno diritto» (Christus vivit, 223).
Per questo ruolo culturale, la scuola è al centro della comunità e della società, spazio esistenziale messo a disposizione delle giovani generazioni per la loro crescita umana e il loro orientamento intellettuale[5]. La comunità cristiana si sente così parte integrante della società, anzi, vuole essere in essa seme e segno del Regno di Dio: di vocazione e di crescita parla la sua intera missione, l’intero percorso evangelico è sotto il segno della comunicazione di un senso ad una comunità che ne sia poi testimone per le generazioni future.
Cercare la verità
La crisi contemporanea che investe la cultura e in primo luogo la scuola come culla della stessa è evidente agli occhi di tutti. Sorpresi dalla complessità e disamorati dalla fatica di cercare la verità, in questo periodo di rapidi e complessi cambiamenti sono soprattutto le giovani generazioni, a cui appartiene e da cui dipende il futuro, ad essere esposte, proprio all’interno dell’istituzione scolastica alla sensazione di essere privi di autentici punti di riferimento.
L’esigenza di un fondamento su cui costruire l’esistenza personale e sociale si fa sentire in maniera pressante soprattutto quando si è costretti a costatare la frammentarietà di proposte che elevano l’effimero al rango di valore, illudendo sulla possibilità di raggiungere il vero senso dell’esistenza. Accade così che molti trascinano la loro vita fin quasi sull’orlo del baratro, senza sapere a che cosa vanno incontro. Ciò dipende anche dal fatto che talvolta chi era chiamato per vocazione a esprimere in forme culturali il frutto della propria speculazione, ha distolto lo sguardo dalla verità, preferendo il successo nell’immediato alla fatica di una indagine paziente su ciò che merita di essere vissuto[6].
Il testo è chiaro: una cultura indifferente alla verità tradisce l’uomo, ed in particolare i giovani, e la pastorale giovanile non può non ritenersi coinvolta, chiamata, obbligata a offrire il proprio contributo alla ricerca del superamento della frammentarietà che spinge la scuola ad abbandonare la propria vocazione di costruttrice di umanità, per incanalarsi nei più facili sentieri dell’efficienza, della competizione, della prestazione, del mercato e della frammentarietà. Di qui una fondamentale conclusione programmatica per la pastorale giovanile: accompagnare la crescita di un figlio d’uomo significa sostenere l’esercizio della sua intelligenza perché riconosca il gesto gratuito, singolare e trascendente cui deve la propria libertà, ma anche promuovere l’audacia della sua corrispondenza all’Origine della sua vita, perché questa assuma la forma del dono. Fuori dalla consapevolezza della propria provenienza e del proprio destino - e dalla fedeltà che annoda la libertà ad esse lungo l’esistenza - non si può dare un esistere pienamente umano.
In una scuola così recuperata alla propria dignità, l’atto di insegnare torna ad essere un atto eminentemente educativo e la relazione educativa tra pari, intergenerazionale (tra allievi ed insegnanti), tra scuola e famiglia e tra scuola e società si svela così come il cuore della comunità scolastica. La scuola è una comunità che opera all’interno della più grande comunità sociale, all’interno di un patto di corresponsabilità che lega insegnanti, alunni, famiglie, comunità ecclesiale e territorio in un dialogo che riconosce a ciascuno le proprie responsabilità e pone tutti in un rapporto di rispettosa collaborazione. L’insegnante, vero operatore pastorale, diventa colui che «senza rinunciare ad essere testimone e maestro, sa riconoscere e attivare le migliori facoltà e risorse di ciascuno, aprendo percorsi di libertà e di responsabilità»[7].
La pastorale per la scuola dunque, va molto oltre, pur senza dimenticarlo, il tradizionale impegno ecclesiale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e per la Scuola Cattolica. Essi rimangono i caposaldi del nostro impegno, luoghi di sperimentazione e di costruzione di opportunità educative ed evangelizzatrice uniche e indispensabili, seme di una presenza che però dovrebbe estendersi in qualche modo, esattamente così come la vocazione ecclesiale ci chiede, all’interno di tutto l’ambiente scolastico. È oggi necessaria una pastorale che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali così da arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città. La scuola è uno di questi nuclei, perché qui si formano le persone e si pongono le basi del futuro.
* Direttore della casa salesiana di Torino Valdocco
NOTE
[1] Conferenza episcopale italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 46.
[2] Conferenza episcopale italiana – Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, Educare, infinito presente. Pastorale della Chiesa per la scuola. Sussidio, Roma 4 luglio 2020, 7.
[3] Cfr. Francesco, Evangelii gaudium, 24 ottobre 2013, n. 115.
[4] Conferenza episcopale italiana – Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, Educare, infinito presente. Pastorale della Chiesa per la scuola. Sussidio, Roma 4 luglio 2020, 10.
[5] Ivi, 14.
[6] Giovanni Paolo II, Fides et Ratio, 14 settembre 1998, n. 6.
[7] Conferenza episcopale italiana – Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, Educare, infinito presente. Pastorale della Chiesa per la scuola. Sussidio, Roma 4 luglio 2020, 15.

