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    Amato e chiamato a nove anni


    Franc Maršič

    (NPG 2021-05-19)


    Giovanni, a nove anni, si sente amato dal buon Dio e dalla sua mamma Margherita. E si sente chiamato a condividere l’amore di Dio e le sue proprie capacità giovanili con i compagni, almeno alla domenica pomeriggio. Certo, è limitato fortemente dalle proprie condizioni economiche e sociali: era senza padre da quando aveva due anni; senza grandi possibilità economiche agli inizi dell’insegnamento scolastico presso don Lacqua; in più, il suo fratellastro Antonio “perseguita” i suoi desideri che esprimevano le sue inclinazioni, ossia la vocazione della sua vita. Una situazione che possiamo paragonare a quella della pandemia “Covid 19”, che viviamo nei nostri giorni, che ci toglie il respiro e ci condiziona col suo imporci distanziamenti sociali e paura del prossimo. Come rimedio abbiamo il mondo digitale, il lavoro; da una parte anche il nostro mondo fatto di ricordi e dall’altra le speranze di un futuro diverso, che ci consentirà libertà di respiro, di muoverci e di stare insieme.
    L’anima del novenne Giovannino è rischiarata da un raggio di novità, che sembra fantasia, difficile da realizzare, un sogno. Si tratta di “annunciazione”, che – come per Maria – gli rivela la preziosità della sua vita umana e del suo inserimento nella storia della salvezza. Non si tratta solo di carattere o di inclinazioni umane. L’impegno umano e sociale di Giovannino non è risposta sufficiente per l’intervento soprannaturale. In lui è già presente il desiderio o bisogno, descritto nelle Memorie dell’Oratorio: “mi sono subito lanciato in mezzo a loro”. Ora però dovrà accettare il richiamo: “renditi umile, forte, robusto”; e non si tratta solo di “cambiare” i suoi compagni, bensì è lui per primo che deve diventare “diverso” per poter realizzare l’esigenza, che descrive lui stesso come “cosa impossibile”. Prima di “essere per” deve “essere con”. Non basta seguire le proprie inclinazioni personali o sognare nella vita; bisogna prepararsi e imparare a realizzare “il sogno” della vita. Si tratta di assicurare una nuova speranza a chi si sente senza energie e senza prospettive all’interno di realtà storiche, politiche, geografiche, economiche, sociali, religiose…
    “L’evento del sogno” dei nove anni – ripetuto e sviluppato a più riprese – viene presentato da Giovanni Bosco personalmente nelle sue Memorie dell’Oratorio. Pietro Braido dice che questo scritto «vuol essere in qualche modo rievocazione narrativa del passato intenta a vedere nello svolgersi dei fatti una Provvidenza benevola e tempestiva. Più evidente, poi, appare la preoccupazione di descrivere, sia pure “poeticamente”, l’origine, il divenire e il costituirsi di un’esperienza spirituale e pedagogica tipica, che sotto la formula “oratoriana” è presentata come l’approccio più funzionale e produttivo ai giovani dei tempi nuovi».[1] Secondo Pietro Stella «il sogno dei nove anni condizionò tutto il modo di vivere e di pensare di don Bosco. E in particolare, il modo di sentire la presenza di Dio nella vita di ciascuno e nella storia del mondo».[2]

    Giovanni nella sua natura

    Giovanni, ragazzo contadino, si sente “padrone” della situazione, accolto anche dai compagni, e vero protagonista: “mi sono subito lanciato in mezzo a loro”. Cerca di imitare il comportamento di adulti responsabili e ben educati. Magari in questo modo, invece di reagire da cristiano secondo il Vangelo, rischia anche lui di rinchiudersi in moralismi, fondamentalismi e integralismi. Ci fa ricordare la mentalità dei servi (cfr. Mt 13,27-30) e non quella del “signore” che cerca di salvare tutto ciò che è possibile. È questa anche una delle caratteristiche richieste della maturità psicologica della persona umana. Giovanni desidera interrompere una situazione spiacevole e cambiare i comportamenti dei ragazzi; ma con ciò non bisogna mettere in pericolo il bene a scopo di estirpare il male. Nessuno infatti può assumersi la responsabilità al posto di un altro. Ognuno – il giovane ancora di più – deve agire con la propria responsabilità e interiorità. Questo favorisce la realizzazione della vera dignità personale, che non si lascia condizionare dai “diritti umani” – concessi o meno. Ogni forzatura porta alla paura riverenziale, a pregiudizi, all’amarezza del cuore e magari alla vendetta. La strategia dell’attacco rievoca la strategia della difesa e del contrattacco.

    L’incontro con la novità

    La novità viene presentata da “un uomo venerando in virile età nobilmente vestito”, il quale approva e valorizza l’inclinazione naturale di Giovanni di stare con i compagni, però in un senso nuovo. E questo provoca in lui confusione e spavento. Anche per l’avvenire Giovanni deve farsi “leader” dei suoi compagni, ma nei loro confronti deve assumere un nuovo atteggiamento e metodo: la mansuetudine e la carità. Non basta guardare e giudicare i suoi compagni con i propri occhi, condizionati dalla cultura e della mentalità dell’ambiente. Alla sequela dell’“uomo venerando” deve imparare a guardarli con gli occhi del Dio-Amore.
    Chiamato “per nome” deve diventare sempre di più consapevole di se stesso. Come colui che deve porsi “alla testa di quei fanciulli” deve impostare il proprio agire non sull’ “imperialismo del sapere”, ma agire con il cuore (cfr. Rapaille);[3] non accontentarsi dei primi passi nell’avvicinarsi ai giovani (giocare, ripetere la predica, fare il saltimbanco), ma impegnarsi a portare nella loro vita la vera novità, verità e maturità - fino alla pienezza di Cristo (cfr. Ef4,13). Si tratta di guadagnare i cuori come Dio stesso, che vuole attirare i nostri cuori e guadagnarli per la nostra vera felicità. “L’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù” non si riduce al sapere e conoscere, ma educa la coscienza ad ammirare la bellezza delle virtù e a gustare la vita giusta nel senso biblico. L’educazione del carattere modifica il comportamento e l’indole, la educazione della coscienza invece fa agire partendo dall’interiorità e dall’integralità della persona umana – storica e ontologica.
    Nell’Esortazione apostolica Christus vivit papa Francesco parla dell’estasi nella vita dei giovani. «Quando un incontro con Dio si chiama “estasi”, è perché ci tira fuori da noi stessi e ci eleva, catturati dall’amore e dalla bellezza di Dio. Ma possiamo anche essere fatti uscire da noi stessi per riconoscere la bellezza nascosta in ogni essere umano, la sua dignità, la sua grandezza come immagine di Dio e figlio del Padre. Lo Spirito Santo vuole spingerci ad uscire da noi stessi, ad abbracciare gli altri con l’amore e cercare il loro bene» (CV 164). Esistere vuol dire “stare fuori di sé” e dall’esterno, dagli altri, ricevere la “conferma” del nostro essere.

    Il cortile della vita

    La visione del cortile di oggi forse potrebbe presentarsi piena di “narcisi” con i loro smartphone in mano, che per accrescere la loro “identità” hanno bisogno di schiere di followers con i loro like. Soggiacciono sotto il peso della domanda “chi sono io” e non riescono a trovare la risposta adeguata. Le generazioni “adulte” che si sforzano di rimanere “adolescenti” perenni – come il prof. Fabio Pasqualetti presenta in qualche suo articolo – potrebbero venire in loro sostegno. Può venirci in mente anche un altro cortile, quello descritto nella lettera da Roma nel 1884 da don Bosco stesso.
    Negli “scavi archeologici” dell’esperienza salesiana, cioè nel sogno dei nove anni, incontriamo un prototipo di cortile assai diverso: all’inizio Giovannino si sente come il “padrone” della situazione e dei compagni – anche con le percosse. Dopo l’intervento esterno egli si trova in “crisi”: è impossibile guadagnare quei compagni. Per poter educare la coscienza come forza più profonda di ogni persona Giovanni per primo deve cambiare sotto la Guida-Maestra con la consacrazione e la missione, che ha già accompagnato suo Figlio sulla via della abnegazione fino alla morte in croce, e che anche dopo ha perseverato nella comunità delle persone deboli nell’attesa della forza dello Spirito. Mamma Margherita gli ha già detto in precedenza di rivolgersi a questa Maestra tre volte al giorno.  È alla sua scuola che si apprende la sapienza, “e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza”. Nel sogno preso in considerazione i giovani si sentono attirati dalla presenza dell’Uomo e della Donna. Giovannino deve mettersi sotto la loro disciplina.
    Il cortile in tutte le sue manifestazioni diventa così un campo “nuovo” che appartiene al Signore. Non basta comportarsi bene o addirittura da cristiani; bisogna vivere con gioia da redenti. Non basta la fiducia nei giovani – inizia la fede nella speranza della “ricreazione” pasquale nel cuore della persona umana, specialmente in quella giovanile. Non si tratta di una “azione” o istituzione, ma di una relazione che fa sorgere nuove energie e fa agire dal di dentro. Una relazione impegnativa e liberante. Il cortile è il luogo dell’incontro tra i giovani e Dio, è la terra sacra: Mosè, Giovannino e dopo anche Magone devono togliersi i loro “sandali”. L’ambiente in cui i giovani vivono e giocano «indica chiaramente che l’iniziativa divina assume il loro mondo come luogo dell’incontro», scrive A. Bozzolo. E continua che per accogliere la grazia divina «non occorre uscire dalla propria età, trascurarne le esigenze, forzarne i ritmi».[4]
    La maturazione interiore e integrale acconsente alla persona umana di agire dal di dentro, seguendo la propria coscienza ben formata. I sacramenti della comunione e della riconciliazione sono a sostegno della mobilità giovanile e il fondamento di una vita, che vuole essere “dono”, un dono ricevuto con riconoscenza e offerto con slancio. Lo psicoanalista C. Rapaille ci sfida ad affrontare il rischio della relazione con l’altra persona – umana o divina. Ogni persona è originale, unica e indomita. Giovannino non riesce ad imporre le “leggi” imparate da sua madre con le percosse. E l’uomo venerabile lo rimprovera. La logica della legge porta in sé i segni della violenza e del giudizio. Alla base della saggezza evangelica Bozzolo riporta il pensiero di Paul Beauchamp: “La legge è preceduta da un Sei amato e seguita da un Amerai. Sei amato: fondazione della legge, e Amerai: il suo superamento”. Nel linguaggio di Rapaille questo crea un nuovo linguaggio che porta alla creazione della nuova realtà.   

    Partire da se stesso

    Papa Francesco diverse volte provoca i giovani dicendo che la loro domanda “chi sono io” è sbagliata. Bisogna partire invece dalla domanda “per chi sono io”. Questo punto di partenza porta alla risposta adeguata alla prima domanda, e in più, sollecita l’impegno quotidiano “come devo essere io”. Giovannino nel sogno dei nove anni venne richiamato a diventare “uomo nuovo”, qualificato per la sua missione a favore dei giovani. In modo semplice si potrebbe dire: Gesù è la “Missione” della salvezza dell’universo, e per trent’anni si sta preparando alla sua missione salvifica. Papa Francesco ripete diverse volte, che anche ogni uomo dovrebbe essere consapevole del fatto: io sono una missione (cfr. EG 273; CV 254) all’interno dell’umanità.   
    Quali sono gli elementi della “qualificazione specifica ed emblematica”, alla quale è chiamato Giovanni Bosco, che nel raccontare “il sogno” – così Pietro Braido – vuole come la sintesi di un’esperienza matura esplicitamente comunicare ai collaboratori? Lo “stemma” di carità e di amore, effettivo e affettivo, acquistato lungo la storia della sua missione educativo-pastorale, ormai egli deve trasmettere al suo “io collettivo”, alla tradizione vissuta della sua Famiglia. Fedeli al sogno, possiamo evidenziare anzitutto due momenti.   
    - L’uomo venerando rimprovera il modo di agire – “non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità” – per guadagnare i compagni. In un secondo momento deve poi istruirli “sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”. Nella reazione di confusione e di spavento Giovannino cerca la scusa nel fatto di essere un “povero ed ignorante fanciullo”.
    - Per poter affrontare le “cose impossibili” e “renderle possibili” sono richieste l’ubbidienza e l’acquisto della scienza. Inoltre gli viene presentata “la maestra sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente”.
    Al nostro articolo basti qualche sottolineatura riguardo questi due momenti. Le cose che sembrano IMPOSSIBILI possono diventare possibili, perché a Dio nulla è impossibile. Ci vuole allora l’obbedienza (abbandono in Dio, ossia la disciplina) e dall’altra parte “la scienza” della carità apostolica, nella quale l’impegno umano si fonda sulla speranza che va oltre ogni speranza umana. Questi due sono i mezzi per vincere la resistenza che proviene dal sognatore. La sua inadeguatezza e la sua difficoltà a comprendere si risolvono lungo la vita con l’obbedienza e la scienza: Bozzolo afferma: «solo obbedendo al comando diventerà pienamente chiaro che cosa esso veramente richiede».      
    La MAESTRA, all’inizio di un percorso che durerà tutta la vita, chiamandolo per nome lo invita: “guarda” – per orientarlo verso il sepolcro vuoto, affinché possa come i discepoli anche lui “vedere” e di conseguenza credere. In una relazione di reciprocità nella fiducia e nell’amore la Maestra e il discepolo si incamminano per realizzare il sogno. È sempre Bozzolo che scrive: «È in questo spazio generato dalla risurrezione che l’impossibile diventa effettiva realtà». La “mansuetudine” ossia l’amorevolezza «è il segno qualificante di un cuore che è passato attraverso una vera trasformazione pasquale». 
    L’agire della persona umana può essere promosso da diverse ragioni: per piacere, per l’inclinazione, per dovere, per guadagnare, per rispondere ai bisogni concreti, perché ci troviamo nelle strutture responsabili, ecc. A Giovanni invece nel sogno venne richiesto di “guadagnare” i giovani. Si tratta di un compito assai esigente. Bozzolo scrive: «Implica di non cedere alla freddezza di un’educazione fondata solo sulle regole, né al buonismo di una proposta che rinuncia a denunciare la “bruttezza del peccato” e a presentare la “preziosità delle virtù”». E anche dopo tutto questo può esserci sempre qualche “giovane ricco” che trova impossibile seguire Cristo e che va via triste. Non basta umanizzare, bisogna divinizzare.
    Il carattere spirituale di Giovanni allora dovrà essere “specifico”: «Renditi umile, forte e robusto».[5] Essere UMILE richiede il vigore dello spirito: essere consapevole di essere chiamato e mandato; nell’unione con Dio niente e nessuno può abbattermi. Essere FORTE richiede un carattere scolpito nella forza morale, caratterizzata dalla pazienza, fedeltà, totalità e perseveranza; il cuore mai si arrende e la speranza mai finisce. Essere ROBUSTO non significa soltanto avere un corpo sano, abile e resistente, ma anche in senso psicosomatico confrontare con la realtà e il coraggio ogni sfida nel senso: ciò che non mi uccide mi rende più robusto. Perché sono richieste proprio queste caratteristiche?  Una possibile spiegazione ce la offre A. Bozzolo: «è proprio del padre, infatti, essere forte e robusto e lavorare per il bene dei figli. In effetti, la paternità sarà proprio la caratteristica più evidente dell’amore che don Bosco incarnerà per una schiera innumerevole di giovani».

    A suo tempo tutto comprenderai

    L’ORA – la rivelazione della presenza salvifica del Signore nella vita umana – è la dimensione del kairos: per i primi discepoli era alle tre di pomeriggio (cfr. Gv1,39), per Gesù il venerdì santo e per Giovanni Bosco la mattina del 16 maggio 1887 nella basilica del Sacro Cuore a Roma: a don Viglietti spiega di avere «così viva innanzi ai miei occhi la scena di allora che a dieci anni sognai della Congregazione, e vedea ed udiva così bene i miei fratelli» (MB XVII, 341). Filippo Rinaldi al primo centenario parla di quel sogno come della “pagina che ci descrive evangelicamente l’origine soprannaturale, la natura intima e la forma specifica della nostra vocazione. […] Qui infatti, o miei cari, troviamo la nostra vocazione, il nostro metodo, i mezzi e le doti necessarie per praticarlo efficacemente”.
    P. Ricoeur parla di identità narrativa e di identità personale in un racconto autobiografico come sono le Memorie dell’Oratorio; in questo modo soggetto e racconto esistono solo insieme. Ecco la spiegazione di A. Bozzolo: «Don Bosco disegna le arcate del suo racconto facendo del sogno l’anticipazione profetica del quadro della storia perché, nella ripresa a posteriori che fa della sua vita, vi ritrova l’evento che rende possibile raccoglierla in unità. […] Si è già detto parimenti che il racconto, stilato a cinquant’anni di distanza, non è semplicemente un resoconto, ma è una ripresa narrativa che nasce dalla memoria che raccoglie in unità la propria storia e restituisce in modo maturo e ponderato il senso dell’esperienza originaria».
    La missione della educazione evangelica (preventiva) è l’espressione della fede, della speranza e della carità. Il prossimo bicentenario dell’“evento del sogno” ci interpella come Giovannino novenne di accettare il richiamo dell’uomo venerando come anche la “qualificazione” offertaci dalla Maestra di non guardare in primo luogo i giovani e i loro bisogni/mancanze, bensì di partire da noi stessi: “renditi umile, forte, robusto”. Siamo chiamati a irradiare lo splendore attraente della Vita, della Luce e della Verità, per poter accompagnare molti sui sentieri della vita, incamminati insieme nella Via-Gesù. 


    NOTE 

    [1] P. Braido, Scrivere «Memorie del futuro», in «RSS» 20 (1992), 97–127: 97.
    [2] P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vita e opere, vol. I, Roma, LAS, 21979, 31.
    [3] C. G. Rappaile, La relazione creatrice. Psicologia relazionale e creatività, Assisi, CittadeLla Editrice, 1980.
    [4] A. Bozzolo, Il sogno dei nove anni. Questioni ermeneutiche e lettura teologica, in A. Bozzolo (Ed.), I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa, Roma, LAS, 2017, 209–268: 253.
    [5] G. Bosco, Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815-1855, a cura di A. Giraudo, Roma, LAS, 2011, 62.



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